LA LIBRERIA
By Emilio Praga
Spesso io contemplo in estasi
la vecchia libreria,
la fida amica, l'anima
della stanzetta mia,
e, quando mesto io veglio,
parmi udirla cantare
le note indefinibili
che han le campagne e il mare.
Io, come un uomo celibe,
che per passar la festa
esce all'aperto, e in ozio
vagando alla foresta
coglie sbadato ai margini
un mazzolin di fiori,
e fa un pazzo miscuglio
di forme e di colori:
qui fuggendo i papaveri
dei greci e dei latini,
raccolsi del mio cranio
i pochi fiorellini:
qui, dì per dì, pascevasi
la giovinezza mia;
dell'alma è il calendario
la vecchia libreria.
D'antichi e nuovi scheletri
vi giace un cimitero:
messer Francesco spasima
presso il gagliardo Omero,
Rousseau e Plutarco fiutansi,
e i santi Evangelisti
placidi sonni dormono
in braccio agli antecristi!
Giusti, compagno incomodo,
dà nel fianco a Marini,
Manzoni inconsapevole
sostiene Niccolini;
sotto que' vetri sparvero
gelosie di mestiere,
e vivono in famiglia
codice e canzoniere.
Vi son volumi fracidi
dei secoli passati,
dal tabacco degli avoli
dipinti e consacrati,
vi son moderni in folio
legati a ghirigori,
che sembran dir: guardateci
non siam belli... di fuori?
Vi posa, o pia memoria!
Tolto al suo tavoliere,
dell'ava mia carissima
un libro di preghiere,
dal mio giovine orgoglio
ahimè! troppo obliato
fra i sogni dell'infanzia,
che i preti mi han turbato.
Ella alle eterne pagine,
bimbo, mi innamorava,
e vi ponea per indice
i fior ch'io le donava;
ma l'ava santa è in polvere,
i fior sono avvizziti,
e della fede gli angeli
con lei, con lei spariti!
Cade la pioggia a torrenti, e risuonano
come tasti di cembalo le tegole;
un gatto nel cortil miagola ed urla,
quasi di spento vate anima errante!
Crepita il focolar, bizzarramente
illuminando la mia fredda stanza:
ve', il letto mi sorride in un cantuccio...
se' tu l'amante che all'amplesso inviti?
Ma invano al gelo della strada io penso,
e a chi corre affannato la campagna,
per farmi dolci colla pena altrui
la quiete, e il sonno... i miei scaffali vegliano
ed io qui resto ad ascoltarli intento!
Come fauci di cantanti
che si muovono su e giù,
or si schiudono, or si serrano
i volumi palpitanti,
quasi albergo all'alme fossero
degli autor che non son più!
Udite, udite il cantico
che accompagna la pioggia;
or chi mi parla, è un logoro
libro d'antica foggia:
— Giovinetto, che guardi e sospiri,
qual speranza ti ride nel cor?
Tarpa l'ali de' lunghi desiri,
oltre il mondo non cerca l'amor!
Liba, liba alla vita, infelice,
ché a galoppo s'involano i dì;
la speranza è una dea traditrice,
tutto fu quando il corpo morì!
Ve' che notte, che venti, che gelo,
ve' che cenere al tuo focolar!
Oh non pensa ai misteri del cielo,
corri invece una donna a cercar:
i tesori degli omeri nudi,
delle chiome cosparse di fior!
Oh divini di Venere ludi
quando Bacco le avviva i color!
Ama, e bevi, gentil giovinetto!
Conta l'ore coi baci e i bicchier;
la bottiglia ed un candido petto,
ecco il nume, ecco il culto, ecco il Ver! —
— Ahimè! ho libato al calice
dei godimenti umani!
Dei baci amai la musica,
e anch'io cacciai le mani
tra profumate chiome,
e di più d'una il nome
mi si stampò nel cor!
Io pur cercai nei pampini
di Bacco, un dì, la gioia;
ma fra l'ebbrezza e l'estasi,
quando sparve la noia?
Succhiato ho disinganni,
veleno di malanni,
col vino e coll'amor!
O maledetta, inutile
se tutta è qui la vita!
Questa mia bella imagine
fu dunque partorita,
di donne a trionfare,
e le viti a sfruttare,
e tutto, e tutto è qui?
No: libro infame, l'anima
sento fremermi in petto,
e confidente il termine
del mio galoppo aspetto!
Ma chi mi dice dove,
e di che tempre nuove,
fia de' risorti il dì? —
Sotto i vetri i libri altercano
e di pagine è un fruscìo,
qual di foglie che al natìo
tronco strappa l'uragan!
— Bimbo! un altro volume mi dice,
vivi e alterna i tuoi canti felice!
Il tuo spirto dal corpo spiccato,
poi che i liberi cieli ha adorato,
un volante augeletto sarà;
un augello di cento colori
che da un nido contesto di fiori,
modulando divini concenti,
e cullato dall'ali dei venti,
fino al sole il suo vol spingerà! —
— No: grida un fascicolo,
all'ultimo dì,
nel cielo ti aspettano
le fervide Urì... —
Ma qui, cercando un'altra rima in i,
m'accorgo che la musica
di più chiare cadenze si vestì!...
Son sorci, sorci, ahi misero,
che fan la vecchia libreria vibrar...
e già da un mese io lascio
col vago suon la fantasia volar!
Poi se vi garba, ditemi
che i poeti non sono da legar!
Altro non è la musica
che una cena di topi viaggiator...
Io che sperava scrivere
su questo tema tanti versi ancor,
darò al fuoco la cantica,
e nelle coltri metterò il cantor!
Oh! ma prima al pericolo
il ricordo togliamo
della mia nonna: o povero
libro fra tutti io t'amo!...
Ecco i salmi di Davide,
ed ecco, ecco il Vangelo...
come era bello il cielo
ch'io vi leggeva un dì!
E adesso?... oh torna all'anima
sempre l'antica fede;
cinto di pie memorie,
il Dio dei padri riede;
riede possente, e il bacio
che al libro or ora io dava,
dal tumulo dell'ava
securo a Lui salì!