LA MORTE DI GAULO

By Melchiorre Cesarotti

Pende la notte; maestosa e cheta

Dispiega il manto nella valle; ingombra

La felce intorno il cacciator che dorme,

E il can la testa al suo ginocchio appoggia.

In sogno ancor della montagna i figli

Persegue, e dal piacer quasi ei si desta.

Ne' tuoi sonni riposa, o giovinetto,

Delle fatiche della caccia amante;

Dormite o figli del travaglio: a mezzo

Del corso lor giunsero gli astri appena,

Ed Ossian sol sulle colline è desto.

Solo godo vagar, solo ove regna

Notte e silenzio, ché silenzio e notte

Ben cogli affanni del mio cor s'accorda.

Verrà il mattin; tutti i suoi rai dal colle

Biondeggiar io vedrò; ma col mattino

Non tornerà dentro quest'alma il giorno.

Sii parco o Sol de' raggi tuoi; di luce

Prodigo sei, come di Morven l'alto

Signor lo fu delle bell'opre: ah! temi,

Temi che un dì la luce tua s'ecclissi,

Come eclissò del Re la gloria. Omai

A mille a mille nel palagio azzurro

Splendon le faci che tu accendi allora

Che d'Occidente dal balcon ti parti.

Perché il momento affretterai, che muto

Ti lasceran sul padiglion dell'Alba

Solingo e tristo, come tristo e solo

Ossian gli amici al suo dolor lasciaro?

Perché su Morven brillerai? sul colle

Perché i tuoi rai si spanderan; se i prodi

D'ammirarli cessaro, e più non resta

Un occhio sol che al tuo fulgor si schiuda?

Morven, de' tuoi be' dì, delle tue glorie

Come sparve la luce! a poco a poco

Mancar la vidi, e dileguarsi, e muta

Perdersi, come delle querce accese,

Splendor delle tue sale, or muto è il lume.

I tuoi palagi, i prodi tuoi, che danze

V'intrecciavano e canti, al suol tra 'l musco

Dormono, e l'ombra han della morte intorno.

Già Temora cadeo, Tura non serba

Che cumuli di sassi, ed il silenzio

Erra di Selma per le vuote sale.

Dov'è la gioia delle conche, e dove

De' conviti il fragor? mute son l'arpe,

Muto il canto de' Bardi; e poche e rare

Muscose pietre colle grigie teste

Gli avanzi or son delle grandezze antiche.

Non più dal mar, sovra la poppa assiso,

Mira il nocchier le maestose moli

Alzar la fronte tra la nebbia e 'l cielo;

Né dal deserto il peregrin le scorge.

Cerco di Selma; e tra la felce e l'erba

Non incontro che tombe e che ruine.

Vacilla al soffio de' notturni venti

Il cardo solitario, e sullo stelo

Gravido di rugiada il capo abbassa.

Volteggia intorno de' miei crin canuti

Il gufo inaugurato; i stridi suoi

Destan la damma che riposa e dorme

Sovra il letto di musco: alza la testa,

Né teme no, ché sovra i colli è sola

Del Cantor la vecchiezza. Ospite amica

Degli avanzi di Selma, alla tua morte

Ossian non pensa: dal riposo istesso

Ove posar Fingal e Oscar tu sorgi;

E pensi tu che insanguinar volesse

Ossian del padre, ovver del figlio il letto?

No alla tua morte, abitatrice amica

Del riposo d'Oscarre e di Fingallo,

Alla tua morte Ossian non pensa: solo

Qua nella piazza, ove sorgea di Selma

Il regal tetto, ove pendea lo scudo

Del padre mio, stendo la man;... ma, o Selma!

Altro or non hai tetto che il ciel!... Lo scudo

Cerco tra le ruine; incontra l'asta

Una delle sue falde: ivi sedea

Il fragor delle pugne: il suon che rende

Lusinga ancor d'Ossian l'orecchio; ei desta

De' passati miei dì la rimembranza,

Come raccende sulle felci il vento

Fra' rozzi alberghi i moribondi fochi.

Acuto al varco di quest'alma ancora

S'affaccia il duol; cresce nel corso al pari

Di torrente montan, ma il peso, e 'l gelo

Degli anni incontra che lo spinge addietro.

Pensier di guerra, tenebrosi tempi

Che spariste per me, co' vostri scudi

Cozzantisi fra lor, tempi fuggite;

Lasciate i dì della vecchiezza in calma.

A che sognar pugne e trofei? che l'asta

Forse ancor so come si scuota e vibri?

Ah! più non è di Temora la lancia,

Deh il baston dell'età! più non udrassi

Batter lo scudo, e rimbombar di guerra.

Ma cosa incontro? antico scudo è questi:

Tentiam di riconoscerlo:... ei somiglia

Luna allor che tramonta; a mezzo è roso

Dalla ruggin degli anni... o Gaulo, amico

D'Oscarre un dì, fu questo scudo il tuo.

Ma chi, chi l'alma mi trasporta? o figlio

Della mia tenerezza, ebbe il tuo braccio

La sua parte di fama; ora i miei canti

Di Gaulo il nome rinverdir faranno.

