La disputa amorosa

By Giovambattista Marino

A dio tigre, a dio quercia,

a dio selce, a dio smalto, a dio diamante.

Ninfa crudele, a dio.

A dio, Laurin, ma dimmi,

che titoli son questi?

Hai tu forse obliato il nome mio?

Selvaggia m'appell'io.

O Selvaggia, selvaggia

più dele selve, e fera

più dele fere, ahi qual si trova in selva

fera sì cruda, che l'amante uccida?

E dove è tanta strage

di mortali trafitti

e di tanta infelice

gente, da me spietatamente uccisa?

Un cadavere essangue

vedrai, s'a me ti volgi, a cui sol manca

la sepoltura del'amato seno.

Che strane cose ascolto?

Morto dunque favelli, e spiri, e senti?

Oh, non m'incontrin mai

più spaventose e formidabil ombre!

Quante gravide Ninfe,

in mirando il tuo volto,

si sconciaro nel parto?

Tu motteggi e schernisci

l'amorosa miseria, anzi la morte

d'un'anima innocente.

Pur vedi ben del pallido sembiante

il color scolorito:

questo mortal pallore, ond'io son tinto,

ti può mostrar, ch'io sono

ombra tra' vivi, e più che vivo estinto.

Sì certo, è ben di cenere funebre

questa tua pallidezza.

In quella guisa impallidisce apunto

la tua languida guancia,

che suole uva matura,

o maturo ciriegio

quando rosseggian più là ne l'autunno

tra le porpore lor, Bacco e Vertunno.

Ancor scherzi; i tuoi scherzi

son saette pungenti, onde trafigi

il mio misero cor, ch'è già trafitto.

Se fede a me non presti,

prendi lo specchio, e mira:

crederai forse a te medesmo il vero.

Altro specchio non cheggio

né (credo) oggetto offerse agli occhi altrui

cristallo mai più lucido di quello,

in cui felice or io

mi contemplo e vagheggio.

E quale specchio è questo,

ch'oggi dopo il morir ti fa beato?

I tuoi begli occhi, in cui

del mio perduto cor scherza l'imago.

Faceto garruletto,

sempre al'arguzie torni.

Ma, dimmi, ond'argomenti

esser morto vivendo? Or gustan forse

cibo (come tu fai) gli spirti ignudi?

Gustan, ma tal qual io.

D'invisibil vivanda,

che mi pasce e consuma,

si nutrisce quest'alma.

Parlano forse i morti?

Colgon fior, premon latte?

Veston lana ancor l'ombre? e prendon sonno?

Anzi, et aman talora

e si congiungon anco

con l'amate bellezze,

e l'estreme dolcezze

senton di Natura,

quanto sostien l'usanza

d'una astratta sostanza.

Eccoci su le scuole.

Gran maestro dee certo essere Amore,

che fa tosto filosofo un pastore.

E che diresti poi,

se con ragion gagliarde io ti provassi

che quantunque mi viva

son di vita diviso,

e che tu l'omicida, io son l'ucciso?

Aguzza pur la punta

dela tua dialetica saetta,

amoroso Sofista.

Altro non è il morir, che scioglier l'alma

dala sua viva spoglia.

Omicida è colui

che priva d'alma altrui.

Ma l'alma del'amante

vive dov'ama più, che dov'ha vita,

dunque muor per colei, che l'ha rapita.

Misero, or chi fu quella

che l'anima ti tolse?

Una crudel, ma bella,

che benché morto m'abbia,

odiar però non posso.

Oh che benigno ingegno!

Ma perché tu, del pari,

scambievolmente a lei l'alma non togli?

Oh me felice apieno,

se pur dato mi fusse,

che come l'alma mia fa nel suo petto,

facesse anco la sua nel petto mio

dolcemente passaggio.

Ma io, che far poss'io per far contento

un sì fatto desio,

cui non basta morir, ma vuoi ch'ancora

altri teco si mora?

Se men superba e cruda

ascoltassi il mio dir, con argomenti

efficaci e possenti

moverti ancor alquanto

potrei, forse, a pietà del mio gran pianto.

Orsù, siedi qui meco,

e 'n questa verde catedra frondosa,

amator disputante,

disputator amante,

comincia a dichiarar ciò che proponi,

in tue conclusioni.

