La ninfa avara
Crudel, crudele, e dove
sì veloce ne vai?
Ninfa, di che paventi? e perché fuggi?
Fuggi forse e paventi
questo, che in man mi vedi, arco leggiadro?
Vana paura e sconsigliata fuga!
Non è già questo di Diana l'arco,
quel che tu vai trattando,
sagittaria di mostri,
onde le fere timidette impiaghi.
Non è l'arco d'Amor, quel c'hai nel ciglio,
vaga arciera de' cori,
ond'ognor l'alme semplicette uccidi.
Questo è l'arco di Febo; e non già quello
onde il Piton trafisse,
ma quel che porse in dono
al suo canoro figlio,
ond'ei di Tracia inteneria le selve.
Arco sì, ma soave, e dele belle
fanciulle d'Elicona
arma innocente e mansueto arnese;
ferir non sa, se non minute fila
e pungenti, ma dolci e non mortali
scocca versi, e non strali,
o strali con cui può guerriero ingegno
ferir il Tempo e saettar la Morte.
Questo per gran ventura
passò ne la mia mano,
e con questo cantando,
gli aspidi stessi, che son sordi al canto,
umiliar mi vanto.
Ma nulla teco ponno,
fera bella e crudel, le corde e i versi.
Oimè, perché fuggirmi?
Già non son, non son io di questi boschi
mostro orrendo e difforme,
se ben son mostro misero d'amore,
e mostro di dolore.
Torniti a mente il caso
del'infelice Dafni,
che, per troppo mostrarsi al suo fedele
fuggitiva e crudele,
divenne un verde tronco;
se ben tu, ch'a' miei pianti et a' miei preghi
sei più rigida e sorda
ch'ai lamenti d'Apollo
l'inessorabil figlia di Peneo,
non in pianta, ma in sasso
cangeresti le membra; o (quant'io creda)
s'avesse in pianta a trasformarti il Cielo,
non di tenero lauro,
ma d'aspra quercia alpina,
sì come n'hai la voglia,
prenderesti la spoglia.
Arresta il corso, arresta!
Pregoti sol che le mie voci ascolti;
voci possenti et atte
a distornar dala sua fuga il sole.
(È forza, alfin, ch'io sodisfaccia a questo
importuno seguace,
che pur dietro mi tiene a sì gran passi).
Eccomi a te rivolta: or meco siedi.
Dimmi: che vuoi? che chiedi?
Vuoi saver ciò ch'io voglia?
Chiedi ciò ch'io mi cheggia? io voglio, io cheggio
quel che chiede e che vuole
augelletto digiun dal cibo amato,
e dal caro ruscel cervo assetato.
Se di sete e di fame
tanta necessità ti tiene oppresso,
non lontano è l'armento, il fonte è presso.
Altra fame, altra sete
mi divora e distrugge
di quella che tu fingi, ingrata ninfa;
del mio spirto anelante
la famelica brama e sitibonda
ricerca altr'esca, altr'onda.
Poverello non sano
ama spesso il suo peggio.
E di qual frutto dunque, e di qual acqua
cerchi al'avide voglie
alimento e bevanda?
Non so, presso a' tuoi raggi, o mio bel sole,
s'io favelli, o s'io taccia.
Se l'ardir cresce, mancan le parole;
e, s'avampa il desio, la lingua agghiaccia.
Dubbio così tra quest'affetto e quello,
né taccio, né favello.
Parlerò, tacerò, timido, audace,
querulo insieme e taciturno amante,
che sempre ha nel sembiante
facondia muta e silenzio loquace,
cor che favella più, quanto più tace.
Tu parli, e tremi, e geli,
e, sìcom'uom che sogna, o qual bambino
che balbetta e vagisce,
formi con roca voce infra te stesso,
e mormori fra' denti,
confusi e rotti accenti.
Ti vide forse questa mane il lupo?
Filaura mia, mi vide
la lupa, e non il lupo,
quella lupa crudel, che del mio core,
qual d'agnello innocente,
fa strazio a tutte l'ore.