Arpa di Selma, ove sei tu? Malvina

Rispondimi, ove sei? vieni, ed ascolta;

Dell'amico d'Oscar Ossian favella.

Fosca sorgea la notte e procellosa,

E stridean l'ombre dalle nere felci.

Muggian, precipitandosi dall'alto

Delle balze i torrenti: in sen del nembo,

Pari allo scoppio di squarciate nubi,

Romoreggiava il tuon; della tempesta

Sovra le penne rosseggianti, i lampi

Fendean le nubi, e percorreano il cielo.

Di Selma intanto nel palagio a mensa

Sedeano i nostri Eroi; fiammante quercia

Ardea nel mezzo a rischiararne i volti.

Passava in giro, e diffondea la gioia

La d'umor soavissimo ricolma

Tazza ospital; scioglieano il canto i Bardi;

E la man delle vergini tremante

Scorrea le corde dell'armonic'arpa.

Passò la notte nella gioia: appena

Credeansi gli astri alla metà del cielo,

Allor che d'Oriente in sulle nubi

L'Alba si scorse biancheggiar: lo scudo

Batter s'ascolta di Fingal: diverso

Suono allor quegli avea: l'alto rimbombo,

Simile al tuon che da lontan rimugghia,

Udirono gli Eroi; corser festosi

Da tutti i fiumi lor: Gaulo l'intese,

Strinse la lancia... ma torrente è fatta

Già l'onda di Strumon: le sue correnti

Chi misurar, sia pur gagliardo, ardisce?

A Ifrona già ci avviciniam; la zuffa

Mescesi; carchi delle nostre spoglie

Ai nemici ritolte, in sulla sera

Cessasi dal pugnar. - Perché sul fiume,

Giovin leggiadro dall'azzurro scudo,

Sul fiume tuo che verde musco ammanta,

Perché il nostro ritorno, ahi! non attendi?

Perché, figlio di Morni, impaziente

Fu il tuo cor della pugna? Ah ben di fama

Avara è l'alma tua, né la sua parte

Rapir si lascia, ove alla gloria un campo

Aprasi ed al valor. Già sulla sponda

Si apparecchia una barca, agile e leve

Fenderà l'onde minacciose, e appena

Il primo albor dall'Oriente appare,

(Seguendo verso Ifrona i prodi suoi)

Spiega le vele, e si confida al vento.

Al mar chi vien? - giovin beltà. Si avanza

Sovra gli scogli ondi-battuti; è fosca

Come la nebbia del mattin; disciolta

Tremola all'aure la corvina chioma.

Tra i crini suoi la nivea man, somiglia

Bianca spuma sull'onde: e di rugiada

Brillan due goccie ne' cerulei sguardi

Fissi di Gaulo sulla barca; un figlio

Le pende al petto, e le sorride al volto.

Teneramente se lo abbraccia, e un dolce

Canto susurra; ma un sospir dal core

L'interrompe: o Evircoma, ah tu non pensi

Al canto no: vogan sul flutto insieme

Col tuo diletto i pensier tuoi; già fugge

Il legno; appena da lontan si mira

Tra l'onda e 'l ciel; ma scende a mezzo e spiega

Le sue falde una nube, e più nol vedi.

Vaga, oimè, senza periglio

Sovra il mar che a me t'invola!

Amor mio, chi mi consola,

Quando mai ti rivedrò?

Torna alle sale di Strumon la bella,

Ma son lenti i suoi passi: ha di tristezza

Carca la fronte, come quando il cielo

È in calma, e tace sovra i colli il vento,

Veggiam qualch'ombra solitaria in mezzo

Errar della palude: ella sovente

Si volge, e guarda; e sospirando, i lumi

Tien fissi al mar che lagrimando accusa.

Voga, oimè, senza periglio

Sovra il mar che a me t'invola!

Amor mio, chi mi consola,

Quando mai ti rivedrò?

Ma vien la notte; gran corteggio intorno

Le fan spesso tenebre; a mezzo il corso

L'Eroe sorprende; celasi la Luna

Negli antri delle nubi, e in tutto il cielo

Sol d'una stella il tremolar non spunta.

Tacita e paurosa all'onde in preda

Va di Gaulo la barca. - A Morven lieti

Torniam; né Gaulo sovra il mar si scorge.

Giunge il mattino, ma d'Ifrona i lidi

La nebbia involve. Per la spiaggia errando

Gaulo s'aggira, e ove, non sa; l'orecchio

Tende in ascolta, e di guerrieri o d'armi

Fragor non ode: batte allor lo scudo;

"Dormi o Fingal tu forse? è dalla pugna

Stanco il tuo braccio, o non pugnossi? (ei grida)

Giungeste ancor su queste rive, o prodi?" -

Piaciuto ahi fosse, o giovinetto, al cielo

Che allor giunti vi fossimo, e dal bosco

Ossian le grida dell'amico udisse!

O questa lancia alla grand'oste incontro

T'avria difeso, o nella breve fossa

Giaceria senza vita il signor suo.

