IV

By Giovanni Frescobaldi

Volendo seguitare il mio disegno,

quasi smarrito avea la fantasia

e la memoria, intelletto e lo 'ngegno;

e non trovando da sezzo o da pria

cosa che s'aducessi a porto degno,

usci' dello scrittoio e messo in via

per ispassare e cessare il pensiero,

dove i' senti' le trombe in sul sentiero.

Onde mi parve il suon, presi il camino,

e d'un passo in un altro feci tanto

che 'n sulla piazza di Santo Agostino,

over si chiama lo Spirito Santo,

giunsi dov'era un popol pellegrino,

che sarebbe impossibil dire alquanto;

e 'ntorno intorno vòto resta il centro,

fuor che trenta garzon, che vi son dentro.

E quindici ve n'è d'esto quartieri

di Santo Spirto in un pari volere,

forti qual torre e nel correr leggeri,

che voglion far lor fama prevalere;

dall'altra parte altrettanti scudieri,

ch'ognun spera l'onor di possedere,

e giucator del prato son chiamati,

nel fare al calcio ben disciplinati.

Paion d'età da venticinque a venti

anni, e spogliati son tutti in farsetto,

e que' del prato alla chiesa reddenti,

que' del quartiere più giù al dirimpetto.

Con fortezza, atti, ingegni e scaltrimenti,

ognun di vincer faccia suo concetto.

Volsimi a que' del prato, gente magna,

uniqua, singular, senza compagna.

E, nel voltar, vidi Stoldo Altoviti,

Pier Nero e 'l Manza, giucator divino,

Matteo de' Bardi e Ulivier Sapiti,

el Morano e la Chiara e Pagolino

e Gerozzo e ser Noce compariti,

Amerigo de' Benci col Mancino,

Luca di ser Martin, Giovan Petrini

e 'l Vespa e gli altri garzon pellegrini.

Dall'opposita parte v'era Anteo;

èvi lo Sghera con Buccicaldino,

e Francesco Ugolin, Lorenzo e Meo,

e Francesco Mucini e Iacopino,

ciascuno ardito quanto un tigro o leo,

Pier del Bruciolo e Ricci e Gherardino,

èvi il Cruscoso luminoso e dotto

ed èvi Anton Sapiti, Como e Giotto.

E così, sendo in punto la brigata,

ciascun per vincer generoso e lieto,

Anteo mandò tre in sulle stremitate,

e disse lor: «Non partite da dietro,

quando la palla fie 'n calamitate;

ciascun sia giucator saggio e discreto».

E 'l Buccicaldo disse: «Fatto fia»,

con Piero e Iacopino in compagnia.

E altri tre n'era sopra a costoro

in sulle dieci braccia, infra' quali era

Anteo, che propio m'assembra a un toro

e Francesco Ugolini è collo Sghera,

e gli altri innanzi immitando il lavoro.

E già si grida: «A' fatti, ch'egli è sera!»,

e nel gridare i' mi fu' rivoltato

e vidi acconci e giucator del prato;

e 'l simigliante avien fatto costoro,

ch'è tre nel dietro, alle scalee rasenti,

forti, gagliardi, risistenti al martoro,

quatro di sotto a questi succedenti,

che prezzon più l'onor ch'altro tesoro,

fieri ed arditi, animosi e valenti.

A dir chi son que' tre fie buon m'induca:

de' Medici Gerozzo e 'l Vespa e Luca.

Que' quatro arditi e animosi e fieri,

che son sotto a que' tre, mi paion questi:

Pier Nero e 'l Manza, Stoldo e Ulivieri,

giucator atti, sperti, cauti e desti.

E 'ntanto un della parte del quartieri

avia la palla e vien con passi presti

e dice: «Tòla!». E da cinquanta braccia

le diè un colpo, e poi innanzi si caccia.

