LA LIBERTÀ LATINA DIFESA SULLE MURA DEL CAMPIDOGLIO
Roma superba, e vittoriosa al cielo
L'impavida cervice altera ergea,
Ed il possente scettro in man reggendo
Costante sostenea gli avversi colpi.
Galli nemici, invan Roma assaliste,
Roma feroce l'invincibil Roma,
Che di sangue il terren tinto lasciando
Lungi da la città foste respinti.
Il mondo intero ricuoprìa la notte
D'un fosco velo; pallidetta luna
Incerta fra l'orror di rotte nubi
Con fioco lume il rugiadoso corno
Ora scopriva, ed or togliea fuggendo.
Rapido il sonno con le tacit'ali
D'intorno s'aggirava ai stanchi corpi,
E il plumbeo scettro distendea tranquillo.
Il quieto silenzio, e l'atra notte
De' Galli asconde le dannose insidie,
Che già con forti valorosi duci,
Con mille armati, e mille, e con guerriere
Macchine al Campidoglio alteri, e forti
S'appressano furenti, e a l'alte mura.
Così da le nevose aspre pendici
De l'Alpi algenti da la fame spinti
Calan talora innosservati lupi,
E al chiuso armento in rustical cappanna
Assalto, e strage ad apportar si scagliano.
Il taciturno stuol s'avvanza, e tosto
De l'alte mura appiè le scale appresta.
Già salgono, già taciti son giunti
A la bramata sommità già il piede
Su l'alta rocca v'è chi ardito stende.
La nera oscurità de l'atra notte
È rotta dal fulgor de l'armi avverse,
Che con incerta luce intorno splendono.
Al rumorìo de la nemica gente
Al folgorar de le nudate spade
Scuotono intimorite, e fuggitive
L'ali tremanti l'Aquile Romane;
La spaventata Libertà latina
Vede il rischio fatal gemendo freme
Ma il brando d'impugnar non gli è permesso.
Qual chi per campo di verdure ameno
Lieto tra i fiori il passo errante move
E d'un ruscello al mormorìo gradito
Corre ansioso, e il praticel trascorre:
Vede repente fuor de l'erba sorgere
Trilingue biscia altera, ed infocata,
Che fischia, e sbalza, e via sguizzando fugge:
Atterrito, ed incerto allor si arresta
Dubbiando se pur debba al serpe orrendo
Con ferro ardito, e forte incontro gire
Ovver se debba a lui volgere il tergo,
Ed a veloce timorosa fuga
La sua vita affidar: tema e valore
Pugnan fra lor ne l'atterrito petto.
Non altrimenti dubitando resta
La spaventata Libertà; dal sonno
Vede oppressi i suoi figli, e mira intanto
Minacciosi innoltrarsi i Galli alteri;
De la città conosce il rio periglio,
Nè sollevar gli amici suoi gli è dato.
Quando al fragor de l'armi, al mormorìo
De le nemiche turme alfin destate
In rauco suono al ciel grida eccheggianti
Innalzan l'oche, ed atterrite fanno
Battendo l'ali Asuonar le strida.
Il pigro sonno alfin pur si dilegua,
L'armi richiede ognun precipitosi
Corron furenti, e tutti son su l'armi.
Quando, ahi vista fatal! l'avverse turme
Mirano giunte al Campidoglio innante,
E ovunque sparse l'orgogliose squadre,
E l'alte mura ricoperte anch'esse
D'armi, e d'armati, e di marziali schiere.
Tutto il valor s'accende, e bolle in petto
Sdegno, rabbia, vigor, gloria, ed onore:
Manlio feroce ne l'ardir grandeggia,
E ratto vola del nemico a fronte
L'asta squassando orribilmente, e i suoi
A l'armi chiama minaccioso, e truce.
Ora, o compagni un generoso cuore
Mostrar dovete, di Quirin le mura
Cinte già son da l'inimiche turme;
A l'armi, a l'armi; discacciam tai mostri,
E vedan essi, e riconoscan pure
De l'alta Roma la possanza, e forza.
Ognuno a tali detti in cuor si sente
Arder lo sdegno, a l'armi ognun sen corre;
Incomincia la pugna, e già l'estreme
Voci de' moribondi assordan l'aria
Cade ucciso il Romano il Gallo cade,
E morte intorno la tremenda falce
Ruota superba, e su gli estinti corpi
Grandeggia altera: alfin da l'armi avverse
Vinti i nemici, e dal valor Latino
Al Campidoglio spaventati il tergo
Volgon precipitosi, ovunque giunge
Del Romano la spada, e a cruda morte
La nemica soggiace altera gente:
La vittoriosa Libertà Latina
Guata gli estinti corpi e fiera in volto
Preme le fredde salme, e a' vinti insulta.