Di Temora la lancia inutil tronco

Non era allor, né dell'età che cade

Debile appoggio: era balen che scende

Sovra penne di foco, e cento e cento

Alberi atterra in suo cammin, frondoso

Onor del monte che gli trema innanzi.

Colto dalla ruina arbor non era

Ossian allor, che tra la felce al solo

Lieve spirar d'un venticel si scote,

O mezzo rovesciato in riva al fiume

Gli insulti ancor della bufera addita.

No, tal non era allor; dritto e superbo

Quai son del Cona maestosi i pini,

Tutti d'intorno i verdeggianti rami

Io mi vedea, che sorridean festosi

Dell'oragano alle minacce, e lieti

Fra' muggiti dell'aria, a mezzo il cielo

Ondeggiavan tra i nembi e le tempeste.

Ah! perché al Duce di Strumon non era

Io presso allor, che rovesciossi e venne

La procella d'Ifrona incontro a lui?

Dov'eri allora ombre di Morven? forse

Placido sonno per l'aeree sale,

Cui crepuscol da lunge appena imbianca,

Posava dolcemente in su' vostr'occhi;

O scherzar vi piacea colle cadute

Aride foglie, pueril trastullo;

Che neppur cenno si mirò, né udissi

Del periglio di Gaulo?... ah no, de' nostri

Padri dilette ombre a noi fide, voi

Non obliaste d'ammonirci! A Ifrona

Per ben due volte rispingeste indietro

Le nostre vele; e per due volte il mare

Mugghiando risuonò de' vostri gridi.

Il vostro cenno ahi! non s'intese: l'ombre

Noi vi credemmo de' nemici opposte

Forse al nostro ritorno. Incontro a voi

Fè balenar Fingal la spada, e i lembi

Percosse delle grigie aeree vesti

Che voi libravi sul suo capo; andate,

Andate, ei vi dicea; sovr'alte sponde

Scotete i fior del cardo, o i dì passate

Là colla schiatta degl'imbelli in gioco.

Tacite, e afflitte v'involaste: il soffio

Del fuggir vostro rassembrava all'aure,

Che striscian sulle rive tenebrose,

Scese dal monte, quando ancor lontana

Presagiscon le gru pioggia o tempesta.

Spariste; e forse alcuno udivvi a mezzo

Di Gaulo il nome proferir fuggendo. -

Tra mille qui nemici e mille, io solo

Stommi? e tra l'ombre della pugna, or quivi

Spada non v'ha che colla mia baleni?

Soffia il vento da Morven; biancheggiando

A Morven volto si dirige il flutto:

Spiegherà Gaulo le sue vele al vento?

Ah no, che seco i prodi suoi non stanno.

Fingallo che diria? Fingal che l'opre

Di Gaulo nelle pugne a' figli suoi

D'ammirar comandava? e che nel canto

Dirieno i Bardi, se una nube alzasse

Sue negre falde del figliuol di Morni

Sulla limpida fama? E tu fra l'ombre

Padre diletto, non arrossiresti

Se fuggisse il tuo Gaulo? Ah sì, co' bianchi

Tuoi crin l'antica venerabil fronte

Nasconderesti, paventando il guardo

Degli eroi che passaro; i tuoi sospiri

Più rochi e grossi renderiano i venti

Di Strumon per la valle: e degl'imbelli

Te contemplando dirien l'ombre: "oh vedi

Vedi là il padre di colui, che diede

D'Ifrona in riva alla battaglia il tergo."

No che il tergo ai perigli e alla battaglia,

Morni, no non darò: raggio di foco

Di Gaulo è il cor: sulla tua nube immensa

Vieni, e mira il tuo figlio. Era torrente

Gonfio di spuma tra le roccie opposte

L'anima tua; l'alma di Gaulo, o padre,

Non è indegna di te, mirami... o sposa,

Ove sei tu?... diletto Ogal che fai?...

Ma chi, chi spira tra l'orror di morte

Raggio di tenerezza? Acquieterassi

Il turbo; e voi cari al mio cor verrete

Pensier soavi a serenar quest'alma.

Or tutto è fosco; armi, battaglie, è questo

Sol di Gaulo il pensier! Perché non sei,

Ossian tu meco, come il ciel ci vide

Alla pugna di Latmo?... ma che parlo?

Pari allo spirto d'oragano immenso

Mi sento il cor: di foco ha l'ale, e spande

Rosso fulgor, solo si scaglia, e solo

In mezzo al mar che romoreggia ei piomba.

A mille a mille a quel terribil urto

Vedi i flutti inalzarsi, e cento intorno

Isole ricuoprirne: egli sul cocchio

Salir de' venti, e passeggiar sull'acque.

E già di nuovo ode il rimbombo Ifrona

Dello scudo di Morni; arrugginita

Piastra non era allor, né ricoperto

Di loto e sangue quello scudo: introna

Del suo fragor l'isola intorno, e tutti

Scendon contro di Gaulo i suoi guerrieri.

Ma di Morni la spada in man del prode

Scintilla, e rare le nemiche fila

Fanglisi innanzi, come sparse e rare

Nei boschi di Strumon sorgon le piante.