Io propongo e sostegno

ch'io t'amo, e per amarti

ne disamo me stesso; onde son degno,

e per ragion di debito il dimando,

da te, ch'amata sei,

(s'Amor mantien giustizia entro il suo regno)

pagato esser d'amore, e non di sdegno.

Meschinel, tu là dove

non fu giamai ragion, ragion pretendi.

Ma come, e dove, e quando

sì van desio nel petto tuo s'accese?

Là nel giardin de' cedri

ne le nozze d'Elcino

(volgon sei mesi apunto,

se mal non mi rimembra),

quel dì che tu lo specchio

per ben menare il ballo,

ala piva et al crotalo vincesti,

uscì dale tue luci

spiritello gentil, che per le mie

sottilmente passando

sovra il cor mi si assise,

e tutto pien d'imperioso foco

degli spirti e de' sensi

ad usurpar la signoria sen venne,

sìche repente io arsi, indi l'ardore

in me (come, non so) divenne amore.

D'amor nacque il pensiero,

dal pensiero il desire,

dal desir la speranza, e la speranza

partorito ha l'ardire,

onde a morte ne vo, per non morire.

Vivi e muori a tuo senno,

io son ferma e disposta

di non amar giamai.

O bella ninfa e cruda,

che sentenza mortale!

Ah, non ben si marita

la beltà con l'orgoglio.

Allignan male insieme

bellezza e crudeltate;

disegual compagnia, coppia difforme.

È dever, che l'effetto

risponda ala sembianza.

Sei bella, e dele doti

di Natura e d'Amor, ricca e pomposa.

Esser però convienti

altrettanto pietosa.

Perfida iniqua usanza

allettar lusinghiera

con dolci occhi ridenti,

et uccidere altrui spietata e fiera

con crudi atti nocenti.

Così pomo leggiadro

putrido verme in vaga scorza asconde.

Così coppa gemmata

chiude mortal veleno.

Così tra lieti fiori

aspe mordace alberga.

Così rigida serpe,

col verde e l'or dela dipinta spoglia,

dolcemente invaghisce, e poi col dente

crudelmente ferisce.

Mansueto sembiante, e cor feroce,

orgoglioso disprezzo

in umana figura,

sotto vaga apparenza,

ostinata inclemenza; unita insomma

a divina beltate,

barbara feritate,

è concento discorde

lo qual del'universo

la perfetta armonia guasta e corrompe.

Nel volto il Paradiso,

nel core aver l'Inferno.

Essere insieme a un punto,

angeletta ne' lumi

e furia ne' costumi,

sì disusata insolita mistura

portento è di Natura.

Se rose hai nel bel viso,

qual ira o qual dispetto

t'arma di spine il petto?

E se sei sì nemica

d'amore e di pietate,

com'hai tanta beltate?

O lascia leggiadria,

o prendi cortesia.

Esser vorrai tu forse

innesto mostruoso

del'Abisso o del Ciel? nutrir nel core

angelico furore? esser nel mondo

angeletta infernal, furia celeste?

Sii, s'esser vuoi, del'anime omicida,

ma non esser infida.

Se ricusi d'amare,

almen non ingannare.

Qual inganno maggiore?

Portar negli occhi amore, odio nel seno?

Aver forma di ninfa, et esser fera?

Sotto velo di riso asconder pianto?

Sotto vista di pace apportar guerra?

Promettere altrui vita, e poi dar morte?

Quest'è mentir la fede,

quest'è tradire i cori.

Vola incauta farfalla

ala luce del foco, e trova ardore

onde s'incende, e more.

Stende al ferro la man, terso e forbito,

semplicetto fanciullo,

e ne torna ferito.

Crede se stesso al mar tranquillo e piano

inesperto nocchiero,

indi riman dal'avid'onde absorto,

pria sepolto che morto.

Corre ai raggi sereni

dele bellezze tue

vaga di quel che piace, alma innocente.

Infelice, né altro

dal rigor del tuo fasto

alfin riporta e coglie

(e per prova il sent'io), ch'affanni e doglie.

Folle Pastor, tu vuoi

allettarmi ad amare, e mi spaventi

con martiri e tormenti.

S'Amor ha nel suo regno

tanti strazi e dolori,

come consigli tu, ch'io m'innamori?

Ad un gentile innamorato petto

il duol torna in diletto,

sìche quanto di dolce altronde viene,

una non val del'amorose pene.

