La palingenesi politica

By Vincenzo Monti

Dell'ercinio cantore era già queta

La bellicosa lira, e queti i tuoni

Della gallica folgore che lungi

Di Friedlando su l'orrenda valle

Mettea sazia di strage i lampi estremi

Di sarmatico sangue rubicondi.

E già, rimessa al generoso fianco

L'arbitra delle pugne invitta spada,

Stendea placato il vincitor la mano

All'attonito vinto, e dell'olivo

Sul domato Niemene offría la fronda.

Vide d'Europa le congiunte destre

De' due sommi potenti, e su la speme

Del suo riposo fe sereno il ciglio:

E, misto al suon dell'onda che superba

Dell'alto giuramento al mar correa,

Sul fiero campo della morte il dolce

Inno udissi di pace, che le scalde

Nereidi intonar lungo le prode

Della baltica Teti. Così, quando

Giove in Flegra percosso ebbe le fronti

D'Encelado e Tifeo, lungo i ruscelli

Del néttare immortal nella beata

Città de' numi le celeste Muse

La vittoria cantar del genitore.

All'alta melodìa tutte d'olimpo

Echeggiavan le cime, e da lontano

Dal fulmine spezzate e ancor fumenti

Di Pelio e d'Ossa rispondean le rupi;

Mentre cinto di gloria entro i lor giri

Ricomponeva le sconvolte sfere

L'onnipotente senno, e inebriata

Dell'almo canto l'aquila divina

Su l'estinte saette appiè del trono

Le grand'ali abbassando s'addormìa.

Ma non dorme del mio Giove terreno

L'aligera ministra, nè lo strale,

Ai forti artigli consegnato, è spento.

Vive le fiamme ne mantien l'orgoglio

Dell'obbliqua Albion che nel delitto

Cerca sua gloria. Di novelli sdegni

La turbata pupilla ecco lampeggia

Dell'offeso mio sire: ed io fedele

Sul carro il seguirò delle divine

Figlie di Giove, che di là dal sole

Ne' regni della bella eternitate

Portano il grido delle belle imprese.

Oh di prisco valor, di prisca fede

Inclito seggio, ispana terra! E quella

Non se' tu, che in Sagunto all'amistade

Del punico ladron morte prepose?

Or qual demenza all'amistà ti sprona

Della nuova Cartago? A diradarti

La lunga notte in che languisci avvolta

Un almo sole alfin ti splende, un sole

Del cui limpido raggio innamorata

Si fea più bella la regal Sirena,

Che ancor devota il guarda e lo saluta:

E tu chiudi le ciglia? e stolta i nembi,

Per offuscarlo, e le tempeste invochi

Del britannico cielo? Oh sventurata!

A punir la tua colpa il mio signore

Alza irato la spada, che, battuta

Contra i superbi alla celeste incude,

Di mortal brando paragon non teme.

Diè questa spada al buon Traiano un giorno

L'eterno imperador, quando al suo piede

Tutti prostese della terra i regi.

Dopo quel divo, il Cesare l'ottenne

Che, l'impero del mondo in due diviso,

Largì la dote che fu morte a Roma.

Spento il gran donator, giacque per molte

Età nascoso l'incorrotto acciaro,

Finchè del magno Carlo alla possente

Destra pervenne e suscitar fu visto

D'occidente lo scettro in Campidoglio.

Ed or nel pugno di più forte erede

Dopo mill'anni a trionfar venuto

I suoi regni racquista; e alla vagina

(Così volge il destin) non fia che torni

Finchè non taccia innanzi a lui la terra.

Curvate il capo al possessor novello

Del fatal brando, pirenee montagne;

Umìl ti prostra, ibera donna. Ei viene;

Move tre passi, e al quarto è giunto. E voi

D'ogni gente avversari, Angli superbi,

Celerate la fuga; e dite al vostro

Re che del sangue dell'Europa è chiuso

L'orribile mercato, e non a lui

Ma solo al grande che pietoso il chiuse,

A lui solo il valor diè questo impero.

Sian vostro regno e scogli e sirti e flutti,

Case degne di voi: ma non lasciate,

Algosa razza, per regnar, le vostre

Ondeggianti prigioni. Ivi son tutte

Le vostre posse. D'ogni suol rifiuto,

Voi toccate la terra, e più non siete.

