LA FAVOLA DI NARCISSO.
Alma mia Pianta, in le cui belle fronde
Mille chiare virtù s'han fatto nido,
Là dove all'ombra notte e dì s'asconde
Senno e valor, quasi in suo albergo fido;
Per cui più d'altre di Liguria l'onde
Udiran sopra il ciel volare il grido,
Tal che colmi vedrem d'invidia e duolo
L'Atlante e il Gange, e l'uno e l'altro polo;
Come saggia parlar v'od'io talora
Di quanto a bene oprar fra noi conviene;
Come sia fral, come veloce l'ora
Della vita mortal, che fe non tiene!
E chi fortuna e suoi seguaci adora
Null'altro cerchi che travaglio e pene;
E quel che dolce appar, che a molti è caro,
Altro non sia che un lungo pianto amaro!
Ond'io, che il vêr dalle più chiare note
Che mai formasse il ciel così comprendo,
Quanto m'allegro! Ma del cuor si scuote
Ogni dolcezza, quando poscia intendo
Da voi biasmar colui che tutto puote,
Colui dentro al cui sen divoto rendo
Le mie rime, i pensier, la mente e il core,
Padre del terzo ciel, chiamato Amore.
Né pur mi duol che s'allontani al vero
Spirto sì vago e sì leggiadro ingegno,
Come l'udir quel santo nume altero
Da voi spregiar dello amoroso regno.
Dopo un lungo soffrir cruccioso e fero
Temo ch'a disfogar suo giusto sdegno
Non faccia anche di voi sì fatto scempio
Ch'esser deggiate a tutte l'altre esempio.
Non è senno a schernir virtù celeste,
E men quella d'Amor che tanto vale
Quante han già pianto dolorose e meste,
Tardi onorando il sacrosanto strale!
Stànnosi in parte le sue fiamme preste,
Ove arrivar non può vista mortale,
E tal che più lontane aver le crede,
Solo in un punto nel suo cor le vede.
Né cosa è più crudel che la vendetta
Che porge Amor delle sue torte offese:
Non pur annoda i cor, gli arde e saetta,
Senza nulla curar d'arme o difese;
Ma quel che sopra ogni uom pascer diletta
E più si brama aver piano e cortese,
Con lo impiombato stral lo punge in loco,
Ch'è tanto ghiaccio quanto l'altro è fuoco.
E chi narrar di ciò volesse esempi,
Stancar potrebbe mille penne e mille.
Quanti son casi dolorosi ed empi
Nati in le strane e le propinque ville,
Quante ne' nostri e negli antichi tempi
Hanno Fedra compagne Dido e Fille!
Quante la bella Enon che pur temea!
Quante Arïanna, Issipile e Medea!
E ciascuna di lor, se il vero appare,
Ebbe Amor prima e le sue fiamme a scherno,
Finché la primavera in piogge amare
Vider conversa e in tempestoso verno.
Febo, a cui vive il ciel, la terra e il mare,
Febo, il rettor del divino occhio eterno,
Ben sa per prova quanto danno acerbo
Senta chi contro Amor sen va superbo.
Ma chi far ne potria più fede al vero
Che il bel figliuol che di Cefiso nacque?
Che quanto ad altri fu sdegnoso e fero,
Tanto poi troppo a se medesmo piacque;
Però che amor sotto il cui giusto impero
Sempre superbia e crudeltà dispiacque,
Quanto più grave l'altrui fallo intende,
Tanto aspra più la sua vendetta prende.
Non formò forse mai l'alma natura
Leggiadria tanta né beltà sì chiara,
Quanta in Narcisso, che la fama oscura
D'ogn'altra età, come la sua rischiara.
Poser le Grazie tutte estrema cura
Nel vago germe, né mostrossi avara
Quella che il terzo ciel contempra e muove
In farlo tal che par non fosse altrove.
Già crescendo costui pubblica peste
Di quante ivi ne avea donne e donzelle.
Quante matrone alla virtù celeste
State d'Amor sino a quel dì rubelle,
Mirando il volto e le sembianze oneste
Da tôr dal corso suo l'onde e le stelle,
Si sentivan cangiare a dramma a dramma
Fin ch'eran tutte in amorosa fiamma.
