LA BATTAGLIA DI LORA
Abitator della romita cella,
Figlio di suol remoto, ascolto io forse
Del tuo boschetto il suono? è questa oppure
La voce de' tuoi canti? alto il torrente
Mi fremea nell'orecchio, e pure intesi
Una nova armonia. Lodi gli eroi
Della tua terra, oppur gli aerei spirti?
O della rupe abitator solingo,
Volgi lo sguardo a quella piaggia. Cinta
Tu la vedrai di verdeggianti tombe
Sparse di sibilante arida erbetta,
Con alte pietre di muscose cime.
Tu le vedi, o stranier; ma gli occhi miei
Da gran tempo sfalliro. Un rio dal masso
Piomba, e con l'onde sue serpeggia intorno
A una verde collina. In su la cima
Quattro muscose pietre alzansi in mezzo
Dell'erba inaridita; ivi due piante
Curve per la tempesta i rami ombrosi
Spargono intorno: il tuo soggiorno è questo,
Questa, Eragon, la tua ristretta casa.
Molto è che in Sora alcun più non rimembra
Il suon delle tue conche, e del tuo scudo
La luce s'oscurò. Sir delle navi,
Dominator della lontana Sora,
Alto Eragon, come su i nostri monti
Cadestù mai? come atterrossi il prode?
Dimmi, cultor della romita cella,
Dimmi, nel canto hai tu diletto? ascolta
La battaglia di Lora. È molto tempo
Che 'l suo fragor passò: tal mugge il tuono
Sul monte, e più non è: ritorna il Sole
Co' suoi taciti raggi, e della rupe
La verde cima al suo splendor sorride.
Lieti dalle rotanti onde d'Ullina
Noi tornavamo; s'arrestar le navi
Nella baia di Cona. Omai disciolte
Dagli alberi pendean le bianche vele,
E gian fremendo i tempestosi venti
Tra le morvenie selve. Il corno suonasi
Della caccia regale; i cervi fuggono
Dai loro sassi, i nostri dardi volano,
E la festa del colle allegra spargesi.
Su i nostri scogli l'esultanza nostra
Larga spandeasi, che ciascuna membrava
Il tremendo Svaran sconfitto e vinto.
Come non so, due de' guerrieri nostri
Al convito obliammo. Ira e dispetto
Ne' lor petti avvampò: segretamente
Girano intorno fiammeggianti sguardi;
Sospirano fremendo. Essi fur visti
Favellar di nascoso e le lor aste
Gettare al suol. Parean due nubi oscure,
Dentro il seren della letizia nostra:
Oppur di nebbia due colonne acquose
Sovra il placido mar; splendono al Sole,
Ma l'accorto nocchier teme tempesta.
Su su, disse Maronte, alzate in fretta
Le mie candide vele, alzinsi ai venti
Dell'occidente: andiamne, Aldo, per mezzo
L'onda del nord spumosa. Al suo convito
Fingal ci oblia, ma rosseggiar nel sangue
I brandi nostri. Or via lasciamo i colli
Dell'ingrato Fingallo, e al re di Sora
Andiamne ad offerir le nostre spade.
Truce è l'aspetto suo; guerra s'abbuia
Alla sua lancia intorno: andiamo amico,
Nelle guerre di Sora a cercar fama.
Spade e scudi impugnaro, e di Lamarre
Alla baia n'andar: giunser di Sora
All'orgoglioso re, sir dei destrieri.
Ei tornava da caccia, avea la lancia
Rossa di sangue, torvo il volto e chino;
E fischiava per via. Festoso accolse
I due forti stranieri. Essi pugnaro
Nelle sue guerre, ebber vittoria e fama.
Alle di Sora maestose mura
Aldo tornò carco d'onor. Dall'alto
Delle sue torri a risguardarlo stava
La sposa d'Eragon, Lorma dagli occhi
Dolce-tremanti. D'ocean sul vento
Vola la nera chioma; e sale, e scende
Il bianco sen, qual tenerella neve
Nella piaggia colà, quando si desta
Placido venticello, e nella luce
Soavemente la sospinge e move.
