La palingenesi politica
Dell'ercinio cantore era già queta
La bellicosa lira, e queti i tuoni
Della gallica folgore che lungi
Di Friedlando su l'orrenda valle
Mettea sazia di strage i lampi estremi
Di sarmatico sangue rubicondi.
E già, rimessa al generoso fianco
L'arbitra delle pugne invitta spada,
Stendea placato il vincitor la mano
All'attonito vinto, e dell'olivo
Sul domato Niemene offría la fronda.
Vide d'Europa le congiunte destre
De' due sommi potenti, e su la speme
Del suo riposo fe sereno il ciglio:
E, misto al suon dell'onda che superba
Dell'alto giuramento al mar correa,
Sul fiero campo della morte il dolce
Inno udissi di pace, che le scalde
Nereidi intonar lungo le prode
Della baltica Teti. Così, quando
Giove in Flegra percosso ebbe le fronti
D'Encelado e Tifeo, lungo i ruscelli
Del néttare immortal nella beata
Città de' numi le celeste Muse
La vittoria cantar del genitore.
All'alta melodìa tutte d'olimpo
Echeggiavan le cime, e da lontano
Dal fulmine spezzate e ancor fumenti
Di Pelio e d'Ossa rispondean le rupi;
Mentre cinto di gloria entro i lor giri
Ricomponeva le sconvolte sfere
L'onnipotente senno, e inebriata
Dell'almo canto l'aquila divina
Su l'estinte saette appiè del trono
Le grand'ali abbassando s'addormìa.
Ma non dorme del mio Giove terreno
L'aligera ministra, nè lo strale,
Ai forti artigli consegnato, è spento.
Vive le fiamme ne mantien l'orgoglio
Dell'obbliqua Albion che nel delitto
Cerca sua gloria. Di novelli sdegni
La turbata pupilla ecco lampeggia
Dell'offeso mio sire: ed io fedele
Sul carro il seguirò delle divine
Figlie di Giove, che di là dal sole
Ne' regni della bella eternitate
Portano il grido delle belle imprese.
Oh di prisco valor, di prisca fede
Inclito seggio, ispana terra! E quella
Non se' tu, che in Sagunto all'amistade
Del punico ladron morte prepose?
Or qual demenza all'amistà ti sprona
Della nuova Cartago? A diradarti
La lunga notte in che languisci avvolta
Un almo sole alfin ti splende, un sole
Del cui limpido raggio innamorata
Si fea più bella la regal Sirena,
Che ancor devota il guarda e lo saluta:
E tu chiudi le ciglia? e stolta i nembi,
Per offuscarlo, e le tempeste invochi
Del britannico cielo? Oh sventurata!
A punir la tua colpa il mio signore
Alza irato la spada, che, battuta
Contra i superbi alla celeste incude,
Di mortal brando paragon non teme.
Diè questa spada al buon Traiano un giorno
L'eterno imperador, quando al suo piede
Tutti prostese della terra i regi.
Dopo quel divo, il Cesare l'ottenne
Che, l'impero del mondo in due diviso,
Largì la dote che fu morte a Roma.
Spento il gran donator, giacque per molte
Età nascoso l'incorrotto acciaro,
Finchè del magno Carlo alla possente
Destra pervenne e suscitar fu visto
D'occidente lo scettro in Campidoglio.
Ed or nel pugno di più forte erede
Dopo mill'anni a trionfar venuto
I suoi regni racquista; e alla vagina
(Così volge il destin) non fia che torni
Finchè non taccia innanzi a lui la terra.
Curvate il capo al possessor novello
Del fatal brando, pirenee montagne;
Umìl ti prostra, ibera donna. Ei viene;
Move tre passi, e al quarto è giunto. E voi
D'ogni gente avversari, Angli superbi,
Celerate la fuga; e dite al vostro
Re che del sangue dell'Europa è chiuso
L'orribile mercato, e non a lui
Ma solo al grande che pietoso il chiuse,
A lui solo il valor diè questo impero.
