La bruna pastorella
E donde così tardi
caro il mio Lidio, or viensi,
e dove vassi?
So che potea ben io,
là tra le due fontane,
nel vallon degli abeti oggi aspettarti.
Lilla mia, credi pure
che quando da te lunge una brev'ora
faccio altrove dimora, altre due fonti,
ma più larghe e più vive
di quelle che dicesti,
mi discorron dagli occhi.
Non ch'io dala mia sorte
con la querula schiera
de' malgraditi amanti
abbia, la tua mercede, onde dolermi;
ma peròche lasciando,
qualor da te mi parto,
ne' tuoi begli occhi per ostaggio il core,
com'io viva non so: dicalo Amore.
Perché, dunque, lasciasti
ne l'usato meriggio
di menar la tua greggia a pascer meco?
Ch'ivi amboduo, dala gran lampa estiva
sotto l'ombrosa ascella
del bel monte vicin nascosti e chiusi,
pasciute avremmo a prova
le pecorelle di fresch'erbe e fiori,
e di nove dolcezze i sensi e i cori.
Fu scusabile e degna,
la cagion del'indugio. Il buon Fileno,
Filen, da cui la turba
de' moderni pastori
apprese in questi boschi
la novità del non più udito canto,
oggi sen gìo lontano, e non convenne
ch'io, nel commune universal concorso
de' più sinceri amici,
solo mi rimanessi
di dargli nel partir l'ultimo a dio.
Dunque, è pur ver che le sue patrie piagge,
già sì care e dilette,
a Filen nostro abbandonar non spiacque?
Oh sconsolate rive,
di tanta armonia prive!
Ma dimmi, e qual il mosse
quinci a peregrinar cagion novella?
A sé l'appella il gran pastor di Senna,
acciò ch'egli, cangiando
in tromba la sampogna,
possa intrecciar col verdeggiante alloro,
che gli cerchia la fronte, i gigli d'oro.
Quinci a varcar s'appresta
le gelid'Alpi e le profonde valli
che 'l Rodano divide.
Or ha ben donde
di Durenza e di Sorga Arno dolersi,
a cui dever confesseranno omai
il furto di duo cigni.
Ma che libro è cotesto,
che legato in fin oro hai sotto il braccio?
Se tu sapessi, o Lilla,
ciò che dentro contiensi, e ciò che in esso
v'ha di tue lodi espresso,
diresti ben che la pomposa spoglia
che l'adorna di fore, è il minor fregio.
Due volte e due, partendo,
baciommi in fronte il mio Fileno, e poi
di questo, che qui vedi,
prezioso tesoro
mi fece erede e mi lasciò custode.
Deposito a me caro
sovr'ogni altra ricchezza,
dov'ei notò primieramente e scrisse
quanto in leggiadre rime,
ritrovator sublime,
compose già, quando in sui primi ardori
scherzava con gli Amori.
Deh, deh, Lidio, per Dio,
porgilo a me, sol tanto
che di quel chiaro e glorioso ingegno
e di quella felice e nobil mano
i caratteri veri io miri e legga.
Già dal gran vecchio Alcippo
gli elementi imparai dela prim'arte;
non ch'io però di penetrar mi vanti
del culto stile i magisteri occulti.
O di sacro intelletto
onorata scrittura, ecco ch'io t'apro,
Lidio, e con tua licenza anco la bacio.
Ma come, oh come io scorgo, e 'n quante parti
cancellati e confusi i dotti inchiostri?
V'ha cento cose e cento
pria scritte e poi stornate,
e in mille guise e mille
in margine talor mutati i versi.
Scorrer già senza intoppo
le maldistinte e rotte,
con frettolosa man vergate righe
io per me non saprei.
Tu, che più intendi et hai
dela famosa e peregrina penna
meglio di me l'esperienza e l'uso,
prendilo e leggi, ch'io
son d'intender pur troppo
ambiziosa e vaga
l'alto tenor dele faconde note.
Ciò che tu chiedi, io bramo;
ma, per star meglio ad agio,
sediam colà, sotto quell'ombra opaca,
dove il fiorito seno
di quell'erboso prato,
e la verde spalliera
di quel cedro odorato,
tapeti di Natura, e dela selva
tapezzerie frondose,
far ne potranno in un seggio e cortina.
