IX

By Vincenzo Monti

Limpido rivo, onor del patrio colle,

che dolce mormorando per la via

lo stanco ed arso passeggiero inviti,

è gran tempo, lo sai, che su l'erbetta

del tuo bel margo a riposar non vengo,

e d'accanto ti passo frettoloso,

né mi sovviene di pur darti un guardo.

Scusa l'error, amabil rio, perdona

l'involontaria scortesia. Se noto

l'orror ti fosse di mio stato, e quali

ravvolgo in mente atri pensieri, e quanta

guerra nel petto, orrenda guerra, io porto,

certo t'udrei su l'alta mia sventura

gemer pietoso e andar più roco al mare.

Ma ben crudo se' tu, che i segni ancora

serbi di mia felicità perduta.

Perché quei cespi alimentar, che spesso

d'affanni scarco m'accoglieano in grembo,

quando il cor visse solitario, e tocco

d'Amor la face non l'avea pur anco?

Perché riveggio queste piante, e l'ombra

che i miei sonni coperse? E tu soave

aura d'april, perché sì dolce intorno

batti le piume e mi carezzi il volto?

Fuggi e le gote a lusingar ten vola

non bagnate di pianto. Ah! fuggi, e queste,

che mi rigan la guancia, ultime stille

non asciugarmi, e in libertà le lascia

cader nell'onda che mi scorre al piede.