La bruna pastorella

By Giovambattista Marino

E donde così tardi

caro il mio Lidio, or viensi,

e dove vassi?

So che potea ben io,

là tra le due fontane,

nel vallon degli abeti oggi aspettarti.

Lilla mia, credi pure

che quando da te lunge una brev'ora

faccio altrove dimora, altre due fonti,

ma più larghe e più vive

di quelle che dicesti,

mi discorron dagli occhi.

Non ch'io dala mia sorte

con la querula schiera

de' malgraditi amanti

abbia, la tua mercede, onde dolermi;

ma peròche lasciando,

qualor da te mi parto,

ne' tuoi begli occhi per ostaggio il core,

com'io viva non so: dicalo Amore.

Perché, dunque, lasciasti

ne l'usato meriggio

di menar la tua greggia a pascer meco?

Ch'ivi amboduo, dala gran lampa estiva

sotto l'ombrosa ascella

del bel monte vicin nascosti e chiusi,

pasciute avremmo a prova

le pecorelle di fresch'erbe e fiori,

e di nove dolcezze i sensi e i cori.

Fu scusabile e degna,

la cagion del'indugio. Il buon Fileno,

Filen, da cui la turba

de' moderni pastori

apprese in questi boschi

la novità del non più udito canto,

oggi sen gìo lontano, e non convenne

ch'io, nel commune universal concorso

de' più sinceri amici,

solo mi rimanessi

di dargli nel partir l'ultimo a dio.

Dunque, è pur ver che le sue patrie piagge,

già sì care e dilette,

a Filen nostro abbandonar non spiacque?

Oh sconsolate rive,

di tanta armonia prive!

Ma dimmi, e qual il mosse

quinci a peregrinar cagion novella?

A sé l'appella il gran pastor di Senna,

acciò ch'egli, cangiando

in tromba la sampogna,

possa intrecciar col verdeggiante alloro,

che gli cerchia la fronte, i gigli d'oro.

Quinci a varcar s'appresta

le gelid'Alpi e le profonde valli

che 'l Rodano divide.

Or ha ben donde

di Durenza e di Sorga Arno dolersi,

a cui dever confesseranno omai

il furto di duo cigni.

Ma che libro è cotesto,

che legato in fin oro hai sotto il braccio?

Se tu sapessi, o Lilla,

ciò che dentro contiensi, e ciò che in esso

v'ha di tue lodi espresso,

diresti ben che la pomposa spoglia

che l'adorna di fore, è il minor fregio.

Due volte e due, partendo,

baciommi in fronte il mio Fileno, e poi

di questo, che qui vedi,

prezioso tesoro

mi fece erede e mi lasciò custode.

Deposito a me caro

sovr'ogni altra ricchezza,

dov'ei notò primieramente e scrisse

quanto in leggiadre rime,

ritrovator sublime,

compose già, quando in sui primi ardori

scherzava con gli Amori.

Deh, deh, Lidio, per Dio,

porgilo a me, sol tanto

che di quel chiaro e glorioso ingegno

e di quella felice e nobil mano

i caratteri veri io miri e legga.

Già dal gran vecchio Alcippo

gli elementi imparai dela prim'arte;

non ch'io però di penetrar mi vanti

del culto stile i magisteri occulti.

O di sacro intelletto

onorata scrittura, ecco ch'io t'apro,

Lidio, e con tua licenza anco la bacio.

Ma come, oh come io scorgo, e 'n quante parti

cancellati e confusi i dotti inchiostri?

V'ha cento cose e cento

pria scritte e poi stornate,

e in mille guise e mille

in margine talor mutati i versi.

Scorrer già senza intoppo

le maldistinte e rotte,

con frettolosa man vergate righe

io per me non saprei.

Tu, che più intendi et hai

dela famosa e peregrina penna

meglio di me l'esperienza e l'uso,

prendilo e leggi, ch'io

son d'intender pur troppo

ambiziosa e vaga

l'alto tenor dele faconde note.

Ciò che tu chiedi, io bramo;

ma, per star meglio ad agio,

sediam colà, sotto quell'ombra opaca,

dove il fiorito seno

di quell'erboso prato,

e la verde spalliera

di quel cedro odorato,

tapeti di Natura, e dela selva

tapezzerie frondose,

far ne potranno in un seggio e cortina.

