La Padella del Bronzino pittore

By Agnolo Bronzino

La miglior masserizia e la più bella,

cioè più necessaria e più garbata,

secondo il mio giudicio, è la padella.

E s'ella non è mai stata lodata,

non è ch'ella non sia donna e reina

d'ogni stoviglia, eletta e approvata.

Non avendo padella una cucina

sarebbe proprio com'un muratore

senza cazzuola e senza martellina.

Madre Padella, a voler farti onore

bisognerebbe altro poeta udire,

pur mi confido nel portarti amore.

Tutte le cose — ho sempre udito dire —

sono ordinate alla più principale,

vanno in fin quivi ed è finito il dire.

Nelle scienze è un tal simil, quale

disse lo 'Nbroglia, e vanno alla cagione

come la cigna al basto e lo straccale;

come, per atto d'esempio, si pone

l'architettura o l'arte della guerra,

che sono a casa lor prime e padrone.

Chi mura e chi scarpella o leva terra,

fabbri e maestri di legname fanno

in tutti i luoghi per mare e per terra

codazzo a quella prima; all'altra vanno,

che si chiama milizia, sempre mai

dietro e la servon tutto quanto l'anno

fra mille altri esercitii gli spadai,

bombardieri e sellai e armaiuoli

e carradori, ingegneri e lanciai.

Così non meno i piattegli e gl'orciuoli,

le pentole co' testi e le scodelle,

i tegami, i treppiedi e romaiuoli

e tutte le stoviglie o buone o belle

sono ordinate alla padella, come

reale architettonica di quelle.

Colui che pose alla padella nome

padella, senza dubbio meritava

d'avere in capo le grillande a some,

che poi ch'e' vide che drento v'entrava

il tutto ed era sì magna e patente

disse patella, o che celloria brava!

Pognam che fussin tutte quante spente

l'altre stoviglie e rotte e fracassate,

come spesso in cucina mia si sente,

e pognam caso poi che voi vogliate

cuocere o carne o pesce o erbe o uova,

arrosto o lesse, come voi l'amate,

se la padella in casa si ritruova,

basta e vi calza ogni vivanda drento,

come ben sa chi tutto dì lo pruova.

Ed io conobbi un ch'io non mi rammento

del nome, farvi dentro la 'nsalata

e cuocervi la colla e l'argomento

e farvi anch'altro, che, quando lavata

è una cosa e netta, sievi stato

quel che gli par, ch'ell'è come rinata.

Arebbe ogn'uom da bene avere a lato

sempre la suo padella e non far passo

senza questo strumento venerato

e come notte e dì portava il Tasso

quel suo braccio di ferro alla cintura

o per adoperarlo o per ispasso,

portarla sempre e far che la natura

vi s'avezzasse e sarebbe di tanta

commodità ch'a dirvelo ho paura.

E s'un volesse far di tutta quanta

parti e contarle poi, non sare' a mezzo

quand'e' n'avesse conte centottanta.

Con la padella si può andare al rezzo,

dov'il sol arde e 'l verno far riparo

con essa al vento e al freddo ribrezzo.

Puoti far con essa ombra al troppo chiaro,

ch'offende gl'occhi, ed è me' ch'un cappello,

s'e' piove al tempo dolce o all'amaro.

A chi cavalca non bisogna ombrello,

s'egl'ha una padella e per la strada

la può voltare in faccia o per coltello.

Chi ha padella in man sicuro vada

per tutto il mondo, che quand'egli scade

la serve per rotella e per ispada.

A chi camina molte volte accade

aver gran sete e trovar qualche fonte,

ch'a voler berne, dentro vi si cade.

Chi ha la suo padella si fa ponte

d'un braccio, attigne l'acqua e bee con essa

e può lavarsi le mani e la fronte.

La biada ci è chi trenta volte messa

v'ha dentro e poi ch'ha mangiato il cavallo,

cottovi l'uova o carne, arrosto o lessa.

Quest'è uno strumento ch'a lodallo

se gli fa quasi ingiuria e basterebbe

avere ingegno e poi considerallo,

che tante cose vi si troverrebbe

e che non son trovate in fin a ora,

che la metà non se ne crederrebbe.