Ei sì crudel come leggiadro e bello,
Tutte avea sempre duramente a schivo,
Né d'alto monte mai fuggì ruscello
Com'egli Amor, d'ogni dolcezza privo.
Dicean le Ninfe: ahi dispietato e fello
Aspe affocato al lungo giorno estivo,
Deh perché in noi la tua beltà non viene,
O nel tuo cor queste amorose pene?
Quante voci spargean, quanti sospiri,
Quante lagrime invan le afflitte amanti!
Or la fortuna, or gli aspri suoi desiri
Givan biasmando per le selve erranti;
E il giorno ancor che in sì soavi giri
Vinte restâr da' suoi bei lumi santi,
E il ciel che in sì bei fior sì belle rose
Verme così crudel nel mondo ascose.
Ahi pigro Amor, diceano, ov'ora è l'arco
Giusto vendicator degli altrui torti?
Come sostien che nel tuo santo varco
L'iniquo cacciator seco riporti
Tanto alte prede? e che di spoglie carco
De' semplicetti cor non bene accorti
Superbo vada, non pur sciolto sempre,
Dispregiator dell'amorose tempre?
Nell'avversario tuo l'ira trabocchi;
Se mai fu mossa per preghiere oneste,
Qual fia domanda che il tuo sdegno tocchi
Per alcun tempo, se nol toccan queste?
Quale ha col lume sol de' suoi begli occhi
In mille cor mille tue fiamme deste,
Cotal s'avampi di se stesso almeno,
Che il duol posto in altrui si porti in seno.
Deh quell'alto valor, ch'Apollo e Giove
Vinse sovente e 'l bellicoso Marte,
Ha così gli occhi suoi rivolti altrove,
Noi qui lasciando in solitaria parte?
Or se nulla pietà vêr noi ti muove
Di tante voci lagrimando sparte;
Almen ti muova, o neghittoso Amore,
Dell'alto regno tuo l'antico onore.
S'andrà schernendo il giovinetto altero
Senz'alta pena l'amoroso foco,
Chi sarà poi che il tuo schernito impero,
Vôto d'ogni timor, non prenda in gioco?
Gli stral, che in terra e in ciel tai prove fêro,
Del primo onor mancando a poco a poco,
Ti mostreran quanta vergogna aspetta
Chi degli oltraggi suoi non fa vendetta.
Cotal sempre dicean per valli e monti
Le miserelle ai sordi venti e al cielo,
Converse gli occhi in lagrimose fonti,
L'alme schivando il suo terrestre velo:
Indi, bagnate le dogliose fronti,
Quasi erbe e rose dal notturno gelo,
Sen giano a ricercar colui che solo
Dava cagion dell'angoscioso duolo.
Più d'una fu che a ricercarlo intesa
Di ritrovarlo poi, lassa! temea.
L'alma da lunge in alta fiamma accesa
Ghiaccio e timor da presso le premea.
Così sempre sentìa novella offesa
Dovunque il piè, dovunque il core avea,
Affermando in amor con certa pruova
Come l'amaro ancide e il ben non giova.
Più d'una fu nella gran turba, a cui
Somma disperazion diede speranza,
E di parlar pietosamente a lui
Onde a morte correa, prese baldanza,
Nel cor parlando: Poi che d'altri fui,
Altro che sospirar nulla m'avanza;
Ma se tutto il mio mal comprendo bene,
Non da lui no, ma da me stessa viene.
Che colpa sua se a me medesma manco,
Né mi so procacciar la mia salute?
Forse non vede il mio piagato fianco,
Forse non sa le lunghe doglie avute.
Io pur piangendo di narrar mi stanco
Alle piagge, alle valli, all'aure mute,
Le mie fatiche e 'l mio dolor discuopro,
Ed a chi il può sanar lo taccio e cuopro.
Così parlando e lagrimando in parte,
L'orme seguìa del fuggitivo amante;
Pensando i preghi, le parole e l'arte,
Con cui venisse tal suo signore innante,
Tutto in sé ripetendo a parte a parte
Questo dopo dirò, quest'altro avante:
Or in questo or in quel la mente piega,
E questo e quello, in un conferma e niega.
Ma se venìa nella presenza poi
Del giovinetto vie più bel che pio,
Le speranze, i disegni, i detti suoi
In un momento avea posti in oblio.