Sia pur com'a te piace: ecco m'assido.

Mentre dala tua bocca

impareranno i circostanti augelli

ingegnosi concetti,

amorosi concenti,

io seguirò con l'occhio

le tue capre lascive,

che per l'erte più dubbie e più scoscese

vagan di quella balza a salto a salto.

Lungo fora e soverchio

del commesso volume ad una ad una

tutte volger le carte.

Ecco l'indice qui, ch'a parte a parte

registrati per capi

i suggetti racconta.

Passiamo i carmi gravi,

con cui loda gli eroi, prega gli dei

e di morte i trofei piangendo canta.

Veniamo ai più soavi,

in cui, con dolce vena,

d'amor vezzose e molli

le tenerezze e le delizie esprime.

Ma tra questi ancor passo

l',

taccio i ,

e de' tralasso

la gentil canzonetta,

con quella, ov'ei commenda

la :

cose di cui non è foresta o monte,

non è ruscello o fonte,

che non mormori omai, che non rimbombi.

Vedi questo, fra gli altri? apunto questo

grazioso epigramma

(io ben il riconosco)

fu dettato a' miei preghi; e qui, scherzando

con arguzie vivaci,

del tuo volto moretto i pregi essalta.

Odi come comincia:

– Negra, sì, ma sei bella, o di Natura,

tra le belle d'Amor, leggiadro mostro. –

Ma non richiede il tempo

ch'io l'ore preziose

spenda in vana lettura, or ch'è concesso

in effetto a me stesso

quel diletto goder ch'altri descrive.

Né, quando ho il vero avante,

deggio altronde cercar ciò che ne finge

Musa favoleggiante.

Non posso ad altro oggetto

rivolgermi, né voglio

che la vista e l'affetto,

che si deve al mio ben, s'usurpi il foglio.

Loda e celebra insomma

la tua guancia brunetta

sovra quante ne son purpuree e bianche,

dicendo che non è rosa né giglio,

ch'appo le tue bellissime viole

non perda e non confonda

il candido e 'l vermiglio.

E certo uopo non era

con poetici encomi ingrandir cosa

maggior d'ogni concetto e d'ogni stile;

ché se l'occhio, che 'l mira,

confessarlo ricusa,

pur troppo chiaramente

il cor, che n'arde, il sente.

Testimonio n'è il foco

che per te mi distrugge,

o di bella fuligine amorosa

volto offuscato e, più che 'l ciel, sereno.

Fede ne renda il cor ch'ognora essala

dala fucina sua vive scintille,

talché s'io non sapessi

che 'n te quel color bruno

è proprio e naturale,

io crederei che 'l fumo

de' miei spessi sospiri

t'avesse fatto tale.

O beltà senza eguale,

come senza ornamento e senza pompa,

così ancor senza fine e senza essempio;

zingaretta leggiadra,

chi fabricò, chi tinse

quella larva gentil, sotto il cui velo,

quasi egizzia vagante,

dele Grazie la dea quaggiù discesa,

anzi la Grazia istessa

mascherata sen va tra l'altre ninfe?

Ninfa del ciel, quando il tuo bel sembiante

prese a formar Natura,

fe' qual pittor ben saggio,

che con rozo carbone abbozza in prima,

quasi vil macchia oscura,

ombreggiata figura, onde poi tragge

colorite e distinte

meravigliose imagini dipinte;

perché la tua bellezza,

disegnata di negro, è l'idea vera,

il perfetto modello,

dal cui solo essemplare

prende ogni altra beltà quanto ha di bello.

L'altre gote, fiorite

di porpore e di rose,

son del divin pennello

pitture diligenti e dilicate,

a studio miniate;

ma quel tuo fosco illustre

scopre semplici e schiette

quelle linee maestre, in cui s'ammira

maggior l'arte e l'ingegno

del'eterno disegno.

Lidio mio, se di fuor bruna ho la scorza,

dentro son pura e bianca;

là dove il volto manca,

povero di colori,

disornato di fiori,

potrà, contrario a quel che in me si vede,

supplir candido amor, candida fede.