Ella vide il garzon, simile a raggio
Di Sol cadente: sospirò di furto
Il suo tenero cor; stille d'amore
Le coprono i begli occhi e 'l bianco braccio
Facea colonna al languidetto viso.
Tre dì si stette nella sala, e 'l duolo
Di letizia coprì: fuggì nel quarto
Sul mar rotante con l'amato eroe.
Venner di Cona alle muscose sale
A Fingal re dell'aste. Alzossi il sire,
E parlò disdegnoso: o cor d'orgoglio,
Dovrà dunque Fingal farsi tuo schermo
Contro il furor del re di Sora offeso?
E chi nelle sue sale al popol mio
Darà ricetto? o chiamerallo a parte
Della mensa ospital? poi ch'Aldo audace,
Aldo di picciol'alma, osò di Sora
La regina rapir: va, destra imbelle,
Vattene a' colli tuoi, nelle tue grotte
Statti nascoso. Mesta fia la pugna,
Che per l'audacia tua pugnar dovrassi
Contro il turbato re di Sora. Oh spirto
Del nobile Tremmorre, e quando mai
Cesserò dalle pugne? io nacqui in mezzo
Delle battaglie, e gir denno alla tomba
Per sentiero di sangue i passi miei.
Ma la mia man non isfregiò se stessa
Con l'ingiuria d'altrui, né sopra i fiacchi
La mia spada discese. O Morven, Morven,
Veggo le tue tempeste, e i venti irati
Che le mie sale crolleran dal fondo,
Quando, i miei figli in guerra spenti, alcuno
Non rimarrà, che più soggiorni in Selma.
Verranno i fiacchi allor, ma la mia tomba
Più non ravviseran: starà nel canto
Vivo il mio nome, ed i miei fatti antichi
Fieno un sogno di gloria ai dì futuri.
Presso Eragonte il popolo di Sora
D'intorno s'affollò, come d'intorno,
All'atro spirto della notte i nembi
Corronsi ad affollar, quand'ei li chiama
DAlle morvenie cime, e s'apparecchia
A rovesciarli sull'estranie terre.
Giunge di Cona in su la piaggia, e manda
A Fingallo un cantor, che la battaglia
Chieda, o la terra di selvosi colli.
Stava Fingal nella sua sala assiso,
Cinto all'intorno dai compagni antichi
Della sua giovinezza: i garzon prodi
Eran ben lungi nel deserto a caccia.
Stavan parlando quei canuti duci
Delle lor prime giovenili imprese,
E della scorsa etade, allor che giunse
Narmorre, il duce dell'ondoso Lora.
Tempo questo non è di fatti antichi,
Il duce incominciò: sta sulla spiaggia
Minaccioso Eragonte, e diecimila
Lance solleva, orrido in vista, e sembra
Fra notturne meteore infetta Luna.
Figlia dell'amor mio, disse Fingallo,
Esci dalle tue sale, esci, o Bosmina,
Verginella di Selma, e tu, Narmorre,
Prendi i destrier dello straniero, e segui
La figlia di Fingallo. Il re di Sora
Ella col dolce favellare inviti
Al mio convito in Selma. Offrigli, o figlia,
La pace degli eroi, con le ricchezze
Del nobil Aldo: i giovani son lungi,
E nelle nostre man trema l'etade.
Giunse Bosmina d'Eragon tra l'oste,
Qual raggio che si scontra in fosche nubi.
Splendeale nella destra un dardo d'oro,
Nella sinistra avea lucida conca,
Segno di pace. Al suo cospetto innanzi
Risplendette Eragon; come risplende
Rupe, se d'improvviso il Sol l'investe
Co' raggi suoi, che fuor scappan da nube
Spezzata in due da romorosi venti.
O regnator della lontana Sora,
Disse Bosmina con dolce rossore;
Vieni alla regia festa entro l'ombrose
Mura di Selma, e d'accettar ti piaccia
La pace degli eroi. Posar sul fianco
Lascia, o guerrier, la tenebrosa spada.