Ahi, perverso destin!
Di che sospiri?
Non cercar ch'io riveli
quel che convien si celi.
Discoprir mi si vieta
quella piaga secreta
che nel petto nascondo,
alta cagion del mio dolor profondo.
Indegno è ben d'aita
chi chiude aspra ferita.
Il duol giace sepolto,
ma la lingua del cor parla nel volto.
E qual lingua have il core
per narrare il dolore?
Interrotti sospir, lagrime tronche,
sguardi afflitti, occhi mesti, atti dolenti
son di tacito cor messi eloquenti.
Coteste note tue,
inespresse, indistinte, io non intendo.
Grida l'alma tacendo;
ma tu, lasso, non senti,
(perché sorda hai la vista) i miei lamenti.
D'amorosi martiri
nascono i miei sospiri.
Del ciel, del mar, del foco
è sposa, e figlia, e dea
la bella Citerea; quindi ella prese
qualità differenti. Ha dele stelle
la bellezza e la luce; ha dele fiamme
la fierezza e l'arsura; et ha del'onde
l'amarezza e l'orgoglio. E quindi Amore,
che di lei nacque, anch'egli,
come ciel, come mare e come foco,
dà di pensier, di pianto e di dolore
nubi al'alma, acque agli occhi, incendi al core.
Non già sempre con danno
Amor produce affanno.
Talor soave affetto
è padre del diletto.
Amor, fiamma gentile,
desta a nobili imprese anima vile.
Anzi, foco fecondo,
è sostegno del'alme, alma del mondo.
Poco dianzi mostravi
non saper ben esporre un motto intero;
or, con sentenze argute e detti gravi,
dottrine alte e sublimi
filosofando esprimi.
Io, che semplice e roza, il basso ingegno
negli studi profondi
ho per natura a specolar mal atto,
quanto tu più ti sforzi
farmi le tue ragioni
ragionando capir, t'intendo meno.
S'io dicessi che pieno
è d'Amor l'universo, e ch'Amor solo
tra le catene sue costringe i cieli,
e ch'Amor move il sole, e che le stelle
ardon d'Amor anch'elle,
sì come astratte cose
e dal senso mortal troppo lontane,
potrebbon forse (ancorche chiare e piane)
al'intelletto tuo rendersi oscure.
Ma tutto ciò ch'io parlo
tel dimostra Natura, e 'n questa scena
di misti e d'elementi
tu tel vedi e tel senti.
Mira là la giovenca in su l'erbetta
al suo torel che l'ama,
amante affettuosa,
lambir, quasi baciando, il caro fianco.
Odi con quali accenti
chiama là tra le fronde
di quella quercia antica
l'usignuol lusinghier la dolce amica.
Vedi tra' rami di quel verde mirto
la colomba amorosa
come, col vago insieme,
gemendo bacia, e ribaciando geme.
Vedi il suo tortorello
d'un in altro arboscello
seguir, cantando, a volo
la compagna vezzosa,
la qual, s'avien che poi ne resti priva,
sconsolata e malviva,
in secco tronco lagrimando dice:
– Piango i miei giorni, vedova infelice. –
Vedi, nonch'altro, vedi
la vipera gelosa
ne l'orlo dela siepe, orche ridente
ringiovenisce l'anno,
là dove dolcemente
più d'amor che di sol, foco la scalda,
come ondeggiando mostra
al'aspe innamorato
ricca di lucid'or la nova spoglia.
I pestiferi fiati e i fischi orrendi
in sospir son rivolti;
le lingue, che pungenti
saettavano altrui rabbioso tosco,
son saette soavi, ond'Amor vibra
dolcezza al'un de' duo spesso mortale.
Ecco la vite al'olmo,
ecco l'edera al'orno abbarbicata.
E tu, cruda et ingrata,
perché di viver pur sempre t'ingegni
solinga e scompagnata?
Pon mente ivi a quel pruno:
fu già sterile un tempo, inutil pianta,
da' cui ruvidi rami
nascer frutto solea pontico e vile.
