IX
A me convien seguire a questa via
e racontar tutto c'ho trovato
per voler contentar la voglia mia.
In sulla riva quivi d'un gran prato
si son più ferri, ch'è d'ogni man sorta,
da navi e da galie quivi è trovato
ch'è in questo prato lungo sanza scorta,
ove si pruova balestre e bombarde,
per veder di ciascun quant'ella pòrta.
A mezo questo prato, ché non arda,
v'è una torre tutta fatta in volta,
come una forteza che si guarda,
ove la polvere è tutta racolta,
delle bombard'è sì gran quantitade
e ben serrata sì che non sia tolta.
Di questa polver per le lor cittade
si vien mandata per guardar forteze
de' lor castelli e per altre contrade.
I' vo' che 'n questo tu pigli alegreze
udir di questa com'ell'è salvata,
perch'a nessuno non faccia grameze:
è questa polvere tutta serrata
intro barili piccoletti e grandi
e dassi come acade a la giornata;
sì ben' è aconcia che niente si spandi
e guardasi sì ben non v'entri fuoco,
perché farebe di stranie vivandi.
I' non voglio più stare in questo luoco,
ma i' ti vo' contar cosa più strana,
che a udirlo non ti parrà giuoco:
èvi una casa, si chiama la Tana,
ch'è di lungheza ben trecento braccia
sott'un coverto, e tutta fatta piana;
in questa casa no·vo' che ti spiaccia
che tutto il canovo vien d'ogni parte
di ciaschedun tutto quivi si caccia.
Èvi maestri che fanno quest'arte,
che van cernendo el buon dal cativo,
e quel ch'è buono e' metton disparte;
el buono è tolto e l'altro sì è privo
di questa casa e dassi a lavorare
alle botteghe, come avanti scrivo.
Or ti vo' dire quel che è da fare
di questo canovo ch'i' t'ho nomato,
che tutto quanto si fa pettinare.
E po' che l'hanno così pettinato,
sonvi maestri che fano filare
da più fanciulli che portano a lato
un mulinello, e quel fano girare
e van di lungo una balestrata,
tanto quant'el mulino può portare.
Di così fatti v'è sì gran brigata
che fan con questi un sì gran romore,
e tutti quanti lavora a giornata.
Sonvi più altri ch'è d'età magiore:
chi naspa el filo e chi tòrce corde
d'ogni maniera, chi grande e minore;
lor maesteri non son cose lorde,
ché v'è chi fa tortize e chi prodesi,
chi alcuna volta le lor man' si morde.
Queste non vanno in istrani paesi,
ma tutte son per fornir lor navili,
sicché d'inganno e' non siano ofesi.
D'ogni ragion che vuo', grosse o sotili,
che sono lavorate in questa ca',
convien che per segnale abi duo fili
rossi, perché si conosca la bontà,
acciò sia certi ch'è ben lavorato,
meglio che 'n altro luogo non si fa.
Assai di questa casa t'ho contato
la condizione del suo lavorare,
ma ogni cosa non t'ho nominato:
e' v'è si grande el romore e 'l gridare
che fanno e putti e gli altri lavoranti
nel torcer sartie, tortize e filare,
che a volerli dire tutti quanti
non basterebe di carte un quaderno,
ché son più non ti dico altretanti.
D'ogni stagione, o di state o di verno,
vi si lavora tanto fortemente
che ti parebe esser ne l'inferno.
E tutto e·lavorar di questa gente
vien meritato ogni settimana
da que' signori che vi son presente
a questo uficio de ca' della Tana,
e qua' son posti per la Signoria,
c'hanno a pagar questa gente villana:
al far ragion con questi è ricadia,
perché son grossi di senno e di mente
e sempre el lor parlare è villania.
I' vo' lasciare el dir di questa gente
e vo' tornare ad altra fantasia,
per racontarti quel c'ho nella mente:
la gran possanza c'ha la Signoria
è quel ch'ella possiede nel terreno,
che ha 'cquistato con suo vigoria.
E se llo mio intelletto non vien meno,
vo' cominciare a dir del Bergamasco,
ché han quella città, com'or direno,
co·molte valli, se nel dir non casco,
le qual' son piene di forteze e gente
che tti parè a ber d'un novo fiasco.