I' non ti dico per particulare

el suon che fanno nel cominciamento,

come la gente s'usa rassettare

veggendo che le parti danno drento:

duo trombe per quartier uson sonare

e duo pel prato: ha quatro e paion cento.

Con grida e suon quel giuoco s'incomincia,

par che sozopra vada la provincia.

Francia Mucin fu quel che l'ebbe dato

un colpo in modo che la palla scese

dove Stoldo era, che attento è parato

per al bisogno dare; e quella prese,

e dieci passi innanzi s'è cacciato,

correndo forte colle braccia stese,

e dielle un colpo, ma 'l Cruscoso corre

e 'n alto salta e 'l colpo non può storre.

La palla alzò, che parve una saetta;

inverso quella è mosso Gherardino

con empita tempesta, rabia e fretta.

E quella prese allotta Pagolino,

ch'assembra un cerbio; adosso se le getta

e fecegliel cader, sì che 'l Mancino

le diè un colpo, ché è di furia caldo.

ond'ella venne in man del Buccicaldo.

E, com'egli ebbe quella, si fa in sùe,

correndo forte, e vuolla palleggiare,

ma una siepe avea di cento o piùe,

che 'n nessun modo non la può scampare.

Francia Ugolin dicea: «Or che fai tue?

Deh, dalle! tu c'hai, vuoi pericolare?

Deh, dimmi la cagion che tanto peni!»

Ser Noce in quella gli abracciò le reni.

E una scossa in atto mumentano,

per passare oltre, al Buccicaldo diè,

e, non potendo presto, un colpo invano

le gira e dice: «O Anteo, dove se'?»

Anteo si volse e sì la prese in mano,

tempo gli par d'adoperare il piè,

e dielle un calcio e non la prese bene,

sì che la palla ov'è la Chiara viene;

la quale en punto e con atto manesco

si fece innanzi e vollela pigliare,

e de' Mucin vi comparì Francesco

e 'n una giunta cominciò a urtare,

e fegli far tomolo schiavonesco;

non parve tempo al Moran d'indugiare

e fecesi oltre per dare alla palla,

ma Giotto il pinse in modo che la falla.

Pier Brucioli, che l'animo ercoleo

avea, le gira un calcio a più potere:

la palla s'alzò su, sì che Matteo

vi misse il braccio e fella ricadere

dov'è la Chiara; ma 'n un soffio Meo

la spinge e falla alla terra ghiacere;

e alla palla corse Anton Sapiti

e dielle un colpo ov'è Stoldo Altoviti.

Presela Stoldo, sendo codïato

com'una golpe in mezzo di più cani,

che dietro, innanzi, in uno e 'n altro lato

corria per iscampar delle lor mani;

simile a Stoldo Altoviti è 'ncontrato,

in atti, gesti 'nusitati e strani,

e con più giuochi e modi di più sorte

trapassò quegli e dielle un colpo forte.

Il calcio fu terribile e feroce,

ma sanza balzo la prese lo Sghera.

«Fatti 'n su! fatti 'n su!» ad una boce

gridava del quartier tutta la schiera;

ma Amerigo, Pagolo e ser Noce,

ciascun di lor presso alle spalle gli era,

e a lui incontro venìa molta gente,

onde e' le diè col piè subitamente.

Di qualità fu il calcio, ch'ella venne

dov'era il Manza, e, quasi in un baleno,

la prese in mano e palleggiandola venne

e dielle un calcio al misero e sereno;

ma Francesco Ugolin metteva penne,

e, gittatosi innanzi a sciolto freno,

e' dielle un calcio di gran maraviglia,

onde Ulivier sanza balzo la piglia.

«Fatti 'n giù, Ulivier! vien giù! vien, vieni!»

diceva il Manza e fecegli far lato.

«Tien colui! sconcia quel! quell'altro tieni!»

vi si gridava, e Meo gli era dallato

e abracciollo e più crolli e baleni

fece. Ulivieri è quasi che cascato,

e la palla lasciò sopra 'l sentiero;

al primo balzo la prese Pier Nero.