Or, per virtù d'un nodo e d'un innesto,
fatta è dolce, d'amara,
di selvaggia, gentile.
E te come non vale,
con sua forza immortale,
far di rustica et aspra, Amor possente,
domestica e feconda?
Cosa insomma non è, tra quant'oggetti
questo sì spazioso
teatro universal ti rappresenta,
dove in ogni stagion Amor non regni;
ma viè più in questa assai,
quando l'erbette e i fiori
torna con Clori a riaprire aprile.
Queste selve vicine,
quest'antri, queste valli e questi monti,
quest'acque e questi fonti
si distillano amando,
discorron mormorando
di quel foco gentil, che 'l tutto incende.
Sospiran, con le fronde
l'aure vaghe, e con l'onde,
piangon l'onde lascive,
e, parlando d'amor, bacian le rive.
Quel venticello istesso,
quel zefiretto, che sussurra e freme
tra le cime de' faggi,
tromba è di primavera,
che disfida ogni core
ala guerra d'amore.
O fera d'Erimanto,
o neve d'Appennino, o quercia d'Alpe,
anzi alpe e scoglio e selce.
Che selce? ella, quantunque
fredda, algente e gelata
tra le gelide vene
chiude faville ardenti. Ella quantunque
scabra, rigida e dura,
molle talor si rende
alle stille cadenti. O viva pietra,
ma la durezza e 'l gelo
del tuo cor, del tuo petto,
qual sospir mai riscalda?
qual giàmai pianto intenerisce o spetra?
Invan dunque ti scusi
che 'l mio dir non intendi.
S'amor forse e pietà dale mie note,
cruda, imparar non vuoi,
esser devriano almeno
le fere irragionevoli e gli augelli,
gl'insensati arboscelli,
questi venti spiranti,
questi fiumi sonanti,
questi macigni e questi sassi alpestri
i tuoi muti maestri.
Fileno, il tuo discorso
è vago e dotto invero;
ma sì trito e commune,
e già sì antico omai, che sa di vieto.
Quando Dafne essortava
Silvia ad amar Aminta,
con questa invenzion le predicava.
Poi, quando a Silvio Linco
pur altro amor persuader volea,
il medesmo dicea.
Et or né sì meschino
o capraio o bifolco han questi campi,
che di tai favolette
non sappia e non discorra;
né sì vil pastorel guarda gli armenti,
che, se vuol la sua ninfa
tentar d'amor talora,
in sì fatte ragion non si diffonda.
Conviensi a non vulgare
spirito peregrino
dal segnato sentier sviarsi alquanto,
e per novo camino
dietro a novi pensier movere il corso.
Ingegnati pur dunque
tu, che novo Anfione esser ti vanti,
tra que' versi che canti,
alcun verso cantar, ch'omai di questo
meglio al'orecchie mie si sodisfaccia,
e concetto trovar che più mi piaccia.
Lasso, e che dir più deggio?
Dirò (né questo ancor forse fia novo)
che, com'è senza pari
il mio grave cordoglio,
così ancor senza essempio
è il tuo crudele orgoglio.
Ma ben dal Cielo un sì gran torto aspetta
giustissima vendetta.
Ah, non creder, superba,
ch'esser la tua beltà deggia immortale,
quantunque immortal sia
il mio pianto e 'l mio male,
che dala tua beltà sol si deriva.
Son quelle, che possiedi,
fuggitive bellezze,
fuggitive dolcezze;
e tu, che sol per lor sì altera vai,
mostri, pur come indegna,
dispensandole mal, curarle poco.
Quella rosa, che vedi
spiegar colà sì baldanzosa e lieta,
di porpore vestita,
ridendo al'aura, l'odorato cespo,
diman vedrai, tosto che 'l sol la tocchi,
chiuder le foglie et abbassar la testa,
pallida e scolorita.
Questa terra fiorita,
che, verdeggiando ala stagion novella,
or si mostra sì bella,
non prima il primo gelo
verrà a fioccar dal cielo,
che con arida faccia e chioma irsuta
fia rugosa e canuta.