E po' più oltre v'è similemente
Brescia e 'l Bresciano, di tanta possanza
ch'a dir le suo castelle no·ll'ho a mente.
E anche a dirti più cose m'avanza:
e' son signori di sé e del lago,
di Valcamonca, sanza dubitanza.
Non v'è rimaso el valere d'un ago
en tutto quel paese ch'i' t'ho detto
che non sia di Vinegia, s'i' non smago;
e quel ch'i' dico metti per effetto:
e' son signor' della montagna e 'l piano,
d'ogni forteza e case ch'abi tetto,
di tutto quanto el pian del Bresciano
e di Palazüol, 've si passa Oglio,
insino in sul terren del Mantovano.
E a dirti più oltre ancora i' voglio
di quel che tengon co·la mente piana,
a non volerti dir quel ch'i' non soglio.
E' son signor' di tutta Gardigiana,
intorno intorno quanto el lago gira,
d'ogni forteza, che niuna si strana.
Ancor per dirti la voglia mi tira:
e' son signori di Luna e Pescara,
che fanno al Mantovano una grand'ira,
perch'egli avea tal signoria ben cara,
perché son dentro intro 'l suo paese,
sì che per questo suo voglia è amara.
E anche son signor' sanza contese
di sì nobil città com'è Verona
con tutto el tenitor del veronese.
E anche a dirti mia mente risuona
per non tenere a mia voglia credenza
e vol manifestare a ogni persona:
tengon costor la città di Vicenza
sotto lor signoria e lor dimino
sanza far loro altra vïolenza;
e anche tengon tutto el Vigentino
quanto ch'egli è lungo da ogni mano,
che non vi manca el valor d'un quatrino;
di Padoa la città e 'l Padovano:
hanno costoro acquistato tal terra
co·lor possanza e colle spade in mano.
E se lla mente mia qui non erra,
son più castelle forti, con più passi,
che hanno vinto per forza di guerra.
E ora e Padovan' son tutti grassi
di grand'avere, po' che fûr soggetti
a' Viniziani, ché prima eran lassi
da quel da Carara, che molti stretti
e' gli teneva, di danar' sì munti
che non vestivan che giorne' e farsetti:
sì ch'a buon porto e' son or sì giunti
che veston panni di seta e di lana,
ch'alle lor borse non son or sì punti.
Or mi convien dirti di Trevigiana,
la gran belleza di ville e castelli
c'hanno in montagna e in campagna piana.
Per tutto el mondo par che si favelli
com'è gentile e com'è grazïoso
questa città di Trevigi; e con elli
han Feltre e Cividal tutto gioioso,
e Seravalle e Coniglian con esso,
con più castelli che qui non ti chioso.
In monti e in piani sì v'è molti spesso
ville e castel' nella Val di Marino:
èvi Filetto, che par molto presso
ai Todeschi, perc'ha sì buon vino
che spesso fa parer lor ochio guercio,
quando s'abattono a questo camino.
Passa la Piave e vanne a Dovedercio
e alla Motta e a Portogruaro,
benché 'l camino di verno sia lercio.
A dir dell'altre mi sarà ben caro,
s'i' le sapessi racontare uguale
e di nomarle no·ne saria avaro;
ma pure i' ti dirò di Cividale,
e di Sizille e di Polcennigo
e di Vincione, che più di quel vale.
Di Spilimbergo a dirti non mi infingo
e più castelli, ch'è in monte e in piano,
che sono in Friuli, ch'i' non ti distingo,
ché n'è signori que' da Sovrignano,
ma son soggetti a questa Signoria:
perch'i' li conti non ti paia strano,
e no·ll'abin per male e 'n villania
que' castellan' che per improntitudine
gli han da costoro per lor cortesia.
Tutte castelle che sono sott'Udine
e di Marano e anche d'Aquilea
regge Vinegia con solecitudine,
benché tra questi sia più gente rea,
che son fedeli ancor del patrïarca,
ch'a lor malgrado l'ubidenza déa
a' Viniziani, ché ciascun travarca
di possanza e d'onore e di clemenza:
sicché convien che lor voglia sia carca
a dare a' Viniziani l'ubidenza
di tutto el tenitor ch'è de' Frullani
di qua da Piave e di là da Livenza.