Sol dicea seco: Amor, che tutto puoi,
A che il suo freddo cor com'ora il mio
Non pungi o scaldi? e perché, lassa! almeno
Parte del mio dolor non porta in seno?
E se ciò far non puoi, perché non presti
Giusta baldanza alla mia lingua, Amore?
Ond'io, narrando le mie fiamme, desti
Qualche pietà nel dispietato core?
Son però nati i santi lumi onesti
Solo ad esser quaggiù morte e dolore
Di quante Ninfe a queste valli intorno
Posson mirar l'alto splendore adorno?
E così quel ch'altrui volea scoprire,
A se medesma dir l'osava appena;
E tal di ghiaccio si sentia venire,
Ch'era di tema e maraviglia piena:
Altro non sa che tutta impallidire,
Altro non sa che rallungar sua pena;
Altro, lassa! non sa che starsi muta,
Pure aspettando invan s'altri l'aiuta.
Ma troppo tempo e vanamente aspetta
Colui che amando altrui soccorso attende.
Ma nol sapea la bella turba eletta
A seguir quel che tanti petti incende,
E senza tema aver d'altra vendetta
Mercè d'affanni a' suoi suggetti rende,
E restando di gelo arde ogni loco
Qual fredda pietra che fuor manda fuoco.
Era in la schiera che il suo mal seguiva
Eco, d'ogn'altra più famosa e bella,
Fuor solamente ch'era un tempo priva
Della sua natural dolce favella,
Sì che indarno a parlar la bocca apriva;
Tal suo destino e tal sua fera stella
Che il largo don che già le fe natura
L'ira soverchia altrui le cangia e fura.
Però che un dì l'alta sorella e sposa
Del gran Padre del ciel santa Giunone,
Del suo marito allor fatta gelosa
Più che ancor fosse (e ben n'avea cagione),
Lui ricercando in una valle ombrosa,
Eco trovò che al suo cammin s'oppone:
E spïando chi fosse e dove vada,
Molto col suo parlar la tenne a bada.
Tanto la tenne, che lo ascoso Giove,
Ch'ivi non lunge i suoi diletti avea,
Rivolse i passi chetamente altrove,
L'altra celando che con lui giacea:
Ma troppo saggia per l'antiche pruove
Tosto s'accorse la schernita Dea
Che il suo lungo parlar copriva inganno,
Proponendo che in lei cadesse 'l danno.
E disse: O Ninfa, perché il mondo impare
A non beffar quaggiù divino impero,
Il non poter mai più da te parlare
Sia penitenza al folle tuo pensiero.
E perché col tuo dir quinci tardare
Non possa alcun, del ragionare intero
Or t'ho privata, e ti concedo sole
Di replicar l'estreme altrui parole.
Così dicendo, tutta irata volse
Per un altro sentier veloce il piede.
La miser'Eco lagrimando duolse
Poiché sdegnosa contro a sé la vede.
Più volte indarno a' santi piè s'avvolse,
Le labbra aprendo a domandar mercede;
E volea molto dir, ma disse sole
Piangendo pur l'estreme altrui parole.
Oh quanta doglia in se medesma sente,
Poiché al lungo voler la forza manca:
Del suo grave fallir tardi si pente,
E di tema e vergogna arrossa e imbianca.
Tornale pur la prima voce in mente,
Ché mai non fu di ben parlare stanca,
E non sa come andar là dove sia
La prima cara amata compagnia.
Muove, fuggendo altrui, gl'infermi passi
Cercando intenta solitario loco;
Per valli ombrose, tra montagne e sassi
Va consumando i giorni a poco a poco:
Le membra afflitte e i gravi spirti lassi
Ogn'aspra morte prenderiano in gioco:
Tacendo vive, e di dolor si pasce,
Seco invidia portando a chi non nasce.
Avvenne pur, che il suo destino un giorno
Costei piangente in chiuso calle addusse
Là dove nulla si scernea dintorno
Villa o pastor che a disturbarla fusse:
Ma il sentir risonar da lunge un corno
D'odiosa compagnia tema le 'ndusse;
E per indi fuggir mosse veloce
Pur addoppiando al suon l'ultima voce.
Presta già di partir, dal fianco scorse
Vicin venirse il giovinetto altero;
Né pria la vista ne' dolci occhi porse,
Che si sentì scaldar dentro il pensiero.
