La ninfa avara

By Giovambattista Marino

Crudel, crudele, e dove

sì veloce ne vai?

Ninfa, di che paventi? e perché fuggi?

Fuggi forse e paventi

questo, che in man mi vedi, arco leggiadro?

Vana paura e sconsigliata fuga!

Non è già questo di Diana l'arco,

quel che tu vai trattando,

sagittaria di mostri,

onde le fere timidette impiaghi.

Non è l'arco d'Amor, quel c'hai nel ciglio,

vaga arciera de' cori,

ond'ognor l'alme semplicette uccidi.

Questo è l'arco di Febo; e non già quello

onde il Piton trafisse,

ma quel che porse in dono

al suo canoro figlio,

ond'ei di Tracia inteneria le selve.

Arco sì, ma soave, e dele belle

fanciulle d'Elicona

arma innocente e mansueto arnese;

ferir non sa, se non minute fila

e pungenti, ma dolci e non mortali

scocca versi, e non strali,

o strali con cui può guerriero ingegno

ferir il Tempo e saettar la Morte.

Questo per gran ventura

passò ne la mia mano,

e con questo cantando,

gli aspidi stessi, che son sordi al canto,

umiliar mi vanto.

Ma nulla teco ponno,

fera bella e crudel, le corde e i versi.

Oimè, perché fuggirmi?

Già non son, non son io di questi boschi

mostro orrendo e difforme,

se ben son mostro misero d'amore,

e mostro di dolore.

Torniti a mente il caso

del'infelice Dafni,

che, per troppo mostrarsi al suo fedele

fuggitiva e crudele,

divenne un verde tronco;

se ben tu, ch'a' miei pianti et a' miei preghi

sei più rigida e sorda

ch'ai lamenti d'Apollo

l'inessorabil figlia di Peneo,

non in pianta, ma in sasso

cangeresti le membra; o (quant'io creda)

s'avesse in pianta a trasformarti il Cielo,

non di tenero lauro,

ma d'aspra quercia alpina,

sì come n'hai la voglia,

prenderesti la spoglia.

Arresta il corso, arresta!

Pregoti sol che le mie voci ascolti;

voci possenti et atte

a distornar dala sua fuga il sole.

(È forza, alfin, ch'io sodisfaccia a questo

importuno seguace,

che pur dietro mi tiene a sì gran passi).

Eccomi a te rivolta: or meco siedi.

Dimmi: che vuoi? che chiedi?

Vuoi saver ciò ch'io voglia?

Chiedi ciò ch'io mi cheggia? io voglio, io cheggio

quel che chiede e che vuole

augelletto digiun dal cibo amato,

e dal caro ruscel cervo assetato.

Se di sete e di fame

tanta necessità ti tiene oppresso,

non lontano è l'armento, il fonte è presso.

Altra fame, altra sete

mi divora e distrugge

di quella che tu fingi, ingrata ninfa;

del mio spirto anelante

la famelica brama e sitibonda

ricerca altr'esca, altr'onda.

Poverello non sano

ama spesso il suo peggio.

E di qual frutto dunque, e di qual acqua

cerchi al'avide voglie

alimento e bevanda?

Non so, presso a' tuoi raggi, o mio bel sole,

s'io favelli, o s'io taccia.

Se l'ardir cresce, mancan le parole;

e, s'avampa il desio, la lingua agghiaccia.

Dubbio così tra quest'affetto e quello,

né taccio, né favello.

Parlerò, tacerò, timido, audace,

querulo insieme e taciturno amante,

che sempre ha nel sembiante

facondia muta e silenzio loquace,

cor che favella più, quanto più tace.

Tu parli, e tremi, e geli,

e, sìcom'uom che sogna, o qual bambino

che balbetta e vagisce,

formi con roca voce infra te stesso,

e mormori fra' denti,

confusi e rotti accenti.

Ti vide forse questa mane il lupo?

Filaura mia, mi vide

la lupa, e non il lupo,

quella lupa crudel, che del mio core,

qual d'agnello innocente,

fa strazio a tutte l'ore.