Su le pronte rapito ali d'amore

(Di quell'amor che, nato in cor gentile

Dal beneficio, agl'immortali innalza

De' mortali il sentire), io sospingea

L'affannoso pensier su l'adorate

Orme del giusto alle cui tempie il cielo,

Sol per tornarlo al suo splendor, concede

L'ispano diadema. E, palpitando,

Col veder della mente m'avvolgea

Dentro il turbo crudel, che su l'ibero

Dal britannico lido si, diffuse:

E di Giuseppe su le sacre chiome

Ruggir l'intesi, e lui vid'io serena

Portar la fronte che traverso al velo

Della nube feral splendea più bella.

Come allor che da livida palude

S'alza negro vapor, che invidioso

D'Iperione al folgorante figlio

Copre il nitido volto e non l'offende;

Sola s'attrista della tolta luce

La famiglia de' fior che moribonda

Il mesto capo inchina, e pregar sembra

L'amato raggio che la torni in vita:

Tale in mezzo all'offese era il sembiante

Dell'augusto Giuseppe, e tal de' probi,

Cui l'absenza struggea del sacro aspetto,

L'amoroso dolor. Ma in sua virtude

Vanne l'alto guerrier che vede e vince,

Che vuole e puote ciò che vuole; e spersa

Fu l'anglica procella, e serenato

L'ispano cielo che al beante raggio

Del caro si ravviva astro novello.

Io la grave frattanto arpa d'Ullino

Venía toccando, e su le varie fila

Dell'invitto mio sir tessea le geste

Maravigliose: e l'armonía de' forti

Carmi e il parlar che dal profondo seno

Traggon dell'alma le potenti Muse

Dell'invidia facea su i verdi crini

Rabbiose e stolte sibilar le serpi.

Ma inferma nel levarsi all'atto obbietto

Si smarriva la mente, perdea l'ali

La vinta fantasìa; chè di quel magno

Intorno alla regal diva presenza

Tale un timor si crea tale un rispetto,

Che le ginocchia ed il pensiero atterra.

Perch'io vòlto in quell'uopo alla reina

Calliope dicea: — Tu scorgi, o diva,

Del tuo divoto sacerdote il corto

Immaginar, tu vedi la sublime

Maestosa caligine che cela

Questo re della gloria. E tu, de' regi

Compagna eterna e degli eroi, deh! sgombra

Sgombra il vel che l'occulta, e vista dimmi

Che in luce aperta sostener lo possa;

Ch'io ben veggo i baleni ed odo i tuoni

Che fan palese il suo potere e l'alta

Dai re temuta volontà suprema;

Ma del profondo ordinator pensiero

Non discerno le vie. — Non indagarle

Presuntuoso, rispondea la diva:

Su l'opre sue sta scritto: Adora e taci.

Nè l'immago cercar del suo valore

Nell'antica virtù; chè smorti emblemi

Sono Alcide e Teséo, nè prode in Pindo

Fama solleva che tant'alto ascenda.

Non il guerriero per la cui vendetta

L'eterno figlio di Saturno i neri

Sopraccigli inchinò, su l'immortale

Capo agitando le divine chiome,

Onde tutto tremava il vasto olimpo;

Non l'altro che da cento accompagnato

Figli di numi la vocale antenna

Fra l'orrende Simplegadi sospinse,

E la furia sprezzò che in fier conflitto

Coll'Europa a cozzar l'Asia spingea

Sgominando due mari ed amendue

Col grand'urto scotendo i continenti,

Finchè carco d'eroi per quella via

D'Argo passando il sacro pino al fiero

Cozzo fin pose, e si placaro immote

Le concorrenti furibonde rupi;

Nè di qual più lodato o la romana

Storia esalti o l'argiva il glorioso

Nome ti porga di paraggio ardire;

