LA GUERRA DI CAROSO

By Melchiorre Cesarotti

Porta, Malvina mia, portami l'arpa,

Che la luce del canto si diffonde

D'Ossian sull'alma; l'alma mia che a piaggia

Somiglia allor che tenebria ricopre

Tutti i colli d'intorno, e lentamente

L'ombra s'avanza sul campo del Sole.

Malvina mia, veggo mio figlio, il veggo

Sulla rupe del Crona; ah non è desso,

Ma nebbia del deserto colorita

Dal raggio occidentale. Amabil nebbia,

Che d'Oscar mio prende la forma! O venti,

Che strepitate dall'arvenie cime,

Deh che 'l vostro soffiar non la disperda.

Chi vien con dolce mormorio di canto

Incontro al figlio mio? sul baston posa

L'antica destra; la canuta chioma

Erra disciolta: sulla faccia ha sparsa

Letizia, e tratto tratto addietro il guardo

Volge a Caroso. Ah lo ravviso è questo

Rino del canto, che l'altier nemico

Ad esplorar n'andò. Che fa Caroso,

Re delle navi? il figlio mio domanda:

Di', dell'orgoglio suo spiega le penne,

Cantor di Selma? - Egli le spiega, Oscarre,

Ma dietro a chiostra d'ammontati massi,

Ei dal suo muro pauroso guata,

E vede te, te formidabil come

Ombra notturna, che i turbati flutti

Mesce, e gli sbalza alle sue navi incontro.

Primo tra' miei cantor, vattene, ei disse,

Prendi la lancia di Fingal, conficca

Sulla sua punta tremolante fiamma,

E sì la scuoti: co' tuoi canti il Duce

Sfida per me. Di' ch'ei s'avanzi, ed esca

De' flutti suoi, che impaziente agogno

Di pugnar contro lui; che della caccia

Stanco è già l'arco mio: digli che il braccio

Ho giovinetto, e che son lungi i prodi.

Ei n'andò col suo canto. Oscarre inalza

La voce sua, che sino in Arven giunse

A' suoi guerrier; come fragor di speco

Se di Togorma il mar rotagli intorno,

E tra gli alberi suoi s'intralcia il vento.

Corrono quelli a ragunarsi in fretta

Appresso il figlio mio, quai dopo pioggia

Più rivi si rovesciano dal monte

Grossi orgogliosi di frementi spume.

Giunse Rino a Caroso, e fisse al suolo

La fiammeggiante lancia. - O tu, che siedi

Sopra l'onde rotanti, escine, e vieni

Alla pugna d'Oscar; Fingallo è lungi,

E de' cantori suoi tranquillo in Selma

Le voci ascolta: la terribil lancia

Posagli al fianco, e 'l tenebroso scudo

Pareggiator dell'oscurata Luna.

Vien Caroso ad Oscarre: il Duce è solo.

Disse, ma i flutti del Carrone ondoso

Quei non varcò: torna il cantor: la notte

Si rabbuia sul Crona; ardonsi quercie,

Giransi conche: sul deserto piano

Debol luce scintilla: oscure e lente

Veggonsi passeggiar l'ombre del Crona

Per mezzo il raggio, e mostrano da lungi

Le fosche forme. Si ravvisa appena

Su la meteora sua Comala: appare

Torvo e tetro Idallan, qual Luna oscura

Dietro a nebbia notturna. A che sì mesto?

Disse Rino all'Eroe, (ch'egli frà tutti

Solo lo scorse) a che sì mesto, o duce?

Pur la tua fama avesti, e pur s'intese

D'Ossian la voce, e l'ombra tua rifulse

Curva nell'aere dal suo nembo fuora,

Per ascoltar l'armonioso canto.

Oh, disse Oscar, dunque l'Eroe tu scorgi

Nel suo fosco vapor? deh dimmi, o Rino,

Come cadde il guerrier, che fu sì chiaro

Nei dì de' nostri padri? ancora in Cona

Vive il suo nome, ed io vidi più volte

I ruscel de' suoi colli. - Avea Fingallo,

Il cantor cominciò, dalle sue guerre

Discacciato Idallan: Comala fitta

Stavagli in cor, né l'occhio suo potea

Sofferir del garzon l'odiata vista.