Allora avien che Francesco Mucini

l'abracciò sì che Pier quella abandona,

e, 'nnanzi fatto, Giovanni Petrini

le diè un calcio, e 'l Riccio la risuona.

Ser Noce e Amerigo lì vicini

ciascun di lor si solecita e sprona,

ma Amerigo, baldanzoso e fiero

le diè un calcio, dov'è del Bruciol Piero.

Tre corron giù, e Pier diceva: «Tiegli!»,

e fé col piè un certo lachezino;

po' la riprese e missesi infra quegli,

e dielle un calcio ornato e pellegrino.

Pagol l'aspetta e Giotto Manovegli

lo sconcia, e 'n medïante Gherardino

correva per averla e giunse tardi:

prima di lui l'ebbe Matteo de' Bardi.

Gridavan: «Tien, Matteo!». E 'mmantanente

corre il Cruscoso, c'ha mirabil lena,

per lui pigliar, ma Matteo, intendente,

lasciò la palla e giucava di stiena;

po' la riprese al calcio succedente

e, trascorrendo, un gran calcio le mena,

credendo trapassare ogni confino;

e ratto e presto l'ebbe Iacopino.

Tutto fu un pigliar, ch'ell'ebbe dato

un colpo; ov'è Anteo la palla caccia.

Anteo la prese, e 'l Moran gli era allato:

'n in voltar d'occhio alle rene gli abraccia;

e' la lasciò, e poi, come 'nfocato,

le gira un calcio; e la Chiara s'avaccia

per darle un colpo; el Riccio non s'infigne

e urta lei, e 'l Mancin lo sospigne.

Quivi s'adoperava ogni argomento:

chi le dà, chi rimbecca e chi rovina,

e chi pelle picchiate pare spento,

chi corre forte e chi lento camina,

chi dà pettate e chi le gira al vento,

chi 'n alto salta e chi 'n basso si china,

e chi di far rovinar un procaccia,

chi grida, chi bestemia e chi minaccia.

Nel darla e rimbeccarla presa l'ha

Pier Brucioli e un calcio le girò,

onde Ulivier Sapiti oltre si fa

e con un sopramman la rimbeccò.

Lo Sghera furïoso a quella va

e darle vuol, ma 'l Moran l'abracciò;

suggiunse Anteo, ch'un gran calcio le diè:

per fin dov'era il Vespa andar la fé.

Presa in man l'ebbe il Vespa sopra detto

e dielle un calcio; allotta Pagolino

la prese, e 'l Riccio l'urta a suo dispetto.

E de' Petrin vi corse Giovannino

per darle, e fu tenuto, e in effetto

le diè ov'era Luca di ser Martino,

qual, fattosi oltre, in un alzar di ciglia

le diè un colpo, onde 'l Moran la piglia.

Presa che l'ebbe, e' corre com'un vento

per passar giù; Anton Sapiti il tenne.

Mosso Gerozzo e cacciatosi dentro,

e' corre e 'nverso della palla venne;

lo Sghera, che istà in orecchi attento,

dielle un calcio magnifico e solenne:

la palla per gran lena non ristiè,

toccò la chiesa e gridovisi: - Ell'è! -

Que' del quartier, per vettoria e corona

della passata caccia, fanno festa;

ogni stormento armonezzante suona,

el dolor ghiace e 'legrezza si desta,

e 'l giubilo fra lor frumina e truona,

e ogn'infimo vil rizza la cresta

e gli altri con tranquillo e lieto core,

veggendo che lor parte è vincitore.

Istanze, piani e monti cercherete

e mari e fiumi e tutte l'onde loro,

e a ciascun di lor vi scuserete,

isconosciute da quel verde alloro.

A que' che vi dimandon voi direte,

scusando me, che ne' versi son soro,

qual ogni sano ingegno cerca e brama

e lascia dopo morte sì gran fama.