LA MUSA
By Emilio Praga
Fuggi, fuggi, o poeta, all'armonia
dell'organo ululante!
Ciò che sposa al tuo cor la fantasia
è la presenza mia,
è il mio vergine amore, è il mio sorriso.
Fuggi; l'incenso dall'altar si svia
e già per l'aria giungono
canti di preti e odor di sagrestia.
Seguimi, amico, sulla gaia spiaggia
dove vola l'alcione
e dove nuota l'anitra selvaggia:
da qui l'anima viaggia,
da qui si libra alla bella regione
ov'oggi il canto è volto,
senza la prosa del rossor sul volto.
La prima chiesa fu il deserto immenso!
E il sacro mare ove beveva il sole,
e i fiumi sacri dove
bevea la luna!...
Il mio peplo di viole
trema alle tue parole
come a pensier di patria abbandonata.
O poeta, son lungi incenso e stole;
qui le vetuste imagini
tornan serene, immacolate e sole!
E i fiumi sacri ove bevea la luna!
Spesso il pastor caldeo
richiedendo le stelle ad una ad una
della errante fortuna,
stupito udìa cantar canto giudeo
le palme montanine;
e delle greggie le bianche indovine,
alzando il muso, socchiudean le ciglia.
>Era il mio canto!
Per le sacre grotte
tu erravi allora, o vergine, baciando
egizie labbra; ed eri tu che a notte
squarciavi il velo vaporoso e blando
e squarciavi la creta, e l'uom vedeva
il paradiso!
Tu dei baci del Cristo umida ancora,
o più gentil delle sue cento amanti,
tu inebriata della grande aurora,
tu che portavi sull'ali vaganti
alle figlie d'Adamo e ai figli d'Eva
il nuovo avviso!
Ma le corde del tuo pletro di Tebe,
del tuo pletro glorioso ancor vibrante
d'Ustica lieta sulle verdi glebe
l'ultime lodi a Creta e ad Alicante,
o Musa, il giorno che mutasti fede,
di', non piangesti?
Dal buio Olimpo volando al Calvario
pieno di raggi, non pensavi, o amica,
lo smisurato, pallido sudario
che discendeva sulla corte antica
dei vecchi numi, fra le spente tede,
e i fior calpesti?
Piansi l'uom che tessuto l'avea
per vicende di noie immortali,
piansi l'uomo che gli idoli crea,
poi, deluso, ne sfronda l'allor.
Oh! la fé che guidavami l'ali
sul cammino del mio Nazareno,
quando, alzando il bel volto sereno,
predicava fra i pargoli e i fior!
Quando il sofo dei greci papiri,
quando il mago dei miti di Belo,
anelante di arcani deliri,
vanitoso di occulte virtù,
come stelo che aggiungasi a stelo,
fra i vegliardi e le donne invaghite,
prosternava le tempie abbronzite
sulle vie della vaga tribù!...
Oh! l'amor che guidavami allora
non vedea questo orrendo avvenire,
non temeva di piangere ancora
sul tramonto di un ultimo dì!
Non temea di vederlo morire
più oltraggiato, più mesto che in croce,
non vedeva la sfinge feroce
che sull'ara lo spense così!
O Musa, per le tue guancie di rosa
scorre una lagrima!...
Lagrima ardente, lagrima sdegnosa,
io ti conosco:
tu sei quella dell'ira e dell'orgoglio
e sai di tosco!...
Tergila, o Musa, il tuo sorriso io voglio,
ascolta il cantico!