Ne tremano i guerrieri; a terra sparse

Son le azzurre lor armi, e della morte

Volteggiano gli augelli in sul lor capo.

Malvina mia, sul tempestoso piano

Vedesti mai canuto flutto immenso

Scontrarsi, e indietro rimbalzar dal fianco

D'una balena, che traversa il mare?

Vedesti in cima di quel flutto a stormi

Volar marini augelli, e della fera

Seguir le tracce, che a spirar vicina,

Capovolta in balia della corrente,

Dibatte i fianchi moribondi appena,

E non osar d'avvicinarsi, lunge

Paventandone ancor la mole e l'ombra?

Sì trattenuti eran d'Ifrona i figli

Dalla spada di Gaulo e dal terrore.

Molto pugnò: mancano a poco a poco

Le forze al Duce di Strumon; s'appoggia

A un tronco; in strisce porporine il sangue

Scorre fumando sull'azzurro scudo,

E cento frecce gli han passato il fianco.

Il brando ancor stringe la man, quel brando

Che spargendo fra l'oste orrore e tema,

È meteora di morte in quella mano.

Ma questa pietra, che inalzate a stento,

Figli d'Ifrona, or che dirà? sul lido

All'età che verranno il fatto illustre

Segnerà gloriosa? Ah no; del bronzo

Han la crudezza i pensier vostri: appena

Sette fra voi lo smisurato masso

Traggon dalla montagna: eccolo, ei piomba

Sulla coscia di Gaulo: in su' ginocchi

Ritto cade l'Eroe, ma colla fronte

Grandeggia ancor sovra lo scudo, e desta

Meraviglia e spavento: i suoi nemici

Treman d'avvicinarsi; e da lontano

Lascian ch'ei pera, come in cima al monte

Aquila poderosa, a cui nel volo

Il fulmine rapì l'artiglio e l'ale.

Deh, perché in Selma non s'udì la voce,

Generoso garzon, del tuo periglio?

Il canto delle Vergini, e dei Bardi

Non saria scesa ad allegrarci il core

La melodia: né di Fingal la lancia

Avria posato alla muraglia appesa.

L'acciar di Luno sul pacato fianco

Dormito non avria; né, mezzo alzato

Dal suo sedil, meravigliati avremmo

Visto Fingal rivolgersi allo scudo,

Fisso con gli occhi, e dir: l'aerea lancia

Udir d'un'ombra mi parea sugli orli

Strisciar passando, ma fu solo il vento.

Ombra di Morni, e perché mai sì lieve

Fu batter del tuo scudo, ed il periglio

Di Gaulo tuo che non versar ne' sogni?

Perché ad Ossian non scendere, e gridargli:

Svegliati su, torna sul flutto? ... o Morni,

Allor tu forse sulle vie d'Ifrona

Movevi già per lacrimar suo figlio.

Riede il mattin: funesti sogni al giorno

Aprono gli occhi d'Evircoma: il letto

Lascia, e alle selve di Strumon ritorna.

Agitata, abbattuta, ode le grida

Della caccia di Morven, e la voce

Del diletto amor suo mista non v'ode.

Ascolta: e l'eco dalla cava roccia

Di Gaulo i gridi non ripete; inalza

La voce, e solo di Strumon la selva

D'Evircoma i sospir fra l'aure intende.

Cade la sera; e pel ceruleo piano

Barca non mira, o non ascolta il grembo

Fender lieve dell'onde. È trista l'alma,

Tristo il cor della sposa: E chi trattiene

Nell'isola il mio prode? o mio diletto,

Di Morven cogli eroi ché non tornasti?

Forse sul mar perduti gli hai?... ma, lassa!

No, che tornato esser dovevi: oh! quanto,

Quanto dall'alto degli scogli al mare

la sposa tua si sporgerà? rispondi:

Quante lacrime ancor sovra le guance

Cadran dell'amor tuo? non pensi al figlio?

Non pensi a me? se pur t'è caro, o sposo,

Se scordato non l'hai, dì, le carezze

A cui l'usasti, ed i trasporti, e i baci,

Dimmi ove son? le lacrime del figlio

Colle mie si confondono, e confusi

Son d'Ogal i sospir co' miei sospiri.

Ah! se il suo nome balbettare a mezzo

Udir potesse il padre suo, cercando

Con gli occhi ancor quando ritorna, ah certo

S'affretterebbe a consolarci, e tosto

Tornar si rivedria... ma oh ciel! rammento

(Tremo per te) rammento un sogno o caro!

Ah il momento passò del tuo ritorno!

L'ho in mente ancor, parmi vederli, e certo

Io gli vedea per la foresta, i figli

Di Morven dietro ai fuggitivi: seco

Non era il prode di Strumon: lo scorsi

In lontananza sovra l'asta inchino,

E retto ad un sol piè; l'altro colonna

Era di nebbia; ogni spirar d'auretta

Cangiar forma gli fa; stendo le braccia,

E corro all'amor mio... vien dal deserto

Un vento impetuoso, e me l'invola. -

Ma del terror son figli i sogni; o caro

Sir di Strumon, ti rivedrò; la testa

Tu inalzerai davanti a me, lucente

Come raggio di Sol, quando sfavilla

Sulle felci di Cromla, albergo d'ombre.