Beltà vaga, età fresca,
non è ch'un'ombra lieve,
non è ch'un lampo breve:
apena appar, che si dilegua e passa.
Vola il Tempo, Amor vola,
fugge l'oro dal crin, dagli occhi il foco,
fuggon dal viso i fiori,
e fugge il fior degli anni.
Or tu, ritrosa quanto bella, e stolta
non men che cruda, e cruda
a te più ch'ad altrui,
perché fuggi da me, s'ei da te fugge?
Verrà, verrà quell'ora
che del gran vecchio il vomere corrente,
solcando il volto tuo di brutte rughe,
com'or crespa hai la chioma,
farà crespa la guancia.
Vedrò, vedrò, malgrado
di tanto fasto, un giorno
quegli occhi, ch'or sì lieti
spargon d'amor faville,
sparger, pentiti e tristi, acque di pianto;
là dove questi miei, ch'or sì dogliosi
versano lagrimando amari fiumi,
verseran contro te fiamme di sdegno.
Folle, non vedi come
a momento a momento il ladro avaro
or un raggio, or un fiore,
or dagli occhi, or dal viso,
celatamente insidioso invola?
Né prima t'avedrai
del lento furto e del'occulta preda,
che testessa in testessa
cercherai forse indarno.
Allor t'accorgerai d'aver perduto
scioccamente e donato
ad ingordo tiranno
quelch'ad Amor negasti,
e che negasti a sì fedele amante.
Specchiandoti talvolta,
dirai: – Misera, or quale
strania forma m'ingombra? e qual s'avolge
intorno ala mia luce ombra nemica?
Infausta, orrida larva,
vecchiezza egra infelice,
tu mi furi il mio pregio e fai ch'io muti
color, pensiero e stato.
Deh, perché non ho io
la bellezza primera?
o perché non ebb'io
un sì saggio pensier, quando fui bella?
Invan fui bella, invano, or son dolente. –
Così poi finalmente
dal vulgo abietto de' pastor n'andrai
rifiutata e schernita,
di tua vana follia tardi pentita.
Questi discorsi miei, questi miei detti
son pur (s'io non m'inganno)
sì chiari e sì palesi,
ch'esser devriano intesi.
Io t'intendo pur troppo;
anzi se' tu che me non ben intendi:
di non intender te già non diss'io.
Io dissi, o pur dir volsi,
ch'intenderti non voglio, e ch'a' tuoi preghi
non intendo piegarmi.
Udir concetti e carmi
io mi credea più grati e più giocondi;
e tu cose m'apporti, onde più tosto
mi spaventi e minacci.
Non son queste, non sono
le vie per ottener quanto tu brami.
Orsù facciam ch'io t'ami:
qual guiderdon, qual dono
in cambio del mio amor tu mi prometti?
Amor è sol d'amor prezzo conforme.
E che può più donarti
chi t'ha donato il core?
Tienti pur il tuo core, io cor non curo.
Non sono augel grifagno,
che di cori mi pasca;
né voglio esser un mostro
con due cori nel petto.
Amor va nudo e senza fregio o pompa;
non ha che dar altrui se non se stesso.
Mercenario e venal, non fora Amore.
Ma quell'Amor ch'è nudo, ancora ha l'ali,
onde sen fugge e vola
da chi prenderlo tenta.
Alato egli è, ma cieco,
e tien d'oscuro vel bendati i lumi,
dela luce del'or non si compiace.
Cieco egli è, ma fanciullo;
se talvolta s'adira,
sol co' doni si placa.
Tu sai ben quanto vaglia
dele mie canne il suono,
e quanto in queste selve abbia di pregio
la mia voce, il mio canto.
Ti canterò (se vuoi)
canzonette leggiadre,
da far mirabilmente
risentir di dolcezza i tronchi e i sassi.
Canzon? non vo' canzoni;
son di versi satolla:
tanti da mane a sera
ne compongon gli augelli
per questi rami intorno,
che m'assordano il giorno.
