LA GUERRA D'INISTONA
Sonno di cacciator sembra sul monte
Trascorsa giovinezza. Ei s'addormenta
Fra' rai del Sol, ma si risveglia in mezzo
D'aspra tempesta, i rosseggianti lampi
Volano intorno, e le ramose cime
Scotono i boschi; ei si rivolge, e cerca
Il dì del Sol che già s'ascose, e i dolci
Sogni del suo riposo: Ossian, e quando
Tornerà giovinezza? Il suon dell'armi
Quando conforterà gli orecchi miei?
Quando mi fia di spaziar concesso
Entro la luce del mio acciaro antico,
Come un tempo Oscar mio? Venite o colli
Del patrio Cona, e voi venite, o fonti,
D'Ossian il canto ad ascoltare; il canto
Già mi spunta nell'alma a par del Sole:
E alla letizia de' passati tempi
Già mi si schiude il core. O Selma, o Selma,
Veggo le torri tue, veggo le querce
Dell'ombrose tue mura: i tuoi ruscelli
Mi suonano all'orecchio. Eccoli; intorno
Già s'adunano i duci; assiso in mezzo
Stassi Fingal sopra l'avito scudo.
Posa l'asta alle mura; egli la voce
De' suoi cantori ascolta, e d'udir gode
Del giovenil suo braccio i forti fatti.
Tornava Oscar da caccia: ei di Fingallo
Le lodi intese; il luminoso scudo
Spiccò di Brano, alla parete appeso,
E s'avanzò: di lagrime rigonfi
Gli occhi egli avea, guancia infocata, e bassa
Tremante voce: la mia lancia istessa,
In man del figlio mio venia scotendo
La luccicante cima. Al re di Selma
Ei sì disse: o Fingallo, o re d'eroi,
Ossian, tu padre, a lui secondo in guerra;
Pur voi pugnaste in giovinezza, e pure
Fin da' primi anni risonar nel canto
I vostri nomi: ed io che fo? somiglio
Alla nebbia di Cona. Oscarre a un punto
Mostrasi e sfuma; sconosciuto nome
Sarò al cantor: per la deserta piaggia
Il cacciator non cercherà la tomba
D'Oscar negletta. Ah valorosi eroi,
Lasciatemi pugnar: mia d'Inistona
Sia la battaglia: in region remota
Così n'andrò; voi della mia caduta
Non udrete novella. Ivi prosteso
Mi troverà qualche cantore, e ai venti
Darà 'l mio nome; vergine straniera
Scorgerà la mia tomba, e impietosita
Lagrimerà sul giovinetto anciso
Che da lungi sen venne, e dirà forse
Il cantore al convito: udite il canto,
Canto d'Oscar dalla lontana terra.
Oscar, rispose il Re, datti conforto,
Figlio della mia fama, a te concedo
L'onor della battaglia. Orsù, s'appresti
La nave mia, che d'Inistona ai lidi
Trasporti il mio campion. Guarda geloso,
Figlio del figlio mio, la nostra fama:
Sei della stirpe della gloria, Oscarre,
Non la smentire: ah non permetter mai
Che i figli dei stranier dicano: imbelle
È la schiatta di Selma: altrui ti mostra
Tempesta in guerra, e Sol cadente in pace.
Tu d'Inistona al re di', che Fingallo
La giovinezza sua ben si rammenta,
Quando si riscontrar le lancie nostre
Nei dì d'Aganadeca. Oscar le vele
Romorose spiegò; fischiava il vento
Per mezzo i cuoi delle sublimi antenne;
L'onde sferzan gli scogli, irata mugge
Dell'ocean la possa. Il figlio mio
Scoprì dall'onde la selvosa terra.
Ei ratto penetrò nell'echeggiante
Baia di Runa, e al re dell'aste Anniro
Inviò la sua spada. A quella vista
Scossesi il vecchio Eroe, che di Fingallo
La spada ravvisò: vena di pianto
Corsegli all'occhio in rammentar l'imprese
Della sua gioventù; che ben due volte
Egli si stette al paragon dell'asta
Coll'eccelso Fingallo, innanzi agli occhi
D'Aganadeca, e s'arretraro i duci
Minor, credendo di notturni spirti
Conflitto aspro mirar. Che fui! che sono!