L'intiera notte il peregrin tremando

Ristette innanzi a lor; fuggon col giorno

Le figlie della notte; ei più sicuro,

Riprendendo il baston, parte col giorno.

Sì, sposo mio, ti rivedrò... la barca

Questa non è che da lontano appare?

Son come spuma fra montane rocce

Bianche le vele sue; pianta somiglia,

Che maestosa tra la neve e 'l vento

Ondeggia, e scuote le frondose cime.

La barca ell'è - m'inganno forse? o pure

Nebbioso ingombro là fra l'incert'ombre

Il credulo occhio mio turba, e lusinga? -

Ma sì, la barca è del mio sposo... o notte,

Invida e fosca, ah! non celar le vele

Che guidan l'amor mio... ferma un istante

Ancor,... ma tu non m'odi, e in tutto il cielo

Le immense tenebrose ale distendi.

Ma invan! in questo schifo, a tuo dispetto

In braccio volerò del mio diletto.

Già Evircoma è sul mar: barca non mira

A sé incontro venir: candida nube

Bassa sul flutto l'ingannò: la barca

Aerea e vota di nocchiero antico

Quell'era, onde godea vagar per l'acque.

Lascia lo schifo della bella sposa

I venti dietro a sé: d'Ifrona il lido

Nella baia l'accoglie; alta è la notte.

Mormoran cupe l'onde solitarie

Nel silenzio del bosco: dalle nubi

Trapela, e fugge ad or ad or la Luna

Fra le piante del colle, e ad ora ad ora

Dalle nebbie divise ed i vapori

Trapelano, e s'involano le stelle.

Al baglior fioco della dubbia luce

Volti Evircoma ha gli occhi al figlio: "oh! come

Amabile tu sei, dice, ne' sogni,

Che il tuo sonno lusingano! sei caro

Figlio dell'amor mio!"... spunta un sospiro,

Ed è per Gaulo quel sospir; l'abbraccia,

E palpita, e di pianto umido ha il ciglio,

E sta sospesa tra lo sposo e 'l figlio.

Dormi in pace, dormi, e posa,

Caro figlio del mio amor:

Ch'Evircoma sospirosa

Va cercando il genitor.

S'alza, lo lascia nello schifo, e parte.

Tre volte il piè mosse, e tronò tre volte

Il piè sull'orme sue. Come si mira

La tortorella fra' pennuti figli,

Quando il cibo a cercar per la pianura

D'Ulla abbandona la deserta roccia.

Scorge su' rami tremolar le brune

Poma, ma pur mover non osa, e teme,

Che del falco gli artigli ha sempre innante;

L'alma così della dolente sposa

Divisa sta, come vicino al lido

Diviso un flutto tra lo scoglio e 'l vento...

Ma qual ne viene sovra l'aure chete

Lamentosa una voce? - esce dal bosco,

Che queste rive solitarie adombra.

Solingo, e tristo io qui mi lagno, e gemo!

Ahi! che mi val se nelle pugne un giorno

Prode fu il braccio mio? Perché Fingallo,

Ossian perché non sa che qui disteso,

Sovra una riva tenebrosa io moro?

Astri, che ad or ad or mi riguardate

Ne' vostri passi luminosi, voi

Dite in Selma il mio fato: allor che baldi

Sorgan gli Eroi dalla festosa mensa,

E la vostra beltà mirin pel cielo,

Co' vostri segni rosseggianti, allora

Annunziatemi; e voi che su' notturni

Raggi pur vi movete ombre dilette;

Se nel vostro cammin Morven s'incontra,

Chete all'orecchio di Fingal, passando,

Scendete, e dite lui che qui mi moro;

Che fredda stanza è questa mia, che il Sole

Tornò due volte, qui mi vide, e cibo

Ancor non venne a ristorarmi, e appena

Le labbra dissetai coll'onda amara.

Ma sulle rive di Strumon nol dite

Nol dite, ombre pietose; il vostro aspetto

Non turbi i sogni della sposa mia.

Dell'aure il susurrar che vi precede

Spiri lontan dalle sue sale, e lunge

Passando ancor, le vostre ali leggere

Non agitate, che la mia diletta

Intendervi potrebbe, e fosca luce

Spandersi su quel cor: lunge da lei

Itene o figlie della notte; e sieno

Placidi i sogni d'Evircoma! o Sposa,

Tardo ancora è il mattino: dormi in pace,

Col figlio tuo fra le tue braccia dormi:

E dolci come dolce è il mormorio

Del limpido Strumon sieno i tuoi sogni.

Deh! sieno, o cara, i sogni tuoi ridenti

Nella valle de' cervi, e non li turbi

Di Gaulo tuo la rimembranza: ei pena

Sì, ma dolce è il suo fato, allor che sono

Ridenti i sogni della sua diletta.

E pensi, o caro, che la tua diletta

Riposi e dorma, se tu vegli e gemi?

