IV
Signor, nel furor mio non mi riprendere,
E nella stizza mia non mi arguire,
Perché tu sai donde vien la cagione.
Stomaco, e febre, e fianco già tant'anni,
Senza darmi pur tregua un giorno almeno,
Mi tengon sempre travagliato in guisa
Che la mente del corpo suo non sano
Si fa non sana, e s'empie di furore;
Onde quel poco lume che m'avanza,
S'adira, e grida, e rivolta le punte,
E si lamenta, e ha sì mal talento,
Che talvolta ti niega, e ti riprende,
E brama morte, e non sa che si voglia.
Vede da sé passar l'empio sì sano,
Sì grazioso al vulgo, alla fortuna
Sì caro, e mai non avere onde volga
La voce a Dio, a dir: – Questo i' non voglio –.
E dice: – Io non t'ancisi a la colonna,
Non ti diedi io, non dissi e' non è figlio
D'Iddio, e' non è Dio, e' vi seduce –.
Io non sprezzai la tua legge, i profeti;
Non cresi vani i tuoi comandamenti
Per uman scempio, non per viva voglia,
Trapassai io la sera e la dimane;
Adorai il nome tuo, se non con quella
Debita riverenza, almen con quella
Debita voglia, e non di meno io veggio
Quello inalzarsi, e volgere al ciel l'ali;
Io non aver, mercé di cruda ardente
Febre, pur tempo ond'io prenda quel sonno
Che dà natura all'uom per sua quiete;
Non quel cibo che ognun per contentarsi
Piglia tanta fatica, e la formica
Tutta state patisce, per goderlo
Il verno poi con secura quiete.
Io non oso parlar; ché pur diletta
Sì gli uomini fra lor sermocinando
Passar il tempo, che la state tutti
Ho visti ingegni buon senza fatica
Passar al caldo, al fresco, e come vuoi.
E la cagion ch'io non parlo è l'umore
Freddo, tardo, crudel che la natura
Mantiene in corpo, e nulla medicina
Non mi puote giamai, non che allentare,
Minuir per un giorno; e quel mi tiene
Col capo basso, e fa fuggir la gente,
E doler d'esser vivo, e fa che nulla
Non mi diletta, nulla non mi piace,
Ed ho in odio me stesso e la mia vita,
E bramo morte ognor; e perché quella
È vivace nimica a chi la brama,
Mi resto in vita, e però disperato
Mi storco, e grido, e volentier vorrei
Uscir per forza di man de la vita.
Ma la paura de l'eterno danno,
La legge che mel vieta, e quello amore,
Che tu hai posto, Iddio, tra il corpo e l'alma,
Mi fanno pigro e tardo, e quando al passo
Giungo ritranno a forza il piede indietro;
Ond'io tornato alla febre, a gli usati
Martìr, rivolto ogni crudel lamento
Alla natura; ché la tua grandezza
Mi toglie il nominarti; e piango, e grido,
E bestemmio, e di nuovo vo' la morte.
Però, giusto Signor nel furor mio,
Ne l'ira mia, ne le bestemmie mie,
Ne la mia impazienza, non volere
Attribuirmi ad impio alcuna parte;
Ma a la disperazione, a quella febre,
Che sette anni mi tien torpente e tristo;
E dammi o sanità, s'io ne son degno,
Ché nol penso, anzi so non esser degno,
Per tua misericordia; e quando pure
E' non ti paia, almen di tanto male,
Come a colui che nacque in terra d'Usse.
Da' pace e pane, e dona pazienza.
Né volendo dar questo, sia la morte
Fine e riposo di sì lunghi affanni.