Ahi, perverso destin!

Di che sospiri?

Non cercar ch'io riveli

quel che convien si celi.

Discoprir mi si vieta

quella piaga secreta

che nel petto nascondo,

alta cagion del mio dolor profondo.

Indegno è ben d'aita

chi chiude aspra ferita.

Il duol giace sepolto,

ma la lingua del cor parla nel volto.

E qual lingua have il core

per narrare il dolore?

Interrotti sospir, lagrime tronche,

sguardi afflitti, occhi mesti, atti dolenti

son di tacito cor messi eloquenti.

Coteste note tue,

inespresse, indistinte, io non intendo.

Grida l'alma tacendo;

ma tu, lasso, non senti,

(perché sorda hai la vista) i miei lamenti.

D'amorosi martiri

nascono i miei sospiri.

Del ciel, del mar, del foco

è sposa, e figlia, e dea

la bella Citerea; quindi ella prese

qualità differenti. Ha dele stelle

la bellezza e la luce; ha dele fiamme

la fierezza e l'arsura; et ha del'onde

l'amarezza e l'orgoglio. E quindi Amore,

che di lei nacque, anch'egli,

come ciel, come mare e come foco,

dà di pensier, di pianto e di dolore

nubi al'alma, acque agli occhi, incendi al core.

Non già sempre con danno

Amor produce affanno.

Talor soave affetto

è padre del diletto.

Amor, fiamma gentile,

desta a nobili imprese anima vile.

Anzi, foco fecondo,

è sostegno del'alme, alma del mondo.

Poco dianzi mostravi

non saper ben esporre un motto intero;

or, con sentenze argute e detti gravi,

dottrine alte e sublimi

filosofando esprimi.

Io, che semplice e roza, il basso ingegno

negli studi profondi

ho per natura a specolar mal atto,

quanto tu più ti sforzi

farmi le tue ragioni

ragionando capir, t'intendo meno.

S'io dicessi che pieno

è d'Amor l'universo, e ch'Amor solo

tra le catene sue costringe i cieli,

e ch'Amor move il sole, e che le stelle

ardon d'Amor anch'elle,

sì come astratte cose

e dal senso mortal troppo lontane,

potrebbon forse (ancorche chiare e piane)

al'intelletto tuo rendersi oscure.

Ma tutto ciò ch'io parlo

tel dimostra Natura, e 'n questa scena

di misti e d'elementi

tu tel vedi e tel senti.

Mira là la giovenca in su l'erbetta

al suo torel che l'ama,

amante affettuosa,

lambir, quasi baciando, il caro fianco.

Odi con quali accenti

chiama là tra le fronde

di quella quercia antica

l'usignuol lusinghier la dolce amica.

Vedi tra' rami di quel verde mirto

la colomba amorosa

come, col vago insieme,

gemendo bacia, e ribaciando geme.

Vedi il suo tortorello

d'un in altro arboscello

seguir, cantando, a volo

la compagna vezzosa,

la qual, s'avien che poi ne resti priva,

sconsolata e malviva,

in secco tronco lagrimando dice:

– Piango i miei giorni, vedova infelice. –

Vedi, nonch'altro, vedi

la vipera gelosa

ne l'orlo dela siepe, orche ridente

ringiovenisce l'anno,

là dove dolcemente

più d'amor che di sol, foco la scalda,

come ondeggiando mostra

al'aspe innamorato

ricca di lucid'or la nova spoglia.

I pestiferi fiati e i fischi orrendi

in sospir son rivolti;

le lingue, che pungenti

saettavano altrui rabbioso tosco,

son saette soavi, ond'Amor vibra

dolcezza al'un de' duo spesso mortale.

Ecco la vite al'olmo,

ecco l'edera al'orno abbarbicata.

E tu, cruda et ingrata,

perché di viver pur sempre t'ingegni

solinga e scompagnata?

Pon mente ivi a quel pruno:

fu già sterile un tempo, inutil pianta,

da' cui ruvidi rami

nascer frutto solea pontico e vile.