Resta in se stessa di fuggirsi in forse,
Pensando pur se sia fantasma o vero,
Che gli appresenta i bei sembianti e 'l viso
Dell'onorata pianta di Cefiso.
Ben veduto l'avea più volte altrove,
Ma non sì vago e sì leggiadro in vista.
Il picciol passo lentamente muove,
Quasi del suo partir pentita e trista.
Amor, che nel suo cor fiammelle piove
E l'ha descritta in l'amorosa lista,
Dal cominciato suo sentier la piega,
E mal suo grado il dipartir le niega.
O miser'Eco, che al tuo scampo vale
Del perduto parlar tristezza e doglia?
Or vie più che di te, d'altrui ti cale;
Or nuovo alto desir la mente addoglia.
Se in un sol punto l'amoroso strale
Di sì negri pensier l'anime spoglia,
Qual maraviglia fia, se più dolore
Ch'esilio e povertà m'apporta amore?
Restasi dunque; e tacita e pensosa
Del suo Narcisso seguitando l'orme,
Quante fïate di parlar bramosa
Richiede al ciel le sue mancate forme!
Mostrando in alto la sua fiamma ascosa,
Cerca destar quella pietà che dorme,
Anzi è sepolta in fredda pietra e dura,
Che non del ciel né d'altra cosa cura.
Ne' dolenti occhi e ne' sembianti appare
Quel che mostrar non pôn le sue parole.
Prega d'udir di lui le note chiare
Per iterarne il suon, com'essa suole.
Ah come gli sarian soavi e care
Se contenesse il fin quel ch'a lei duole
Non poter nel principio dire a lui,
E fra sé dice pur: Chi son, chi fui?
Da' suoi compagni d'una damma il corso
Lunge portato avea Narcisso un giorno.
Costei, quasi al suo gir fido soccorso,
Seguiva ascosa il giovinetto adorno,
Sempre guardando se il cinghiale e l'orso
Al suo caro tesor vedesse intorno,
Ché lo acerbo morir del bello Adone
Le dava di temer giusta cagione.
Di vista uscita la corrente fiera
Lasciò smarrito il vago cacciatore,
Che vedendosi sol vicino a sera
Fu d'ira, di dolor colmo e d'orrore.
Con voci spesse la lasciata schiera
Chiama, che il tragga della selva fuore;
E qualor le dicea: Veloce vieni;
Eco a lui rispondea: Veloce vieni.
Questo e molt'altro a' suoi compagni disse,
A cui sempre Eco tal risposta fea;
E non scorgendo onde quel suono uscisse,
Più che ancor tema e maraviglia avea.
E le luci tenendo in l'ombra fisse:
Perché teco non son? talor dicea.
Ella che questo pur sospira e brama:
Perché teco non son? risponde e chiama.
Quindi prendendo, misera! speranza,
Agli ardenti desir disciolse il freno,
E tale al suo voler diede baldanza
Che a lui ricorse lagrimando in seno;
E la sua doglia che ogni doglia avanza
Cerca in alti sospir mostrargli appieno;
E talor, benché timida e tremante,
Pur tocca il volto al fuggitivo amante.
Ei, più selvaggio assai che damma o cervo
Che vicin senta i can seguir la traccia,
Con più furor che stral possente nervo
L'innamorata Ninfa indi discaccia.
Pria mi diventi polve ogni osso e nervo,
Dice il crudel, ch'io sia nelle tue braccia;
Gli occhi addoppiando in mille, parti l'onde:
Ch'io sia nelle tue braccia, Eco risponde.
E in tal vergogna, in tal disdegno sale,
Che qual fera cacciata si rimbosca.
Odia se stessa, e chi la indusse a tale,
Fugge il seren, cercando l'aria fosca;
Più di morir che di restar le cale
Ove sterpo pur sia che la conosca.
Ovunque asconda il volto, ovunque mire,
Ode un che biasma l'impudico ardire.
Ridotta alfin dentro una cava oscura,
Ragiona nel pensier con queste note:
O qual tu sia che qui del mondo hai cura,
Deh! se giusto pregar nïente puote,
Quest'empio cui sì bel formò natura,
Ch'ogni dolcezza dal suo petto scuote,
Poiché quante ha fra noi d'amar gli spiace,
Ami se stesso almen, né viva in pace.