Anniro incominciò; misero, infermo,
Carco d'età, disutile il mio brando
Pende nella mia sala. O tu che sei
Della stirpe di Selma, Anniro anch'egli
Si trovò fra le lancie, ed ora ei langue
Arido e vizzo come quercia infetta
Colà sul Lano; io non ho figlio alcuno
Che sen corra gioioso ad incontrarti,
E ti conduca alle paterne sale.
Pallido Argonte è nella tomba, e Ruro,
Ruro mio non è più; l'ingrata figlia
Nella magion degli stranieri alberga;
E impaziente la paterna tomba
Di rimirar desia; diecimila aste
Scote il suo sposo, e contro me s'avanza,
Come dal Lano suo nube di morte.
Pur vien, figlio di Selma, a parte vieni
Del convito d'Anniro. Andò mio figlio:
Stetter tre giorni a festeggiar, nel quarto
Chiaro sonar s'udì d'Oscarre il nome:
S'allegrar nelle conche, e le di Runa
Belve inseguir. Si riposaro al fine
Gli stanchi eroi dietro una viva fonte
Incoronata di muscose pietre.
Le mal represse lagrime dagli occhi
Scappan d'Anniro; egli il sospir nascente
Spezza sul labbro. O garzon prode, ei disse,
Oscuri e muti qui giacciono i figli
Della mia gioventù: tomba è di Ruro
Questa pietra, e quell'albero bisbiglia
Sopra quella d'Argonte. O figli miei,
Udite voi la mia dolente voce
Nell'angusto soggiorno? o al mesto padre
Parlate voi nel mormorio di queste
Frondi tra 'l vento? Oh, l'interruppe Oscarre,
Deh dimmi, o Re, come cadero i figli
Della tua gioventù? sulle lor tombe
Passa il cinghial, ma i cacciator non turba.
Or levi cervi, e cavriol volanti
Di nebulosa forma a ferir vanno
Con l'aereo arco; amano ancora
La caccia giovenile, aman su i vanni
Salir del vento, e spaziar sublimi.
Cormal, così riprese il Re, di dieci-
Mila aste è duce: egli soggiorna appresso
Le nere acque del Lano, esalatrici
Della nube di morte. Alle festose
Sale di Runa ei venne, e della lancia
Cercò l'onore: era a mirar costui
Amabile e leggiadro a par del raggio
Primo primo del Sole, e pochi in campo
Durar poteano al paragone: a lui
Cessero i miei guerrieri, e la mia figlia
Per lui s'accese d'amorosa brama.
Ma dalla caccia intanto Argonte e Ruro
Tornaro, a stille a lor sceser dagli occhi
Di generoso orgoglio: essi lo sguardo
Muto girar sopra gli eroi di Runa,
Che cesso aveano a uno stranier. Tre giorni
Ster festeggiando con Cormal; nel quarto
Il mio Argonte pugnò: chi contro Argonte
Giostrar potea? cesse l'eroe del Lano.
Ma il cor d'atroce orgoglio e rancor cupo
Gli si gonfiò, gli s'annerò: prefisse
La morte de' miei figli. Essi sull'alte
Vette di Runa, e delle brune damme
Alla caccia n'andar: volò di furto
La freccia di Cormallo; i figli miei
Caddero esangui. Alla donzella ei corse
Dell'amor suo, la dalla bruna chioma
Donzella d'Inistona: ambi fuggiro
Per lo deserto: orbo io restai. La notte
Venne, sorse il mattin, voce d'Argonte
Non s'ode, e non di Ruro. Alfin comparve
Runar veloce, il fido veltro: ei venne
Smaniosamente ululando, e tuttora
Ei m'accennava, e risguardava al luogo
Ove i figli giacean: noi lo seguimmo,
Trovammo i freddi corpi, e qui sotterra
Li collocammo a questo fonte in riva.
