IX
Cesare pria che l'importuna Parca
troncasse acerba l'honorato stame,
ond'ei del tutto poi restò Monarca,
l'ingorda sete sua, l'ingorda fame
per satiar del gran Pompeo le voglie
seco unir volse e fu stretto il legame,
che Giulia figlia sua gli die' per moglie,
bella cortese e di maniere accorte
qual Dea vestita di terrene spoglie;
ma destinata havendo iniqua sorte
Roma solo a i travagli, a l'onte, a i danni,
nel suo primo fiorir la spense morte.
Onde Venere involta in gravi affanni
sul carro a i bianchi augei fe' con prestezza
spiegar dal suo bel nido in Papho i vanni.
E tosto giunta a la suprema altezza
d'Olimpo, a Giove andò, né potea pianto
né duol scemar sua gratia e sua bellezza.
E del gran Padre a i pie' tacita alquanto
rimase, che la voce e la favella
l'era interrotta dal singulto in tanto.
Ma Giove, che languir l'amata e bella
sua figlia vede in sì gran doglia involta
gli occhi asciugò con tenerezza a quella,
e poi che l'hebbe con fatica molta
racconsolata alquanto, e sopra il ciglio
basciata e in bocca anchor più d'una volta,
e ch'ella per vergogna d'un vermiglio
color consperse quel candido viso,
forza del cieco e faretrato figlio,
così parlò col guardo in terra fiso:
“Padre eterno, che il Ciel governi e il mondo
sopra il gran throno in maiestate assiso,
quando fia che spiegando Apollo il biondo
crine, sul carro di rubini e d'oro
meni un giorno per me lieto e giocondo?
Quando fia mai ch'io trovi alcun ristoro
di tanti affanni, e pur tua figlia e sono
Diva immortal del sommo eterno choro?
Quella, cui, Padre già facesti dono
d'ogni gratia e virtute e in cui chiudesti
ciò che in terra trovar si può di buono,
colei, che il mondo ornò già di celesti
costumi, come pianta svelta in herba
da grandine, o da venti aspri e funesti,
ne la sua più fiorita etate acerba
con tanto mio dolor pur dianzi ha spenta
morte, via più che mai cruda e superba.
Questa è sola cagion che mai contenta
più non sarò, ma sempre, ohimè, vedrai
a lamentarsi la tua figlia intenta”.
E così detto, da i lucenti rai
sì largo fonte le cadea nel seno
ch'altra parola non potea dir mai.
Questo veduto il sommo Padre, pieno
di pietà disse: “O figlia hor ti conforta
e torna il viso tuo chiaro e sereno,
poi che colei, che ogniun cred'esser morta,
è viva e tornar' anco in terra deve
di qui a gran tempo, ma per altra porta.
Né ciò ti paia, o dolce figlia, greve,
ch'esser dovendo Roma crudelmente
da i cittadini suoi percossa in breve,
la bella figlia tua sendo innocente
riposta in Cielo habbiam, dove mai cosa
che la possa annoiar non vede o sente.
Fra gigli e rose in tanto si riposa,
e d'ambrosia e di nettare si pasce,
dolce vita menando e gloriosa.
Quando poi tempo fia, come si nasce
per gli altri, nascerà questa tua figlia
di nuovo e fia di nuovo avvolta in fasce.
Così la terra non vedrà vermiglia
del sangue di suo padre e del marito
de la cui gran follia già si bisbiglia.
Né risonare ogni campagna e lito
d'arme, né d'alte strida e di querele
sarà da lei per tutto il mondo udito.
Né del mar l'onda biancheggiar di vele,
né cangiata vedrà farsi sanguigna
da quel furor sì cieco e sì crudele.
Ma poi che in tutto la stagion maligna
sarà cessata e ristorato il danno
da stella favorevole e benigna,
il che sarà dopo il centesim'anno
sedeci volte a punto, al mondo alhora
rimanderolla da quest'alto scanno.
E s'hor per l'alta sua beltà l'honora
il Ciel, che farà poi dunque la terra
vista lei di color vincer l'Aurora?
Né Roma più, ma quella nobil terra
l'havrà, che dotta a tutte l'altre insegna,
e che tra il Rheno e Savena si serra.
Questa fra tante sol giudico degna
del sembiante real, de i bei costumi
e del sovran valor che in Giulia regna.
Non più fia il Tebro sopra gli altri fiumi,
ma il Rhen, che giù da l'Appenin descende
di Phebo incontra a i matuttini lumi”.
La bella Dea, che del gran Padre intende
l'impromesse, gioisce, e con diletto
tra sé letitia e meraviglia prende.
Onde rivolto quel benigno aspetto
a Giove disse: “O Padre, intenta e queta
son stata ad ascoltar ciò che m'hai detto,
e mi parto da te contenta e lieta,
ma pure un dubbio sol di nuove some
mi aggrava il cor, che in tutto non s'acqueta.
Tornar deve al suo tempo Giulia, come
pur dianzi hai detto, in quell'alma cittade,
che il ben come ne i fatti, anco ha nel nome.
Ma dimmi, o Padre eterno, a quella etade
chi degno sposo di tal donna fia
per virtù rara al mondo e per beltade?”
Giove soggiunse alhor, ma stette pria
tutto sospeso: “Questo è un gran mistero,
che sta sol chiuso ne la mente mia.
Pur dirò questo, o figlia: un cavaliero
saggio, accorto, gentile e valoroso
per opre illustri e per gran nome altero
di questa Diva fia secondo sposo,
con la qual, senza haver mai noia o sdegno
gran tempo viverà sempre in riposo.
Perch'io non sia per darle impero o regno
com'ella merta, a voi saper non lice,
che tal secreto in me solo ritegno.
Basta che Giulia tua sarà felice,
e come oriental candida perla
fia rara al mondo o qual sola Phenice.
Da lunge veniran sol per vederla
genti straniere e per fatal destino
ciascun veduta bramerà d'haverla.
Da lei partir vedrassi a capo chino
hor questi, hor quel d'acuto stral percosso,
perc'huom bramar non de' quel ch'è divino.
Ma che dirò di me, ch'unqua non posso
mirar lei nuova Cinthia e nuovo sole,
senza in un punto farmi e bianco e rosso”.
Sorrise per quest'ultime parole
Venere alquanto e colma di speranza
col crin di rose adorno e di viole
tornò sul carro a la sua dolce stanza.