Quand'e' si va la notte a spasso fuora,

un che portasse una padella in mano,

se ne potrebbe servire a ogn'ora.

E sare' bene il bargello un villano,

s'e' ti menasse per questo in prigione,

ma e' non sarebbe mai sì crudo e strano

e 'ntanto s'un volesse far quistione

con teco e darti o mazzata o ferita,

tu ti ripari di santa ragione.

E puoi dar anche a lui, quando schermita

hai la sua botta, o di taglio o di piatto;

così potrai per lei campar la vita.

Chi cerca andar la notte contraffatto,

cioè che non vuol esser conosciuto,

una padella è quella che fa il fatto.

Tu puoi con essa parere scrignuto,

se tu sai fare, e portela in sul viso

e 'n questo modo non ti fia veduto.

E s'un volesse torti all'improvviso

e ficcartisi sotto, il manco manco

ne portere' le mani o 'l ceffo intriso.

A una serenata potrebb'anco

servir per istrumenti di più fatte,

come sarebbe a dir per quattro almanco.

Tiensi sospesa e drento vi si batte

con una chiave o con un sasso o legno

o con le nocche o con le dita piatte

e 'nsomma il sonator, s'egl'arà ingegno,

la farà parer cembolo o staffetta,

nacchera o cembanella o suon più degno.

E se qualcun da le finestre getta

— che non ti piaccia — o bi molle o bi grave,

pontela in capo e delle pose aspetta.

Ma chi volesse un suon dolce e suave,

le può fare un coperchio e poi tirarvi

le corde sopra musicali e brave,

e 'l ponticello e' bischeri adattarvi

e' tasti e farne chitarra o ribeca

e poi scoprirla e dentro cucinarvi.

E se di state al caldo un te la reca

ti può servir per ventaglio e per rosta,

pur che chi l'ha non meni a moscacieca.

E chi per istacciuol l'avesse posta

non errerebbe o per levar la palla

o rinbeccarla di balzo o di posta.

Per remo si potrebbe adoperalla,

per timone e per vela e 'n sul renaio,

pel navicel legarvi, poi ficcalla.

Chi non avessi né mina, né staio,

può fare a padellate le misure,

così 'n su l'aia, come nel granaio.

Non credo ch'ella serva per iscure,

pure ell'ha 'l taglio, il manico ed ha l'occhio

tal ch'a negarlo i' ho delle paure.

Natura, ch'ebbe a ogni cosa l'occhio,

fe' l'uomo e per fornillo interamente

gli pose la padella nel ginocchio,

e non lo fece mica per niente,

ma perché quando egl'usa inginocchiarsi,

se ne ricordi riverentemente.

Chi non ha spera e pur vuole specchiarsi,

ungale il fondo o l'empia d'acqua; e puossi

il capo e' piedi e, s'altro vuol, lavarsi.

Col manico ho io visto agl'aliossi

fare e batter di gala e torla in dua

e vincer, un con esso, di buon grossi.

Lettore, io 'l vidi, or credilo per tua

galanteria, col manico, s'intende,

spiccato allor dalla signoria sua,

fassi con essa un liscio e non si spende,

liscio dico da donne, che da Ciano

o altro profumier non se ne vende.

Questo ben credo che vi paia strano

e pur è cosa che si può vedere,

quando l'uom voglia e toccarla con mano.

Come qua cercon d'essere e parere

bianche le donne, in Etiopia poi

mettono ogn'arte e studio in parer nere.

E che liscio più bel volete voi,

che quel d'una padella e più lustrante?

E sempre ve n'è più che tu non vuoi.

Aveva un tratto un mio amico una fante,

che con quel nero i capegli e le ciglia

si rimbruniva, o che serva galante!

E poi ch'i' ho rivoltato la briglia

tanto, ch'io sono in cucina ridotto,

ne torno a riparlar come stoviglia.

Questa scusa paiuolo e calderotto

e serve per caldano e scaldaletto,

quand'un non sia più pulito che ghiotto.

In quanto alle vivande ogni perfetto

cibo vi si può fare e non ne cavo

biancomangiare o lasagne o brodetto.

