LA BATTAGLIA DI LORA

By Melchiorre Cesarotti

Abitator della romita cella,

Figlio di suol remoto, ascolto io forse

Del tuo boschetto il suono? è questa oppure

La voce de' tuoi canti? alto il torrente

Mi fremea nell'orecchio, e pure intesi

Una nova armonia. Lodi gli eroi

Della tua terra, oppur gli aerei spirti?

O della rupe abitator solingo,

Volgi lo sguardo a quella piaggia. Cinta

Tu la vedrai di verdeggianti tombe

Sparse di sibilante arida erbetta,

Con alte pietre di muscose cime.

Tu le vedi, o stranier; ma gli occhi miei

Da gran tempo sfalliro. Un rio dal masso

Piomba, e con l'onde sue serpeggia intorno

A una verde collina. In su la cima

Quattro muscose pietre alzansi in mezzo

Dell'erba inaridita; ivi due piante

Curve per la tempesta i rami ombrosi

Spargono intorno: il tuo soggiorno è questo,

Questa, Eragon, la tua ristretta casa.

Molto è che in Sora alcun più non rimembra

Il suon delle tue conche, e del tuo scudo

La luce s'oscurò. Sir delle navi,

Dominator della lontana Sora,

Alto Eragon, come su i nostri monti

Cadestù mai? come atterrossi il prode?

Dimmi, cultor della romita cella,

Dimmi, nel canto hai tu diletto? ascolta

La battaglia di Lora. È molto tempo

Che 'l suo fragor passò: tal mugge il tuono

Sul monte, e più non è: ritorna il Sole

Co' suoi taciti raggi, e della rupe

La verde cima al suo splendor sorride.

Lieti dalle rotanti onde d'Ullina

Noi tornavamo; s'arrestar le navi

Nella baia di Cona. Omai disciolte

Dagli alberi pendean le bianche vele,

E gian fremendo i tempestosi venti

Tra le morvenie selve. Il corno suonasi

Della caccia regale; i cervi fuggono

Dai loro sassi, i nostri dardi volano,

E la festa del colle allegra spargesi.

Su i nostri scogli l'esultanza nostra

Larga spandeasi, che ciascuna membrava

Il tremendo Svaran sconfitto e vinto.

Come non so, due de' guerrieri nostri

Al convito obliammo. Ira e dispetto

Ne' lor petti avvampò: segretamente

Girano intorno fiammeggianti sguardi;

Sospirano fremendo. Essi fur visti

Favellar di nascoso e le lor aste

Gettare al suol. Parean due nubi oscure,

Dentro il seren della letizia nostra:

Oppur di nebbia due colonne acquose

Sovra il placido mar; splendono al Sole,

Ma l'accorto nocchier teme tempesta.

Su su, disse Maronte, alzate in fretta

Le mie candide vele, alzinsi ai venti

Dell'occidente: andiamne, Aldo, per mezzo

L'onda del nord spumosa. Al suo convito

Fingal ci oblia, ma rosseggiar nel sangue

I brandi nostri. Or via lasciamo i colli

Dell'ingrato Fingallo, e al re di Sora

Andiamne ad offerir le nostre spade.

Truce è l'aspetto suo; guerra s'abbuia

Alla sua lancia intorno: andiamo amico,

Nelle guerre di Sora a cercar fama.

Spade e scudi impugnaro, e di Lamarre

Alla baia n'andar: giunser di Sora

All'orgoglioso re, sir dei destrieri.

Ei tornava da caccia, avea la lancia

Rossa di sangue, torvo il volto e chino;

E fischiava per via. Festoso accolse

I due forti stranieri. Essi pugnaro

Nelle sue guerre, ebber vittoria e fama.

Alle di Sora maestose mura

Aldo tornò carco d'onor. Dall'alto

Delle sue torri a risguardarlo stava

La sposa d'Eragon, Lorma dagli occhi

Dolce-tremanti. D'ocean sul vento

Vola la nera chioma; e sale, e scende

Il bianco sen, qual tenerella neve

Nella piaggia colà, quando si desta

Placido venticello, e nella luce

Soavemente la sospinge e move.

