IX
Limpido rivo, onor del patrio colle,
che dolce mormorando per la via
lo stanco ed arso passeggiero inviti,
è gran tempo, lo sai, che su l'erbetta
del tuo bel margo a riposar non vengo,
e d'accanto ti passo frettoloso,
né mi sovviene di pur darti un guardo.
Scusa l'error, amabil rio, perdona
l'involontaria scortesia. Se noto
l'orror ti fosse di mio stato, e quali
ravvolgo in mente atri pensieri, e quanta
guerra nel petto, orrenda guerra, io porto,
certo t'udrei su l'alta mia sventura
gemer pietoso e andar più roco al mare.
Ma ben crudo se' tu, che i segni ancora
serbi di mia felicità perduta.
Perché quei cespi alimentar, che spesso
d'affanni scarco m'accoglieano in grembo,
quando il cor visse solitario, e tocco
d'Amor la face non l'avea pur anco?
Perché riveggio queste piante, e l'ombra
che i miei sonni coperse? E tu soave
aura d'april, perché sì dolce intorno
batti le piume e mi carezzi il volto?
Fuggi e le gote a lusingar ten vola
non bagnate di pianto. Ah! fuggi, e queste,
che mi rigan la guancia, ultime stille
non asciugarmi, e in libertà le lascia
cader nell'onda che mi scorre al piede.