E divisa da te, speri che lieti

Sogni aver possa mai? di selce in petto

Non chiudo il cor, né in riva a Ifrona io nacqui.

Ma come qui, sovra nemica terra

Soccorrerti, amor mio, come nudrirti?

Senti: del padre dilettosa istoria

Rimembro ancor; ben giovinetta io era:

Ei mi tenea fra le sue braccia, e l'onde

Fendeansi di Crisolla in compagnia,

Vago raggio d'amor: sovra uno scoglio

Ci gettò la tempesta: orrido è tutto

Intorno, e sol tre solitarie piante

Alzano ai venti le sfrondate teste.

Poche tra 'l musco inaridite poma

Cresceano a' loro piè: le colse il padre,

Né il labbro v'appressò: prendi o Crisolla,

Dice alla sposa sua, prendi, e dimane

Me nudrirà della montagna il cervo.

L'alba apparì: venne la sera: intesta

Di rami allor forma una barca; invano!

La forza gli mancò, cadde sul lido.

Qui dormirò, dice, o Crisolla; appena

Sia cheto il mar, reca la figlia a Idronlo,

Che del destarsi mio lontana è l'ora.

D'Idronlo i colli, replicò la bella,

Giammai non mi vedran senza il mio caro.

Ma il morir tuo perché tacermi? insieme

Divisi i frutti, ambo nudriti avrieno.

Ma ben ristoro di Crisolla il petto

All'amor suo qui porgerà: di latte

Pieno lo sento: in questa roccia oscura

Basso non dormirai: per la tua cara

Vivi, ed al petto mio le labbra accosta.

Ei s'alza allor: tornan le forze: il vento

Tace; e ad Idronlo si ritorna a sera. -

Spesso alla tomba di Crisolla il padre

Mi conducea: sempre la dolce istoria

Mi ripetea su quella tomba; ed ama,

Evircoma, dicea, quando ridenti

Della tua giovinezza i dì verranno,

Ama così sempre il tuo sposo. - O Gaulo,

Io così l'amerò: vieni, il mio seno

Ti nudrirà per questa orribil notte,

E Strumon rivedrem domani insieme.

O della stirpe tua la più leggiadra,

E l'amabile più, Gaulo riprese,

Va', ritorna a Strumon: la nuova luce

Non ti vegga ad Ifrona; entro allo schifo

Di nuovo, o sposa mia, sali col figlio.

Perché, qual molle giovinetto fiore,

Che della lancia colla punta acuta

Tronca il guerrier quando più bello appare,

Cader dovrà? crudo è il guerrier! con tutte

Le goccie onde l'imperla e l'aura e il cielo

Cade: ei senza curar passa cantando.

Parti, e lasciami, o sposa; inaridito

Fiume è già la mia forza; e come l'erba

Del verno al soffio mancar io mi sento.

Né i rai del Sol, né il ritornar d'Aprile

Rinverdir mi faran. Solo ai guerrieri

Di Morven di', che alle natie lor sale

Mi traggano... ma no: pallido è il raggio

Della mia gloria, bassa avrò la tomba.

Di questa pianta avrolla a piè, vedranla

Gli stranieri dall'onde, e fra' sospiri,

Ecco gli avanzi d'un eroe, diranno.

E d'una bella ecco gli avanzi, o caro,

Diranno ancor: dentro la fredda stanza,

Nel letto stesso, e coll'istesso fato

Io poserò dove il mio amor riposa.

Nel grembo azzurro della stessa nube

L'aere ci accoglierà. Poi quando in cielo

Splenda la Luna col modesto raggio,

Di Morven e di Selma i nostri passi

Distingueran le Vergini, ed oh! come

Amabili, diran, sono quell'ombre!

Sì, stranier chi qui porta il vento o il flutto,

Doppia stilla cader lascia di pianto,

Che qui posa Evircoma a Gaulo accanto.

Ma quai del cheto venticel sull'ale

Voci recar s'odono, o sposo? ah! i gridi

D'Ogal son questi che tristo si lagna.

Scuotersi già dal suo letargo, e tutta

Sento l'alma agitarsi: e perché l'alma

Di Gaulo ancor s'agita? e quel sospiro

Or perché spunta d'un guerrier dal petto?

Dei padri ancor son così molli i cori

Sovra i mali de' figli? e delle madri

Vincono i cori in tenerezza? o sposo!

L'angoscia mia tutta dividi! io stessa,

Io stessa, là, dove lasciato ho il figlio

Ti porterò; vieni, che il mio diletto,

Sarà per me leggiero incarco: invano

Debile io son; debil non è Evircoma

Quando Gaulo è in periglio - a me la lancia,

Che i miei passi accompagni in sulla riva.

Allo schifo il portò: la notte intera

Contro l'onde lottò: vider le stelle,

Mentre partian, venir men la sua forza,

E videla cader l'alba, siccome

Cade la nebbia, e si discioglie al Sole. -

Del cacciator sulla romita felce

Quella notte io dormia: tacean le cose;

Quando co' grigi fluttuanti crini,

Morni in sogno m'apparse: a vacillante

Baston curvo s'appoggia; il venerando

Canuto aspetto di tristezza ombrato

Mostra i segni del pianto; e sulle gote

Grosse ancora di lacrime cadendo

Empiono i solchi che l'età v'impresse.

