IV

By Giovanni di Iacopo Pigli

O Fortuna crudel, che puoi più fare?

O Fortuna, nimica di me solo,

deh, perché non mi involo

dagli occhi di ciascun che ha allegrezza,

poi che nel mondo io son nato, solo

per sempre mai dover tormentare

e per dover provare

tutte tue forze con feroce asprezza?

Non ti indugiar, per dio, ma con prestezza

menami a morte, e sarò fuor di pena;

ma tu vuoi prima avanti il mio morire

il gran corso finire

di tua possanza e pungermi ogni vena

di ciascun caso che dar puoi al mondo,

sanza farmi gustar d'alcun secondo.

O Fortuna perversa, non tardare

di farmiti, ché puoi, esser fedele,

e lascia del tuo fele,

ché troppo n'ho gustato, com'è scorto!

E a me volgi un poco le tue vele

con prosper vento, ché lo incominciare

non vorrebe indugiare,

però ch'i' sono quasi giunto al porto

del mio finire sanza alcun conforto,

se già tu non mel dai, che non lo aspetto,

perché ogni giorno vo di male in peggio.

Ond'io la morte chieggio

per grieve duol ch'i' sento dentro al petto;

è essa verso me sdegnosa forte,

perché le piace la mia dura sorte.

O Fortuna malvagia, non volere

aempiere il tuo corso tutto a pieno,

ché l'anima vien meno

per lo grieve dolor, che dentro sente,

e non adoperare il tuo veleno

più contro a me! Deh, abbine calere

e fammiti vedere

non sdegnosa sempre, ma ridente!

O spiatata Fortuna, drizza la mente

ad altra parte omai, se a te piace!

Pensa che in ver di me hai fatto troppo;

più non mi dar d'intoppo.

Io te ne priego: omai rendimi pace!

Se non lo fai, io seguiterò Dido,

quando Enea si partì con grande strido.

O Fortuna maligna, ch'arai fatto

quando sarò privato d'esto mondo?

Io sarò fuor del fondo

della tua rota, a me tanto molesta,

e viverrò in loco più giocondo.

Però con questa vita in alcun atto

teco non si fa patto

che vaglia o tenga, perché in tua podesta

hai il tuo regno e di voltar non resta,

come ti piace, com fan gli altri iddei

del loro, e però in te non vo' sperare;

anzi ben disperare

mi voglio e presto con gridare omei,

e l'almo vada in qual loco gli piace,

da poi che teco i' non posso aver pace.

— Canzon, dritto a Fortuna te n'andrai;

e, se tu le dirai

apertamente, com'io ti dico, il vero,

arà di me merzé, ma non lo spero.