Sian vostro regno e scogli e sirti e flutti,
Case degne di voi: ma non lasciate,
Algosa razza, per regnar, le vostre
Ondeggianti prigioni. Ivi son tutte
Le vostre posse. D'ogni suol rifiuto,
Voi toccate la terra, e più non siete.
Su le pronte rapito ali d'amore
(Di quell'amor che, nato in cor gentile
Dal beneficio, agl'immortali innalza
De' mortali il sentire), io sospingea
L'affannoso pensier su l'adorate
Orme del giusto alle cui tempie il cielo,
Sol per tornarlo al suo splendor, concede
L'ispano diadema. E, palpitando,
Col veder della mente m'avvolgea
Dentro il turbo crudel, che su l'ibero
Dal britannico lido si, diffuse:
E di Giuseppe su le sacre chiome
Ruggir l'intesi, e lui vid'io serena
Portar la fronte che traverso al velo
Della nube feral splendea più bella.
Come allor che da livida palude
S'alza negro vapor, che invidioso
D'Iperione al folgorante figlio
Copre il nitido volto e non l'offende;
Sola s'attrista della tolta luce
La famiglia de' fior che moribonda
Il mesto capo inchina, e pregar sembra
L'amato raggio che la torni in vita:
Tale in mezzo all'offese era il sembiante
Dell'augusto Giuseppe, e tal de' probi,
Cui l'absenza struggea del sacro aspetto,
L'amoroso dolor. Ma in sua virtude
Vanne l'alto guerrier che vede e vince,
Che vuole e puote ciò che vuole; e spersa
Fu l'anglica procella, e serenato
L'ispano cielo che al beante raggio
Del caro si ravviva astro novello.
Io la grave frattanto arpa d'Ullino
Venía toccando, e su le varie fila
Dell'invitto mio sir tessea le geste
Maravigliose: e l'armonía de' forti
Carmi e il parlar che dal profondo seno
Traggon dell'alma le potenti Muse
Dell'invidia facea su i verdi crini
Rabbiose e stolte sibilar le serpi.
Ma inferma nel levarsi all'atto obbietto
Si smarriva la mente, perdea l'ali
La vinta fantasìa; chè di quel magno
Intorno alla regal diva presenza
Tale un timor si crea tale un rispetto,
Che le ginocchia ed il pensiero atterra.
Perch'io vòlto in quell'uopo alla reina
Calliope dicea: — Tu scorgi, o diva,
Del tuo divoto sacerdote il corto
Immaginar, tu vedi la sublime
Maestosa caligine che cela
Questo re della gloria. E tu, de' regi
Compagna eterna e degli eroi, deh! sgombra
Sgombra il vel che l'occulta, e vista dimmi
Che in luce aperta sostener lo possa;
Ch'io ben veggo i baleni ed odo i tuoni
Che fan palese il suo potere e l'alta
Dai re temuta volontà suprema;
Ma del profondo ordinator pensiero
Non discerno le vie. — Non indagarle
Presuntuoso, rispondea la diva:
Su l'opre sue sta scritto: Adora e taci.
Nè l'immago cercar del suo valore
Nell'antica virtù; chè smorti emblemi
Sono Alcide e Teséo, nè prode in Pindo
Fama solleva che tant'alto ascenda.
