IV
Voi, cui del grande Stagirita altero
ogni secreto è noto e ne guidate
a lui per destro e facile sentiero,
prestatemi benigne orecchie e grate,
da voi cerco favor, da voi che sète
l'Agrippa hoggi di Roma e il Mecenate.
Non di ricchezze, non d'honori sete
mi spinge, non la mia, ma sì l'altrui
gloria desio, sì come chiar vedrete.
Del gran Farnese, signor vostro, a cui
servo devoto, anchor che inutil sono,
né cedo ad altri in servitù che a vui,
canto la notte e il dì fermo e ragiono,
talché ho stanca la man, son fatto roco,
la voce alzando e variando il suono.
E benché nulla io voglia in questo, o poco,
pur sfogo l'infiammato alto desio,
che il cor m'incede ogni hor d'ardente foco.
Di fede ho fatto a quel nel petto mio
un vivo tempio e ben fondato come
fosse di marmo e Pario e Lesbio e Chio.
E d'Alessandro, a cui cinse le chiome
l'avolo d'ostro in giovenile etade,
scritto vi porto il sacro, altero nome.
Poi che la dolce antica libertade
per lui Roma ripiglia e il fero orgoglio
barbarico per lui languisce e cade.
Per lui devoto e colmo di cordoglio
vedrassi il fier Monarca d'Oriente
venire in Vaticano e in Campidoglio.
E da l'Austro e dal Borea uscir gran gente
vedrassi, e gire a lui la state e il verno,
già d'ogni error pentita e riverente.
Questo alhor fia, ch'ei solo havrà in governo
l'humana greggia e l'una e l'altra chiave
d'aprire il Cielo e da serrar l'Inferno.
O benedetta, o ben guidata nave
di Pietro alhor, c'havrai nocchier sì esperto,
sì queta l'onda e sì l'aura soave.
Del gran Paolo pastor, che a noi men'erto
rende il camin del Ciel, seguendo ogni hora
l'orme, degno divien di sì gran merto.
Dunque a quel sir, cui riverente honora
l'Europa, ov'ei per tutto chiaro luce,
e che del Tebro ambe le rive infiora;
gir desiando, voi chiamo per duce,
anchor ch'io sappia quanto sia sicuro,
e facil quel sentier che a lui conduce.
Ma nel conspetto suo temo che oscuro
non sia il mio nome, che non spiega i vanni,
e chiuso stassi dentro al patrio muro.
Se ben pria ch'egli de i purpurei panni
s'ornasse, alhor di me notitia havea,
ma già passati son sette e sett'anni.
E ne la stanza sua spesso io solea
domestico venir, che il Delio molto
mi amava e comandarmi assai potea.
Ma il pelo anchor non mi spuntava in volto,
onde mutato assai son nel sembiante,
oltra le cure in ch'io son tutto involto,
però non voglio sol girgli davante,
perché smarrito anchor da sua presenza
la voce mandarei fioca e tremante.
Siate adunque mia scorta voi, che senza
voi nulla sono, ma standovi appresso
maggiore audacia havrò, minor temenza.
Ma perché anchor non v'ho quel chiaro espresso,
ch'io cerco dal Signor, cui tanto ho in pregio,
io vel dirò, che ad altri io l'ho promesso.
Desio che sia da lui fatto il collegio,
a cui principio die' Pietro Ancarano,
vago e superbo e d'artificio egregio.
Ragion'è ben, ch'essendo ei del romano
imperio capo e di Paolo nipote
di molto avanzi quel che fe' l'hispano.
Dubbio non è che farlo deve e puote,
se vuol non so, ma voi credo il sappiate,
a cui le voglie sue tutte son note.
Credo che voglia, ma che siano state
mille cure e pensier cagion, che tanti
anni passati sian, non pur giornate.
Colpa di quei, che falsi ne i sembianti
più che la gloria del signor lor preme
la propria utilità, c'han sempre avanti.
Anchor che annoverar non voglio insieme
con questi voi, ch'amate il Signor vostro
più che voi stesso e tutto il vostro seme.