O se desire di regal ricchezza
Forse ti punge il core, odi le voci
Del nobil Aldo. Ad Eragonte egli offre
Cento forti destrier, figli del freno,
Cento donzelle di lontane terre;
Cento falcon di veleggianti penne,
Che san le nubi trapassar col volo:
Tue pur saran cento cinture, acconcie
A cinger donne di ricolmo seno,
Cinture favorevoli ed amiche
Ai parti degli eroi, ristoro ai figli
Della fatica. Dieci conche avrai
Tutte stellate di raggianti gemme,
Che splenderan di Sora entro la reggia,
Meraviglia a veder: tremola l'onda
Su quelle stelle, e si rimbalza, e sembra
Vin che sprizzi e scintilli: esse allegraro
Nelle dorate sale i re del mondo.
Queste fien tue, o della bella sposa,
Che Lorma girerà gli occhi lucenti
Nelle tue sale; ancor ch'Aldo sia caro
All'eccelso Fingal, Fingal che alcuno
Mai non offese, e pur gagliardo ha il braccio:
Dolce voce di Cona, il Re soggiunse,
Torna a Fingal, di' ch'egli appresta indarno
Il convito per me: s'egli vuol pace,
Cedami le sue spoglie, e pieghi il capo
Sotto la mia possanza. Ei de' suoi padri
Diami le spade, ed i suoi scudi antichi:
Onde nelle mie sale i figli miei
Possan vederle e dir, queste son l'armi
Del gran Fingal. Non lo sperar, riprese
Della donzella il grazioso orgoglio,
Non lo sperar giammai: stan le nostr'armi
In man di forti eroi, che nelle pugne
Che sia ceder non sanno. O re di Sora
Su i nostri monti la tempesta mugge,
Non l'odi tu? del popol tuo la morte
Non prevedi vicina, audace figlio
Della lontana terra? Ella sen venne
Alle sale di Selma. Osserva il padre
Il suo dimesso sguardo: alzasi tosto
Nel suo vigor, crolla i canuti crini;
Veste l'usbergo di Tremmore, e 'l fosco
Scudo de' padri suoi. Selma d'intorno
S'intenebrò quand'ei stese alla lancia
La poderosa man; l'ombre di mille
Ivano errando, e prevedean la morte
D'armate schiere: una terribil gioia
Sparsesi in volto de' canuti eroi.
Escono tutti impetuosi, ardenti
Di scontrar il nemico, e i lor pensieri
Nella memoria dei passati tempi,
E nella fama della tomba stanno.
Ma in questo spazio gli anelanti veltri
Alla tomba di Tratalo da lungi
Veggonsi a comparir. Fingal conobbe
Ch'eran presso i guerrieri, ed arrestossi
A mezzo il corso suo. Fra tutti il primo
Apparve Oscar, poscia di Morni il figlio,
E la stirpe di Nemi: il torvo aspetto
Mostrò Fergusto, il nero crine al vento
Spargea Dermino: Ossian chiudea la schiera
Cantarellando le canzoni antiche.
La mia lancia reggeva i passi miei
Lungo i sassosi rivi, e i miei pensieri
Eran coi valorosi. Il Re percosse
Il ferreo scudo, e diè l'orribil segno
Della battaglia: mille spade a un punto
Trassersi, e sfavillar; del canto i figli
Sciolser la mesta armoniosa voce.
Folti ed oscuri con sonanti passi
Noi ci avanzammo: spaventosa lista!
Come di nembi tempestosa riga,
Che si rovescia sull'angusta valle.
Stettesi il Re sopra il suo colle: al vento
Vola il raggio solar della battaglia;
Stanno presso l'Eroe con le senili
Chiome natanti gl'indurati all'armi
Della sua gioventù fidi compagni.
L'Eroe di gioia sfolgorò negli occhi,
Mirando in guerra i figli suoi, lucenti
Nel lampeggiar dei loro brandi, e pieni
Della memoria dell'avite imprese.
Ma s'avanza Eragon nella usa forza
Impetuoso, fremente qual mugghio
Di tempesta vernal. Cadon le schiere
Al corso suo; stagli la morte a lato.
Chi vien, disse Fingal, come di Cona
Rapido cavriol? balza nel corso
Lo scudo, e mesto è di sue armi il suono.
