Joannis Mutinensis.

By Auteur inconnu

Cum più me specchio in l'intellecto e guardo

Con gli occhii mei che più rasone intende

L'effecto e 'l fructo che sto mondo porgie,

Tanto più il trovo crudele e busardo

Contrario a quel che di fuor gli occhii aprende,

Che vedono escha, che ramo entro non corgie;

Veggio ognhor ch'el ve schorgie

In affanno, pensier, brigha e tormento,

Anghoscia con spavento

De l'animo, del core e della carne,

E mai non seppe darne

Alchun suo danno alchun suo piacimento,

Che non zel fesse ben car comparare

Come ciaschuno in sé pò judicare,

S'io guardo in prima l'alte monarchie,

E i principi, marchesi, duci e conti,

Tyrampni, cavalieri e gran possenti

Convegnon sempre in le lor signorie

Con molti affanni e pensier esser pronti

In guardar con rason soi regimenti,

Tutthor vivendo atenti

De mantegnir le lor grandezze e stati,

E chi non sian privati

Per la potentia d'altri lor magiori,

E talhor dai minori

Per più diversi modi gia passati.

Color lo san che portan la faticha

Perhò non è mestier ch'io lo redicha.

Perhò nel gran mezzan secondamente

De certi honori e de belle richezze,

Per molti gradi come ciaschun vive

Veggio in pensieri molto cotal gente

Di crescer li lor stati e lor grandezze,

E che de l'acquistar non siano prive,

Et come il ver se scrive

Sempre 'l magior a sti megian se sforza

De torli il suo per forza,

Talhor col falso il vero colorando:

Cossì van prochacciando

Di poner simil, rodergli la schorza

Con rubarìe, rapine e con inghanno,

Perhò vive costor con molto affanno.

Hay! quanta è lassa l'ultima pendice

De convenir mendicar la lor vita,

E tutto il corpo affannar per la gola.

Ben se pote apellar molto infelice

Chi la fortuna in tal guisa s'agita

Scripto al colegio della trista schola,

Che spesse volte invola

L'homo e rapisse per necessitade;

Che da tal volontade

L'havrebbe tratto un passo assai legiero,

E molto e anchor guirero:

Sto mondo ha mille posti in povertade,

Che serveno ad un riccho improvezudo.

Qual huomo è bono in tutti questi gradi

Portar conviene dishonore e brigha,

Obrobrio e pene per li vitiosi

Perhò ch'i boni anchoi se trovan radi,

E contro lor gli rei fan setta e ligha;

Onde se dolglion tutti i virtuosi;

Anchor son più dolgliosi

Che i veden la virtù chacciare al fondo,

Et perhò il rio al mondo

Entro a lui istesso giamai non ha pace

In sta vita fallace;

Perhò che con ragion cerne il milglore,

E poi per passion prende il milgliore.

Non so acognoscer che un gran piacere

Haver si possa senza longhe brame

Di fame, ho d'apetito sensuale,

Ché la gran sete ha dilecto de bere,

E similmente de mangiar la fame;

Cossì d'ogni dilecto corporale

Per l'intellectuale

Nel longho studio ella ha perseverança;

Ma la gran concordança

E che un dì son sano, e l'altro infermo,

E spesso io me confermo

De vivere in langhor senza sperança;

Sì che pensando me pare il men rio

Chinar le spalle e drizar gli occhi a dio.