Se sì lieto è il tuo stato,

se sì dolce è il tormento,

vivi teco contento: a che ti lagni?

Poiché tu senti eguale

il piacere al'affanno,

dunque il premio e la pena insieme vanno.

Qualora alternamente

passa di core in core

di reciproco amor cambio concorde,

allor gode, allor sente

l'una e l'altr'alma stretta

con vicende soavi

di dolcezza commun, vera dolcezza.

Ma se di pari Amor non ne saetta,

non è gioia perfetta.

Or se tra noi non è questa, che brami,

union di voleri, e d'ambiduo

son contrari i pensieri, a che seguirmi?

Tragge la calamita

il più duro metallo,

gran virtù di Natura;

e tragge la bellezza

del tuo volto il mio core,

gran possanza d'Amore. E l'una e l'altra

qualità veramente in noi si vede,

tu sei pietra in durezza, io ferro in fede.

S'egli è ver, che l'amante

d'ogni arbitrio si spoglia,

e dagl'imperi del'amata donna

ubbidiente pende,

perché del mio voler non ti fai legge?

Io vo', che tu non m'ami.

Pommi là tra le Sirti

tempestose e latranti.

Pommi dentro la gola e tra le fauci

di Cariddi e di Scilla.

Pommi tra le pruine e tra le brume

del Caucaso gelato,

là dove Borea rugge, et ale selve

fa coverchio di neve.

Pommi là dove ardente

fiede per dritto il suol la sferza estiva,

e sotto il vicin carro

del più fervido sol bollon l'arene.

Pur che 'n grado a te fia, nulla ricuso.

Mandami tra gl'inospiti deserti

dele scitiche balze.

Mandami pur tra' mostri

d'Erimanto e di Lerna.

Mandami ale spelonche

de' Lestrigoni orrendi, e de' Ciclopi.

Mandami tra le fiamme e tra gli orrori

di Cocito e d'Averno.

In virtù d'un tuo cenno, il tutto ardisco.

Non mi dir, ch'io non t'ami,

ciò né posso, né voglio.

Troppo per me presumi.

Non mi cur'io, né voglio

a grandi imprese e faticose esporti.

Quel che da te richeggio, è meno assai.

In questo sol, conoscerò se m'ami,

se prendi a disamarmi

e lasci di mirarmi.

Amar ciò che 'l difende

da morte, ha per sua natura ogni mortale.

Ne' tuoi begli occhi splende

raggio d'amor vitale

che, nonché vivo altrui, rende immortale.

Perché dunque t'adiri

ch'io t'ami, e ch'io ti miri?

S'al viver mio procaccio esca et aita,

io te, Ninfa, non amo, amo la vita.

Ami la vita? dunque

ami il tuo proprio bene, e 'l tuo trastullo.

Ami me per te stesso,

anzi fuorché te stesso, in me non ami.

Or se cerca il tuo core

più 'l suo prò, che 'l mio amore,

perché vuoi tu, ch'io sia

obligata ad amarti? e perché poi

mi chiami empia e crudel, quando non t'amo?

Sii tu di te, c'hai teco in tua balia

e l'amore e la vita,

amante e riamato,

ch'esser puoi senza me, vivo e beato.

Vive più che 'n sestessa

ne l'amata bellezza, alma amorosa.

Quindi io, me stesso amando

et amando la vita,

altro che te non amo.

E come disarmarti unqua potrei?

Tu la mia vita, e tu me stesso sei.

Quando da me gradito

fusse l'amore, et io

d'esser amata amassi, amar devresti.

Ma se sai, che m'offendi,

perché contro mia voglia

vuoi, pertinace, amarmi?

Offesa dunque chiami

amor, servaggio e fede?

Adorarti qual dea,

farti vittima il core,

cantarti in mille rime,

segnarti in mille scorze,

non pensar, non volere,

non sentir, non vedere

più in là che i tuoi begli occhi,

queste son dunque, ingrata,

queste l'offese tue, le colpe mie?

Altra colpa, ch'io sappia,

contro te non commisi, et altro errore

che di soverchio amore;

or se colpa è l'amor, l'odio che fia?

Sarò per le tue leggi

colpevole s'io t'amo,

e tu che l'amator disami e sdegni,

innocente sarai?

Ah, che torto mi fai,

giudice ingiusta, et io

al tribunal d'Amor me ne richiamo.

