IX

By Leon Battista Alberti

Nessun pianeta che possegga il cielo

mai potrà quel che non potette Morte.

Stringonmi e lacci, que' con che mia donna

già priva fe' di libertà mia vita,

quando qua giù ella lustrava il mondo

non men cogli occhi ch'or si faccia il sole.

Ardon le vive fiamme di quel sole,

che spesso mi facea sprezzare il cielo

poi che sì bella cosa vidi al mondo.

Vive el bel viso ancora, quel che Morte

si crese aver privato d'ogni vita

sol per farmi suggetto ad altra donna.

Quello angelico aspecto di mia donna

facea ristar a vagheggiarla il sole,

tanto gli piacque di vederla in vita:

però cercò d'averla seco il cielo.

Ebbela el ciel, ma non patì che Morte

di tal tesoro mai privasse il mondo.

Onde, s'i' cerco e luoghi qui nel mondo,

dove io solea onorare mia donna,

gli veggo ancor risprender, benché Morte

spegnesse que' begli occhi, onde uscì el sole

che scaldò prima me ch'ornasse il cielo,

e vuol nutrir, persin ch'io lasci vita.

Ancora il nome suo trïumpha in vita,

e non è satio di lodarla el mondo.

Son qui tra noi, non son seco nel cielo

li sguardi bei con che potea mie donna

far a gran sera rivenire il sole:

pur questo tôr non ci potette Morte.

Scripto ho nel cuor, persin che venne a morte,

ogni sembiante ch'ella porse in vita,

tal che·mmi avampa ove non lustra el sole,

e sento e veggo di chi è privo il mondo.

Seguo chi fa fuggirmi ogni altra donna;

ma non è poco amar chi sta nel cielo.

Veggo nel mondo chi è nascosto in cielo;

è meco in vita chi me tolse Morte;

e sotto il sol mi schifo ogni altra donna.