IX

By Pietro Jacopo De Jennaro

Vergogna affrena e gran dolore sprona

la stanca lingua a dir come mi sforza

Amor, che tien quel dentro et io la scorza

di questa miserabil mia persona.

Ma perché so che in ogni parte suona

l'angosciosa mia doglia,

non curo vulgarmente lamentarmi,

mostrando altrui l'inveterata piaga,

non già però ch'al mio soccorso s'armi

nissun, perché virtù mai d'arte maga,

né qual altra si vuoglia,

saldar potrebe sua crudezza immonda,

acerba et impia insino al cor profonda,

Io non so qual fortuna, sorte o fato,

o qual malegna tempestosa stella

vuoi ch'una donna disdegnosa e bella

tenga in poder mia vita a mai mio grato.

quella dal pueril mio primo stato,

con le sue chiome d'oro

e col viso lucente più che 'l sole,

mi punse il cor di speme e di disire.

Era in costumi, in atti et in parole

benegna sì ch'io mal seppi fugire

la face, ov'ardo e moro,

senza trovar giamai nulla mersede

a la mia tanta inextimabil fede.

Lasso, che poi un aspido divenne

al mio pregare, ond'io multiplicando

l'alta speranza, ebi da sperne bando

tal che volai com'ucel senza penne.

con altrimente a me dogliuso avenne

ch'al misero Fetonte,

che tellus disdignò per troppo ardire;

cieco chi non discerne que' ch'è chiaro,

volendo alzarsi ove non può saglire!

Sì ch'a mie spese altrui piangendo imparo,

portando scritto al fronte

come senz'alma amando vive un core

e come un corpo non morendo more.

Ben mille volte Amor tiranno et agro

promise pace a la mia cruda guerra,

nanzi ch'io fusse tanto messo in terra

e tanto dentro al fuoco, ond'io mi flagro.

Po' che fui transformato in Menelagro,

non gli calse el mio male,

anzi pensò e pensa arder mio legno;

cui pregando mai truovo mersede,

né so pensar chi mi nde può far degno,

se non colei la qual amo con fede,

Bianca, donna immortale,

sagia, legiadra, onesta, alma e severa,

che sola al mondo degnamente impera.

Lei nulla extima quel che vede e sente

della mia vita abandonata e sola,

sì che col vento invio ogni parola,

chiamando el nome ch'al mio mal consente.

Amor n'incolpo, che vie più possente

mostrossi nel mio assalto

che Jove contro a Campaneo a Tebe,

el falzo, lusinghier, malvagio e crudo,

che solo lui questa mia sorte crebe,

ond'io rimango di soccorso ignudo,

amando un cor di smalto,

selvagio, fugitivo, a me fallace,

da cui non spero in vita aver mai pace.

Canzon, tu dir porai per ogni loco,

essendo domandata,

che quel ch'io scrivo, a mia ardente fiamma,

è como a libra comparando dramma.