E s'havrò mai con penna e con inchiostro
di parlar forza, almen sì ch'io sia inteso,
vi mostrarò quel che non v'ho più mostro.
Ma lascio in tanto sopra voi tal peso,
anchor che al mio giudicio sarà lieve
visto il Sir vostro a l'honor tanto inteso.
Qual maggior gloria in questa nostra breve
vita acquistar si può, se pur' è gloria
vera qua giù, che far quel che si deve?
Io stimo che più sia degna d'historia
e di poema heroico un'opra tale,
c'haver contra i nemici suoi vittoria.
Quella è cagion di ben, questa di male,
questa nasce dal mal, quella dal bene,
e la ragion, che' l prova, è naturale.
Vittoria senza guerra unqua non viene,
che tanti huomini uccide e case atterra,
l'edificar gli adorna e gli mantiene.
Non credo, o Signor mio, che alcun la guerra
lodi giamai, ma s'alcun pur si trova
dico sforzato, che vaneggia e ch'erra.
Ma per contrario a tanti huomini giova
l'edificar, che dir nol posso in tutto,
però chiaro veder nel fa la prova.
Poi che il collegio a fin sarà condutto,
e ch'indi tanti virtuosi e degni
uscir vedransi ogni hor, qual maggior frutto
quanti gentili e sopra humani ingegni
fe' la natura indarno, che non hanno
chi porga aiuto lor, chi loro insegni?
Quanti dispersi hor qua, hor la sen vanno
sol di libri e di mastri per difetto,
e quanti a i giochi, a i furti indi si danno?
Non credo che sia cosa nel conspetto
di Dio più grata, e che più sen compiaccia,
che aiutar questi poveri, c'ho detto.
Fate homai dunque che il Sir vostro faccia
questo collegio, e tal che dentro sia
commodo e che di fuori a gli occhi piaccia.
Per un, che fe' l'hispano, ei far devria
di ragion quattro, anzi pur diece o venti,
così spera ciascun, così desia.
Sia tal che di stupor s'empian le genti
di qui a mill'anni e mille, e che levati
tengan su gli occhi a risguardarlo intenti.
Cinga la strada quel da quattro lati
con quattro altere porte, e d'ogni'ntorno
marmi da dotta mano habbia intagliati;
tondi, quadri, cornici e un fregio adorno
d'oro di sopra a qualche rara foggia,
e il portico sia volto al mezo giorno;
siano le scale, onde si scende e poggia,
larghe e piane, cui sia in mezo un riposo
con chiaro lume e in fine un'ampia loggia.
Sia da ogni parte allegro e luminoso,
di camere e di sale e di giardini
vaghi, e ben posti ricco e copioso.
Il foco gli ornamenti habbia più fini
del resto, e le fenestre anco e le porte,
come porphidi e misti e serpentini;
siavi una stanza grande ove si porte,
e ciò di voi sia più che d'altri impresa,
buoni libri in gran copia e d'ogni sorte.
Siavi una bella e ben composta chiesa,
e di messe e d'ufficii ben fornita,
dove ogni hor splenda una gran face accesa.
Dinanzi a quel gran Dio, che al Ciel ne invita,
e ch'apre ambe le braccia e scopre il core,
e che a noi die' con la sua morte vita.
Ma troppo fora il mio palese errore
s'hoggi quel tutto dir credessi in versi,
che di far pensa il vostro e mio Signore.
Dove tanti saran varii e diversi
lavori, intagli e termini con nuove
foggie di Greci e d'Arabi e di Persi.
Che a contemplarlo sol par che mi giove,
perché scolpito sempre in mente il porto,
benché un tal visto mai non habbia altrove.
Ma voi con tutto il cor prego e conforto
a far che a tanta impresa gloriosa
si dia principio e il termine sia corto.
Tempo alhor fia che fuori uscir la rosa
vedrassi e l'herbe a nuovi fiori intese;
ma sopra il tutto che si faccia cosa,
e d'Alessandro degna e di Farnese.