[IV]
Cefiso con le sue piacevoli onde
disteso in dritta e quando in torta via
per la terra d'Aonia ch'egli infonde,
come Liriopè, la madre mia,
co' suoi ravvolgimenti vinse e prese
con disusata e nuova maestria,
e sì per lei di Venere s'accese
che, toltale la sua virginitate,
non valendole prieghi né difese,
me ingenerò, la qual tante fiate,
quant'io veggo onde, tante son costretta
del mio padre onorar la deitate;
avvegna che ciò far molto diletta
a me perciò che 'n esse riguardando,
mi rendon la mia forma leggiadretta.
La qual come sia bella in me pensando,
di verdi erbette, di rami e di fiori
adorno lei, d'ogni labe purgando.
Sopr'esse prendo più lunghi dimori
che 'n altra parte e, ninfa più felice,
sento le grazie de' suoi primi amori
che 'l mio fratel non fe'; di cui si dice
che, bellissimo e crudo cacciatore,
sanza aver di pietà nulla radice,
di tutte rifiutando il caro amore,
fin che sé vide in quelle ov'io mi miro,
sé per sé consumando con dolore,
in fior si convertì; il qual con diro
occhio riguardo per pietà sovente
e sanza pro di lui fra me sospiro.
Né è sopra di me tanto possente
la voce ch'al suo ben forse nemica
gli fu per la follia della sua mente.
E sì come a lui lieta fatica
fu per le selve i timidi animali
seguir, secondo la memoria antica,
così a me; ma fine disiguali
a ciò costrigne e move i nostri cani,
le reti e l'arco e i volanti strali.
Per fuggire ozio visito i silvani
iddii e col mio coro mi balestro
in luoghi ta' ch'a lui furono strani;
e ciò che 'n el fu rigido e silvestro,
cioè amore e 'l piacere ad altrui,
questo m'è caro e più che altro destro.
Chiunque fia per sua virtù colui
che degnerà al mio bel viso aprire
gli occhi del core e ritenermi in lui,
io gli farò quel diletto sentire
che più suol essere agli amanti caro
dopo l'acceso e suo forte disire.
Né per me sentirà mai nullo amaro
tempo chi con saver la mia bellezza
seguiterà, come già seguitaro
color li qua', dopo lunga lassezza,
lieti posai appresso i loro effetti
nel ben felice della somma altezza.
Cotali affanni e sì fatti diletti
dal padre trassi; e dalla madre tegno
i miei giocondi e graziosi aspetti.
E la mia arte col sottile ingegno
mi dier per nome Lia; e questo loco,
al mio piacere assai più ch'altro degno,
io signoreggio, accesa di quel foco
del qual tutto arde il monte Citerea,
e quel mi move a far festa con gioco
e a servire all'amorosa dèa.