LA CONTESSA MATILDE
Il pianto delle squille vespertine
per li romani colli si spandea.
Scesa dal suo destrier, fra le ruine
belle, d'un tempio sacro a Citerea,
Matilde, in ferro chiusa il petto e il crine,
presso Gregorio tacita sedea.
E 'l Papa incominciò: — Dimmi, Contessa,
la storia de' tuoi primi anni, promessa. —
— Sì tosto come giunse la novella,
di Lorena venir Fredo il mio sposo,
molti signor' di terre e di castella
dal Po superbo all'Appennin selvoso,
a me ligi, raccolgo, acciò che bella
facesser l'accoglienza e il dì festoso:
e incontro gli muoviam: d'oro i destrieri,
d'oro l'arme lucean de' cavalieri.
Piene le gote avea, la voce esile,
mal sicuro l'andar, grave l'aspetto:
dalle incomposte membra una gentile
aura spirava di velato affetto,
che ad ora ad ora si facea simile
a cupo orgoglio ed a senil sospetto.
Qual tra persone vive incerta idea,
tal fra gli Itali miei Fredo parea.
E miste di latino e di tedesco
strane blandizie andava mormorando.
Ma poi che alfin dall'imbandito desco
gli ebri baroni si venian levando,
dall'ampie sale vergognando i' esco,
e alla Vergine in cor mi raccomando,
madre del bello amor, che le sien grate
le primizie di mia verginitate.
E per mio cenno inginocchioni anch'esso
pregò, da me dettata, una preghiera,
che in buono augurio Iddio, con altre appresso,
passar ci faccia quella prima sera.
Indi, ogni cinto dislacciato, emesso
giuso ogni velo, a lui mi lascio intera.
E d'una cosa sol mi vergognai,
confesso a te: non gli piacere assai. —
La interruppe gemendo a questo passo
Papa Gregorio, e con affetto austero,
— Matilde, — mormorò, — parla più basso,
e chiudi a tai memorie il tuo pensiero.
Il peso della carne è grave sasso
che tira al fondo l'intelletto altero:
e una parola all'anima tranquilla
è d'incendi lunghissimi scintilla. —
Qui, rimettendo della voce alquanto,
rispondea con rossor la pia Contessa: —
di quella notte, e poi dell'altre, o santo
Padre, a te voglio in tutto esser confessa.
Tu mi dirai quant'io rea fossi, e quanto
misera; e in te conoscerò me stessa.
Che del par nuovo parmi al piacer vero
e alla virtù verace il mio pensiero. —
— Sulle dolcezze invan desiderate,
— diss'ei, — la mente tua corta leggiera,
come leggiere pon le sue pedate
per lubrico terren cacciata fiera. —
E di madre e di sposa a sé vietate
narrò le gioie allor la donna altera;
come scoperse il ver, come all'amore
la fantasia s'aprì, si chiuse il cuore.
— Ira ed orgoglio a un tratto in me consunse
l'acre desìo, de' sensi miei tiranno.
Dissi: la tua follia, Duca, presunse
alle grandezze nostre fare inganno.
I corpi che natura non congiunse,
sotto ad un tetto ad abitar non hanno.
Sia perdonanza alle codarde offese,
ma tu ritorna ratto al tuo paese. —
Egli, pien di vergogna e di paura,
se ne tornò di cheto alle sue case.
Sola, né moglie né vergine pura,
co' suoi desir Matelda si rimase.
Né le memorie della sua sventura
giammai le fûr dall'anima sì rase
che, in pensar del passato, ella ancor possa
far che non senta un brivido per l'ossa.
— Ma con l'ardenza del desir pugnava
di delusa l'orgoglio e di contessa;
e il tempo e la preghiera avvalorava
l'alma dai giovanili impeti oppressa.
Poi nelle cure del regnar gettava
me, quasi in mischia ardente, e, in quella pressa
d'acri speranze e di non miei timori,
poco il blandir sentii de' molli amori.
Garzon' leggiadri e nobili guerrieri,
desiderosi della mia bellezza,
con gran diletto entrâr ne' miei pensieri,
e di talun di loro ebbi vaghezza:
ma quai dimessi, e quai soverchio alteri,
in chi acerba la vita, ed in chi mézza:
tal altro avea valor, senno, possanza,
ma del Tedesco mio rendea sembianza.
Le rimembranze mie fatte terrori
mi facean pure a giogo d'uom nemica.
Sempre fra me dicea: duchi e signori,
di chiaro nome e di progenie antica,
ho miei vassalli; e papi e imperatori
posso, avversa, attristar, far lieti amica.
Che potrìa darmi un uom? può far mia sorte
ontosa, s'egli è vil, serva, se forte.
Anima in me romita, esercitai
le faticose gioie dell'impero:
o or indicer battaglia, or chiesa amai,
or castello fondare, or monastero.
Sui toschi monti e sui roman' fermai
pien di guerra e di pace il mio pensiero:
tenni d'Ancona i campi e di Guastalla,
e dove l'Arno e dove il Po s'avvalla.
Né mai dal chiuso petto si partìo
il sospiro dell'anima solinga;
e per la notte lamentava a Dio,
quale su' tetti passera raminga.
Ma (... come stral che di gran foga uscìo,
ch'assai lontan forz'è che il volo spinga)
non si fermava nelle cose vili,
pieno lo sguardo mio d'alte e gentili. —
— Figlia, — Gregorio domandava, — e ora
i tuoi desiri ti dann'eglin pace? —
A cui Matilde: — Ancora, o padre, ancora
l'acuto grido del mio cor non tace. —
Ed ei: — Soffri, infelice, e ti rincora;
ché quel che scalda te, molti disface.
Ogni calice, donna, ha il suo veleno;
e ciascun porta una battaglia in seno.
Scuoter convien da noi gli affetti imbelli,
sì come l'arbor dalle vive frondi
scuote la pioggia, che farà più belli
di nuovo verde i rami e più fecondi.
Nascemmo, o donna, di Gesù fratelli,
a più sublimi affetti e più profondi.
Divelto fiore in un dì si muor tutto:
io vo' rimanga, e vo' ch'alleghi in frutto. —
Tacean cogli occhi a terra: ed ecco un tetro
lume di faci uscir loro alle spalle,
e sonar mesti canti, ed un ferètro
scendere lento vêr la bruna valle.
S'alzò Gregorio, e non fe' motto, e dietro
a quello andò per il solingo calle.
Sul palafren salì Matilde armata,
e scintille mettea l'ugna ferrata.