Lungo la piaggia solitario mesto

Va lentamente con taciti passi;

Pendongli ai fianchi le neglette braccia,

Scappan le chiome dall'elmetto, e stassi

Sulle labbra il sospir, su gli occhi il pianto.

Errò tre giorni tacito e non visto

Pria che giungesse alle muscose sale

De' padri suoi, presso il ruscel di Balva.

Stava colà sotto una pianta assiso

Solo Lamor, che le sue genti in guerra

Mandate avea con Idallano: il rivo

Scorregli appiè; sopra il baston riposa

Il canuto suo capo, ha ciechi i lumi

Carchi d'etade, e dà coi canti antichi

Alla sua solitudine conforto.

Quando l'orecchio il calpestio gli fere

Dei piedi d'Idallan; sorge, che i passi

Ben distingue del figlio. Oh torna, ei disse,

Il figlio di Lamorre! o suono è questo

Che vien dall'ombra sua? cadesti, o figlio,

Del Carron sulle sponde! o se pur odo

De' tuoi piedi il rumor, dimmi, Idallano,

Dove sono i possenti? il popol mio,

Idallano, dov'è, che teco insieme

Solea tornar cogli echeggianti scudi?

Di', cadeo sul Carron? No, sospirando

Rispose il giovinetto, il popol tuo

Vive, Lamorre, ed è famoso in guerra.

Solo Idallan d'esser famoso, o padre,

Cessò: sul Balva solitario io deggio

Quinci innanzi seder, quando s'inalza

Delle pugne il fragor. Ma i padri tuoi

Soli mai non sedean, disse il nascente

Orgoglio di Lamor, non sedean lenti

Sulle rive del Balva i padri tuoi,

Quando intorno fremea fragor di pugna.

Vedi tu quella tomba? (ah gli occhi miei

Non la ravvisan più) colà riposa

Il valoroso Garmallon che in campo

Mai non fuggì: vieni, ei mi dice, o figlio

Del mio valor, già sì famoso in guerra,

Vieni alla tomba di tuo padre. Ah padre

Come poss'io nel mondo esser famoso,

Se mio figlio fuggì? Signor del Balva,

Disse Idallan, perché con detti acerbi

Vuoi tu pungermi il cor? tu 'l sai, Lamorre,

Non conosco timor. Fingallo afflitto

Per la morte di Comala, m'escluse

Dalle sue pugne. Sciagurato, ei disse,

Vanne al fiume natio, vanne, e ti struggi,

Come dal vento suol fiaccata e china

Quercia sul Balva, senza onor di fronde,

Per non rizzarsi o rinverdir giammai.

Misero io dunque il calpestio romito

Deggio udir de' tuoi passi? allor che mille

Son famosi in battaglia, il figlio mio

Dovrà piegarsi scioperato e lento

Su' miei torbidi rivi? O di Garmallo

Nobile spirto, al destinato luogo

Porta Lamor: son le mie luci oscure,

L'alma angosciosa e senza fama il figlio.

Oimè! soggiunse il giovinetto, e dove

N'andrò di fama in traccia, onde il tuo spirto

Possa allegrar? donde poss'io tornarne

Cinto d'onor, sicché al paterno orecchio

Giunga gradito il suon de' passi miei?

Se alla caccia men vo, non fia nei canti

Chiaro il mio nome; al mio tornar dal colle

Lamor non sarà lieto; ei non godrassi

Di brancicar con le sue mani antiche

I veltri miei, non chiederà novella

Dei monti suoi, né dei cervetti bruni

De' suoi deserti. Ah fisso è pur ch'io caggia,

Disse Lamor, già rigogliosa quercia,

Ora dal vento rovesciata infranta.

Sopra i miei colli squallida dolente

Errar vedrassi l'ombra mia pel figlio

Privo d'onor: ma voi, voi nebbie almeno

Non vorrete celar con denso velo

Alla mia vista il doloroso obbietto?