Or, per virtù d'un nodo e d'un innesto,

fatta è dolce, d'amara,

di selvaggia, gentile.

E te come non vale,

con sua forza immortale,

far di rustica et aspra, Amor possente,

domestica e feconda?

Cosa insomma non è, tra quant'oggetti

questo sì spazioso

teatro universal ti rappresenta,

dove in ogni stagion Amor non regni;

ma viè più in questa assai,

quando l'erbette e i fiori

torna con Clori a riaprire aprile.

Queste selve vicine,

quest'antri, queste valli e questi monti,

quest'acque e questi fonti

si distillano amando,

discorron mormorando

di quel foco gentil, che 'l tutto incende.

Sospiran, con le fronde

l'aure vaghe, e con l'onde,

piangon l'onde lascive,

e, parlando d'amor, bacian le rive.

Quel venticello istesso,

quel zefiretto, che sussurra e freme

tra le cime de' faggi,

tromba è di primavera,

che disfida ogni core

ala guerra d'amore.

O fera d'Erimanto,

o neve d'Appennino, o quercia d'Alpe,

anzi alpe e scoglio e selce.

Che selce? ella, quantunque

fredda, algente e gelata

tra le gelide vene

chiude faville ardenti. Ella quantunque

scabra, rigida e dura,

molle talor si rende

alle stille cadenti. O viva pietra,

ma la durezza e 'l gelo

del tuo cor, del tuo petto,

qual sospir mai riscalda?

qual giàmai pianto intenerisce o spetra?

Invan dunque ti scusi

che 'l mio dir non intendi.

S'amor forse e pietà dale mie note,

cruda, imparar non vuoi,

esser devriano almeno

le fere irragionevoli e gli augelli,

gl'insensati arboscelli,

questi venti spiranti,

questi fiumi sonanti,

questi macigni e questi sassi alpestri

i tuoi muti maestri.

Fileno, il tuo discorso

è vago e dotto invero;

ma sì trito e commune,

e già sì antico omai, che sa di vieto.

Quando Dafne essortava

Silvia ad amar Aminta,

con questa invenzion le predicava.

Poi, quando a Silvio Linco

pur altro amor persuader volea,

il medesmo dicea.

Et or né sì meschino

o capraio o bifolco han questi campi,

che di tai favolette

non sappia e non discorra;

né sì vil pastorel guarda gli armenti,

che, se vuol la sua ninfa

tentar d'amor talora,

in sì fatte ragion non si diffonda.

Conviensi a non vulgare

spirito peregrino

dal segnato sentier sviarsi alquanto,

e per novo camino

dietro a novi pensier movere il corso.

Ingegnati pur dunque

tu, che novo Anfione esser ti vanti,

tra que' versi che canti,

alcun verso cantar, ch'omai di questo

meglio al'orecchie mie si sodisfaccia,

e concetto trovar che più mi piaccia.

Lasso, e che dir più deggio?

Dirò (né questo ancor forse fia novo)

che, com'è senza pari

il mio grave cordoglio,

così ancor senza essempio

è il tuo crudele orgoglio.

Ma ben dal Cielo un sì gran torto aspetta

giustissima vendetta.

Ah, non creder, superba,

ch'esser la tua beltà deggia immortale,

quantunque immortal sia

il mio pianto e 'l mio male,

che dala tua beltà sol si deriva.

Son quelle, che possiedi,

fuggitive bellezze,

fuggitive dolcezze;

e tu, che sol per lor sì altera vai,

mostri, pur come indegna,

dispensandole mal, curarle poco.

Quella rosa, che vedi

spiegar colà sì baldanzosa e lieta,

di porpore vestita,

ridendo al'aura, l'odorato cespo,

diman vedrai, tosto che 'l sol la tocchi,

chiuder le foglie et abbassar la testa,

pallida e scolorita.

Questa terra fiorita,

che, verdeggiando ala stagion novella,

or si mostra sì bella,

non prima il primo gelo

verrà a fioccar dal cielo,

che con arida faccia e chioma irsuta

fia rugosa e canuta.