Ma che dirò di voi,

che sì gioconde e liete,

in que' duo brevi circoli girando,

influenze benigne in me piovete?

Io dico a voi, del'amoroso cielo

ammorzate stellette,

ecclissate lunette.

Deh, chi mai crederebbe

che 'n due picciole sfere

s'accumulasse insieme

luce di paradiso

e caligin d'inferno?

Tormento di dannati

e gloria di beati?

Lilla mia, dirò ver, ma dirò poco:

l'aquila imperiale,

a guardar fiso avezza

il pianeta lucente,

mai non poté fermar l'occhio possente

ne le due meraviglie

dela tua fronte, ove s'abbaglia il sole.

La fenice immortale

bramò di rinovarsi,

e più volte rinacque

ne le care faville di quel foco

ch'arde soavemente e non consuma.

La fredda salamandra

venne talvolta in prova

di sostener la gelida natura

tra quelle fiamme estinte,

e 'ncenerita alfine,

sospirò pur sì dilettosa arsura.

La farfalla malcauta,

delusa ancor da quel secreto raggio

che scalda e non risplende,

non lampeggia et incende,

si reputò felice

a stemprar l'ali in sì beato ardore.

Il mio semplice core

in prigioni sì belle,

in sepolcri sì cari,

preso e morto rimase, e non si dolse

perder la libertà, lasciar la vita.

Il cor dunque m'avete

e furato e ferito, occhi rapaci.

Ma che? fatta la preda,

mal poteste celarla; al furto istesso

fu tosto poi riconosciuto il ladro,

perché, veggendo voi

vestir le spoglie sue funeste e brune,

chi sarà che non dica:

– Quell'è di Lidio il cor: l'ha certo ucciso

la sua bella nemica? –

Ahi, lumi traditori,

le vostre arti sagaci or ben comprendo!

Quindi avien che vestite

abito funerale,

quasi vedovi e mesti

pur celebrar vogliate

l'essequie atre e lugùbri

dela morte crudel che date ai cori.

Ma se i cori rubate,

anzi se gli uccidete,

e l'omicidio e 'l furto

falli son degni del supplicio estremo,

occhi rei, quanto belli,

come i vostri delitti or non punisce

la giustizia d'Amor, né vi condanna

con sentenza severa a mortal pena?

Questi miei occhi negri

negri son, Lidio mio, perché son schiavi

già conquistati in amorosa guerra.

Schiavi son tuoi, ch'or gli ritieni avinti,

dolcissimo tiranno,

d'invisibil catena;

e qualor, crudo, incontro a lor t'adiri,

a tirar acqua gli condanni e sforzi.

Tu 'l sai, tu che, sì come

dala bocca focosa

assai sovente accogli

fra le tue labra i miei sospiri ardenti,

così più d'una volta

dagli occhi umidi e molli

co' tuoi sospiri innamorati asciughi

le lagrime cadenti.

O dela bella mora,

per cui moro beato e per cui vivo,

negri sì ma leggiadri,

foschi sì ma lucenti,

occhi dolci e ridenti,

io non so come possa

in un commun ricetto

insieme conversar col chiaro il buio.

Com'esser può che 'n quell'albergo istesso,

che possiede la notte, il giorno alloggi?

Come, come presume,

se nemica è del lume,

ne le case del sole abitar l'ombra?

O luci tenebrose,

tenebre luminose, occhi divini,

dal brillar de' cui giri

ne l'Indo orientale

qualunque gemma più pregiata e chiara

a scintillar impara.

Vostre brune pupille

sembran carboni spenti,

ma vostri vaghi sguardi son faville

vigorose e cocenti.

Quel notturno colore

scolora l'alba e move invidia al giorno.

Quel vostro smalto oscuro

al zaffiro fa scorno, ingiuria a l'oro;

quel brun, quel negro vostro

è puro e vivo inchiostro,

onde con l'aureo strale

scrive Amor la sentenza

dela mia dolce e fortunata morte.

Cari Etiopi adusti

da' raggi di quel sol che 'n voi fiammeggia,

anzi Etiopi e soli,

che confondete in un, tenebre e luce;

corvi destri e felici,

non già nunzi di male,

ma messi di salute e di conforto,

che nel digiun del'amorose fami

mi recate quel cibo

che può sol ristorar l'anima mia.

