LA DIMENTICANZA

By Giacomo Leopardi

Nel tempo in che dileguasi

All'orizzonte il rosso,

Quando più forte gracida

La rana dentro al fosso:

Allor che gli astri brillano

Nel cielo azzurro e puro,

E splendono le lucciole

Sul verde suolo oscuro:

Allor che ad ogni piccolo

Romor che fa 'l viandante,

Gl'inquieti cani abbaiano

Ai casolari innante:

Nella stagion più fervida,

In una notte bruna,

Fresca, serena, placida,

Bella, ma senza luna:

Alla città tornavano

Da non lontana villa

Tre giovinetti nobili

Cleon, Lucio ed Eurilla.

D'un attempato e ruvido

Fattore in compagnia,

Vermiglio, grasso, florido

Pedante li seguia.

Lenti pel calle tacito

Traean la pancia piena,

Che fatto al campo aveano

Una gioconda cena.

Frugali sempre e savii,

Di carne avean mangiato

Sol quanto sulla tavola

Per sorte avean trovato.

Rappreso latte candido,

E saporiti e buoni

Per Lodigiano cacio

Pugliesi maccheroni

Con frutta, e qualche intingolo

Di rustica cucina,

Desta, e sopita aveano

Lor fame vespertina.

Di quel licor vivifico

Che l'alme allegra e bea

La refezion gradevole

Mancato non avea.

Ed il pedante rigido

Per dare il buon esempio

È fama che di calici

facesse orrendo scempio.

Però mentre moveasi

Con comodo, pian piano

Dai tre fratelli nobili

Si vede alfin lontano.

E quei con burle ingenue

Figliole del buon vino

Allontanando givano

La noia del cammino.

Cleone, astuto giovine

Che d'essi era il maggiore,

E avea tra gli altri vizii

Un capriccioso umore;

Con uno scherzo innocuo

Fitto s'aveva in testa

A quel pedante macero

Far terminar la festa.

Di man di Lucio subito

Si tolse un ombrellino

E di seguire ingiunsegli

Co l'altra il suo cammino.

In terra quindi l'abito

Ed il cappel depose

E dietro ad un grand'albero

Ridendo si nascose.

Pel calle solitario

Stanco il pedante e caldo

Veniva tranquillissimo

Ciarlando col castaldo.

Aspetta il furbo giovine

Che presso lui sia giunto,

E quando avvicinatosi

Lo vede a un certo punto;

Discostasi dall'albero,

Pone l'ombrello in resta,

E, su con voce orribile,

Su, grida, o roba o testa.

Il buon pedante gelido

Confondesi, ristà,

E sclama in arretrandosi:

La vita per pietà.

Scoppian le risa: accorrono

I giovani al romore:

Cleon con detti amabili

Consola il precettore.

Non temer nulla, dicegli,

Eh, vedi, è stato un giuoco.

Il meschinel ricupera

I sensi appoco appoco.

E l'anca percuotendosi,

In tuono di pietade,

Oh dice, incauti giovani,

Oh malaccorta etade!

Se in tasca, il ciel ne liberi!

Trovavami un coltello,

Di voi... qual rischio barbaro!...

Facea crudel macello.

I tre figlioli attoniti

Che replicar non sanno;

Si pentono, incamminansi

E ragionando vanno.

Oh Dio, fra lor dicevano,

Che gran periglio! io fremo...

Son burle che si pagano...

Mai più non ne faremo.

Alfin così com'erano

Del tristo error compunti,

Dopo non lungo spazio

Alla città fur giunti.

E allor che raccontavano

Il flebile accidente

Sien grazie al ciel, diceano,

Non n'è successo niente.

Per lor già necessaria

La mensa più non era

Nè far due cene debbesi

In una stessa sera.

Per dar quindi rimedio

Alle sofferte pene

Che tosto a letto andassero

Fu giudicato bene.

E il precettor, dell'abito

Levandosi ogni arnese

A trar di tasca vennesi

Un suo coltello Inglese.