Figlio, vanne alla sala, ivi son l'arme

De' nostri padri: arrecami la spada

Di Garmallone; egli la tolse in campo

Ad un nemico. Ei va: la spada arreca,

Porgela al padre; il vecchio Eroe più volte

Tenta la punta con le dita. Figlio,

Di Garmallon conducimi alla tomba:

Ella è dietro a quell'albero, la copre

Lungh'erba inaridita, ivi del vento

Intesi il fischio; mormora dappresso

Picciola fonte, e giù sgorga nel Balva.

Lascia colà ch'io mi riposi: il Sole

Cuoce le piagge. Lo conduce il figlio

Sopra la tomba; ei gli trapassa il fianco,

Dormono assieme, e le lor sale antiche

Vansi struggendo là sul Balva in polve.

Veggonsi l'ombre in sul meriggio: è muta

La valle, e mesta, e di Lamor la tomba

Guata la gente inorridita e fugge.

Trista è la storia tua, disse mio figlio,

Cantor de' tempi antichi: il cor mi geme

Per Idallano: in giovinezza ei cadde.

Vedi ch'ei fugge sul suo nembo, e vola

In region remota. O voi di Morven

Figli possenti, fatevi dappresso

Ai nemici del padre: in mezzo ai canti

Passi la notte; ma s'osservi il corso

Dell'altero Caroso. Oscarre, intanto

Vanne agli eroi dei dì passati, all'ombre

Abitatrici dell'arvenia valle,

Dove sulle lor nubi i nostri padri

Stan risguardando alla futura guerra.

Mesto Idallan, se' tu colà? deh vieni,

Mostrati agli occhi miei nella tua doglia,

Sir dell'umido Balva. Alzansi i duci

Coi loro canti: Oscarre a lenti passi

Poggia sul colle. Incontro a lui si fanno

Le meteore notturne; odesi un fioco

Mugghio indistinto di lontan torrente;

Buffano spessi rufoli di vento

Tra quercia e quercia: mezzo fosca e mezzo

Rossa, la Luna già dietro il suo colle

Chinasi, voci gemono nell'aria

Rare, fioche, alte: Oscar tragge la spada.

Ombre de' padri miei, magnanim'ombre,

Grida l'Eroe, voi che pugnaste invitti

Contro gli alteri regnator del mondo,

Venite a me, lo spirto mio pascete

Delle future bellicose imprese.

Ditemi, o ombre, là nei vostri spechi

Qual v'alletta piacer? fatemi parte

Del vostro favellar, quando dai nembi

Pendete intenti, a rimirar dei figli

Nel campo del valor gl'illustri fatti.

Del forte figlio udì la voce, e venne

Tremmor dal colle: grandeggiante nube,

Pari a destriero di stranier, reggea

L'aeree membra: la sua veste è intesta

Della nebbia di Lano, al popol muto

Portatrice di morte: è la sua spada

Verde meteora già già spenta: ha fosco

Sformato il volto. Ei sospirò tre volte

Appresso il figlio mio, tre volte intorno

I venti della notte alto muggiro.

Molto ei disse ad Oscar, ma rotte e tronche

Giunsero a noi le sue parole, oscure

Come le storie delle scorse etadi,

Pria che sorgesse lo splendor del canto.

Lento lento ei svanì, come dal Sole

Nebbia percossa si dirada e strugge.

Allora incominciò la prima volta,

Malvina, il figlio mio mesto e pensoso

Mostrarsi a noi: della sua stirpe Oscarre

La caduta previde, ed improvvisa

Oscuritade gli sorgea sul volto.

Così nube talvolta errar si scorge

Sulla faccia del Sol, che poi di Cona

Torna sereno a risguardar dai colli.

Passò la notte tra' suoi padri Oscarre,

E sulle rive del Carron trovollo

Il dubbioso mattin; colà s'ergea

Da' tempi antichi una muscosa tomba

Cinta da valle verdeggiante, e quindi

Poco lungi sorgean colline umili,

E incontro al vento sospingean petrosa

D'annose quercie coronata fronte.

Su quelle assisi dell'alter Caroso

Stavano i duci, somiglianti a tronchi

Di pini antichi, cui colora appena

Il biancheggiante mattutino raggio.

