La disputa amorosa
A dio tigre, a dio quercia,
a dio selce, a dio smalto, a dio diamante.
Ninfa crudele, a dio.
A dio, Laurin, ma dimmi,
che titoli son questi?
Hai tu forse obliato il nome mio?
Selvaggia m'appell'io.
O Selvaggia, selvaggia
più dele selve, e fera
più dele fere, ahi qual si trova in selva
fera sì cruda, che l'amante uccida?
E dove è tanta strage
di mortali trafitti
e di tanta infelice
gente, da me spietatamente uccisa?
Un cadavere essangue
vedrai, s'a me ti volgi, a cui sol manca
la sepoltura del'amato seno.
Che strane cose ascolto?
Morto dunque favelli, e spiri, e senti?
Oh, non m'incontrin mai
più spaventose e formidabil ombre!
Quante gravide Ninfe,
in mirando il tuo volto,
si sconciaro nel parto?
Tu motteggi e schernisci
l'amorosa miseria, anzi la morte
d'un'anima innocente.
Pur vedi ben del pallido sembiante
il color scolorito:
questo mortal pallore, ond'io son tinto,
ti può mostrar, ch'io sono
ombra tra' vivi, e più che vivo estinto.
Sì certo, è ben di cenere funebre
questa tua pallidezza.
In quella guisa impallidisce apunto
la tua languida guancia,
che suole uva matura,
o maturo ciriegio
quando rosseggian più là ne l'autunno
tra le porpore lor, Bacco e Vertunno.
Ancor scherzi; i tuoi scherzi
son saette pungenti, onde trafigi
il mio misero cor, ch'è già trafitto.
Se fede a me non presti,
prendi lo specchio, e mira:
crederai forse a te medesmo il vero.
Altro specchio non cheggio
né (credo) oggetto offerse agli occhi altrui
cristallo mai più lucido di quello,
in cui felice or io
mi contemplo e vagheggio.
E quale specchio è questo,
ch'oggi dopo il morir ti fa beato?
I tuoi begli occhi, in cui
del mio perduto cor scherza l'imago.
Faceto garruletto,
sempre al'arguzie torni.
Ma, dimmi, ond'argomenti
esser morto vivendo? Or gustan forse
cibo (come tu fai) gli spirti ignudi?
Gustan, ma tal qual io.
D'invisibil vivanda,
che mi pasce e consuma,
si nutrisce quest'alma.
Parlano forse i morti?
Colgon fior, premon latte?
Veston lana ancor l'ombre? e prendon sonno?
Anzi, et aman talora
e si congiungon anco
con l'amate bellezze,
e l'estreme dolcezze
senton di Natura,
quanto sostien l'usanza
d'una astratta sostanza.
Eccoci su le scuole.
Gran maestro dee certo essere Amore,
che fa tosto filosofo un pastore.
E che diresti poi,
se con ragion gagliarde io ti provassi
che quantunque mi viva
son di vita diviso,
e che tu l'omicida, io son l'ucciso?
Aguzza pur la punta
dela tua dialetica saetta,
amoroso Sofista.
Altro non è il morir, che scioglier l'alma
dala sua viva spoglia.
Omicida è colui
che priva d'alma altrui.
Ma l'alma del'amante
vive dov'ama più, che dov'ha vita,
dunque muor per colei, che l'ha rapita.
Misero, or chi fu quella
che l'anima ti tolse?
Una crudel, ma bella,
che benché morto m'abbia,
odiar però non posso.
Oh che benigno ingegno!
Ma perché tu, del pari,
scambievolmente a lei l'alma non togli?
Oh me felice apieno,
se pur dato mi fusse,
che come l'alma mia fa nel suo petto,
facesse anco la sua nel petto mio
dolcemente passaggio.
Ma io, che far poss'io per far contento
un sì fatto desio,
cui non basta morir, ma vuoi ch'ancora
altri teco si mora?
Se men superba e cruda
ascoltassi il mio dir, con argomenti
efficaci e possenti
moverti ancor alquanto
potrei, forse, a pietà del mio gran pianto.
Orsù, siedi qui meco,
e 'n questa verde catedra frondosa,
amator disputante,
disputator amante,
comincia a dichiarar ciò che proponi,
in tue conclusioni.