Chè nell'opre del senno e della mano

Levar su tutti ad un sol tempo il grido,

E alle genti dar leggi, e degl'imperi

Cangiar l'aspetto e ricrearli in meglio,

E coll'arti di Palla e di Sofia

Temprar l'ire di Marte, e la severa

Ragion di stato serenar col dolce

Delle Grazie sorriso e delle Muse,

Nè il divo germe di Filippo il seppe

Nè il dittator nè Ciro; e la veloce

Operosa virtù di questo nuovo

Verace Enosigeo va per occulti

Sì profondi sentier, che seguitarla

Non può la vista interior. Ma pure,

Perchè dell'alta ed ineffabil mente

Sotto mistico vel l'opra tu vegga,

A portentosa vision lo sguardo

Intendi ardito, e mi t'accosta. — Ed io

M'appressai coraggioso: e la divina

Pimplea su gli occhi coll'ambrosio dito

Due vivifiche stille mi diffuse

Del collirio immortal che degli eterni

Irriga la pupilla, e, la mia fronte

Percotendo, gridò: — Comtempla e scrivi. —

Guardai: e vidi a me dinanzi un negro

Infinito oceán, che per tempesta

Da fieri venti combattuto mugge,

Orrido campo di battaglia all'ira

De' discordi elementi. Per la vasta

Tumultuosa oscurità divise

Vagolar si vedean forme tremende

Di mostruosi gnomi, altri d'acquoso

Vapor composti ed altri d'aere ed altri

Di terrestri sostanze. Han d'atra fiamma

Da nitri generata e da bitumi

I più truci la faccia; e tutti insieme

Azzuffati e confusi in fiera guisa

Per signorìa fan pugna, e sempre in guerra

Ognun perde ognun vince e mai non regna.

E qual le nubi aggira e ne sprigiona

Fòlgori e tuoni; e qual nell'onde irate

Devolve le montagne e le sommerge,

Sì che punte di scogli al guardo mio

Parean dell'Alpi le sepolte cime;

E qual con faci d'inestinto asbesto

Per secreti cunicoli ne' fianchi

Delle rupi penétra, e cerca i rivi

D'asfalto e zolfo su cui dorme intatta

Di Vulcano la forza. A queste i gnomi

Asfaltiche correnti approssimaro

L'atre facelle; e tosto il dilatato

Aere tonava, e, impetuoso urtando

L'opposto fianco delle balze, aprìa

Voragin di foco. Dal bollente

Seno dell'onde le roventi creste

Sollevavano i monti, e, liquefatti

Scogli eruttando e fiamme e schiuma e fumo

E di liquido vetro ardenti fiumi,

Pingean l'abisso di terribil luce.

Dalla lite crudel che terra e mare

Ed aria e fuoco si movean furenti

Inorridita rifuggìa natura:

Ed io la strana vision pensoso

Contemplando venía, ma il senso arcano

Nell'intelletto ancor non discendea.

Già mi voltava a dimandar; quand'ecco

Una gran voce, che dall'alto venne,

Su l'abisso gridò: — Silenzio, o flutti;

Pace, irati elementi. — E subitana

Una luce seguì, che con possenti

Fulgidi strali saettava il volto

Delle tenébre; e le disperse. Allora

Uno spirto divin corse su l'acque

Inferocite, e le calmò; le cinse

Di sue grand'ali, e fecondonne il grembo;

Le divise dal secco, e immantinente

Alzâr la testa le montagne ed ime

Giacquer le valli; i tortuosi passi

Sciolsero i rivi mormoranti, e tale

Nell'inerte terreno alma s'infuse

Che tutto si vestì d'erbe e di fiori

E d'olezzanti arbusti e d'ardue selve

Onde la terra il sacro capo inchioma.

Penetrò la vital forza i recessi

Delle squallide rupi, e nelle fredde

Vene del masso imprigionò del foco

L'eterna e schietta elementar scintilla.

Poi, di vergine luce un grazioso

Raggio frangendo, colorò le gemme

Il rubino lo smeraldo lo zaffiro:

Le caverne vestì di cristallini

Ingemmamenti e stalagmiti, a cui

Diêr vaghezza e splendor con aurea polve

Il cinabro e l'azzurro. Anco il marino

Zoofite animossi, anco la pietra

Che volge l'ago al polo. Apparve in somma

In ogni lato la virtù dell'almo

Spirto che interno percorrea la terra,

E in tutte infuso le sue parti tutta

Agitava la mole, e col gran corpo

Si mescolando, in ciò che parla o nuota

O pasce o vola diffondea la vita.

Composte le feroci ire intestine

E all'orror tolta in che giacea sommersa,

La rinnovata terra al divo spiro

Vivificante da' suoi verdi altari

Porgea laudi e profumi, che l'aurette

Rapìan su l'ali sussurranti e, intorno

Spargendoli e di mille un odor solo

Temperando, alle nari una fragranza

Porgean che dentro ti scendea nel core;

Mentre di ramo in ramo saltellando

Lieti gli augelli di soave canto

Ricreavan le selve, e da per tutto

Candida e bella sorridea la pace.

Dal giocondo spettacolo rapita

La mia mente bevea tutta dolcezza;

Ma incerto errava l'intelletto ancora

Colla rosata man diemmi il secondo

Colpo la diva su la larga fronte;

E ratto, come tocca dallo strale

Del galvanico elettro, entro il cerèbro

Scintillò la fibrilla intuitiva.