Stette Oscarre alla tomba: alzò tre volte

La terribil sua voce: i dirupati

Monti echeggiarne, saltellon fuggiro

Alle lor grotte spaventati i cervi,

E stridenti s'immersero e tremanti

L'ombre de' morti nei concavi nembi:

In tuon sì formidabile mio figlio

Alzava il grido annunziator di guerra.

Le genti di Caroso alla sua voce

Scotonsi, e rizzan l'aste. A che, Malvina,

Quella stilla sull'occhio? Ancor che solo,

Forte è mio figlio; egli è celeste raggio.

Par la sua destra d'invisibil ombra

Braccio che fuor da nube esce: la gente

Solo scorgelo errar, scorgelo, e more.

Vide i nemici Oscar farlisi incontro,

E chiuso nella muta oscuritade

Stette del suo valor. Son io, diss'egli,

Solo tra mille? selva alta di lance

Colà ravviso, e più d'un guardo io scorgo

Torvo-girante. Or che farò? ver Crona

La fuga prenderò? Ma i padri tuoi

La conobbero, Oscar? sta del lor braccio

Impresso il segno in mille pugne. Oscarre

Gl'imiterà. Venite, ombre possenti,

Venite a me, me rimirate in guerra,

Posso cader, ma glorioso e grande

Cader saprò, né di Fingallo indegno.

Stettesi gonfio e pien della sua possa,

Come il torrente dell'angusta valle.

Venne la zuffa: essi cader, sanguigno

Rota il brando d'Oscar. Giunsene in Crona

L'alto rumor: corrono i suoi, frementi

Come cento ruscei; fuggon disperse

Le genti di Caroso; Oscar si resta

Simile a scoglio cui scoperto asciutto

Lascia marea, che si ritira e cede.

Ma già con tutta la terribil possa

De' suoi destrieri, e col nerbo dei forti

Move Caroso torbido profondo

Qual rapido torrente; i minor rivi

Perdonsi nel suo corso; ei terra e sassi

Trae co' suoi gorghi, e gli trasporta e volve.

Già d'ala in ala si diffonde e cresce

L'orribil mischia; diecimila spade

Splendono a un tempo Ossian, che fai? t'accheta,

Perché parli di pugne? ah che 'l mio brando

Più non brilla nel campo, ah ch'io già sento

Mancarmi il braccio, e con dolore i forti

Anni di gioventù rivolgo in mente.

O felice colui, che in giovinezza

Cadde cinto di fama! egli non vide

La tomba dell'amico, e non mancogli

Per piegar l'arco di sua lena antica.

O te felice, Oscar! tu sul tuo nembo

Spesso ten voli a riveder i campi

Del tuo valor, dove Caroso altero

Fuggì dal lampo dell'invitta spada.

O figlia di Toscar, buio s'aduna

Sull'alma mia: Crona e Carron svaniro:

Io più non veggo il figlio mio; ben lungi

Ne trasportaro i romorosi venti

L'amata forma, e 'l cor del padre è mesto.

Ma tu, Malvina mia, guidami presso

Al suon de' boschi miei, presso il rimbombo

De' miei torrenti; fa che s'oda in Cona

La strepitosa caccia, ond'io ripensi

Agli antichi miei dì. Portami l'arpa,

Gentil donzella, ond'io la tocchi allora

Che la luce sull'anima mi sorge:

Stammi tu presso, ed i miei canti ascolta,

E sì gli apprendi: non oscuro nome

Ossian n'andrà fra le remote etadi.

Tempo verrà, che degl'imbelli i figli

La voce di Cona inalzeranno, e a queste

Rupi l'occhio volgendo, Ossian, diranno,

Qui fè soggiorno, andran meravigliando

Su i duci antichi, e sull'invitta stirpe

Che più non è. Noi poserem frattanto

Sopra i nembi, o Malvina: errando andremo

Su le penne dei venti; ad ora ad ora

S'udran sonar per la deserta piaggia

Le nostre voci, e voleran frammisti

I canti nostri ai venti della rupe.