Io propongo e sostegno
ch'io t'amo, e per amarti
ne disamo me stesso; onde son degno,
e per ragion di debito il dimando,
da te, ch'amata sei,
(s'Amor mantien giustizia entro il suo regno)
pagato esser d'amore, e non di sdegno.
Meschinel, tu là dove
non fu giamai ragion, ragion pretendi.
Ma come, e dove, e quando
sì van desio nel petto tuo s'accese?
Là nel giardin de' cedri
ne le nozze d'Elcino
(volgon sei mesi apunto,
se mal non mi rimembra),
quel dì che tu lo specchio
per ben menare il ballo,
ala piva et al crotalo vincesti,
uscì dale tue luci
spiritello gentil, che per le mie
sottilmente passando
sovra il cor mi si assise,
e tutto pien d'imperioso foco
degli spirti e de' sensi
ad usurpar la signoria sen venne,
sìche repente io arsi, indi l'ardore
in me (come, non so) divenne amore.
D'amor nacque il pensiero,
dal pensiero il desire,
dal desir la speranza, e la speranza
partorito ha l'ardire,
onde a morte ne vo, per non morire.
Vivi e muori a tuo senno,
io son ferma e disposta
di non amar giamai.
O bella ninfa e cruda,
che sentenza mortale!
Ah, non ben si marita
la beltà con l'orgoglio.
Allignan male insieme
bellezza e crudeltate;
disegual compagnia, coppia difforme.
È dever, che l'effetto
risponda ala sembianza.
Sei bella, e dele doti
di Natura e d'Amor, ricca e pomposa.
Esser però convienti
altrettanto pietosa.
Perfida iniqua usanza
allettar lusinghiera
con dolci occhi ridenti,
et uccidere altrui spietata e fiera
con crudi atti nocenti.
Così pomo leggiadro
putrido verme in vaga scorza asconde.
Così coppa gemmata
chiude mortal veleno.
Così tra lieti fiori
aspe mordace alberga.
Così rigida serpe,
col verde e l'or dela dipinta spoglia,
dolcemente invaghisce, e poi col dente
crudelmente ferisce.
Mansueto sembiante, e cor feroce,
orgoglioso disprezzo
in umana figura,
sotto vaga apparenza,
ostinata inclemenza; unita insomma
a divina beltate,
barbara feritate,
è concento discorde
lo qual del'universo
la perfetta armonia guasta e corrompe.
Nel volto il Paradiso,
nel core aver l'Inferno.
Essere insieme a un punto,
angeletta ne' lumi
e furia ne' costumi,
sì disusata insolita mistura
portento è di Natura.
Se rose hai nel bel viso,
qual ira o qual dispetto
t'arma di spine il petto?
E se sei sì nemica
d'amore e di pietate,
com'hai tanta beltate?
O lascia leggiadria,
o prendi cortesia.
Esser vorrai tu forse
innesto mostruoso
del'Abisso o del Ciel? nutrir nel core
angelico furore? esser nel mondo
angeletta infernal, furia celeste?
Sii, s'esser vuoi, del'anime omicida,
ma non esser infida.
Se ricusi d'amare,
almen non ingannare.
Qual inganno maggiore?
Portar negli occhi amore, odio nel seno?
Aver forma di ninfa, et esser fera?
Sotto velo di riso asconder pianto?
Sotto vista di pace apportar guerra?
Promettere altrui vita, e poi dar morte?
Quest'è mentir la fede,
quest'è tradire i cori.
Vola incauta farfalla
ala luce del foco, e trova ardore
onde s'incende, e more.
Stende al ferro la man, terso e forbito,
semplicetto fanciullo,
e ne torna ferito.
Crede se stesso al mar tranquillo e piano
inesperto nocchiero,
indi riman dal'avid'onde absorto,
pria sepolto che morto.
Corre ai raggi sereni
dele bellezze tue
vaga di quel che piace, alma innocente.
Infelice, né altro
dal rigor del tuo fasto
alfin riporta e coglie
(e per prova il sent'io), ch'affanni e doglie.
Folle Pastor, tu vuoi
allettarmi ad amare, e mi spaventi
con martiri e tormenti.
S'Amor ha nel suo regno
tanti strazi e dolori,
come consigli tu, ch'io m'innamori?
Ad un gentile innamorato petto
il duol torna in diletto,
sìche quanto di dolce altronde viene,
una non val del'amorose pene.