Sia pur com'a te piace: ecco m'assido.
Mentre dala tua bocca
impareranno i circostanti augelli
ingegnosi concetti,
amorosi concenti,
io seguirò con l'occhio
le tue capre lascive,
che per l'erte più dubbie e più scoscese
vagan di quella balza a salto a salto.
Lungo fora e soverchio
del commesso volume ad una ad una
tutte volger le carte.
Ecco l'indice qui, ch'a parte a parte
registrati per capi
i suggetti racconta.
Passiamo i carmi gravi,
con cui loda gli eroi, prega gli dei
e di morte i trofei piangendo canta.
Veniamo ai più soavi,
in cui, con dolce vena,
d'amor vezzose e molli
le tenerezze e le delizie esprime.
Ma tra questi ancor passo
l',
taccio i ,
e de' tralasso
la gentil canzonetta,
con quella, ov'ei commenda
la :
cose di cui non è foresta o monte,
non è ruscello o fonte,
che non mormori omai, che non rimbombi.
Vedi questo, fra gli altri? apunto questo
grazioso epigramma
(io ben il riconosco)
fu dettato a' miei preghi; e qui, scherzando
con arguzie vivaci,
del tuo volto moretto i pregi essalta.
Odi come comincia:
– Negra, sì, ma sei bella, o di Natura,
tra le belle d'Amor, leggiadro mostro. –
Ma non richiede il tempo
ch'io l'ore preziose
spenda in vana lettura, or ch'è concesso
in effetto a me stesso
quel diletto goder ch'altri descrive.
Né, quando ho il vero avante,
deggio altronde cercar ciò che ne finge
Musa favoleggiante.
Non posso ad altro oggetto
rivolgermi, né voglio
che la vista e l'affetto,
che si deve al mio ben, s'usurpi il foglio.
Loda e celebra insomma
la tua guancia brunetta
sovra quante ne son purpuree e bianche,
dicendo che non è rosa né giglio,
ch'appo le tue bellissime viole
non perda e non confonda
il candido e 'l vermiglio.
E certo uopo non era
con poetici encomi ingrandir cosa
maggior d'ogni concetto e d'ogni stile;
ché se l'occhio, che 'l mira,
confessarlo ricusa,
pur troppo chiaramente
il cor, che n'arde, il sente.
Testimonio n'è il foco
che per te mi distrugge,
o di bella fuligine amorosa
volto offuscato e, più che 'l ciel, sereno.
Fede ne renda il cor ch'ognora essala
dala fucina sua vive scintille,
talché s'io non sapessi
che 'n te quel color bruno
è proprio e naturale,
io crederei che 'l fumo
de' miei spessi sospiri
t'avesse fatto tale.
O beltà senza eguale,
come senza ornamento e senza pompa,
così ancor senza fine e senza essempio;
zingaretta leggiadra,
chi fabricò, chi tinse
quella larva gentil, sotto il cui velo,
quasi egizzia vagante,
dele Grazie la dea quaggiù discesa,
anzi la Grazia istessa
mascherata sen va tra l'altre ninfe?
Ninfa del ciel, quando il tuo bel sembiante
prese a formar Natura,
fe' qual pittor ben saggio,
che con rozo carbone abbozza in prima,
quasi vil macchia oscura,
ombreggiata figura, onde poi tragge
colorite e distinte
meravigliose imagini dipinte;
perché la tua bellezza,
disegnata di negro, è l'idea vera,
il perfetto modello,
dal cui solo essemplare
prende ogni altra beltà quanto ha di bello.
L'altre gote, fiorite
di porpore e di rose,
son del divin pennello
pitture diligenti e dilicate,
a studio miniate;
ma quel tuo fosco illustre
scopre semplici e schiette
quelle linee maestre, in cui s'ammira
maggior l'arte e l'ingegno
del'eterno disegno.
Lidio mio, se di fuor bruna ho la scorza,
dentro son pura e bianca;
là dove il volto manca,
povero di colori,
disornato di fiori,
potrà, contrario a quel che in me si vede,
supplir candido amor, candida fede.
