IV

By Francesco Bolognetti

Voi, cui del grande Stagirita altero

ogni secreto è noto e ne guidate

a lui per destro e facile sentiero,

prestatemi benigne orecchie e grate,

da voi cerco favor, da voi che sète

l'Agrippa hoggi di Roma e il Mecenate.

Non di ricchezze, non d'honori sete

mi spinge, non la mia, ma sì l'altrui

gloria desio, sì come chiar vedrete.

Del gran Farnese, signor vostro, a cui

servo devoto, anchor che inutil sono,

né cedo ad altri in servitù che a vui,

canto la notte e il dì fermo e ragiono,

talché ho stanca la man, son fatto roco,

la voce alzando e variando il suono.

E benché nulla io voglia in questo, o poco,

pur sfogo l'infiammato alto desio,

che il cor m'incede ogni hor d'ardente foco.

Di fede ho fatto a quel nel petto mio

un vivo tempio e ben fondato come

fosse di marmo e Pario e Lesbio e Chio.

E d'Alessandro, a cui cinse le chiome

l'avolo d'ostro in giovenile etade,

scritto vi porto il sacro, altero nome.

Poi che la dolce antica libertade

per lui Roma ripiglia e il fero orgoglio

barbarico per lui languisce e cade.

Per lui devoto e colmo di cordoglio

vedrassi il fier Monarca d'Oriente

venire in Vaticano e in Campidoglio.

E da l'Austro e dal Borea uscir gran gente

vedrassi, e gire a lui la state e il verno,

già d'ogni error pentita e riverente.

Questo alhor fia, ch'ei solo havrà in governo

l'humana greggia e l'una e l'altra chiave

d'aprire il Cielo e da serrar l'Inferno.

O benedetta, o ben guidata nave

di Pietro alhor, c'havrai nocchier sì esperto,

sì queta l'onda e sì l'aura soave.

Del gran Paolo pastor, che a noi men'erto

rende il camin del Ciel, seguendo ogni hora

l'orme, degno divien di sì gran merto.

Dunque a quel sir, cui riverente honora

l'Europa, ov'ei per tutto chiaro luce,

e che del Tebro ambe le rive infiora;

gir desiando, voi chiamo per duce,

anchor ch'io sappia quanto sia sicuro,

e facil quel sentier che a lui conduce.

Ma nel conspetto suo temo che oscuro

non sia il mio nome, che non spiega i vanni,

e chiuso stassi dentro al patrio muro.

Se ben pria ch'egli de i purpurei panni

s'ornasse, alhor di me notitia havea,

ma già passati son sette e sett'anni.

E ne la stanza sua spesso io solea

domestico venir, che il Delio molto

mi amava e comandarmi assai potea.

Ma il pelo anchor non mi spuntava in volto,

onde mutato assai son nel sembiante,

oltra le cure in ch'io son tutto involto,

però non voglio sol girgli davante,

perché smarrito anchor da sua presenza

la voce mandarei fioca e tremante.

Siate adunque mia scorta voi, che senza

voi nulla sono, ma standovi appresso

maggiore audacia havrò, minor temenza.

Ma perché anchor non v'ho quel chiaro espresso,

ch'io cerco dal Signor, cui tanto ho in pregio,

io vel dirò, che ad altri io l'ho promesso.

Desio che sia da lui fatto il collegio,

a cui principio die' Pietro Ancarano,

vago e superbo e d'artificio egregio.

Ragion'è ben, ch'essendo ei del romano

imperio capo e di Paolo nipote

di molto avanzi quel che fe' l'hispano.

Dubbio non è che farlo deve e puote,

se vuol non so, ma voi credo il sappiate,

a cui le voglie sue tutte son note.

Credo che voglia, ma che siano state

mille cure e pensier cagion, che tanti

anni passati sian, non pur giornate.

Colpa di quei, che falsi ne i sembianti

più che la gloria del signor lor preme

la propria utilità, c'han sempre avanti.

Anchor che annoverar non voglio insieme

con questi voi, ch'amate il Signor vostro

più che voi stesso e tutto il vostro seme.