Un tempo fu, quand'ancora imparavo

a viver, ch'i' pensavo a queste cose,

quant'i' penso a ballare o esser bravo.

Un litterato in tavola la pose

per tazza, per piattello e per lucerna,

che viver filosofico dispose.

La state d'acqua fresca e quando verna

l'empiea di brace accesa o di carboni,

che gnene dava quivi una taverna.

Nel fondo poi facea corpi e ragioni,

come si fa 'n certe lastre col gesso

da sarti e vi tenea conclusioni.

E vi scriveva e cancellava spesso;

poi com'egl'era risoluto affatto,

aveva a un suo libro il tutto messo.

Poi, vi coceva la sua cena e 'l piatto

era ella stessa e del rigovernarla

ne lasciava la cura al cane o al gatto.

Così si studia e così poi si parla

degl'uomini par suoi, che per la via

son di cercar virtute e di trovarla.

Inparovvi costui geometria.

senz'una spesa al mondo e fessi grande,

cosmografo e 'l prim'uom d'astrologia.

Pur mi tornano in mente le vivande

i lardi, gl'olii, i burri, i latti, i caci,

la carne, l'uova e i pesci e non le ghiande,

quante frittelle in lei, quanti spinaci

si fanno e quanti crespelli e migliacci

e stiacciat'unte, da dir: “tu mi piaci!”

Voi lo potete dir ch'ella vi piacci

a un amico vostro e ancor'io

con voi ne vengo e qualch'altro saracci,

ch'i' son presso che stato a dir per Dio,

ch'e' non è cosa che più mi conforti

e abbia inbertescato l'amor mio.

E chi non l'ama e teme ha tutti i torti,

ch'io l'ho veduta delle volte mille

uccider vivi e risuscitar morti.

Voi avete pur visto dell'anguille,

tagliato il capo e morte d'un gran pezzo,

far la padella vive risentille.

E così anche qualche volta un pezzo

di porco o di vitella o lepre o bue

saltar della padella verdemezzo

e stridere e soffiare; onde, che piue

volete voi da lei, s'ella dà il moto

e la favella con le virtù sue?

Quante volte s'è visto d'alma voto

nascere un putto e mettersi col vino

nella padella sopr'al fuoco a nuoto

e tenutovel dentro un pocolino

e datogli duo volte, tornar vivo,

gagliardo e lesto, com'un paladino.

Il Filosofo dice ed io lo scrivo:

“Nemo dat quod non habet”, adunque, ergo,

convien che la padella abbia del vino.

Poich'ella può dar vita, anzi più m'ergo

che, send'ella cagion, sarebbe bene

darle su fra le stelle eterno abbergo.

Forse che quelle stanze non son piene

di lepri e pesci e di tanti animali,

ch'una padella vi starebbe bene?

Basta che briglie e triangoli e strali,

seggiole, tazze e remi vi son posti

e cento altri strumenti dozzinali.

O gente ingrata e più voi cuochi e osti,

quando sarà ch'e' s'inpetri da Giove

che questa bella imagine s'accosti?

Sette vie sette fa quarantanove;

lassù n'è quarantotto e non è intero

numero e convien ch'una se ne trove;

ch'e' torrà la padella, certo, spero,

s'egl'è pregato e com'accese e chiare

mosterranno le stelle in su quel nero!

Quella sua forma bella, circulare,

si potrebb'adornar tutta di stelle

e come dire una grillanda fare

e poi torn'una di quelle più belle

e porla dov'il manico s'appicca,

ornandol giù con quattro o sei sorelle.

E nella fin dove l'arpion si ficca,

quand'ella sta appiccata, porven'una

di prima magnitudin la più ricca.

E se nel mezzo ella paresse bruna,

vi vorrei delle stelle seminate,

come nemica dello star digiuna.

Se fussin grande e rade, affrittellate

parrebbon uova e se minute e spesse

marron franciosi o ciambelle o bruciate.

A un altro parea che meglio stesse

por la padella nella bassa sfera

e che la luna in quella si friggesse.