O luci dispietate,

dispietate e cortesi;

chiarissime fontane onde sì dolce

scaturisce il mio foco;

contener non mi so, mentr'io vi parlo,

che non accosti a ber l'avido labro.

Consentite (vi prego)

se l'alme m'involaste,

ch'anch'io da voi rapisca

l'esca che mi sostenta, e, benché siate

omicidi e predaci,

quante mi deste piaghe, io vi dia baci.

Bacia, Lidio gentile,

ch'a te nulla si nega;

baciami pur, ma non baciar in loco

dove senza risposta

inaridisca, insterilisca il bacio.

La bocca sol baciata

con bel cambio risponde;

la bocca sol de' baci

vicendevoli e dolci è vera sede.

Ogni altra parte asciutto il bacio prende,

il riceve e nol rende.

Perdona, o Lilla cara,

al'ingordo desio. Forza è che ceda

per questa volta sola

al'ebeno il rubin, l'ostro ala pece.

In quella bocca bella

l'anima tua soggiorna;

ma dentro que' begli occhi

l'anima mia s'annida: ond'io, che sono

cadavere senz'alma,

per gustar nova vita

voglio quindi ritorla;

né giamai far saprei

dela rapina mia, dela ferita,

vendetta più gradita.

E, bench'agli occhi il ribaciar sia tolto,

privilegio che solo

fu concesso ala bocca,

il privilegio almeno

del parlar degli amanti

più ch'ala bocca si concede agli occhi.

Fanno ufficio di labra

le palpebre loquaci, e sguardi e cenni

son parolette e voci,

e son tacite lingue,

la cui facondia muta io ben intendo.

Parlan (gl'intendo) e favellando al core

gridano: – Baci baci, amore amore –.

Ma che miro? che veggio?

mentre ch'a voi m'appresso,

mentre fiso vi miro e mentre in voi,

specchi lucidi e tersi,

l'anima mia vagheggio,

che belle imaginette in voi vegg'io?

Imaginette belle, che splendete

in quelle amiche luci,

deh ditemi: di cui

simulacri voi siete?

Ditemi: siete forse

pargoletti Amorini,

che là dentro volate,

e volando scherzate

per accender le faci in sì bei lumi?

Ah, fuggite, fuggite,

semplicetti fanciulli,

perigliosi trastulli,

se non volete infra lo scherzo e 'l gioco

arder le piume a quel celeste foco.

No, no: siete (or m'accorgo)

i miei propri sembianti.

Or, se sì chiari a me vi rappresenta

il cristallo del'occhio,

creder ben voglio ancor che questo avegna

per reflesso del core,

che 'n sé l'effigie mia ritenga e stampi.

Ahi, ma voi siete due:

come in due si diparte

l'unica mia sembianza?

Io, sospettoso amante,

che ne' miei lieti aventurosi amori

esser solo desio, gelo nel foco;

lasso, e di me medesmo

fatto rival geloso,

intolerante, avaro,

tremo del proprio bene, e non sostengo

per compagno me stesso.

Ite, dunque, e tornate onde partiste

dala doppia pupilla al cor, ch'è solo.

A me basta che 'l petto

ne le latèbre sue m'accoglia e chiuda,

ch'io per me più non curo

in sì lucidi fonti esser Narciso,

per non vedere in duo diversi oggetti

il proprio amor diviso.

Già l'ombra dela terra

si dilata per tutto. Ecco, dintorno

un denso umido velo

la gran faccia del cielo

ricopre, e folta nebbia

occupando le piagge imbruna i colli.

Vedi la luccioletta,

fiaccola del contado

e baleno volante,

viva favilla alata,

viva stella animata,

pur come ne le piume abbia il focile,

vibrando per le siepi

ali d'argento e foco,

alternar le scintille. È tempo omai

verso l'ovile, a passi corti e lenti,

da ricondur gli armenti.

Andiam, bella mia fiamma

ch'io tra l'ombre e gli orrori

dela notte e del bosco

altra per guida mia non curo o cheggio,

né lucciola né luce:

sol mi basta quel sol che mi conduce.