E me, qui nata a trista doglia e scherno,
Signor, conduci al destinato fine;
Il mio grave martìr non viva eterno,
Se mai concesse fur grazie divine.
Trai questo cor dello amoroso inferno,
Là dove senza fior sol truovo spine.
Il morir giovinetta è dolce sorte
A chi vita sostien peggior che morte.
Tal ragionando nel piagato core,
Diede il ciel di pietà non dubio segno.
Sente le membra il nutritivo umore
Lasciar, sì come soglia arido legno;
Di gel vestirsi il natural calore,
Sente il bel corpo di durezza pregno,
Sente che a parte a parte agghiaccia e impetra,
Sentesi esser conversa in fredda pietra.
Lasciolle viva il ciel l'antica voce
Onde può geminar l'altrui parole.
Nullo d'altrui desir la punge e cuoce,
Stassi soletta, e non s'allegra e duole.
Ma il fero Amor, che se ben tardi nuoce,
Le ingiuste offese perdonar non suole;
Tutto sdegnoso loco e tempo aspetta
Per far di mille anzi di sé vendetta.
Scaldava il Sol di mezzogiorno l'arco
Nel dorso del lion, suo albergo caro.
Sotto il boschetto più di frondi carco
Dormia il pastor con le sue greggi a paro;
Giaceva il villanel dall'opra scarco,
Vie più di posa che di spighe avaro;
Gli augei, le fere, ogn'uom s'asconde e tace,
Sol la cicala non si sente in pace.
Il bel Narcisso di cacciar già lasso,
Vinto dal caldo e dal cammino stanco,
Va cercando il riposo a passo a passo
Or nel suo destro or nel sinistro fianco.
Dentro la valle alfin, di vivo sasso
Vide uscir onda, di cui forse unquanco
Vider né Febo né Diana tale,
Non che Ninfa o pastor tra noi mortale.
Questa, non lunge, un chiuso fonte ombroso
Di pietra natural nel sen ritiene,
Alle fere, agli augelli, ai greggi ascoso,
Né bifolco o pastor lì presso viene.
Tutto è dintorno lietamente erboso,
E dai raggi del Sol difeso il tiene
Il natìo speco, che ricuopre l'onda,
Ché secco ramo non la turbi o fronda.
Popoli, lauri, e verdi piante altere
Fan ricca intorno la riposta valle;
È dipinto il terren di vaghe schiere
Di bianche violette e perse e gialle.
D'erbe, di rose e fior mille maniere
Cingon ridenti le frondose spalle,
E le fresche onde, che inrigando vanno,
Immortal vita a primavera fanno.
Non così tosto l'amoroso loco
Il vago cacciator dappresso vede,
Che per levar da sé l'estivo foco
Vicino al fonte a riposarsi siede,
Dio ringraziando, e si rivolge in gioco
L'avuto affanno alle selvagge prede;
Ché il ben gustato dopo il tempo rio
Cuopre il passato mal di dolce oblio.
Quanto era meglio alle campagne nude
Sotto il più caldo Sol trovarsi in caccia!
Ma poco val dalle avventure crude
Cercar fuggirsi, quando il ciel minaccia.
Or come l'uom ch'affaticato sude,
Per le man rinfrescar, bagnar la faccia,
Sopra le sponde del tranquillo fonte
Appoggia il petto, bassa giù la fronte.
Né pria fermò nel bel cristallo il guardo,
Ch'ivi se stesso ancor non visto vede;
Resta smarrito e del consiglio tardo;
Che sia l'immagin sua, né sa né crede.
L'alte bellezze con sottil riguardo
Va misurando, che gli fanno fede
Che sia scesa dal ciel forma divina,
E la saluta e riverente inchina.
Vede al suo salutar con pari onore
Scioglier la lingua a quel, ma 'l suon non sente.
Vede che al suo parlar con pari ardore
Uno stesso voler mostra e consente:
Ritien la voce, e se dal fonte fuore
Oda parole uscir, drizza la mente;
Ma tacendo ei, tacer quell'altro scorge,
E che all'ascoltar suo le orecchie porge.
Non sa che farsi, e già nell'alma porta
Quello ardente desir che Amore imprime.
Or lo mira, or lo prega, or lo conforta,
Or torna, lasso! alte parole prime.