E' avea sentito dir che la luna era

un pesceduovo con la carnesecca,

per esser dove gialla e dove nera.

E diceva anche aver veduto in zecca

nella padella rosolar ducati,

dove quei ferri fan ch'e' non si pecca,

che fra quell'oro i carbon mescolati

somigliavon la luna quand'è tonda

e le macchie i carbon meno affocati;

però la volea quivi; or si risponda

che la padella patirebbe molto

a star quaggiù, del cielo in su la sponda

e sarebbele assai dell'onor tolto

a porla in giù sì bassa e qui s'abbatta

la sua ragion che non conclude molto;

perché di rado è che la luna fatta

sia com'una frittata: el più del mese

parrebbe manomessa dalla gatta.

Anch'a dir delli scudi non la 'ntese,

perché quand'ella fussi suso in alto,

dov'è il zenitte del nostro paese,

per esser in giù volta in su lo smalto

rovescerebbe i fiorini e la brace

e mosterrebbe poi data di spalto.

Quel porla lassù in alto più mi piace,

non fra' pianeti, ch'è propio una baia,

ch'oggi fanno quistione e doman pace;

né s'è trovato fra tante migliaia

d'anni chi abbia mai retto con essi;

non so di questo quel che ve ne paia;

però vorrei che lassù si ponessi

fra quelle fisse, che son d'altra pasta

e non hanno tra lor lite o 'nteressi.

I' ho lasciato andare una catasta,

non ch'una soma, una barca, anzi un mondo

delle sue lodi e più d'una n'ho guasta.

Ch'ella sia bella e d'aspetto giocondo

un geometra ve 'l direbbe aperto,

che lodan sopr'ogn'altro il corpo tondo.

Or questa è tonda e, per arroto, inserto

ha 'l manico, a mostrar che con la giunta

è sua bellezza e suo perfetto merto.

E ben ch'ella sia nera sempre e unta,

questo gl'accresce grazia e gentilezza,

segnal ch'ella non è sbiancata e spunta.

E chi toccasse della sua vaghezza

si potrebbe avvedere a più d'un segno,

quanto sia folle e 'ngrato chi la sprezza.

O strumento leggiadro, utile e degno,

l'età del ferro senza te pareva

dannosa e fiera e piena d'ira e sdegno!

Usava già chi le nozze faceva

portar una padella e con un dito

segnar tutti color ch'e' vi voleva.

E se colui accettava l'invito

non si lavava e segnato veniva

ed era conosciuto e riverito.

A una veglia subito ch'arriva

l'alma padella s'allegran le genti

e riponsi la cetera e la piva.

Fansi con essa sì vaghi e piacenti

giuochi e cotanti, ch'a forza bisogna

rider, ch'e' par ch'e' ti caschino e' denti.

E chi temesse di qualche vergogna,

tingasi ben con questa e fie sicuro,

quand'egl'avesse bene a stare in gogna.

Un ch'avea morto un altro, un po' allo scuro

passò a la porta, tinto come moro,

a la staffa d'un altro puro puro.

Di sopra udiste com'in fin all'oro

vuol ir nella padella e questo mostra

che la sua stanza è una cosa d'oro.

Dove son gl'ammalati sempre giostra

questo nome padella e ci accompagna

fin all'estremo della vita nostra.

Dopo le nozze vien con la suo magna

padella il cuoco e fa rider la sposa,

tanto ch'un pizzicotto vi guadagna.

A 'nnaffiar gl'orti è cosa preziosa

una padella e a curar le tele

non s'è trovato ancor la miglior cosa.

Il Lungo e 'l Naso bruciat'ài, crudele,

e poco accorto pur vorrebbon farmi

con le loro ciancie e con le lor querele;

e con quei visi tinti a rinfacciarmi

son venuti in persona, che lasciato

ho le bruciate e voglion biasimarmi.

E l'un di lor nel mezzo di mercato

e l'altro al ponte Vecchio un padellone

mostra, a far le bruciate preparato.

E non mancan lor seguiti e persone

d'autorità, che voglion ch'in tal caso,

i' abbia errato; or oltre alla ragione,

il Lungo ha detto ed ha parlato il Naso

e voi gl'avete uditi; or, s'io non erro,

udite me, non procedendo a caso.