Beltà vaga, età fresca,

non è ch'un'ombra lieve,

non è ch'un lampo breve:

apena appar, che si dilegua e passa.

Vola il Tempo, Amor vola,

fugge l'oro dal crin, dagli occhi il foco,

fuggon dal viso i fiori,

e fugge il fior degli anni.

Or tu, ritrosa quanto bella, e stolta

non men che cruda, e cruda

a te più ch'ad altrui,

perché fuggi da me, s'ei da te fugge?

Verrà, verrà quell'ora

che del gran vecchio il vomere corrente,

solcando il volto tuo di brutte rughe,

com'or crespa hai la chioma,

farà crespa la guancia.

Vedrò, vedrò, malgrado

di tanto fasto, un giorno

quegli occhi, ch'or sì lieti

spargon d'amor faville,

sparger, pentiti e tristi, acque di pianto;

là dove questi miei, ch'or sì dogliosi

versano lagrimando amari fiumi,

verseran contro te fiamme di sdegno.

Folle, non vedi come

a momento a momento il ladro avaro

or un raggio, or un fiore,

or dagli occhi, or dal viso,

celatamente insidioso invola?

Né prima t'avedrai

del lento furto e del'occulta preda,

che testessa in testessa

cercherai forse indarno.

Allor t'accorgerai d'aver perduto

scioccamente e donato

ad ingordo tiranno

quelch'ad Amor negasti,

e che negasti a sì fedele amante.

Specchiandoti talvolta,

dirai: – Misera, or quale

strania forma m'ingombra? e qual s'avolge

intorno ala mia luce ombra nemica?

Infausta, orrida larva,

vecchiezza egra infelice,

tu mi furi il mio pregio e fai ch'io muti

color, pensiero e stato.

Deh, perché non ho io

la bellezza primera?

o perché non ebb'io

un sì saggio pensier, quando fui bella?

Invan fui bella, invano, or son dolente. –

Così poi finalmente

dal vulgo abietto de' pastor n'andrai

rifiutata e schernita,

di tua vana follia tardi pentita.

Questi discorsi miei, questi miei detti

son pur (s'io non m'inganno)

sì chiari e sì palesi,

ch'esser devriano intesi.

Io t'intendo pur troppo;

anzi se' tu che me non ben intendi:

di non intender te già non diss'io.

Io dissi, o pur dir volsi,

ch'intenderti non voglio, e ch'a' tuoi preghi

non intendo piegarmi.

Udir concetti e carmi

io mi credea più grati e più giocondi;

e tu cose m'apporti, onde più tosto

mi spaventi e minacci.

Non son queste, non sono

le vie per ottener quanto tu brami.

Orsù facciam ch'io t'ami:

qual guiderdon, qual dono

in cambio del mio amor tu mi prometti?

Amor è sol d'amor prezzo conforme.

E che può più donarti

chi t'ha donato il core?

Tienti pur il tuo core, io cor non curo.

Non sono augel grifagno,

che di cori mi pasca;

né voglio esser un mostro

con due cori nel petto.

Amor va nudo e senza fregio o pompa;

non ha che dar altrui se non se stesso.

Mercenario e venal, non fora Amore.

Ma quell'Amor ch'è nudo, ancora ha l'ali,

onde sen fugge e vola

da chi prenderlo tenta.

Alato egli è, ma cieco,

e tien d'oscuro vel bendati i lumi,

dela luce del'or non si compiace.

Cieco egli è, ma fanciullo;

se talvolta s'adira,

sol co' doni si placa.

Tu sai ben quanto vaglia

dele mie canne il suono,

e quanto in queste selve abbia di pregio

la mia voce, il mio canto.

Ti canterò (se vuoi)

canzonette leggiadre,

da far mirabilmente

risentir di dolcezza i tronchi e i sassi.

Canzon? non vo' canzoni;

son di versi satolla:

tanti da mane a sera

ne compongon gli augelli

per questi rami intorno,

che m'assordano il giorno.