Note, accenti, sospir, novelle e fole
son ombre e nebbie e fumi:
le beve l'aria e le disperde il vento.
A chi favole spende, io ciance vendo,
e, se nulla mi dai, nulla ti rendo.
Tigre certo esser devi,
poi ch'ala tigre sola
l'armonia non aggrada.
Muse, musiche e rime,
cose belle e gentili,
che s'odon sì, ma non si toccan punto.
Chi vuol, canti a sua posta:
io, per me, mi diletto
più del suon che del canto.
Formar però non pote
buona musica Amor, se di chi suona
lo stromento sonoro
non ha le corde d'oro.
Se pur canto mi piace,
quel cantor solo volentieri ascolto,
e m'empie il cor di melodia divina,
ch'ha la voce argentina.
Oh scelerato abuso
del'umana ingordigia!
Già del piacer commune
la vitella dal toro
pagamento non chiede,
né dal'agna il montone
comprar mai suole il natural diletto.
Perché denno del'uom gli altri animali
esser più liberali?
Di quanta stima sia
bellezza et onestate
non conoscon le bestie; e quinci aviene
che le lor ricche doti
lascian senza alcun premio altrui rapire.
Ma tra color, che di ragione han lume,
si serba altro costume;
onde saggio dee dirsi e non avaro
chi non dona, ma vende il bello, e 'l caro.
Il foco affina l'oro,
l'oro prova la donna,
la donna alfine è il paragon del'uomo.
Uom che, d'alto consiglio armato e forte,
francamente resiste
a forza di bellezza,
quei di pregio, di loda,
più ch'altri assai, veracemente è degno.
Ma donna, che dal'or vincer si lascia,
anzi il procura ingordamente e 'l chiede,
non ha tanta, ch'agguagli
la sceleragin sua, vergogna e biasmo.
Qual cupidigia alligna
nel petto uman più sozza
di questa sacra ed essecrabil fame,
ch'altrui tragge a commettere, adorando
metallo indegno e vile,
idolatria servile?
Oro, di stirpe illustre
generosa progenie e nobil figlio,
concetto entro le vene
del'indico oriente e partorito
nel bel letto del Gange,
commun nel suo natale
ha la culla e la patria in un col sole.
L'istesso sol, nascendo,
sen'adorna le chiome, e del bel carro
n'arricchisce le rote.
Che non fa? che non pote
questo invitto guerriero?
Qual cor non vince? o qual valor non doma?
Il ferro, il ferro, ch'ogni forza avanza,
gli cede di possanza.
Quante città munite e squadre armate,
che furo inespugnabili ala spada,
fur dal'oro espugnate?
Quante di castitate
rocche ben custodite e ben difese
dal'or fur vinte e prese?
Fu già da un pomo d'oro,
benché pudica e santa,
conquistata Atalanta. Un aureo pomo
mosse a lite et a guerra,
e fe' di cielo in terra
scender Dive immortali,
tra le quai venne anch'ella,
con lo scudo e con l'asta,
la più saggia e più casta.
Io, che diva non son, vo' pur almeno
del costume divin seguir l'essempio.
Se sia malvagio et empio,
non so, né saper curo;
e, s'altri mi riprende,
dirò che, quando errori anco sien questi,
con le Dive celesti errar mi giova.
Poma d'or non dimando,
poma d'or non desio. Venga pur l'oro
in qualunque lavoro,
anel, vezzo, o maniglia,
o cintura, o pendente;
sia pur d'oro il presente
in moneta battuto o in massa accolto,
di ciò non mi cal molto.
Fortuna de' suoi doni a me fu scarsa,
il nascer mio guardò stella mendica;
né piacque al Ciel ch'io fossi
d'armenti e gregge e di poderi e case
possessor fortunato.
Fuorch'un sincero affetto,
fuorch'una pura voglia,
a tanto bene offerto
altra non saprei dar degna mercede,
quanto povero d'or, ricco di fede.
Amor d'oro ha gli strali e d'oro ha l'arco,
senza l'or non fa mai colpo che punga.