O vuogli in valle o in monte o in piani
costor dominan tutto el tenitoro
di quel paese, benché e' siano strani;
ma sson trattati sì ben da costoro
perché non hano mai niuna graveza
nelle persone o in argento o in oro.
È quel paese di tanta grasseza
di tutte cose che tu sa' contare
ch'a pur pensarlo n'ho un'alegreza,
qual' si convengon tutte consumare
dentro in Vinegia, per aver danari,
perché tra lor non arebon che fare.
Sono e Furlani di natura avari
e d'intelletto grossi nella vista,
e di lor fatti più non dirò guari.
E vôti dire or di Cavo d'Istria,
ched è una città in sulla marina,
ed èvi Omago che con lei s'è mista:
con tutto el tenitoro ella rovina;
questi si son sugetti a ubidire
a' Viniziani, come si diclina.
E po' più oltre mi convien salire
pure intro l'Istria, a volerti contare:
terre e castelli, tutto ti vo' dire.
Quelle son poste apresso del mare
e hanno porti da molti navili
per le fortune a potersi salvare.
Èvi Piran', che son genti sottili,
Isola e Mugla, che hanno buon' porti,
e Grado, benché non sian sì gentili.
E poi più oltre convien che ti scorti
la via a Parenzo e inverso di Pola
e di Rovigno, sicch'i' ti conforti.
Questa città per antico è sì sola
che v'è di nobiltà tant'anticaglia
che a contarlo saria gran parola.
Perch'io nol dica, deh, non te ne caglia!
ma i' dirò di più scogli e di porti
che son vicini a questa muraglia.
Acciò che lla tuo mente si conforti,
e' v'è un'isoletta non già strana
con una chiesa c'ha più preti acorti,
la qual s'uficia ogni settimana:
chiamasi Sant'Andrea e ha buon porto
e in su la cima ha molta terra piana,
dove costoro hanno fatto un orto
sì bene aconcio, co·lor propria mano,
che a vederlo te daria conforto.
Quivi si fano assai di zafferano,
secondo puo' stimare in su quel sito,
e molti frutti e più vini e grano.
E' mi parebe aver molto falito
se di Rovigno lasciassi el mio dire
e a dir d'esso la mia voglia invito.
Di questo luogo non mi vo' partire
e vôti dire la suo condizione
che ha questo castello, a non fallire.
In sun un sasso è sua abitazione:
tutt'è di pietra viva e molto bello,
con forte mure di belle fazione.
E cittadin' che abitan in ello
della montagna si cavan le piere:
chi le disgrossa e' vivon di quello.
Alcuna volta truovan grandi e 'ntere,
le quai si fano per molte citerne
da trar dell'acque a Vinegia per bere.
Non vo', lettor, che tu creda ch'i' scherne
questo castel per la molta petrina,
perch'a Vinegia più cercan d'averne
er far più lavorii e per calzina
e per serrar palate e conciar porti,
che a dir tutto saria disciprina.
E acciò ch'a dir altro ti conforti,
conviemi inn altro dir che io travarchi
ad altre terre per no·lli far torti.
Qui converà che la mente non manchi
e non si parta dal sito marino,
ch'a seguir oltre la man non si stanchi.
E' mi convien venire a Medolino,
ch'è un castello ch'è pure in sul mare,
non però grande, ma sì picolino.
Più altri luoghi ch'i non so contare
è più castelli che sono infra terra,
che son sotto Vinegia, a non fallare,
c'hanno acquistato per forza di guerra,
perché si dierono agli Genovesi,
che furon con galie in questa serra.
Io non vo' che 'l mio dire più ti pesi
e vo' passare di là da Quarnaro
e lascerò el dir d'esti paesi,
e altre terre troverrò, ma raro,
di più isole che sono abitade
ti vo' contare, ché ti saria ben caro.
La prima è Cherso, c'ha molte masnade
di genti, e di casali è tanto ricca
che lavoran di rasce gran' brigade.
E po' più oltre a Ossero ti ficca
ed Arbi, che tutti fan di tal arte
e a quel lavorar ciascun s'apicca.
E po' più oltre, seguendo le carte
del navicar, che di ciò non ismago,
poco lontano, pure in questa parte,
tu ttroverraï la città di Pago,
la qual sì fa gran quantità di sale
che a' Marchïani a vendere el lago
però ch'a lloro più ducati vale.