IV
Ella è sola dinanzi le genti,
sola in mezzo dell´ampio convito;
né alle dolci compagne ridenti
osa intender lo sguardo avvilito.
Vede ferver tripudi e carole,
ma nessuno l´invita a danzar;
ode intorno cortesi parole,
ma ver´ lei neppur una volar.
Un fanciullo che Madre la dice
s´apre il passo, le corre al ginocchio,
e co´ baci la lagrima elice
che a lei gonfia tremava nell´occhio.
Come rosa è fiorente il fanciullo,
ma nessuno a mirarlo ristà;
per quel pargolo un vezzo, un trastullo,
per la madre un saluto non v´ha.
Se un ignaro domanda al vicino
chi sia mai quella mesta pensosa
che sul ricci del biondo bambino
la bellissima faccia riposa,
cento voci risposta gli fanno,
cento scherni gl´insegnano il ver:
- È la donna d´un nostro tiranno;
è la sposa dell´uomo stranier. -
Ne´ teatri, lunghesso le vie,
fin nel tempio del Dio che perdona,
infra un popol ricinto di spie,
fra una gente crucciata e prigiona,
serpe l´ira d´un motto sommesso
che il terrore comprimer non può:
- Maledetta chi d´italo amplesso
il tedesco soldato beò! -
Ella è sola: ma i vedovi giorni
ha contato il suo cor doloroso;
e già batte, già esulta che torni
dal lontano presidio lo sposo.
Non è vero. Per questa negletta
è finito il sospiro d´amor:
altri son i pensier che l´han stretta,
altri i guai che le ingrossano il cor.
Quando l´onte che il dì l´han ferita
la perseguon, fantasmi, all´oscuro;
quando vagan su l´alma smarrita
le memorie e il terror del futuro;
quando sbalza dai sogni e pon mente
come udisse il suo nato vagir;
egli è allor che alla veglia inclemente
costei fida il secreto martir:
- Trista me! qual vendetta di Dio
mi cerchiò di caligine il senno,
quando por la mia patria in obblio
le straniere lusinghe mi fenno?
io, la vergin ne´ gaudi cercata,
festeggiata - fra l´itale un dì,
or chi sono? L´apostata esosa
che vogliosa - al suo popol mentì.
Ho disdetto i comuni dolori,
ho negato i fratelli, gli oppressi,
ho sorriso ai superbi oppressori,
a seder mi son posta con essi.
Vile! un manto d´infamia hai tessuto,
l´hai voluto, - sul dosso ti sta;
né per gemere, o vil, che farai,
nessun mai - dal tuo dosso il torrà.
Oh! il dileggio di ch´io son pasciuta
quei che il versan non san dove scende.
Inacerban l´umìl ravveduta
che per odio a lor odio non rende.
Stolta! il merto, ché il piè non rattengo,
stolta! e vengo - e rilevo fra lor
questa fronte che d´erger m´è tolto,
questo volto - dannato al rossor.
Vilipeso, da tutti reietto,
come fosse il figliuol del peccato,
questo caro, senz´onta concetto,
è un estranio sul suol dov´è nato.
Or si salva nel grembo materno
dallo scherno - che intender non sa;
ma la madre che il cresce all´insulto
forse, adulto, - a insultar sorgerà.
E se avvien che si destin gli schiavi
a tastar dove stringa il lor laccio,
se rinasce nel cor degl´ignavi
la coscienza d´un nerbo nel braccio,
di che popol dirommi? a che fati
gli esecrati - miei giorni unirò?
per chi al cielo drizzar la preghiera?
qual bandiera - vincente vorrò?
Cittadina, sorella, consorte,
madre, ovunque io mi volga ad un fine,
fuor del retto sentiero distorte
stampo l´orme fra i vepri e le spine.
Vile! un manto d´infamia hai tessuto:
l´hai voluto, - sul dosso ti sta;
né per gemere, o vil, che farai,
nessun mai - dal tuo dosso il torrà.