Tre volte al mar le rosseggianti luci

Volse, e tre sospirò "dorme a quest'ora

(Poi con voce gridò lungo-gemente)

Di Gaulo mio dorme l'amico?" il vento

Soffiò con buffo impetuoso incontro

Alle piante del bosco, e dall'oscura

Macchia il gallo destò: di sovra l'ale

Alzò la testa; lamentoso strido

Mise tremando, e s'acquattò di nuovo.

Quel grido mi destò: m'alzo, e mi sembra

Veder Morni fuggir, pari a una nube.

Seguo le tracce ch'ei segnò; deserta

Isola incontro; ed ondeggiante e vuoto

Miro lo schifo sul ceruleo flutto.

In riva al mar sovra uno scoglio appoggia

Gaulo la testa: dal braccio al ginocchio

Posa lo scudo, che dall'orlo estremo

Mostra col sangue la ferita. Accorro,

Tremando, e l'elmo del guerrier sollevo.

Scendean stillanti di sudor de' biondi

Suoi crin le ciocche, e ricuopriangli il volto.

Del mio dolor forse egli udì la voce;

E ver me come più potea rivolto,

I pesanti a fatica occhi solleva...

Ma vien la morte, e di caliginosa

Oscurità tutto il circonda... o Gaulo!

Più d'Oscar tuo, più non vedrai tu il padre.

Pallida al capo del guerrir distesa

Evircoma si sta; fra le sue braccia

Sorride in pace il figlio suo: coll'asta

Scherza or del padre, or le accarezza il petto.

Poche e con fioca moribonda voce

Parole m'indrizzò: - la man piangendo

Le porsi, e non risposi: - alzasi a stento;

Prende le man sospirando, sul capo

D'Ogal le pone, e fisse in me le luci,

Pietosamente, ed accennando il figlio,

Il cor mi trafiggea con i suoi sguardi.

Bassa è la stanza d'Evircoma, disse;

Orfano omai, va', di tua madre, il petto

Non più tuo lascia... Ossian a te fia padre,

Fia... ma che dico? Evirallina è spenta:

Or chi, o figlio, più a te sarà Evircoma?

Ah! vivo ancor scende nell'alma il duolo;

Di nuovo il sento, né l'età mi giova!

Perché sì spesso torneranmi a mente

De' passati miei dì le triste istorie? -

N'è soave talor la rimembranza,

Ma la segue il dolor, né basta il pianto.

Approdasi a Strumon: tutto è silenzio.

Da lunge il fumo in vorticosi giri

A nebbiosa colonna somigliante

Sul palagio non vedi, antica un tempo

Stanza de' Re: gentil voce non s'ode,

Tace dell'arpe il tremito, e fischiando

Domina il vento per l'aperte sale.

Già la solinga maestosa torre

Mirò in suo corso l'aquila dal cielo,

E già vi disegnò riposo e nido:

E chi mai, sembra dir, chi mai tant'alto

Verrà, salendo, a spaventarmi i figli?

La scorge in alto, e timido, ed ignaro,

La prima volta sotto a lei passando,

Il cervetto solingo, immensa roccia

Pargli che penda sul suo capo: un gelo

Gli serra il cor; fugge e sotto allo scudo

Che alla porta pendea, ratto s'asconde.

Il fragor, dalla soglia ove riposa,

N'ode il veltro agilissimo, e di Gaulo

Crede che il passo esser potrà: festoso

S'alza, e scuote una lacrima pendente

Dal ciglio intenebrato; il pauroso

Cervo rimira, flebil manda e lungo

Urlo gemendo; e ad aspettar di nuovo

In sulla pietra gelida si stende.

Ma degli Eroi delle Morvenie piagge

Come il duol pingerò? tacito e mesto

S'avvia ciascun dalla paterna valle,

E lentamente avanzasi, siccome

La nebbia là sulla pianura bruna,

Quando l'erbe carezza appena il vento.

Delle battaglie rovesciato il Forte

Veggono, e in pianto stempransi; e le braccia

Rivolgono a Fingal, che presso al faggio,

Che di Gaulo sostien la morta testa,

La fronte insieme e le pupille abbassa.

I crin canuti per la faccia sparsi

Le lacrime ascondean, ma dalle gote

Scendono ad irrigar la barba e 'l petto;

E le lacrime sue mesce col canto.

E tu ancor, qual canna frale,

Tu cadesti o fior d'eroi?

Non udran più le mie sale

L'armonia de' labbri tuoi?

Né straniere armate intere

L'asta tua disperderà?

Pel sentier de' miei perigli

Non vedrò quel brando ignudo?

Né di Selma udranno i figli

Il rimbombo del tuo scudo,

Quando in fiero-suon guerriero

La battaglia sorgerà?

Non più fra 'l giubilo

De' remiganti,

Che i bianchi fendono

Flutti spumanti,

Il tuo naviglio

Contemplerò?