Ma se pur di fallo tal (se fallo è questo)

ti chiederei la pena,

s'altro che pena e danno

dal giorno ch'io fallai

riportato n'avesse il cor dolente.

Non è dunque al fallire

gran castigo il languire?

Piaghe, fiamme, catene

non son pene bastanti al mio delitto?

Qual vendetta maggior cercando vai

al troppo audace eccesso

del misfatto commesso,

se già senza punir, punito l'hai?

Ma poniam pur, ch'io sia per troppo amarti

reo di pena più grave:

qual ragion vuol, qual dritto

che condanni e punisca i falli miei

tu, che cagion ne sei?

Amor dal bel sol nasce,

e sol del bel si pasce,

né altro è amor, che di beltà desio;

figlio di tua bellezza è l'amor mio.

Da te dunque deriva

quest'amor, questa fé salda e costante:

mentre tu sarai bella, io sarò amante.

Tanto dunque, e non più, quanto in me verde

fia la beltà, la fiamma in te fia viva?

Vile, e di poco pregio è quest'amore,

poiché s'appoggia a sì caduca base.

Quand'io bella non fossi,

so che non m'ameresti;

talché l'amor non va senza il diletto,

mancando la cagion, manca l'effetto.

Se del'incendio mio fuss'esca solo

questo bel che di fore in te sfavilla,

fora ardor, fora amor fragile e breve.

Ma la luce maggior, che 'n te traspare

dela bellezza interna,

eternando l'ardor, l'amore eterna.

Se la beltà del'alma è il primo fine

del tuo nobil amor, perché non volgi

il cor là dove sia

maggior che in me non è, questa bellezza?

Mancan forse pastori

ricchi d'alto valor, di sommo ingegno,

per fama chiari e per chiar'opre illustri?

Questi saranno oggetti

a' tuoi sublimi amori,

d'una semplice ninfa assai migliori.

Chiunque ama in altrui

virtù senza beltà, questi s'appella

amico, e non amante.

Amante è quei, che 'ntende

ad amar in bel corpo anima bella.

La beltà che si vede è come raggio

del sole, ch'entro si serra

e che quasi per nebbia a noi traluce.

La beltà che si cela, è come rosa

in bel cristallo ascosa.

Talché del bello amato

il più s'asconde, e si palesa il meno.

Così fior, così gemma

manifesta il colore,

publica lo splendore,

ma l'occulta virtù non mostra agli occhi.

E così il cielo istesso,

bench'a' mortali il sol scopra, e le stelle,

chiude però nel sen cose più belle.

Chi fia che m'assecuri

(s'io pur prendo ad amarti)

dela tua stabil fede? e che tua voglia

non sia (come son l'altre) al vento foglia?

Giuro per questo ciel, per questa luce,

giuro per questa vita,

anzi per te, che la mia vita sei,

che sempre il sol sarai degli occhi miei.

Amoroso interesse

scioglie e move per uso

di fallace amator lingua spergiura.

Mentre nel cor gli dura

il desire e la speme,

aviluppa promesse,

con ossequi devoti onora e serve.

Ma non prima è svanito

col caldo affetto insieme

dela gioia amorosa il fiore e 'l verde,

che del passato ogni memoria perde.

Sembra l'avido amante

peregrin sitibondo

che se tra via s'incontra

in cristallina e gelida fontana,

piega il ginocchio in su la fresca riva,

s'inchina ale dolci acque

e la bacia, e la fugge;

ma tosto che dal labro arido sente

sgombro l'ardor del'importuna sete,

del refrigerio il beneficio oblia,

volge il tergo ala sponda,

né più punto gli cal dela bell'onda.

Così, poiché sfogato

ha del'ingordo e cupido desio

ne l'acceso appetito il vivo foco,

chi gode il fin d'Amore,

sazio di quel piacer che bramò tanto;

il già sì caro fonte

del gustato diletto

schernisce, aborre ingratamente e sprezza.

Mentre che sano e saldo

sta ne la bocca il dente,

si polisce, si terge

e si pregia, e si stima.

Poi che putrido e guasto

dale fauci l'ha svelto il can ferrato,

ne l'immondo letame

come sozza e vil cosa alfin si gitta.

Mentre la bionda chioma

su la fronte natia si nutre e cresce,

oh come si tien cara!