Dov'e' fan le bruciate son di ferro

non padelle, ma vagli e ch'e' sia 'l vero

con un sol colpo ogni lor forza atterro.

S'una padella non ha 'l fondo intero,

friggetevi un po' drento o lesso il pesce

vi fate o l'erbe o 'l picchiante o 'l cibrero.

E s'in questi lor vagli far riesce

le caldarrosto, dite poi ch'e' sieno

buoni altro ch'a vagliar frombole o vescie?

Però s'una padella bucherèno

per far bruciate, ogn'altra possanza,

crudeli e poco accorti, le torrèno.

Ben si trova qualcun ch'ha per usanza

cuocer marroni sotto fuoco e cinigia,

per dopo pasto, quando 'l tempo avanza;

poi tratti, e quella scorza, o nera o bigia

o tanè che si sia, sgusciata e monda,

com man gl'ammacca o con qualcosa e pigia

e, per far la vivanda più gioconda,

una padella ne lastrica e sopra

zucchero sparge e melarancia gronda;

poi fatto questo, vorrà ch'e' si cuopra

con una tegghia di terra rovente

e 'l fuoco sotto a crogiolar quest'opra.

E ciò può farsi senza aver niente

rottole il fondo o sforacchiato e guasto

e trapanato così crudelmente.

Di questa sorte di bruciate pasto

vi feci pur, quand'io la posi in cielo

e non era nel chiappolo rimasto.

Di quell'altre non dissi, né direlo,

s'io vivessi più tempo che 'l Disitte,

per non bucarla o pur torcerle un pelo

e ben assai senza queste trafitte

poter farvi le succiole e potervi

far maggior cose e più ch'i' non ho scritte.

Pur mi ricordo ch'un cuoco de' Servi

vi facea dentro i marroni in istufa

e s'io v'insegno, doverrà piacervi.

Empiesi di castagne e poi s'intufa

con un coperchio la padella e certe

volte si scuopre e con paletta grufa;

e così stando stufate e coperte

sopra 'l fuoco, s'intende, un'acquitrina

fan, che, poi cotte, in aria si converte.

E questa tanto si scalda e raffina,

ch'ell'ha forza di fiamma, ma non arde,

se ben la stesse tutt'una mattina.

Queste non soglion saette o bombarde

contraffar molto, che l'umor s'asciuga

a poco a poco e non son sì gagliarde;

pure stia 'n su le sua quel che le fruga

o da prima le castri, acciò che poi

non si cocesse e si ponesse in fuga.

Queste, secondo poi che pare a voi,

potete aver più e meno arrostite,

ch'ognuno ha 'l gusto e gl'appetiti suoi.

Di queste cose e dell'altre infinite,

vi si può far, ma bucandole il seno

voi le vedete in un punto sparite.

Or io mi veggo avere il foglio pieno

e poco ho detto e quand'io più m'affanni,

ch'arò io fatto? E quando finireno?

Ch'io so che s'io durassi interi gl'anni

me ne sarei com'a principio fui,

non ch'a parlarne in sino a san Giovanni.

Però fia ben lasciar qualcosa altrui,

che l'aver cominciato non è poco

e ch'a sì grande impresa ardito fui.

Altri forse verrà che com'un fuoco

l'entrerrà sotto e mostrerrà ch'il nostro

lodarla è stato a' suoi meriti un giuoco.

A me basta per ora, aver dimostro

di non esser ingrato a suo cortese

magnificenza, almen di fogli e 'nchiostro.

Ben vo', s'i' vivo tanto, in quel paese

andar un tratto, dov'elle si fanno,

s'i' dovess'ire a piè per terra un mese,

ch'i' so che quei maestri mi diranno

chi fu 'nventor della padella prima

— che quaggiù e' nostri savi non lo sanno! —

e se le forme, il martello o la lima

s'adopra o nasce per qualche maniera

istravagante, che l'uom non si stima.

Intanto voi, che con sì lieta cera

siete stati a udirmi lodar quella,

andate a cena e con la buona sera,

che per me vi ristori la padella.