Di Morni il figlio

Più non vedrò?

Per trarmi l'anima

Da' rei pensieri,

Più non dirannomi

I miei guerrieri:

Di Morni il figlio

Or or verrà:

Mai quel naviglio

Non giungerà.

Per sempre taciti

In Selma, i Cori

Son delle Vergini,

E de' Cantori;

Tutti la lacrima

Hanno sul ciglio;

Che fatto è polvere

Di Morni il figlio.

Ah dov'è, dov'è la porpora,

Che ornò già le tue bandiere?

Più i tuoi passi non risuonano

Di pesanti orme guerriere:

Né più t'attendono

Sulla collina,

Spirando l'aure

Della mattina

I fidi veltri della caccia al suon:

Ma si lamentano

In suon doglioso,

Che il letto è gelido

Del tuo riposo,

Mesti alle soglie della tua magion.

La damma appressasi

A lor vicino,

E seguir libera

Può il suo cammino;

Or non si pascono

Che di dolor,

E non sospirano

Che il lor Signor.

Ma passò del suo ritorno,

Della caccia o figli, il dì:

Ei col Sol l'ultimo giorno

Vide, e poi col Sol partì.

Ei qui posa; e nel riposo,

Dello scudo il rimbombar,

Da quel sonno tenebroso

Non saprebbelo destar!

Posa ei qui; né de' verd'anni

Più rammentasi il piacer! -

Cosa è mai tra tanti affanni

La prodezza del guerrier? -

Tra la pugna, oggi de' forti

Messe fa, sperde gli eroi,

E segnar fa dalle morti

Il sentier de' passi suoi,

Come il sibilo ne lassa

Tra le frondi, ombra che passa.

Ma del turbine di guerra

Diman fugge il sogno breve;

Ed un sasso, e poca terra

Sotto un tumulo riceve

Chi tra belliche faville

Spaventò già mille e mille.

Gl'insetti strisciano

Coll'ali brune,

Le lor susurrano

Note importune;

Ed insultando

Al frale ignudo,

Cercano il brando,

Cercan lo scudo,

Schifosi e luridi

Vi posan su;

Ed ecco par che dicano:

Il fin di quanto mai grande è quaggiù!

Colui dov'è che il core,

E il braccio ed il valore

Chieder di Gaulo ardia?

Allor che balenando

Colla corazza e 'l brando

A battagliar venia?

E splendea come suole

Gran colonna di ghiaccio a' rai del Sole?

Misero! non sapea

Quanto la sorte è rea!

La forza a poco a poco

Tra peregrine spade

Del guerrier passa, e cade,

Come qual ghiaccio al foco:

E involasi leggiera,

Come la nube che sfavilla a sera.

Il cacciator la mira

Dal bosco, e ne sospira:

Che appena mosso ha il piede

Al non lontano albergo,

Col Sol che volge il tergo

Tutto sparir si vede;

Né resta in un momento,

Che quel vapor che se ne va col vento.

Ecco tra 'l musco e l'erba

Quanto di te si serba,

Primo fra' prodi eroi!

Ma la memoria amara

Volerà dolce e cara

Lieve su' vanni suoi:

Né sparirà leggiera

Come la nube che sfavilla a sera.

Bardi, inalzategli la tomba e il canto:

La sua diletta, sospir d'ogn'anima,

In sonno placido gli posi accanto.

Nel solitario terren muscoso

Sorga una pietra: e additi ai posteri

Il letto gelido del suo riposo.

Perché men fervido il Sol si renda,

Giovin s'inalzai contro al meriggio

Quercie che ombrifera poi lo difenda.

"Verdeggia" i Zeffiri a lei diranno,

E obbedienti i rami al tepido

Soffio dei Zeffiri verdeggeranno.

Le fronde tremole e i fiori al cielo

Si schiuderanno, quando ancor vedovi

Strideran gli alberi sul nudo stelo.

Vedranno i crocei rami fioriti,

E la verdura, ond'ella abbellasi,

Gli augei che tornano dai caldi liti:

E salutandola in lor linguaggio,

Fermeran l'ali, quivi posandosi

Dal malagevole lungo viaggio.

Lor note armoniche a Gaulo andranno;

Ed Evircoma le caste Vergini

Sull'arpe flebili celebreranno.

La memoria dolce e cara

Della coppia amata e rara

Oltre gli anni volerà;

E i lor nomi udrem sul vento,

Finché questo monumento

Rispettato sorgerà.

Ma poi che per vecchiezza infermo e lasso

L'arbor cadrà fra 'l tempestar de' venti,

E in polve si sciorrà l'amato sasso;

Allor che le sue pure onde lucenti

Tratterrà il fiume, che il torrente e 'l rio

Volte altrove trarran le lor correnti;

Quando i Bardi, che un dì Morven udio,

E i celebrati dal terribil brando

Eroi cadranno in un perpetuo oblio,

Quando tutto cogli anni andrà mancando;

Di Gaulo allor sol tacerà la lode:

E lo stranier dimanderà passando:

"Gaulo chi fu? chi di Strumon fu il prode?"