La mia scorta sorrise, e vie più bella

Raggiando replicò: — Contempla e scrivi. —

Guardai: e tosto un ampio e popoloso

Mondo m'apparve, su le cui racchiuse

Da temperata zona alme contrade

Dolci versava della luce i fiumi

Un benefico sole, e de' suoi doni

Godea far pompa liberal natura.

Lo cingea da tre lati il circonfuso

Mare, e di mille peregrine merci

Tre altri mondi gli porgean tributo.

Di scienza superbe e d'ogni cara

Arte gentile, ma di cor divise

E di leggi e di brame e di costumi,

Di questa bella region le genti

In mutua guerra si struggean delire.

L'un coll'altro cozzanti e insanguinati

Ondeggiavano i troni, altri scommessi

Da perfidi consigli, altri da falsa

Arte di regno trabalzati, ed altri

Per destre inette o per funesta lega

O per ferocia femminil caduchi:

E intorno a lor s'udìa cupo levarsi

Suon di pianti e sospir, sospiri e pianti

Delle suggette nazion vendute.

Perocchè dall'atlantica marina

Circondato di nembi ergea la testa

Immenso formidabile nefando

Regal fantasma, che una man stendea

Su le porte del dì, l'altra su l'onda

Che i destrieri del Sol stanchi riceve,

E tutti di Nettuno i vasti regni

Di sua grand'ombra ricopriva. A lui

L'Orto edùca e l'Occaso i preziosi

Suoi calami e legumi e l'odorate

Selve e la scorza che all'infermo è vita.

Nudron le pinte a lui morbide pelli

Le belve peregrine, e l'afra madre,

Orrenda merce!, partorisce i figli.

A lui perenne di tre mondi oppressi

La ricchezza s'aduna. Ed egli, il cupo

Sen della terra co' rapaci artigli

Lacerando, dell'auro apre le fonti

E le inghiotte; dell'auro che natura

Ne' più cupi recessi avea nascoso,

Del suo parto fatal forse pentita.

Coll'incantato corruttor metallo

Compra il crudele e guerre e sangue e colpe

E lagrime di genti, e con catene

D'auro tessute avviluppando i troni

A cader li sospigne: indi maligno

Esulta, e cresce della lor caduta.

Io fremente il mirava, e con irata

Penna la fiera vision scrivea,

Che già sgombra di nebbie e luminosa

Mi lampeggiava nell'aperta mente:

Quando improvvisa un'altra luce emerse,

E in mezzo al mar di quella luce un trono

Adamantino, tutto dentro e fuori

Di sempre vigilanti occhi ripieno;

Che pari al trono in Patmo un dì veduto

Mettea fòlgori e lampi e tuoni e gridi.

Sedeavi eccelsa in mezzo una guerriera

Regal sembianza che spargea ne' petti

Riverenza e terror. Cinta di due

Folgoranti corone era la chioma;

L'una d'auro splendea, l'altra di ferro:

Ed altre il pugno ne tien strette, ed altre

Per sempre infrante ne calpesta il piede.

Ritti intorno al terribile guerriero

Co' forti ferri al fianco e gli elmi al crine

Stavansi molti bellicosi eroi

Aspettando il suo cenno. Innanzi a lui

Su vasta immensurabile pianura

Di diverso color l'aura agitava

Dieci mila bandiere, e con fracasso

Simigliante di molte acque al fragore

Altissime dicean voci infinite:

— Gloria d'Europa al servator supremo. —

E quel supremo servator su l'ali

De' quattro venti di procelle armato

Inviava il suo spirto, che de' regi

Visitava le colpe e ne sperdea

Come polve l'orgoglio e la possanza.

Degli alti federati e degli amici

Visitava la fede, e la copría

Delle larghe sue penne o di regale

Serto dotata la rendea più salda.

Di nazion cadute o in sonno avvinte

Visitava le piaghe; e, come dolce

Raggio di sole che ridesta i fiori

Dal turbine battuti, ei di novella

Vita le genti rintegrava e a ferme

Destre efficaci commetteane il freno.

Ed una ne vid'io che giovinetta,

Ma d'alto senno e d'alto cor ministra,

Tratta lo scettro già secura, e giusto

Così l'estolle sul commesso regno

Che null'altro è più bello e più felice.

Tutte d'Europa quel possente spirto

Visitava le prode; e della truce

Larva del mar tiranna apparso a fronte

Scintillò s'ingrandì spinse fra gli astri

L'eccelso capo, e trasmutossi in sole

Che tutta quanta illuminò la terra.