Con Eragon s'affronta: il duro scontro
Stiamo a mirar; sembra conflitto d'ombre
In oscura tempesta. Ohimè, tu cadi,
Figlio del colle: già di sangue è sparso
Il tuo candido petto. O Lorma, piangi,
Piangi infelice: il tuo bell'Aldo è spento,
Rattristossene il Re; l'asta possente
Impugna; ei fisa in sul nemico i sguardi
Morte-spiranti, e contro lui... Ma Gaulo
Eragonte incontrò. L'orribil zuffa
Chi può ridir? l'alto stranier cadeo.
Figli di Cona, il Re gridò, fermate
La man di morte. Era possente in guerra
Colui ch'ora è sì basso, e morto in Sora
Pianto sarà. Verranno alla sua reggia
Stranieri figli, e in rimirarla muta,
Meraviglia n'avran. Straniero, ei cadde,
E della sua magion cessò la gioia:
Volgiti ai boschi suoi; là forse errando
Vassene l'ombra sua, ma in Morven lungi
Giace l'Eroe sotto straniera spada.
Così parlò Fingal, quando i cantori
Incominciaro la canzon di pace.
Le sollevate spade a mezzo il colpo
Noi sospendemmo, e risparmiossi il sangue
Del debole nemico. In quella tomba
Collocossi Eragonte, ed io disciolsi
La voce del dolor. Scese sul campo
La buia notte; del guerrier fu vista
Errar l'ombra d'intorno: avea la fronte
Torbida, nebulosa, e un sospir rotto
Stava sul labbro. O benedetta, io dissi,
L'alma tua, re di Sora: era il tuo braccio
Forte, e la spada spaventosa in guerra.
Ma nella sala del bell'Aldo intanto
Lorma sedeasi d'una quercia al lume.
Scendea la notte; Aldo non torna, è mesto
Il cor di Lorma. O cacciator di Cona,
Che si trattien? pur di tornar giurasti.
Fa sì lungi il cervetto? oppure il vento
Ti freme intorno su i deserti piani?
Sono in suolo stranier: che più mi resta
Fuorch'Aldo mio? vien da' tuoi colli, o caro,
Vientene a Lorma tua. Gli occhi alla porta
Volti le stanno: al susurrar del vento
Tende l'orecchio; il calpestio lo crede
Del suo diletto, le si sparge in volto
Subita gioia: ma ritorna tosto
Sul volto il duol, come vapor sottile
Sulla candida Luna. Amor mio dolce,
Né torni ancor? voglio veder la faccia
Della rupe, e dell'onde. In oriente
Splende la Luna, placido sorride
Il sen del lago. E quando i cani suoi
Vedrò tornarne dalla caccia? e quando
Udrò da lungi a me volar sul vento
La voce sua? vien da' tuoi colli, o caro,
A Lorma tua, che ti sospira e chiama.
Dicea, ma del guerrier la sottile ombra
Sulla rupe apparì, come un acquoso
Raggio lunar, che tra due nubi spunta
Quand'è sul campo la notturna pioggia.
Ella dolente quella vuota forma
Lungo il prato seguì, poiché s'accorse
Ch'era spento il suo caro. Io ne sentii
Le amare strida, che ver noi con essa
Più e più s'accostavano, simili
Al mesto suono di querula auretta
Quando sospira su la grotta erbosa.
Venne, trovò l'Eroe. Più non s'intese
La di lei voce: gira muta il guardo,
Pallida errando, come a' rai di Luna
Un'acquosa colonna erra sul lago.
Pochi furo i suoi dì, lagrimosa, egra
S'abbassò nella tomba. A' suoi cantori
Fingallo impose d'inalzar il canto
Sulla morte di Lorma, e lei di Morven
Pianser le figlie in ciascun anno un giorno,
Quando riedon d'Autunno i venti oscuri.
Figlio d'estrania terra, e tu soggiorni
Nel campo della fama. Or via disciogli
Tu pure il canto tuo, le lodi inalza
Degli spenti guerrieri, onde al tuo canto
Volino intorno a te l'ombre festose;
E lo spirito amabile di Lorma
Sopra un vago lunar tremulo raggio
Scenda ne' dolci tuoi cheti riposi,
Quando nell'antro tuo guarda la Luna.
Allor tu la vedrai vezzosa e cara
Venirne a te, se non che in su la guancia
Stalle tuttor la lagrima amorosa.