Note, accenti, sospir, novelle e fole

son ombre e nebbie e fumi:

le beve l'aria e le disperde il vento.

A chi favole spende, io ciance vendo,

e, se nulla mi dai, nulla ti rendo.

Tigre certo esser devi,

poi ch'ala tigre sola

l'armonia non aggrada.

Muse, musiche e rime,

cose belle e gentili,

che s'odon sì, ma non si toccan punto.

Chi vuol, canti a sua posta:

io, per me, mi diletto

più del suon che del canto.

Formar però non pote

buona musica Amor, se di chi suona

lo stromento sonoro

non ha le corde d'oro.

Se pur canto mi piace,

quel cantor solo volentieri ascolto,

e m'empie il cor di melodia divina,

ch'ha la voce argentina.

Oh scelerato abuso

del'umana ingordigia!

Già del piacer commune

la vitella dal toro

pagamento non chiede,

né dal'agna il montone

comprar mai suole il natural diletto.

Perché denno del'uom gli altri animali

esser più liberali?

Di quanta stima sia

bellezza et onestate

non conoscon le bestie; e quinci aviene

che le lor ricche doti

lascian senza alcun premio altrui rapire.

Ma tra color, che di ragione han lume,

si serba altro costume;

onde saggio dee dirsi e non avaro

chi non dona, ma vende il bello, e 'l caro.

Il foco affina l'oro,

l'oro prova la donna,

la donna alfine è il paragon del'uomo.

Uom che, d'alto consiglio armato e forte,

francamente resiste

a forza di bellezza,

quei di pregio, di loda,

più ch'altri assai, veracemente è degno.

Ma donna, che dal'or vincer si lascia,

anzi il procura ingordamente e 'l chiede,

non ha tanta, ch'agguagli

la sceleragin sua, vergogna e biasmo.

Qual cupidigia alligna

nel petto uman più sozza

di questa sacra ed essecrabil fame,

ch'altrui tragge a commettere, adorando

metallo indegno e vile,

idolatria servile?

Oro, di stirpe illustre

generosa progenie e nobil figlio,

concetto entro le vene

del'indico oriente e partorito

nel bel letto del Gange,

commun nel suo natale

ha la culla e la patria in un col sole.

L'istesso sol, nascendo,

sen'adorna le chiome, e del bel carro

n'arricchisce le rote.

Che non fa? che non pote

questo invitto guerriero?

Qual cor non vince? o qual valor non doma?

Il ferro, il ferro, ch'ogni forza avanza,

gli cede di possanza.

Quante città munite e squadre armate,

che furo inespugnabili ala spada,

fur dal'oro espugnate?

Quante di castitate

rocche ben custodite e ben difese

dal'or fur vinte e prese?

Fu già da un pomo d'oro,

benché pudica e santa,

conquistata Atalanta. Un aureo pomo

mosse a lite et a guerra,

e fe' di cielo in terra

scender Dive immortali,

tra le quai venne anch'ella,

con lo scudo e con l'asta,

la più saggia e più casta.

Io, che diva non son, vo' pur almeno

del costume divin seguir l'essempio.

Se sia malvagio et empio,

non so, né saper curo;

e, s'altri mi riprende,

dirò che, quando errori anco sien questi,

con le Dive celesti errar mi giova.

Poma d'or non dimando,

poma d'or non desio. Venga pur l'oro

in qualunque lavoro,

anel, vezzo, o maniglia,

o cintura, o pendente;

sia pur d'oro il presente

in moneta battuto o in massa accolto,

di ciò non mi cal molto.

Fortuna de' suoi doni a me fu scarsa,

il nascer mio guardò stella mendica;

né piacque al Ciel ch'io fossi

d'armenti e gregge e di poderi e case

possessor fortunato.

Fuorch'un sincero affetto,

fuorch'una pura voglia,

a tanto bene offerto

altra non saprei dar degna mercede,

quanto povero d'or, ricco di fede.

Amor d'oro ha gli strali e d'oro ha l'arco,

senza l'or non fa mai colpo che punga.