Si converse a quel Sol l'Indo che beve

Il sacro Gange, e di Saibbo assiso

Su la tomba agitò le sue catene:

Lo vide il Perso e salutollo, e al raggio

Di quella luce riforbendo il ferro

Verso Bengala balenar lo fece.

Lo mirar del gangetico Neréo

Le Cicladi infinite, e d'ogni parte

Sclamavano concordi immense voci:

— Gloria de' mari al vindice supremo. —

— Gloria — rispose l'Occidente; e armata

Di consiglio d'onore e di vendetta

— Gloria — iterava colla man sul brando

L'americana Libertade. Un solo

Era del mondo il grido, ed una sola

Contro il fiero de' mari empio tiranno

La giusta e santa e salutar congiura.

Io guardava ed udiva; e, nel segreto

Del mio pensier de' due veduti abissi

E de' due spirti animator le vie

Paragonando, nel crear del primo

Vedea l'immago del secondo, e tutta

D'ardite fantasìe d'alte parole

E d'alti affetti la vestìa. Quand'ecco

Frettolosa avanzarsi e sbigottita

Bellissima una dea che terra e cielo

Di sue care sembianze innamorava.

Candido come neve allor caduta

Vestimento l'avvolge. Ha nella destra

Di verde oliva un ramuscel; su gli occhi

Due lagrime pietose. In questa forma

Si trasse innanzi al gran sedente, e disse:

— Questo ramo è tuo dono. Ed io pur dianzi

Da te protetta, nel regal giardino

Il piantai dell'Europa, e con attenta

Solerte cura l'educava. Ahi lassa!

Su l'Istro, che ancor fresche ed alte serba

L'orme che l'ugna vi stampò de' tuoi

Procellosi destrieri, un negro sorge

Turbo improvviso che l'amata fronda

Schiantar minaccia e fecondar di largo

Sangue novello le tedesche glebe.

Alza lo scettro, vindice possente

Del tradito mio nume, e mi difendi. —

Tacque, e piangendo si coprì d'un velo.

A quei detti, a quel pianto, ad offuscarsi

Di nubi incominciò l'adamantino

Trono e a volver di fumo immense rote,

D'ira svegliata orrendo segno; e dentro

Alla densa caligine da spessi

Lampi divisa si sentían profondi

Correre i tuoni e strepitar le folgori

Di partir desíose. I circostanti

Eroi dal fianco trassero fremendo

Le generose spade. In un momento

Si spiegâr s'agitaro le diverse

Dieci mila bandiere e le veloci

Selve di ferri che dal Sol percossi

Mettean barbaglio agli occhi e téma al petto.

Nelle spade securi e più nel core

Taciturni procedono e terribili

Gli ordinati squadroni. In lunga riga

Scudo a scudo elmo ad elmo e fianco a fianco

Si strigne; e al moto delle teste vedi

L'un coll'altro toccarsi i rilucenti

Cimieri e l'onda dell'eccelse piume.

Sotto il piè de' guerrieri e de' cavalli

Trema la terra e nubi alza di polve,

Che da lunge veduta al ciel rotarsi

Fa delle madri impallidir la gota

E il coraggio brillar de' giovinetti,

Che d'illustre sudor bagnarsi anelano

Nelle fervide mischie e il dorso premere

Di focoso destrier fra tube e timpani.

Tutto m'offría d'intorno una tremenda

Faccia di guerra: ma l'eccelso sire,

Che d'auro e ferro si ghirlanda e siede

Sul trono di veglianti occhi stellato

Fuor della nube non mandava ancora

La voce che de' re cangia i destini:

Voce al turbo simìl che sul cespuglio

Passa innocente e l'arduo cedro atterra.

Meste intorno al caduto e paventose

Stan le piante minori; ed egli in grande

Spazio prosteso imputridisce, e il piede

Dell'armento l'insulta e del pastore.

Di novità bramoso io nell'udire

Tutta inviava e nel veder la mente,

Quando lieve scotendomi l'accorta

Pieride dicea: — Vate, in quel buio

Bolle il vaso dell'ira, e le negre ali

Spiega già l'ora del final castigo.

Se non le tarpa un dio, fiera di canto

Avrai materia. Or tu le viste cose,

Severo ingegno, nelle carte scrivi

Destinate a color che questo tempo

Diranno antico e menzogner. — Disparve,

Così detto, la diva; e dileguossi

La portentosa vision. Raccolsi

Tosto i pensieri; e ciò che vidi io scrissi.