Se sì lieto è il tuo stato,
se sì dolce è il tormento,
vivi teco contento: a che ti lagni?
Poiché tu senti eguale
il piacere al'affanno,
dunque il premio e la pena insieme vanno.
Qualora alternamente
passa di core in core
di reciproco amor cambio concorde,
allor gode, allor sente
l'una e l'altr'alma stretta
con vicende soavi
di dolcezza commun, vera dolcezza.
Ma se di pari Amor non ne saetta,
non è gioia perfetta.
Or se tra noi non è questa, che brami,
union di voleri, e d'ambiduo
son contrari i pensieri, a che seguirmi?
Tragge la calamita
il più duro metallo,
gran virtù di Natura;
e tragge la bellezza
del tuo volto il mio core,
gran possanza d'Amore. E l'una e l'altra
qualità veramente in noi si vede,
tu sei pietra in durezza, io ferro in fede.
S'egli è ver, che l'amante
d'ogni arbitrio si spoglia,
e dagl'imperi del'amata donna
ubbidiente pende,
perché del mio voler non ti fai legge?
Io vo', che tu non m'ami.
Pommi là tra le Sirti
tempestose e latranti.
Pommi dentro la gola e tra le fauci
di Cariddi e di Scilla.
Pommi tra le pruine e tra le brume
del Caucaso gelato,
là dove Borea rugge, et ale selve
fa coverchio di neve.
Pommi là dove ardente
fiede per dritto il suol la sferza estiva,
e sotto il vicin carro
del più fervido sol bollon l'arene.
Pur che 'n grado a te fia, nulla ricuso.
Mandami tra gl'inospiti deserti
dele scitiche balze.
Mandami pur tra' mostri
d'Erimanto e di Lerna.
Mandami ale spelonche
de' Lestrigoni orrendi, e de' Ciclopi.
Mandami tra le fiamme e tra gli orrori
di Cocito e d'Averno.
In virtù d'un tuo cenno, il tutto ardisco.
Non mi dir, ch'io non t'ami,
ciò né posso, né voglio.
Troppo per me presumi.
Non mi cur'io, né voglio
a grandi imprese e faticose esporti.
Quel che da te richeggio, è meno assai.
In questo sol, conoscerò se m'ami,
se prendi a disamarmi
e lasci di mirarmi.
Amar ciò che 'l difende
da morte, ha per sua natura ogni mortale.
Ne' tuoi begli occhi splende
raggio d'amor vitale
che, nonché vivo altrui, rende immortale.
Perché dunque t'adiri
ch'io t'ami, e ch'io ti miri?
S'al viver mio procaccio esca et aita,
io te, Ninfa, non amo, amo la vita.
Ami la vita? dunque
ami il tuo proprio bene, e 'l tuo trastullo.
Ami me per te stesso,
anzi fuorché te stesso, in me non ami.
Or se cerca il tuo core
più 'l suo prò, che 'l mio amore,
perché vuoi tu, ch'io sia
obligata ad amarti? e perché poi
mi chiami empia e crudel, quando non t'amo?
Sii tu di te, c'hai teco in tua balia
e l'amore e la vita,
amante e riamato,
ch'esser puoi senza me, vivo e beato.
Vive più che 'n sestessa
ne l'amata bellezza, alma amorosa.
Quindi io, me stesso amando
et amando la vita,
altro che te non amo.
E come disarmarti unqua potrei?
Tu la mia vita, e tu me stesso sei.
Quando da me gradito
fusse l'amore, et io
d'esser amata amassi, amar devresti.
Ma se sai, che m'offendi,
perché contro mia voglia
vuoi, pertinace, amarmi?
Offesa dunque chiami
amor, servaggio e fede?
Adorarti qual dea,
farti vittima il core,
cantarti in mille rime,
segnarti in mille scorze,
non pensar, non volere,
non sentir, non vedere
più in là che i tuoi begli occhi,
queste son dunque, ingrata,
queste l'offese tue, le colpe mie?
Altra colpa, ch'io sappia,
contro te non commisi, et altro errore
che di soverchio amore;
or se colpa è l'amor, l'odio che fia?
Sarò per le tue leggi
colpevole s'io t'amo,
e tu che l'amator disami e sdegni,
innocente sarai?
Ah, che torto mi fai,
giudice ingiusta, et io
al tribunal d'Amor me ne richiamo.