E si coltiva con eburneo rastro,

e di fiori s'intreccia e d'or s'implica,

e d'odori s'impingua.

Apena dala forbice tonduta

cade recisa dala viva testa,

che col piè si calpesta.

Né più né men la feminil bellezza,

la giovenil dolcezza

con affanno si cerca,

con umiltà si prega,

innamora e diletta,

ma trovata e goduta, è poi negletta.

Un fior non fa ghirlanda.

La colpa d'un sol reo nocer non deve

a mill' altri innocenti.

Questo è talor difetto

di chi da ver non ama, o se pur ama,

ama d'amor ferino,

che nulla ha del divino. Io amo, io ardo

di puro ardor, d'amor celeste, e come

il cielo incorrottibile ha le tempre,

così l'alta mia fiamma arderà sempre.

Poetiche chimere,

ch'a predicar son belle,

ma raro in prova, poi, riescono vere.

Quel che tu da me brami, in Ciel non fassi,

e tuttoquanto il colmo

dela beatitudine celeste

ne la vista consiste, e non nel tatto.

S'ami sì nobilmente

e vuoi, come i beati, esser beato,

mira, contempla e taci,

non ti curar d'abbracciamenti e baci.

Senza il fin, per cui s'ama,

ch'è l'ultimo diletto,

amor non è perfetto;

come imperfetta ancora

et inutil si stima

beltà che non s'adopra e che non serve

a quell'uso, a quel fin per cui fu fatta.

Dimmi, qual è più bella?

Vite ch'al suol distesa,

senza sostegno insterilisce e secca,

o pur quell'altra, quella

che su 'l palo appoggiata,

o col tronco abbracciata,

rende d'uva soave

semedesma feconda, e l'olmo grave?

Or rispondimi tu: qual è migliore?

Rosa che verginella

fiorisce intatta in su 'l nativo stelo,

o quella pur, che da rapace mano

colta, in brev'ora essangue

inaridisce e langue?

Io per me più felice

stimo del'altra che nell'orto invecchia,

la rosa che si coglie

e che ne l'altrui man marcisce e more,

poiché col grato odore

e con la vista dele vaghe foglie

ale nari et agli occhi almen diletta,

là dove pur a forza

senza alcun prò tra le materne spine

devea cadendo alfine

e marcire e morire in ogni guisa.

Così quel vino ancor viè più s'apprezza

che 'n sua stagion si beve,

del'altro che serbato, alfin si guasta.

Se bene invero il fiore

di giovinetta ch'a leggiadro sposo

si congiunge et unisce,

non subito languisce.

Anzi molte ne vidi

le quai prima che strette

avesse Amor con marital legame,

eran pallide e smorte,

tornar dopo le nozze

più che 'n lor prima età, vermiglie e fresche.

Con tutto ciò più degno, e più pregiato

è il verginale stato.

Pregiata è senza dubbio, e degna cosa

una vergin fanciulla.

Ma qual più brutta e sozza e mostruosa,

d'una vergine vecchia?

S'ala tua genitrice

non fusse il fior caduto

dela verginità, che tanto essalti,

né tu del fiore istesso il pregio avresti;

lo qual benché si perda

e si tolga una vergine a Natura,

se de' nostri imenei

non fia sterile il letto et infecondo,

quel piacere, onde il mondo

si perpetua e rinova,

iterando più volte,

per una sola ancor ne darem molte.

E vuoi, ch'io per piacerti

mi mariti ad un morto?

Anzi no: se ciò fai,

subito mi vedrai

suscitato e risorto.

Laurin, ti cedo omai.

Troppo dotto campione

qualunque questione

d'amor risolver sai.

Quindi dela disputa e in un del'alma

donandoti la palma,

convien ch'io pur da te vinta mi chiami,

e ch'amata riami.

Attendi dunque pur, che si maturi

questa mia messe acerba,

ch'ancor verdeggia in erba,

e sappi ch'a te sol ne fo conserva.

Tu conserva te stesso al ben ch'aspetti,

e poich'a tuo talento

sai vivere e morire,

o morendo, o vivendo

in quella guisa pur, ch'a te più piace,

restati intanto in pace.

Crudel, partirai dunque

senza donarmi almen un bacio solo?

No, no, tu morto sei

e vorresti che teco

di vita uscissi anch'io?

Guardimi il ciel, ch'io baci i morti. A dio.