Apre a' pianti, ai sospir talor la porta,
Roder sentendo l'amorose lime,
E talvolta dicea: Che doglia grave
Sente il mio cor che della morte pave!
Indi piangendo alla dolce ombra amata
Rivolgea lasso i suoi lamenti e 'l volto:
Chi è dentro il tuo seno, onda sacrata,
Ch'oggi ha me stesso a me medesmo tolto?
Onda in mio danno anzi in mia morte nata,
Poscia che, stanco al tuo soccorso volto
Per la sete cacciar, temprar l'ardore,
Altra sete, altro ardor mi hai posto in core.
Ma tu qualunque sei, mortale o divo,
Giovin leggiadro, che pur Dio mi sembri,
Non esser, prego, del tuo amante schivo,
Se cortesia come bellezza assembri:
Di me, solingo sempre e fuggitivo
Dagli amorosi lacci, or ti rimembri,
Che d'ogni crudeltà, del fallir mio
Piangendo, pago doppiamente il fio.
Di quante vaghe giovinette e belle
Ho scherniti gli amor, fuggito il foco!
Di quante Ninfe e quante villanelle
L'aspre pene e martìr m'ho preso in gioco!
Or m'han condotto le inimiche stelle
A pianger teco in quest'ombroso loco;
E tu, se al mio pregar duro sarai,
Tosto com'altri ancor ne piangerai.
Deh perché non poss'io viver nell'acque,
Ch'or verrei dentro a dimorarmi teco?
Ma poi ch'al crudo ciel questo non piacque,
Perché non vieni a dimorarti meco?
Ciprigna con Adon fra l'erbe giacque,
Non schivò Giove ancor l'ombroso speco.
Né tu duro schivar d'uscirten fuori
Quinci a posar fra violette e fiori.
Così dicendo, intorno gli occhi gira,
E ch'egli ascenda nella valle crede:
Poi torna al fonte e chiamalo e sospira,
Che nel medesmo loco assiso il vede.
Ma poi che intento lungamente mira
Muover la man, la fronte, il braccio e il piede,
La lunga pruova ch'ogni dubbio sgombra
Gli mostra infin che di se stesso è l'ombra.
Oh che caldi sospir, che amari pianti
Empiono il ciel, quando di lei s'accorge!
Oh che duro languir! quai, lasso, e quanti
Biasmi sdegnoso alla sua stella porge!
Ancor non vide ne' suoi servi amanti,
Dice, il crudel Amor ch'a ciò mi scorge,
Desir simile a quel ch'io porto in seno,
Che anzi tempo farà ch'io venga meno.
O selva, o piaggia, o chiusa valle aprica,
Vedete quel che non vedeste ancora.
O fortuna al mio ben sola nimica,
Ben del comun sentier m'hai tratto fuora.
O van pensier che i semplicetti intrica,
Dimmi in che parte ogni mio ben dimora?
Di me stesso ardo, e me medesmo bramo:
Io senza frutto alcun rispondo e chiamo.
Sempre vien meco quel ch'io più vorrei,
Né se volessi ancor fuggir potria.
Oh quanto men dolor nell'alma avrei,
Più lunge avendo la speranza mia!
Felice te, che vai dicendo omei
Per cosa pur che in altra parte sia.
Tu forse un giorno a te vicin l'avrai,
Ma sé da sé non si disgiunge mai.
Contra ogni legge in me medesmo face
Estrema povertà troppa ricchezza,
Estremo guerreggiar la troppa pace,
Estrema servitù troppa bellezza:
Troppo a me stesso di piacer mi spiace;
Beato quel che le sue cose sprezza,
Ché pur ad altri vien talvolta in pregio:
Ma il mio troppo pregiar mi fa dispregio.
Cotal dicendo sopra l'erba verde
Empiea la valle d'amorose strida.
Né con tutto il suo dir dramma si perde
Di quel cieco desir che in lui s'annida.
Ma nel dolersi più, più si rinverde:
E dove men vorria più sempre il guida.
Torna alla fonte, e guarda e parla, e chiama:
Piange, sospira invan, si strugge ed ama.
Piovongli amare lagrime dal volto,
Per cui fosche dintorno vengon l'onde,
Pargli il suo sommo ben furato e tolto,
Ché l'amata ombra al suo mirar s'asconde.
Or che m'hai, crudo, in mille lacci avvolto,
Perché abbandoni queste ombrose sponde?