Ma se pur di fallo tal (se fallo è questo)
ti chiederei la pena,
s'altro che pena e danno
dal giorno ch'io fallai
riportato n'avesse il cor dolente.
Non è dunque al fallire
gran castigo il languire?
Piaghe, fiamme, catene
non son pene bastanti al mio delitto?
Qual vendetta maggior cercando vai
al troppo audace eccesso
del misfatto commesso,
se già senza punir, punito l'hai?
Ma poniam pur, ch'io sia per troppo amarti
reo di pena più grave:
qual ragion vuol, qual dritto
che condanni e punisca i falli miei
tu, che cagion ne sei?
Amor dal bel sol nasce,
e sol del bel si pasce,
né altro è amor, che di beltà desio;
figlio di tua bellezza è l'amor mio.
Da te dunque deriva
quest'amor, questa fé salda e costante:
mentre tu sarai bella, io sarò amante.
Tanto dunque, e non più, quanto in me verde
fia la beltà, la fiamma in te fia viva?
Vile, e di poco pregio è quest'amore,
poiché s'appoggia a sì caduca base.
Quand'io bella non fossi,
so che non m'ameresti;
talché l'amor non va senza il diletto,
mancando la cagion, manca l'effetto.
Se del'incendio mio fuss'esca solo
questo bel che di fore in te sfavilla,
fora ardor, fora amor fragile e breve.
Ma la luce maggior, che 'n te traspare
dela bellezza interna,
eternando l'ardor, l'amore eterna.
Se la beltà del'alma è il primo fine
del tuo nobil amor, perché non volgi
il cor là dove sia
maggior che in me non è, questa bellezza?
Mancan forse pastori
ricchi d'alto valor, di sommo ingegno,
per fama chiari e per chiar'opre illustri?
Questi saranno oggetti
a' tuoi sublimi amori,
d'una semplice ninfa assai migliori.
Chiunque ama in altrui
virtù senza beltà, questi s'appella
amico, e non amante.
Amante è quei, che 'ntende
ad amar in bel corpo anima bella.
La beltà che si vede è come raggio
del sole, ch'entro si serra
e che quasi per nebbia a noi traluce.
La beltà che si cela, è come rosa
in bel cristallo ascosa.
Talché del bello amato
il più s'asconde, e si palesa il meno.
Così fior, così gemma
manifesta il colore,
publica lo splendore,
ma l'occulta virtù non mostra agli occhi.
E così il cielo istesso,
bench'a' mortali il sol scopra, e le stelle,
chiude però nel sen cose più belle.
Chi fia che m'assecuri
(s'io pur prendo ad amarti)
dela tua stabil fede? e che tua voglia
non sia (come son l'altre) al vento foglia?
Giuro per questo ciel, per questa luce,
giuro per questa vita,
anzi per te, che la mia vita sei,
che sempre il sol sarai degli occhi miei.
Amoroso interesse
scioglie e move per uso
di fallace amator lingua spergiura.
Mentre nel cor gli dura
il desire e la speme,
aviluppa promesse,
con ossequi devoti onora e serve.
Ma non prima è svanito
col caldo affetto insieme
dela gioia amorosa il fiore e 'l verde,
che del passato ogni memoria perde.
Sembra l'avido amante
peregrin sitibondo
che se tra via s'incontra
in cristallina e gelida fontana,
piega il ginocchio in su la fresca riva,
s'inchina ale dolci acque
e la bacia, e la fugge;
ma tosto che dal labro arido sente
sgombro l'ardor del'importuna sete,
del refrigerio il beneficio oblia,
volge il tergo ala sponda,
né più punto gli cal dela bell'onda.
Così, poiché sfogato
ha del'ingordo e cupido desio
ne l'acceso appetito il vivo foco,
chi gode il fin d'Amore,
sazio di quel piacer che bramò tanto;
il già sì caro fonte
del gustato diletto
schernisce, aborre ingratamente e sprezza.
Mentre che sano e saldo
sta ne la bocca il dente,
si polisce, si terge
e si pregia, e si stima.
Poi che putrido e guasto
dale fauci l'ha svelto il can ferrato,
ne l'immondo letame
come sozza e vil cosa alfin si gitta.
Mentre la bionda chioma
su la fronte natia si nutre e cresce,
oh come si tien cara!
