LA NOTTE

By Ippolito Pindemonte

Già sorse, ed ogni stella in ciel dispose

Notte con mano rugiadosa e bruna;

Piena nell'orbe suo splende, e le cose

Di soave color tinge la Luna;

E della villa, e delle popolose

Città la gente si rinserra e aduna:

Ma qui su questa rupe, ond'uom non veggio,

Signor del Mondo abbandonato, io seggio.

Come nella Natura, che sospende

Ogni opra agli occhi, è la quiete augusta!

Come da un cor, che la sua voce intende,

Questo silenzio universal si gusta!

Universale, se non quanto il fende

Cupo tenor di musica locusta,

E romorosi più nella profonda

Quiete o rio tra i sassi, o al vento fronda.

Insieme con le fresche aure notturne

Volan le dolci Calme, e i bei Riposi,

E i Geni, che dormir nelle diurne

Ore, e godon vegliar co' cieli ombrosi,

E con sordo aleggiar le taciturne

Gioie tranquille, ed i Piacer pensosi:

Mentre su colle e pian disteso giace

Quell'orror bello, che attristando piace.

Quale nella rapita alma s'imprime

Forza di melanconico diletto!

Com'è gentile a un tempo, ed è sublime

Del gran teatro, ove ora son, l'aspetto!

Qui non s'ascolta, è ver, sospiri e rime

Da non virile uscir musico petto,

È ver, qui non s'ammira in pinta scena

O danzar Ninfa, o gorgheggiar Sirena.

Né qui gran sale d'immortal lavoro

Sorgon, dove le faci a mille a mille

S'addoppian ne' cristalli, illustran l'oro,

E l'aria tutta accendon di faville;

Ed in giostra venire osan tra loro

Tremule gemme, e cupide pupille:

Regna lo scherzo, e il riso, ed ire, e paci,

Care più, se più son l'ire vivaci.

Mirabile è ciò tutto; e di quel bene,

Che dal Mondo gentil tanto s'apprezza,

E di quelle, ch'ei dice utili pene,

Me pur nell'età mia punse vaghezza.

So i misteri d'un ballo, e delle cene

La non vulgare ed erudita ebbrezza;

So di quanta ventura è l'andar vinto

Da due ciglia, due guance, e un cor dipinto.

Ma o ch'io vaneggi in questi giorni meno,

O che or di follia saggia in preda io sia

(Ché per necessità dell'uom terreno

Forse s'annida ognor qualche follia),

Questo pian fosco, questo ciel sereno,

La visibil di tanti astri armonia,

D'ogni scena, o palagio, e di quel raro,

Che mai l'arte offrir possa, è a me più caro.

E parmi nuocer men quella che in loco

Notturno, sì, ma liber'aura nasce,

Che la chiusa, di cui l'avido foco

Delle infinite fiaccole si pasce.

Perché la danza, e dell'incerto gioco

Duran così le ricercate ambasce,

Che ogni fiamma, al mancar dell'esca pura,

Languendo accuserà le infide mura.

Quindi ogni guancia al fin pallida e smunta,

Più che per colpa del vegliar, del ballo:

Né val, se ad arte colorita ed unta

Fu prima in faccia al consiglier cristallo,

Che sotto il rosso ancor trapela e spunta

Vittorioso il crudel bianco e il giallo,

E, come stelle d'annebbiato cielo,

Le infelici pupille appanna un velo.

Deh splendan sempre a me le care stelle

In così puro ciel, come or le miro!

Mentr'io su l'ali del pensiero a quelle

M'ergo, che tragge ignota forza in giro,

E nelle terre incognite e novelle,

Audace pellegrino, entro e m'aggiro,

Veggo abitanti, e sovra tutto impressa

Con vario stil la Sapienza istessa.

E se, fermando l'instancabil passo,

Per quel di Mondo in Mondo alto viaggio,

Dal freddo Urano estremo il guardo abbasso,

La terra scorgo, e quest'uman legnaggio,

Come oscuro il potente, il grande basso,

Semplice il dotto, e mi par folle il saggio!

Come vario, ma l'uom sempre vegg'io

Sotto la scorza dell'Eroe, del Dio!

Ma quale dal vicin secreto bosco

Soavissimo canto si dischiuse?

Dolce usignuol, la voce tua conosco,

Che il suo nettare sempre in me diffuse.

Sempre io t'amai; tristo è il tuo genio e fosco,

E te compagno lor dicon le Muse:

Ebbi genio conforme io pure in sorte,

Ed entrai giovinetto a quella corte.

Pera chi al bosco tuo t'invola, e udirti

Crede rinchiuso in carcere molesto!

Cantor non compro tra gli allori e i mirti

Udir ti dee; ché il tuo teatro è questo.

Solo di terra, e ciel può convenirti

Tacito aspetto, e dolcemente mesto,

E libero varcar di ramo in ramo:

Schiavo, e avvilito alcun veder non amo.

Tu, benché l'ombre da presenza rotte

Non sien di Luna, o d'astro alcun, pur suoli

Tesser musiche voci, e della Notte

L'orror più tenebroso orni e consoli.

Ambo il canto innalziam tra rupi e grotte,

Paghi, quantunque non uditi e soli:

Ché non cerca il piacer nell'altrui lode,

Chi al proprio cor di soddisfar sol gode.

O Notte, antica Deità, che nata

Sei pria del Sole, e più del Sol vivrai,

Venerata da me, da me cantata,

Fin ch'io respiri aura di vita, andrai.

In quella prima età, chiusa e celata

Tra un manto oscuro tutto e senza rai,

Stavi oziosa, e nel pensoso ingegno

Volgendo i fasti del vicin tuo regno.

Poi sorta, e in cocchio d'ebano, frenando

Sei destrier bruni con la manca mano,

E con la destra argenteo scettro alzando,

Regina uscisti fuor dell'Oceàno,

Coronata di stelle, e dispiegando

Manto gemmato per l'etereo vano,

E con impressa nella fronte nera

La soave di Cintia argentea sfera.

Salve, gran Dea: te da sue torri onora

L'osservator d'arcani vetri armato,

Se mai qualche tua gemma ignota ancora

Nel velo, o nel crin tuo scoprir gli è dato.

Ma tutta rimirarti, e tutte a un'ora

Goder le tue bellezze è a me più grato.

Notte, de' vati, e cor teneri amica,

Coroni il nome tuo la mia fatica.