IX
Benché si dica nel volgar parlare:
«Chi vuole amici, in pochi faccia pruova»,
quest'è perché si truova
rado che dir si possa vero amico.
Ma pur m'ingegnerò di dichiarare,
posto ch'a ciò presunzïon mi muova,
in questa opera nuova,
per lingua d'aütor moderno e antico.
Pognàn ch'io so che tra i datteri il fico
sarà il mio frutto, ma pur come araldo
sempre voglio esser caldo
in fatto e 'n detto e in ogn'atto gentile,
e cordiale nimico a cosa vile.
Così come del greco fu Omero,
sol simil è Virgilio nel latino;
e Dante fiorentino
nobilitò questo nostro idïoma.
Boccaccio in prosa ed in rima sincero,
e ser Brunetto fulgente rubino,
Guido e Guido, ognun fino,
e Fazio, almen 'n quel che trattò di Roma,
Bindo Bonichi, che moral si noma,
Petrarca, l'Aretino e 'l Salutato
e molti hanno trattato,
oltre al greco e latino, in bel volgare:
or vedi a che speranza io posso stare.
Comincio a Tulio, che altri, né io il niego,
dice non vuol dire altro l'amicizia
che con fé püerizia
amar l'un l'altro a utile ed onore;
e, come il verso suo dice «alter ego»
esser l'un quel ch'è l'altro sanza vizia
in dolcezza e in tristizia
ma' non partir ,
tal dice amico che mostra di fore
amistà, sol per trarre alle sue gueffe,
questo è amico da beffe;
ma di Scipio e di Lelio chiar dispone.
E qui finisco il dir di Cicerone.
Ancor cel mostra bene il Mantovano
di Niso ed Urïàl l'amistà vera,
che, con fede sincera,
usciron d'Alba per trovar Enea;
e 'l savio acuto buon Quintilïano
anche ci mostra una bella matera,
che, dentro a Roma altera,
un pover con un ricco amistà avea;
scadde che 'l ricco i pirrati il prendea,
e 'l padre non lo riscotendo, e collerici
il vendero a' carnefici.
E 'l pover partì presto e ritrovollo;
morì in suo scambio e da morte campollo.
E Massimo Valerio in libro quarto
discrive l'amistà di Gracco in Roma.
e più oltre ci noma
di Volunnio, Lucullo e Marco Antonio,
Servio, Terrenzio e Decio Bruto: parto
da' sopradetti, e vegno a maggior soma.
Pittagora ci noma
Damone e Pizia, e qui si mette il conio,
ché Dïonisio, peggio ch'un demonio,
chiese esser terzo di sì gran tesoro.
D'altri assai che costoro
potria cantar, ma qui sia presuposto
che quel che ne tengh'io dir son disposto.
Io dico che noi siàn di carne e d'ossa
e fragili, voltando come foglia,
come ne vien la voglia,
per voluntate e quando per disdegno;
e l'ira toglie alla virtù la possa,
e convertesi in vizio per più doglia,
e l'amicizia spoglia,
e quest'è l'odio ch'è del cielo indegno.
Sempre fu il mondo di viziosi pregno.
Guarda Dario, Allessandro in testo vecchio;
nel nuovo sia tuo specchio:
Erode con Pilato eran nimici,
per mandarsi Gesù si fêro amici.
Dunque, po' ch'ella vien per elezione.
quant'ella più si fa ferma e costante,
da non esser fallante,
la più vera dirotti sanza dubbio.
Il sommo Iddio ha questa condizione:
che di tutti i suoi amici è ver amante,
in ponente e levante
gli scampa, in Nilo, in mare ed in Danubio;
alfin gli avolge al suo celeste subio,
dove in eterno si vive in diletto.
Io conchiudo in efetto
che l'amicizia di Dio sie perfetta,
né mai fallace; sì, ogn'altra setta.
— Io credo aver dimostro assai aperto
in pochi versi quel che si propone,
non con openïone
d'avere il palio (questo ti ramenti),
ma per esser del numer de' correnti.