Ella vide il garzon, simile a raggio

Di Sol cadente: sospirò di furto

Il suo tenero cor; stille d'amore

Le coprono i begli occhi e 'l bianco braccio

Facea colonna al languidetto viso.

Tre dì si stette nella sala, e 'l duolo

Di letizia coprì: fuggì nel quarto

Sul mar rotante con l'amato eroe.

Venner di Cona alle muscose sale

A Fingal re dell'aste. Alzossi il sire,

E parlò disdegnoso: o cor d'orgoglio,

Dovrà dunque Fingal farsi tuo schermo

Contro il furor del re di Sora offeso?

E chi nelle sue sale al popol mio

Darà ricetto? o chiamerallo a parte

Della mensa ospital? poi ch'Aldo audace,

Aldo di picciol'alma, osò di Sora

La regina rapir: va, destra imbelle,

Vattene a' colli tuoi, nelle tue grotte

Statti nascoso. Mesta fia la pugna,

Che per l'audacia tua pugnar dovrassi

Contro il turbato re di Sora. Oh spirto

Del nobile Tremmorre, e quando mai

Cesserò dalle pugne? io nacqui in mezzo

Delle battaglie, e gir denno alla tomba

Per sentiero di sangue i passi miei.

Ma la mia man non isfregiò se stessa

Con l'ingiuria d'altrui, né sopra i fiacchi

La mia spada discese. O Morven, Morven,

Veggo le tue tempeste, e i venti irati

Che le mie sale crolleran dal fondo,

Quando, i miei figli in guerra spenti, alcuno

Non rimarrà, che più soggiorni in Selma.

Verranno i fiacchi allor, ma la mia tomba

Più non ravviseran: starà nel canto

Vivo il mio nome, ed i miei fatti antichi

Fieno un sogno di gloria ai dì futuri.

Presso Eragonte il popolo di Sora

D'intorno s'affollò, come d'intorno,

All'atro spirto della notte i nembi

Corronsi ad affollar, quand'ei li chiama

DAlle morvenie cime, e s'apparecchia

A rovesciarli sull'estranie terre.

Giunge di Cona in su la piaggia, e manda

A Fingallo un cantor, che la battaglia

Chieda, o la terra di selvosi colli.

Stava Fingal nella sua sala assiso,

Cinto all'intorno dai compagni antichi

Della sua giovinezza: i garzon prodi

Eran ben lungi nel deserto a caccia.

Stavan parlando quei canuti duci

Delle lor prime giovenili imprese,

E della scorsa etade, allor che giunse

Narmorre, il duce dell'ondoso Lora.

Tempo questo non è di fatti antichi,

Il duce incominciò: sta sulla spiaggia

Minaccioso Eragonte, e diecimila

Lance solleva, orrido in vista, e sembra

Fra notturne meteore infetta Luna.

Figlia dell'amor mio, disse Fingallo,

Esci dalle tue sale, esci, o Bosmina,

Verginella di Selma, e tu, Narmorre,

Prendi i destrier dello straniero, e segui

La figlia di Fingallo. Il re di Sora

Ella col dolce favellare inviti

Al mio convito in Selma. Offrigli, o figlia,

La pace degli eroi, con le ricchezze

Del nobil Aldo: i giovani son lungi,

E nelle nostre man trema l'etade.

Giunse Bosmina d'Eragon tra l'oste,

Qual raggio che si scontra in fosche nubi.

Splendeale nella destra un dardo d'oro,

Nella sinistra avea lucida conca,

Segno di pace. Al suo cospetto innanzi

Risplendette Eragon; come risplende

Rupe, se d'improvviso il Sol l'investe

Co' raggi suoi, che fuor scappan da nube

Spezzata in due da romorosi venti.

O regnator della lontana Sora,

Disse Bosmina con dolce rossore;

Vieni alla regia festa entro l'ombrose

Mura di Selma, e d'accettar ti piaccia

La pace degli eroi. Posar sul fianco

Lascia, o guerrier, la tenebrosa spada.