E s'havrò mai con penna e con inchiostro

di parlar forza, almen sì ch'io sia inteso,

vi mostrarò quel che non v'ho più mostro.

Ma lascio in tanto sopra voi tal peso,

anchor che al mio giudicio sarà lieve

visto il Sir vostro a l'honor tanto inteso.

Qual maggior gloria in questa nostra breve

vita acquistar si può, se pur' è gloria

vera qua giù, che far quel che si deve?

Io stimo che più sia degna d'historia

e di poema heroico un'opra tale,

c'haver contra i nemici suoi vittoria.

Quella è cagion di ben, questa di male,

questa nasce dal mal, quella dal bene,

e la ragion, che' l prova, è naturale.

Vittoria senza guerra unqua non viene,

che tanti huomini uccide e case atterra,

l'edificar gli adorna e gli mantiene.

Non credo, o Signor mio, che alcun la guerra

lodi giamai, ma s'alcun pur si trova

dico sforzato, che vaneggia e ch'erra.

Ma per contrario a tanti huomini giova

l'edificar, che dir nol posso in tutto,

però chiaro veder nel fa la prova.

Poi che il collegio a fin sarà condutto,

e ch'indi tanti virtuosi e degni

uscir vedransi ogni hor, qual maggior frutto

quanti gentili e sopra humani ingegni

fe' la natura indarno, che non hanno

chi porga aiuto lor, chi loro insegni?

Quanti dispersi hor qua, hor la sen vanno

sol di libri e di mastri per difetto,

e quanti a i giochi, a i furti indi si danno?

Non credo che sia cosa nel conspetto

di Dio più grata, e che più sen compiaccia,

che aiutar questi poveri, c'ho detto.

Fate homai dunque che il Sir vostro faccia

questo collegio, e tal che dentro sia

commodo e che di fuori a gli occhi piaccia.

Per un, che fe' l'hispano, ei far devria

di ragion quattro, anzi pur diece o venti,

così spera ciascun, così desia.

Sia tal che di stupor s'empian le genti

di qui a mill'anni e mille, e che levati

tengan su gli occhi a risguardarlo intenti.

Cinga la strada quel da quattro lati

con quattro altere porte, e d'ogni'ntorno

marmi da dotta mano habbia intagliati;

tondi, quadri, cornici e un fregio adorno

d'oro di sopra a qualche rara foggia,

e il portico sia volto al mezo giorno;

siano le scale, onde si scende e poggia,

larghe e piane, cui sia in mezo un riposo

con chiaro lume e in fine un'ampia loggia.

Sia da ogni parte allegro e luminoso,

di camere e di sale e di giardini

vaghi, e ben posti ricco e copioso.

Il foco gli ornamenti habbia più fini

del resto, e le fenestre anco e le porte,

come porphidi e misti e serpentini;

siavi una stanza grande ove si porte,

e ciò di voi sia più che d'altri impresa,

buoni libri in gran copia e d'ogni sorte.

Siavi una bella e ben composta chiesa,

e di messe e d'ufficii ben fornita,

dove ogni hor splenda una gran face accesa.

Dinanzi a quel gran Dio, che al Ciel ne invita,

e ch'apre ambe le braccia e scopre il core,

e che a noi die' con la sua morte vita.

Ma troppo fora il mio palese errore

s'hoggi quel tutto dir credessi in versi,

che di far pensa il vostro e mio Signore.

Dove tanti saran varii e diversi

lavori, intagli e termini con nuove

foggie di Greci e d'Arabi e di Persi.

Che a contemplarlo sol par che mi giove,

perché scolpito sempre in mente il porto,

benché un tal visto mai non habbia altrove.

Ma voi con tutto il cor prego e conforto

a far che a tanta impresa gloriosa

si dia principio e il termine sia corto.

Tempo alhor fia che fuori uscir la rosa

vedrassi e l'herbe a nuovi fiori intese;

ma sopra il tutto che si faccia cosa,

e d'Alessandro degna e di Farnese.