Qui vien mai sempre il desolato Anniro,
Quando cessa la caccia; e qui mi curvo
Sopra di lor, come fiaccata quercia,
E qui dagli occhi miei perenne rivo
D'amarissime lagrime discende.
Ronante, Ogarre, Oscar gridò, chiamate
I duci miei: che più tardar? si corra
A queste tenebrose acque del Lano
Della nube di morte esalatrici.
No del misfatto suo Cormallo a lungo
No non s'allegrerà: spesso la morte
De' nostri brandi in su la punta siede.
Ratto n'andar quai tempestose nubi,
Trasportate dai venti, e gli orli estremi
D'orridi lampi incoronate e tinte:
Prevede il bosco il fatal nembo, e trema.
Rintrona il corno della pugna, il corno
Della pugna d'Oscar: scossesi il Lano
Sull'onde sue, del tenebroso lago
Strinsersi i figli di Cormallo intorno
Al risonante scudo. Il figlio mio
Fu qual solea: cadde Cormallo oscuro
Sotto il suo brando, dell'orribil Lano
Fuggiro i duci, e s'appiattar tremanti
Nelle cupe lor valli. Oscar condusse
La bella d'Inistona alle deserte
Sale d'Anniro: sfavillò di gioia
La faccia dell'etade, e benedisse
Il giovinetto eroe, sir delle spade.
Quanto fu viva mai, quanto fu grande,
Ossian, la gioia tua, quando da lungi
Vedesti a comparir la bianca vela
Del figlio tuo! nube di luce ell'era
Che spunta in oriente, allor che a mezzo
Del suo viaggio, in regione ignota
Mirasi il peregrin girar d'intorno
Con tutti i spettri suoi l'orrida notte.
Noi conducemmo Oscar tra plausi e canti
Alle sale di Selma: il Re la festa
Delle conche diffuse; i cantor suoi
Feron alto sonar d'Oscarre il nome,
E Morven tutta al nome suo rispose.
Era colà la graziosa figlia
Del possente Toscarre, e avea la voce
Simile a tintinnio d'arpa, che a sera
Leve leve ne vien su le fresch'ale
Di dolce mormorante venticello.
Voi, la cui vista l'alma luce allegra,
Venite, conducetemi ad un poggio
Delle mie rupi: il bel nocciuol l'ombreggi
Con le folte sue foglie, o non vi manchi
Di quercie il susurrar: sia verde il luogo
Del mio riposo; e vi s'ascolti il suono
Di torrente lontan. Tu, prendi l'arpa,
O figlia di Toscarre, e sciogli il gaio
Canto di Selma, onde soave il sonno
Tra la gioia nell'anima serpeggi;
Onde allo spirto mio tornino i sogni
Della mia gioventù, tornino i giorni
Del possente Fingallo. O Selma, o Selma,
Veggo le torri tue, veggo le querce
Dell'ombrose tue mura: i duci io veggo
Della morvenia stirpe. Oscarre inalza
La spada di Cormallo, e cerchio fangli
Mille garzoni a contemplarla intenti;
Essi nel figlio mio fisano i sguardi
Gravi di meraviglia, e del suo braccio
Vantan la gagliardia: scorgon del padre
Gli occhi in gioia natanti, e braman tutti
Impazienti a sé fama simile.
Sì sì, la vostra fama, amici eroi,
Voi tutti avrete: i miei compagni antichi
Spesso sorgonmi in mente, e spesso il canto
Tutta l'anima mia vivido irraggia.
Ma sento il sonno al suon dell'arpa musica
Tacito placidissimo discendere;
Già veggo i sogni che pian pian s'inalzano
Lusinghevoli, e intorno mi s'aggirano.
O figli della caccia, altrove, altrove
Il romoroso
Passo portate,
Il riposo - non turbate
Del cantor, che con la mente
Dolcemente se ne va,
A' padri suoi,
A' forti eroi
Dell'altra età.
O romorosi figli della caccia,
Fatevi lungi omai:
Deh non turbate i miei riposi placidi,
E i sogni gai.