E si coltiva con eburneo rastro,
e di fiori s'intreccia e d'or s'implica,
e d'odori s'impingua.
Apena dala forbice tonduta
cade recisa dala viva testa,
che col piè si calpesta.
Né più né men la feminil bellezza,
la giovenil dolcezza
con affanno si cerca,
con umiltà si prega,
innamora e diletta,
ma trovata e goduta, è poi negletta.
Un fior non fa ghirlanda.
La colpa d'un sol reo nocer non deve
a mill' altri innocenti.
Questo è talor difetto
di chi da ver non ama, o se pur ama,
ama d'amor ferino,
che nulla ha del divino. Io amo, io ardo
di puro ardor, d'amor celeste, e come
il cielo incorrottibile ha le tempre,
così l'alta mia fiamma arderà sempre.
Poetiche chimere,
ch'a predicar son belle,
ma raro in prova, poi, riescono vere.
Quel che tu da me brami, in Ciel non fassi,
e tuttoquanto il colmo
dela beatitudine celeste
ne la vista consiste, e non nel tatto.
S'ami sì nobilmente
e vuoi, come i beati, esser beato,
mira, contempla e taci,
non ti curar d'abbracciamenti e baci.
Senza il fin, per cui s'ama,
ch'è l'ultimo diletto,
amor non è perfetto;
come imperfetta ancora
et inutil si stima
beltà che non s'adopra e che non serve
a quell'uso, a quel fin per cui fu fatta.
Dimmi, qual è più bella?
Vite ch'al suol distesa,
senza sostegno insterilisce e secca,
o pur quell'altra, quella
che su 'l palo appoggiata,
o col tronco abbracciata,
rende d'uva soave
semedesma feconda, e l'olmo grave?
Or rispondimi tu: qual è migliore?
Rosa che verginella
fiorisce intatta in su 'l nativo stelo,
o quella pur, che da rapace mano
colta, in brev'ora essangue
inaridisce e langue?
Io per me più felice
stimo del'altra che nell'orto invecchia,
la rosa che si coglie
e che ne l'altrui man marcisce e more,
poiché col grato odore
e con la vista dele vaghe foglie
ale nari et agli occhi almen diletta,
là dove pur a forza
senza alcun prò tra le materne spine
devea cadendo alfine
e marcire e morire in ogni guisa.
Così quel vino ancor viè più s'apprezza
che 'n sua stagion si beve,
del'altro che serbato, alfin si guasta.
Se bene invero il fiore
di giovinetta ch'a leggiadro sposo
si congiunge et unisce,
non subito languisce.
Anzi molte ne vidi
le quai prima che strette
avesse Amor con marital legame,
eran pallide e smorte,
tornar dopo le nozze
più che 'n lor prima età, vermiglie e fresche.
Con tutto ciò più degno, e più pregiato
è il verginale stato.
Pregiata è senza dubbio, e degna cosa
una vergin fanciulla.
Ma qual più brutta e sozza e mostruosa,
d'una vergine vecchia?
S'ala tua genitrice
non fusse il fior caduto
dela verginità, che tanto essalti,
né tu del fiore istesso il pregio avresti;
lo qual benché si perda
e si tolga una vergine a Natura,
se de' nostri imenei
non fia sterile il letto et infecondo,
quel piacere, onde il mondo
si perpetua e rinova,
iterando più volte,
per una sola ancor ne darem molte.
E vuoi, ch'io per piacerti
mi mariti ad un morto?
Anzi no: se ciò fai,
subito mi vedrai
suscitato e risorto.
Laurin, ti cedo omai.
Troppo dotto campione
qualunque questione
d'amor risolver sai.
Quindi dela disputa e in un del'alma
donandoti la palma,
convien ch'io pur da te vinta mi chiami,
e ch'amata riami.
Attendi dunque pur, che si maturi
questa mia messe acerba,
ch'ancor verdeggia in erba,
e sappi ch'a te sol ne fo conserva.
Tu conserva te stesso al ben ch'aspetti,
e poich'a tuo talento
sai vivere e morire,
o morendo, o vivendo
in quella guisa pur, ch'a te più piace,
restati intanto in pace.
Crudel, partirai dunque
senza donarmi almen un bacio solo?
No, no, tu morto sei
e vorresti che teco
di vita uscissi anch'io?
Guardimi il ciel, ch'io baci i morti. A dio.