Le quadrella impiombate

s'avien ch'egli saetti,

si spuntano ne' petti;

e le saette aurate

raro impiagano ancor, se non l'arrota

Fortuna ala sua ruota.

D'oro ha ben l'arco Amor, d'oro gli strali;

ma, veggendo che l'oro oggi dal mondo

tanto s'apprezza e stima, anch'egli (credo)

n'è divenuto avaro,

né così di leggier gli scocca e spende.

Quinci avien che 'l tuo petto,

di duro smalto e di diaspro armato,

non è mai saettato.

Quante volte solete

dirne voialtri, adulatori amanti,

che 'l vostro idolo amato

i zaffiri ha negli occhi, e ne la bocca

i rubini e le perle?

Or sì fatto tesoro

non si merca senz'oro.

Volgiti a questo cielo, a questa terra,

volgiti a questo sole;

rimira, quando s'apre

del purpureo oriente

la finestra lucente.

Qual più fin or di quello, onde l'Aurora

le nubi e i monti indora?

Qual argento più puro

di questi puri e limpidi ruscelli,

ch'attraversano il prato?

Qual più verde smeraldo

di quello, onde ne van ricche e superbe

queste fronde e quest'erbe?

quai più lucide perle

dele fresche rugiade e mattutine,

dele candide brine

che vi semina l'alba, il ciel vi stilla?

Eccoti quivi aperto

un erario pomposo

di gemme non caduche

e d'oro incorrottibile e d'argento,

ch'ogn'ingordo desio può far contento.

L'or, l'argento e le gemme

di cui, come signore,

sì larga offerta e libera mi fai,

son publiche ricchezze,

da Natura a ciascun fatte communi;

e pretend'io d'avervi

altrettanta ragion quanta tu v'hai.

Ma che vuoi far di cosa

la qual non si smaltisce, né si spende,

non si compra, né vende?

Se 'l bisogno vien mai,

impegnale, se sai.

Se cangiar potess'io

in oro il proprio sangue,

come pronto m'avresti

ad appagar la tua vorace sete!

Ma qual oro si trova,

che di valor tante ricchezze agguagli?

Quant'or volgon tra l'onde

L'Ermo, il Pattolo e 'l Tago,

non pagheria dele tue chiome un filo.

Se questi fiori intorno e queste erbette

fusser capre et agnelli,

questi faggi e quest'elci

fusser giovenchi e vacche,

le mammelle fontane, argento il latte,

e di seta le lane e d'or le corna,

io per me non torrei questi né quelli

più che solo un tuo sguardo.

Se quanto esperto sono

ne la fucina ove mi scalda Amore,

tanto fossi anco esperto

ne la fabril fornace

dove di bianco in giallo

si trasforma il metallo;

se d'auree marche ibere

i mucchi possedessi;

e se d'ongare stampe

gravide l'arche avessi;

e s'Alcide fuss'io, sìche potessi

dale famose e preziose piante

carpir l'oro guardato;

se fossi Mida, ond'io

tutto in lucide verghe e 'n bionde zolle

ciò che tocco volgessi;

se fussi Enea, che dal pregiato tronco

ottenessi dal fato

sveller l'aureo germoglio;

e se fossi Giasone,

che di Colco portassi

dela spoglia di Frisso i ricchi stami;

o se Prometeo fossi,

cui non fosse vietato

rapir l'oro del sole e dele stelle;

anzi se fossi Giove,

sìche mi fosse dato

grandini d'or diluviarti in grembo;

altra non comprerei, di gemme tante,

che del tuo duro cor l'aspro diamante.

Un gran cumulo d'oro,

pastor, facesti; onde portiamo insieme

tu la bocca ripiena, io la man vota.

Ma tempo è già da girne ove m'attende

il vago stuol dele compagne erranti.

Io mi parto, rimanti.

Ferma, deh, ferma i passi!

Dove, lasso, mi lassi?

Oh fato! oh cielo! oh stella!

Oh ninfa troppo avara, e troppo bella!