O se desire di regal ricchezza

Forse ti punge il core, odi le voci

Del nobil Aldo. Ad Eragonte egli offre

Cento forti destrier, figli del freno,

Cento donzelle di lontane terre;

Cento falcon di veleggianti penne,

Che san le nubi trapassar col volo:

Tue pur saran cento cinture, acconcie

A cinger donne di ricolmo seno,

Cinture favorevoli ed amiche

Ai parti degli eroi, ristoro ai figli

Della fatica. Dieci conche avrai

Tutte stellate di raggianti gemme,

Che splenderan di Sora entro la reggia,

Meraviglia a veder: tremola l'onda

Su quelle stelle, e si rimbalza, e sembra

Vin che sprizzi e scintilli: esse allegraro

Nelle dorate sale i re del mondo.

Queste fien tue, o della bella sposa,

Che Lorma girerà gli occhi lucenti

Nelle tue sale; ancor ch'Aldo sia caro

All'eccelso Fingal, Fingal che alcuno

Mai non offese, e pur gagliardo ha il braccio:

Dolce voce di Cona, il Re soggiunse,

Torna a Fingal, di' ch'egli appresta indarno

Il convito per me: s'egli vuol pace,

Cedami le sue spoglie, e pieghi il capo

Sotto la mia possanza. Ei de' suoi padri

Diami le spade, ed i suoi scudi antichi:

Onde nelle mie sale i figli miei

Possan vederle e dir, queste son l'armi

Del gran Fingal. Non lo sperar, riprese

Della donzella il grazioso orgoglio,

Non lo sperar giammai: stan le nostr'armi

In man di forti eroi, che nelle pugne

Che sia ceder non sanno. O re di Sora

Su i nostri monti la tempesta mugge,

Non l'odi tu? del popol tuo la morte

Non prevedi vicina, audace figlio

Della lontana terra? Ella sen venne

Alle sale di Selma. Osserva il padre

Il suo dimesso sguardo: alzasi tosto

Nel suo vigor, crolla i canuti crini;

Veste l'usbergo di Tremmore, e 'l fosco

Scudo de' padri suoi. Selma d'intorno

S'intenebrò quand'ei stese alla lancia

La poderosa man; l'ombre di mille

Ivano errando, e prevedean la morte

D'armate schiere: una terribil gioia

Sparsesi in volto de' canuti eroi.

Escono tutti impetuosi, ardenti

Di scontrar il nemico, e i lor pensieri

Nella memoria dei passati tempi,

E nella fama della tomba stanno.

Ma in questo spazio gli anelanti veltri

Alla tomba di Tratalo da lungi

Veggonsi a comparir. Fingal conobbe

Ch'eran presso i guerrieri, ed arrestossi

A mezzo il corso suo. Fra tutti il primo

Apparve Oscar, poscia di Morni il figlio,

E la stirpe di Nemi: il torvo aspetto

Mostrò Fergusto, il nero crine al vento

Spargea Dermino: Ossian chiudea la schiera

Cantarellando le canzoni antiche.

La mia lancia reggeva i passi miei

Lungo i sassosi rivi, e i miei pensieri

Eran coi valorosi. Il Re percosse

Il ferreo scudo, e diè l'orribil segno

Della battaglia: mille spade a un punto

Trassersi, e sfavillar; del canto i figli

Sciolser la mesta armoniosa voce.

Folti ed oscuri con sonanti passi

Noi ci avanzammo: spaventosa lista!

Come di nembi tempestosa riga,

Che si rovescia sull'angusta valle.

Stettesi il Re sopra il suo colle: al vento

Vola il raggio solar della battaglia;

Stanno presso l'Eroe con le senili

Chiome natanti gl'indurati all'armi

Della sua gioventù fidi compagni.

L'Eroe di gioia sfolgorò negli occhi,

Mirando in guerra i figli suoi, lucenti

Nel lampeggiar dei loro brandi, e pieni

Della memoria dell'avite imprese.

Ma s'avanza Eragon nella usa forza

Impetuoso, fremente qual mugghio

Di tempesta vernal. Cadon le schiere

Al corso suo; stagli la morte a lato.

Chi vien, disse Fingal, come di Cona

Rapido cavriol? balza nel corso

Lo scudo, e mesto è di sue armi il suono.