Ma che dirò di voi,
che sì gioconde e liete,
in que' duo brevi circoli girando,
influenze benigne in me piovete?
Io dico a voi, del'amoroso cielo
ammorzate stellette,
ecclissate lunette.
Deh, chi mai crederebbe
che 'n due picciole sfere
s'accumulasse insieme
luce di paradiso
e caligin d'inferno?
Tormento di dannati
e gloria di beati?
Lilla mia, dirò ver, ma dirò poco:
l'aquila imperiale,
a guardar fiso avezza
il pianeta lucente,
mai non poté fermar l'occhio possente
ne le due meraviglie
dela tua fronte, ove s'abbaglia il sole.
La fenice immortale
bramò di rinovarsi,
e più volte rinacque
ne le care faville di quel foco
ch'arde soavemente e non consuma.
La fredda salamandra
venne talvolta in prova
di sostener la gelida natura
tra quelle fiamme estinte,
e 'ncenerita alfine,
sospirò pur sì dilettosa arsura.
La farfalla malcauta,
delusa ancor da quel secreto raggio
che scalda e non risplende,
non lampeggia et incende,
si reputò felice
a stemprar l'ali in sì beato ardore.
Il mio semplice core
in prigioni sì belle,
in sepolcri sì cari,
preso e morto rimase, e non si dolse
perder la libertà, lasciar la vita.
Il cor dunque m'avete
e furato e ferito, occhi rapaci.
Ma che? fatta la preda,
mal poteste celarla; al furto istesso
fu tosto poi riconosciuto il ladro,
perché, veggendo voi
vestir le spoglie sue funeste e brune,
chi sarà che non dica:
– Quell'è di Lidio il cor: l'ha certo ucciso
la sua bella nemica? –
Ahi, lumi traditori,
le vostre arti sagaci or ben comprendo!
Quindi avien che vestite
abito funerale,
quasi vedovi e mesti
pur celebrar vogliate
l'essequie atre e lugùbri
dela morte crudel che date ai cori.
Ma se i cori rubate,
anzi se gli uccidete,
e l'omicidio e 'l furto
falli son degni del supplicio estremo,
occhi rei, quanto belli,
come i vostri delitti or non punisce
la giustizia d'Amor, né vi condanna
con sentenza severa a mortal pena?
Questi miei occhi negri
negri son, Lidio mio, perché son schiavi
già conquistati in amorosa guerra.
Schiavi son tuoi, ch'or gli ritieni avinti,
dolcissimo tiranno,
d'invisibil catena;
e qualor, crudo, incontro a lor t'adiri,
a tirar acqua gli condanni e sforzi.
Tu 'l sai, tu che, sì come
dala bocca focosa
assai sovente accogli
fra le tue labra i miei sospiri ardenti,
così più d'una volta
dagli occhi umidi e molli
co' tuoi sospiri innamorati asciughi
le lagrime cadenti.
O dela bella mora,
per cui moro beato e per cui vivo,
negri sì ma leggiadri,
foschi sì ma lucenti,
occhi dolci e ridenti,
io non so come possa
in un commun ricetto
insieme conversar col chiaro il buio.
Com'esser può che 'n quell'albergo istesso,
che possiede la notte, il giorno alloggi?
Come, come presume,
se nemica è del lume,
ne le case del sole abitar l'ombra?
O luci tenebrose,
tenebre luminose, occhi divini,
dal brillar de' cui giri
ne l'Indo orientale
qualunque gemma più pregiata e chiara
a scintillar impara.
Vostre brune pupille
sembran carboni spenti,
ma vostri vaghi sguardi son faville
vigorose e cocenti.
Quel notturno colore
scolora l'alba e move invidia al giorno.
Quel vostro smalto oscuro
al zaffiro fa scorno, ingiuria a l'oro;
quel brun, quel negro vostro
è puro e vivo inchiostro,
onde con l'aureo strale
scrive Amor la sentenza
dela mia dolce e fortunata morte.
Cari Etiopi adusti
da' raggi di quel sol che 'n voi fiammeggia,
anzi Etiopi e soli,
che confondete in un, tenebre e luce;
corvi destri e felici,
non già nunzi di male,
ma messi di salute e di conforto,
che nel digiun del'amorose fami
mi recate quel cibo
che può sol ristorar l'anima mia.
