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Quanto smarrito andrà da questi venti,
Ahimè troppo fallaci, e da queste onde,
Ove gir non vorria, spinto il mio legno?
Quant'andrà (Signor mio) della sua fine,
Tra speranza e timor, tra vita e morte,
Nel dubbioso camin dubbiosa l'alma?
Tu sai che gire al ver sentier quell'alma
Non può, ch'è mossa da contrari venti,
Che mal suo grado la fan gire a morte:
Né far minor può l'impeto dell'onde,
Che presso omai all'infelice fine
Hanno condotto il disarmato legno.
Ragion è ben ch'in così fragil legno
Timida viva e sbigottita l'alma,
Vedendosi portar verso altro fine
Dal gran soffiar degli inimici venti,
Che la minaccian col furor dell'onde
(Ognor turbate più) sempre di morte.
Esser molto non può lontan da morte
Quel ch'a l'imperio di fortuna il legno
Lascia, e diventa ricca preda all'onde:
Né puote assicurar così ben l'alma,
Chi le sarte e le vele ha dato a' venti,
Ch'ella non tema sempre mai del fine.
Volgi dunque tu, padre, a miglior fine,
A più beata, a più felice morte
Col soffiar dolce de' tuoi dolci venti
Questo mio rotto e combattutto legno:
Che senza il tuo valor tremando l'alma
Di perir teme, e perirà nell'onde.
Fa' tranquillo (Signore) il cielo e l'onde,
Sì che scorger l'amato eterno fine
Possa di questo mar più lieta l'alma,
Né paventi al passar l'ira di morte:
Toglimi teco in su quel santo legno
A cui s'inchinan le tempeste e i venti.
Alma, quai crudi o scelerati venti,
Quali onde mai paventerem, qual morte,
S'al nostro fin ci guiderà il suo legno?