IX

By Francesco Bolognetti

Cesare pria che l'importuna Parca

troncasse acerba l'honorato stame,

ond'ei del tutto poi restò Monarca,

l'ingorda sete sua, l'ingorda fame

per satiar del gran Pompeo le voglie

seco unir volse e fu stretto il legame,

che Giulia figlia sua gli die' per moglie,

bella cortese e di maniere accorte

qual Dea vestita di terrene spoglie;

ma destinata havendo iniqua sorte

Roma solo a i travagli, a l'onte, a i danni,

nel suo primo fiorir la spense morte.

Onde Venere involta in gravi affanni

sul carro a i bianchi augei fe' con prestezza

spiegar dal suo bel nido in Papho i vanni.

E tosto giunta a la suprema altezza

d'Olimpo, a Giove andò, né potea pianto

né duol scemar sua gratia e sua bellezza.

E del gran Padre a i pie' tacita alquanto

rimase, che la voce e la favella

l'era interrotta dal singulto in tanto.

Ma Giove, che languir l'amata e bella

sua figlia vede in sì gran doglia involta

gli occhi asciugò con tenerezza a quella,

e poi che l'hebbe con fatica molta

racconsolata alquanto, e sopra il ciglio

basciata e in bocca anchor più d'una volta,

e ch'ella per vergogna d'un vermiglio

color consperse quel candido viso,

forza del cieco e faretrato figlio,

così parlò col guardo in terra fiso:

“Padre eterno, che il Ciel governi e il mondo

sopra il gran throno in maiestate assiso,

quando fia che spiegando Apollo il biondo

crine, sul carro di rubini e d'oro

meni un giorno per me lieto e giocondo?

Quando fia mai ch'io trovi alcun ristoro

di tanti affanni, e pur tua figlia e sono

Diva immortal del sommo eterno choro?

Quella, cui, Padre già facesti dono

d'ogni gratia e virtute e in cui chiudesti

ciò che in terra trovar si può di buono,

colei, che il mondo ornò già di celesti

costumi, come pianta svelta in herba

da grandine, o da venti aspri e funesti,

ne la sua più fiorita etate acerba

con tanto mio dolor pur dianzi ha spenta

morte, via più che mai cruda e superba.

Questa è sola cagion che mai contenta

più non sarò, ma sempre, ohimè, vedrai

a lamentarsi la tua figlia intenta”.

E così detto, da i lucenti rai

sì largo fonte le cadea nel seno

ch'altra parola non potea dir mai.

Questo veduto il sommo Padre, pieno

di pietà disse: “O figlia hor ti conforta

e torna il viso tuo chiaro e sereno,

poi che colei, che ogniun cred'esser morta,

è viva e tornar' anco in terra deve

di qui a gran tempo, ma per altra porta.

Né ciò ti paia, o dolce figlia, greve,

ch'esser dovendo Roma crudelmente

da i cittadini suoi percossa in breve,

la bella figlia tua sendo innocente

riposta in Cielo habbiam, dove mai cosa

che la possa annoiar non vede o sente.

Fra gigli e rose in tanto si riposa,

e d'ambrosia e di nettare si pasce,

dolce vita menando e gloriosa.

Quando poi tempo fia, come si nasce

per gli altri, nascerà questa tua figlia

di nuovo e fia di nuovo avvolta in fasce.

Così la terra non vedrà vermiglia

del sangue di suo padre e del marito

de la cui gran follia già si bisbiglia.

Né risonare ogni campagna e lito

d'arme, né d'alte strida e di querele

sarà da lei per tutto il mondo udito.

Né del mar l'onda biancheggiar di vele,

né cangiata vedrà farsi sanguigna

da quel furor sì cieco e sì crudele.

Ma poi che in tutto la stagion maligna

sarà cessata e ristorato il danno

da stella favorevole e benigna,

il che sarà dopo il centesim'anno

sedeci volte a punto, al mondo alhora

rimanderolla da quest'alto scanno.

E s'hor per l'alta sua beltà l'honora

il Ciel, che farà poi dunque la terra

vista lei di color vincer l'Aurora?

Né Roma più, ma quella nobil terra

l'havrà, che dotta a tutte l'altre insegna,

e che tra il Rheno e Savena si serra.

Questa fra tante sol giudico degna

del sembiante real, de i bei costumi

e del sovran valor che in Giulia regna.

Non più fia il Tebro sopra gli altri fiumi,

ma il Rhen, che giù da l'Appenin descende

di Phebo incontra a i matuttini lumi”.

La bella Dea, che del gran Padre intende

l'impromesse, gioisce, e con diletto

tra sé letitia e meraviglia prende.

Onde rivolto quel benigno aspetto

a Giove disse: “O Padre, intenta e queta

son stata ad ascoltar ciò che m'hai detto,

e mi parto da te contenta e lieta,

ma pure un dubbio sol di nuove some

mi aggrava il cor, che in tutto non s'acqueta.

Tornar deve al suo tempo Giulia, come

pur dianzi hai detto, in quell'alma cittade,

che il ben come ne i fatti, anco ha nel nome.

Ma dimmi, o Padre eterno, a quella etade

chi degno sposo di tal donna fia

per virtù rara al mondo e per beltade?”

Giove soggiunse alhor, ma stette pria

tutto sospeso: “Questo è un gran mistero,

che sta sol chiuso ne la mente mia.

Pur dirò questo, o figlia: un cavaliero

saggio, accorto, gentile e valoroso

per opre illustri e per gran nome altero

di questa Diva fia secondo sposo,

con la qual, senza haver mai noia o sdegno

gran tempo viverà sempre in riposo.

Perch'io non sia per darle impero o regno

com'ella merta, a voi saper non lice,

che tal secreto in me solo ritegno.

Basta che Giulia tua sarà felice,

e come oriental candida perla

fia rara al mondo o qual sola Phenice.

Da lunge veniran sol per vederla

genti straniere e per fatal destino

ciascun veduta bramerà d'haverla.

Da lei partir vedrassi a capo chino

hor questi, hor quel d'acuto stral percosso,

perc'huom bramar non de' quel ch'è divino.

Ma che dirò di me, ch'unqua non posso

mirar lei nuova Cinthia e nuovo sole,

senza in un punto farmi e bianco e rosso”.

Sorrise per quest'ultime parole

Venere alquanto e colma di speranza

col crin di rose adorno e di viole

tornò sul carro a la sua dolce stanza.