Con Eragon s'affronta: il duro scontro

Stiamo a mirar; sembra conflitto d'ombre

In oscura tempesta. Ohimè, tu cadi,

Figlio del colle: già di sangue è sparso

Il tuo candido petto. O Lorma, piangi,

Piangi infelice: il tuo bell'Aldo è spento,

Rattristossene il Re; l'asta possente

Impugna; ei fisa in sul nemico i sguardi

Morte-spiranti, e contro lui... Ma Gaulo

Eragonte incontrò. L'orribil zuffa

Chi può ridir? l'alto stranier cadeo.

Figli di Cona, il Re gridò, fermate

La man di morte. Era possente in guerra

Colui ch'ora è sì basso, e morto in Sora

Pianto sarà. Verranno alla sua reggia

Stranieri figli, e in rimirarla muta,

Meraviglia n'avran. Straniero, ei cadde,

E della sua magion cessò la gioia:

Volgiti ai boschi suoi; là forse errando

Vassene l'ombra sua, ma in Morven lungi

Giace l'Eroe sotto straniera spada.

Così parlò Fingal, quando i cantori

Incominciaro la canzon di pace.

Le sollevate spade a mezzo il colpo

Noi sospendemmo, e risparmiossi il sangue

Del debole nemico. In quella tomba

Collocossi Eragonte, ed io disciolsi

La voce del dolor. Scese sul campo

La buia notte; del guerrier fu vista

Errar l'ombra d'intorno: avea la fronte

Torbida, nebulosa, e un sospir rotto

Stava sul labbro. O benedetta, io dissi,

L'alma tua, re di Sora: era il tuo braccio

Forte, e la spada spaventosa in guerra.

Ma nella sala del bell'Aldo intanto

Lorma sedeasi d'una quercia al lume.

Scendea la notte; Aldo non torna, è mesto

Il cor di Lorma. O cacciator di Cona,

Che si trattien? pur di tornar giurasti.

Fa sì lungi il cervetto? oppure il vento

Ti freme intorno su i deserti piani?

Sono in suolo stranier: che più mi resta

Fuorch'Aldo mio? vien da' tuoi colli, o caro,

Vientene a Lorma tua. Gli occhi alla porta

Volti le stanno: al susurrar del vento

Tende l'orecchio; il calpestio lo crede

Del suo diletto, le si sparge in volto

Subita gioia: ma ritorna tosto

Sul volto il duol, come vapor sottile

Sulla candida Luna. Amor mio dolce,

Né torni ancor? voglio veder la faccia

Della rupe, e dell'onde. In oriente

Splende la Luna, placido sorride

Il sen del lago. E quando i cani suoi

Vedrò tornarne dalla caccia? e quando

Udrò da lungi a me volar sul vento

La voce sua? vien da' tuoi colli, o caro,

A Lorma tua, che ti sospira e chiama.

Dicea, ma del guerrier la sottile ombra

Sulla rupe apparì, come un acquoso

Raggio lunar, che tra due nubi spunta

Quand'è sul campo la notturna pioggia.

Ella dolente quella vuota forma

Lungo il prato seguì, poiché s'accorse

Ch'era spento il suo caro. Io ne sentii

Le amare strida, che ver noi con essa

Più e più s'accostavano, simili

Al mesto suono di querula auretta

Quando sospira su la grotta erbosa.

Venne, trovò l'Eroe. Più non s'intese

La di lei voce: gira muta il guardo,

Pallida errando, come a' rai di Luna

Un'acquosa colonna erra sul lago.

Pochi furo i suoi dì, lagrimosa, egra

S'abbassò nella tomba. A' suoi cantori

Fingallo impose d'inalzar il canto

Sulla morte di Lorma, e lei di Morven

Pianser le figlie in ciascun anno un giorno,

Quando riedon d'Autunno i venti oscuri.

Figlio d'estrania terra, e tu soggiorni

Nel campo della fama. Or via disciogli

Tu pure il canto tuo, le lodi inalza

Degli spenti guerrieri, onde al tuo canto

Volino intorno a te l'ombre festose;

E lo spirito amabile di Lorma

Sopra un vago lunar tremulo raggio

Scenda ne' dolci tuoi cheti riposi,

Quando nell'antro tuo guarda la Luna.

Allor tu la vedrai vezzosa e cara

Venirne a te, se non che in su la guancia

Stalle tuttor la lagrima amorosa.