Dice, e il braccio e la man nell'acque stende
Per colui ritener che in van l'accende.
Quanto più il fonte ricercando muove,
Più l'immagin bramata a lui si toglie:
Vien cieco e muto, e disusate e nuove
Non sentite ancor mai l'occupan doglie.
Or pensa al padre, or va pregando Giove
Che almen con morte di dolor lo spoglie.
Senza ber né mangiar non posa o dorme,
Tenendo sempre le medesme forme.
Sente il miser mancarsi a poco a poco;
E più dell'ombra che di sé gl'incresce.
Dice: Morendo, in me fia spento il foco,
Ma il morir di costei pena m'accresce.
Poi si conforta, e dice: In altro loco
Che nel suo dolce meno amaro mesce
Ci rivedrem fra più chiare acque amiche
Che non son queste al mio desir nimiche.
Così, lasso! piangendo: In pace resta,
Disse, e la fronte sotto l'erba ascose.
Eco dal monte lagrimosa e mesta:
In pace resta, al suo partir rispose.
L'alma spogliando la terrena vesta
Tra i fior lasciolla e tra vermiglie rose,
Qual giglio tronco dal nativo stelo
Da fermar di pietà le stelle e 'l cielo.
Le vaghe ninfe coi pastor dintorno
Pien di doglia ascoltâr l'aspra novella.
Ciascun, piangendo il giovinetto adorno,
Morte, natura, il ciel crudele appella,
Che a pena vista non ci lascia un giorno
Con pace dimorar cosa sì bella;
E formando beltà con tanta cura,
In un sol punto poi la dona e fura.
Scendon poi tutti nell'ombrosa valle
Per dar sepolcro a sì leggiadre membra,
Ma non dintorno al fonte o in altro calle
Le pôn trovar, che maraviglia sembra:
In tra bianche viole perse e gialle
Truovano un fior, che a nessun mai rimembra
D'aver simile a quel veduto in prima,
E che Narcisso sia fra lor s'estima.
È di candide frondi intorno cinto,
Ha d'orato color la bella fronte,
E tale ancor da proprio amor sospinto
Guarda se stesso nel tranquillo fonte.
Ciascun nel volto di pietà dipinto,
Empie tutta d'omei la valle e il monte.
Ciascun lo bagna de' suoi pianti rei:
Eco piangendo ancor risponde omei.
Cotal fine ebbe il giovinetto altero
Dispregiator dello amoroso foco.
E così va chi s'arma contra il vero
E l'altrui lagrimar si prende in gioco.
Ligure Pianta, se mai versi fêro
Torcer credenza altrui d'ingiusto loco,
Non dispregiate Amor né i servi suoi,
Per quanto amate il ciel, virtude e voi.
Dentro talor del miserel vi muova
La dovuta vendetta e 'l crudo esempio,
E vi sovvenga ognor che nulla giova
Pianto o il pentirsi dopo il duro scempio.
Non in ciel, non fra noi quaggiù si truova
Più santo, degno ed onorato tempio
Di quel d'Amor, che a chi ben l'ama è pio,
Quanto a chi il fugge vien dannoso e rio.
Chi spregiar lo dovrà se il mondo e il cielo,
Com'or vedete, al suo poter s'inchina?
Se Giove e Marte, se il signor di Delo
Schivar non san questa virtù divina?
Omai sgombrate dalla mente il velo
Che vi toglie il veder l'alta ruina,
Forse un passo da voi non lunge appena,
Che pur pensando a lagrimar mi mena.
Tra le amorose donne un caso tale
Qual di Narcisso non si vide ancora.
Chi può saper se lo amoroso strale
Lo serba a voi che lo schernite ognora?
Deh! se di vostro ben punto vi cale,
Date il cor vostro a chi ciascuno adora.
Se non che forse un dì colma di pianto
Vi sovverrà del mio gravoso canto.
Ligure Pianta, se alla vostra altezza
Quest'umil penna a riguardar non pave,
L'alto vostro valor, l'alma bellezza,
Cui pari in terra, al mio parer, non ave,
Han di ciò colpa; ché di tal dolcezza
M'empiono il cor di cui tengon la chiave,
Che pur mi adduce ragionando in parte
Che poi manca il poter, l'ingegno e l'arte.