Le quadrella impiombate
s'avien ch'egli saetti,
si spuntano ne' petti;
e le saette aurate
raro impiagano ancor, se non l'arrota
Fortuna ala sua ruota.
D'oro ha ben l'arco Amor, d'oro gli strali;
ma, veggendo che l'oro oggi dal mondo
tanto s'apprezza e stima, anch'egli (credo)
n'è divenuto avaro,
né così di leggier gli scocca e spende.
Quinci avien che 'l tuo petto,
di duro smalto e di diaspro armato,
non è mai saettato.
Quante volte solete
dirne voialtri, adulatori amanti,
che 'l vostro idolo amato
i zaffiri ha negli occhi, e ne la bocca
i rubini e le perle?
Or sì fatto tesoro
non si merca senz'oro.
Volgiti a questo cielo, a questa terra,
volgiti a questo sole;
rimira, quando s'apre
del purpureo oriente
la finestra lucente.
Qual più fin or di quello, onde l'Aurora
le nubi e i monti indora?
Qual argento più puro
di questi puri e limpidi ruscelli,
ch'attraversano il prato?
Qual più verde smeraldo
di quello, onde ne van ricche e superbe
queste fronde e quest'erbe?
quai più lucide perle
dele fresche rugiade e mattutine,
dele candide brine
che vi semina l'alba, il ciel vi stilla?
Eccoti quivi aperto
un erario pomposo
di gemme non caduche
e d'oro incorrottibile e d'argento,
ch'ogn'ingordo desio può far contento.
L'or, l'argento e le gemme
di cui, come signore,
sì larga offerta e libera mi fai,
son publiche ricchezze,
da Natura a ciascun fatte communi;
e pretend'io d'avervi
altrettanta ragion quanta tu v'hai.
Ma che vuoi far di cosa
la qual non si smaltisce, né si spende,
non si compra, né vende?
Se 'l bisogno vien mai,
impegnale, se sai.
Se cangiar potess'io
in oro il proprio sangue,
come pronto m'avresti
ad appagar la tua vorace sete!
Ma qual oro si trova,
che di valor tante ricchezze agguagli?
Quant'or volgon tra l'onde
L'Ermo, il Pattolo e 'l Tago,
non pagheria dele tue chiome un filo.
Se questi fiori intorno e queste erbette
fusser capre et agnelli,
questi faggi e quest'elci
fusser giovenchi e vacche,
le mammelle fontane, argento il latte,
e di seta le lane e d'or le corna,
io per me non torrei questi né quelli
più che solo un tuo sguardo.
Se quanto esperto sono
ne la fucina ove mi scalda Amore,
tanto fossi anco esperto
ne la fabril fornace
dove di bianco in giallo
si trasforma il metallo;
se d'auree marche ibere
i mucchi possedessi;
e se d'ongare stampe
gravide l'arche avessi;
e s'Alcide fuss'io, sìche potessi
dale famose e preziose piante
carpir l'oro guardato;
se fossi Mida, ond'io
tutto in lucide verghe e 'n bionde zolle
ciò che tocco volgessi;
se fussi Enea, che dal pregiato tronco
ottenessi dal fato
sveller l'aureo germoglio;
e se fossi Giasone,
che di Colco portassi
dela spoglia di Frisso i ricchi stami;
o se Prometeo fossi,
cui non fosse vietato
rapir l'oro del sole e dele stelle;
anzi se fossi Giove,
sìche mi fosse dato
grandini d'or diluviarti in grembo;
altra non comprerei, di gemme tante,
che del tuo duro cor l'aspro diamante.
Un gran cumulo d'oro,
pastor, facesti; onde portiamo insieme
tu la bocca ripiena, io la man vota.
Ma tempo è già da girne ove m'attende
il vago stuol dele compagne erranti.
Io mi parto, rimanti.
Ferma, deh, ferma i passi!
Dove, lasso, mi lassi?
Oh fato! oh cielo! oh stella!
Oh ninfa troppo avara, e troppo bella!