O luci dispietate,
dispietate e cortesi;
chiarissime fontane onde sì dolce
scaturisce il mio foco;
contener non mi so, mentr'io vi parlo,
che non accosti a ber l'avido labro.
Consentite (vi prego)
se l'alme m'involaste,
ch'anch'io da voi rapisca
l'esca che mi sostenta, e, benché siate
omicidi e predaci,
quante mi deste piaghe, io vi dia baci.
Bacia, Lidio gentile,
ch'a te nulla si nega;
baciami pur, ma non baciar in loco
dove senza risposta
inaridisca, insterilisca il bacio.
La bocca sol baciata
con bel cambio risponde;
la bocca sol de' baci
vicendevoli e dolci è vera sede.
Ogni altra parte asciutto il bacio prende,
il riceve e nol rende.
Perdona, o Lilla cara,
al'ingordo desio. Forza è che ceda
per questa volta sola
al'ebeno il rubin, l'ostro ala pece.
In quella bocca bella
l'anima tua soggiorna;
ma dentro que' begli occhi
l'anima mia s'annida: ond'io, che sono
cadavere senz'alma,
per gustar nova vita
voglio quindi ritorla;
né giamai far saprei
dela rapina mia, dela ferita,
vendetta più gradita.
E, bench'agli occhi il ribaciar sia tolto,
privilegio che solo
fu concesso ala bocca,
il privilegio almeno
del parlar degli amanti
più ch'ala bocca si concede agli occhi.
Fanno ufficio di labra
le palpebre loquaci, e sguardi e cenni
son parolette e voci,
e son tacite lingue,
la cui facondia muta io ben intendo.
Parlan (gl'intendo) e favellando al core
gridano: – Baci baci, amore amore –.
Ma che miro? che veggio?
mentre ch'a voi m'appresso,
mentre fiso vi miro e mentre in voi,
specchi lucidi e tersi,
l'anima mia vagheggio,
che belle imaginette in voi vegg'io?
Imaginette belle, che splendete
in quelle amiche luci,
deh ditemi: di cui
simulacri voi siete?
Ditemi: siete forse
pargoletti Amorini,
che là dentro volate,
e volando scherzate
per accender le faci in sì bei lumi?
Ah, fuggite, fuggite,
semplicetti fanciulli,
perigliosi trastulli,
se non volete infra lo scherzo e 'l gioco
arder le piume a quel celeste foco.
No, no: siete (or m'accorgo)
i miei propri sembianti.
Or, se sì chiari a me vi rappresenta
il cristallo del'occhio,
creder ben voglio ancor che questo avegna
per reflesso del core,
che 'n sé l'effigie mia ritenga e stampi.
Ahi, ma voi siete due:
come in due si diparte
l'unica mia sembianza?
Io, sospettoso amante,
che ne' miei lieti aventurosi amori
esser solo desio, gelo nel foco;
lasso, e di me medesmo
fatto rival geloso,
intolerante, avaro,
tremo del proprio bene, e non sostengo
per compagno me stesso.
Ite, dunque, e tornate onde partiste
dala doppia pupilla al cor, ch'è solo.
A me basta che 'l petto
ne le latèbre sue m'accoglia e chiuda,
ch'io per me più non curo
in sì lucidi fonti esser Narciso,
per non vedere in duo diversi oggetti
il proprio amor diviso.
Già l'ombra dela terra
si dilata per tutto. Ecco, dintorno
un denso umido velo
la gran faccia del cielo
ricopre, e folta nebbia
occupando le piagge imbruna i colli.
Vedi la luccioletta,
fiaccola del contado
e baleno volante,
viva favilla alata,
viva stella animata,
pur come ne le piume abbia il focile,
vibrando per le siepi
ali d'argento e foco,
alternar le scintille. È tempo omai
verso l'ovile, a passi corti e lenti,
da ricondur gli armenti.
Andiam, bella mia fiamma
ch'io tra l'ombre e gli orrori
dela notte e del bosco
altra per guida mia non curo o cheggio,
né lucciola né luce:
sol mi basta quel sol che mi conduce.