Non il guerriero per la cui vendetta
L'eterno figlio di Saturno i neri
Sopraccigli inchinò, su l'immortale
Capo agitando le divine chiome,
Onde tutto tremava il vasto olimpo;
Non l'altro che da cento accompagnato
Figli di numi la vocale antenna
Fra l'orrende Simplegadi sospinse,
E la furia sprezzò che in fier conflitto
Coll'Europa a cozzar l'Asia spingea
Sgominando due mari ed amendue
Col grand'urto scotendo i continenti,
Finchè carco d'eroi per quella via
D'Argo passando il sacro pino al fiero
Cozzo fin pose, e si placaro immote
Le concorrenti furibonde rupi;
Nè di qual più lodato o la romana
Storia esalti o l'argiva il glorioso
Nome ti porga di paraggio ardire;
Chè nell'opre del senno e della mano
Levar su tutti ad un sol tempo il grido,
E alle genti dar leggi, e degl'imperi
Cangiar l'aspetto e ricrearli in meglio,
E coll'arti di Palla e di Sofia
Temprar l'ire di Marte, e la severa
Ragion di stato serenar col dolce
Delle Grazie sorriso e delle Muse,
Nè il divo germe di Filippo il seppe
Nè il dittator nè Ciro; e la veloce
Operosa virtù di questo nuovo
Verace Enosigeo va per occulti
Sì profondi sentier, che seguitarla
Non può la vista interior. Ma pure,
Perchè dell'alta ed ineffabil mente
Sotto mistico vel l'opra tu vegga,
A portentosa vision lo sguardo
Intendi ardito, e mi t'accosta. — Ed io
M'appressai coraggioso: e la divina
Pimplea su gli occhi coll'ambrosio dito
Due vivifiche stille mi diffuse
Del collirio immortal che degli eterni
Irriga la pupilla, e, la mia fronte
Percotendo, gridò: — Comtempla e scrivi. —
Guardai: e vidi a me dinanzi un negro
Infinito oceán, che per tempesta
Da fieri venti combattuto mugge,
Orrido campo di battaglia all'ira
De' discordi elementi. Per la vasta
Tumultuosa oscurità divise
Vagolar si vedean forme tremende
Di mostruosi gnomi, altri d'acquoso
Vapor composti ed altri d'aere ed altri
Di terrestri sostanze. Han d'atra fiamma
Da nitri generata e da bitumi
I più truci la faccia; e tutti insieme
Azzuffati e confusi in fiera guisa
Per signorìa fan pugna, e sempre in guerra
Ognun perde ognun vince e mai non regna.
E qual le nubi aggira e ne sprigiona
Fòlgori e tuoni; e qual nell'onde irate
Devolve le montagne e le sommerge,
Sì che punte di scogli al guardo mio
Parean dell'Alpi le sepolte cime;
E qual con faci d'inestinto asbesto
Per secreti cunicoli ne' fianchi
Delle rupi penétra, e cerca i rivi
D'asfalto e zolfo su cui dorme intatta
Di Vulcano la forza. A queste i gnomi
Asfaltiche correnti approssimaro
L'atre facelle; e tosto il dilatato
Aere tonava, e, impetuoso urtando
L'opposto fianco delle balze, aprìa
Voragin di foco. Dal bollente
Seno dell'onde le roventi creste
Sollevavano i monti, e, liquefatti
Scogli eruttando e fiamme e schiuma e fumo
E di liquido vetro ardenti fiumi,
Pingean l'abisso di terribil luce.
Dalla lite crudel che terra e mare
Ed aria e fuoco si movean furenti
Inorridita rifuggìa natura:
Ed io la strana vision pensoso
Contemplando venía, ma il senso arcano
Nell'intelletto ancor non discendea.
Già mi voltava a dimandar; quand'ecco
Una gran voce, che dall'alto venne,
Su l'abisso gridò: — Silenzio, o flutti;
Pace, irati elementi. — E subitana
Una luce seguì, che con possenti
Fulgidi strali saettava il volto
Delle tenébre; e le disperse. Allora
Uno spirto divin corse su l'acque
Inferocite, e le calmò; le cinse
Di sue grand'ali, e fecondonne il grembo;
Le divise dal secco, e immantinente
Alzâr la testa le montagne ed ime
Giacquer le valli; i tortuosi passi
Sciolsero i rivi mormoranti, e tale
Nell'inerte terreno alma s'infuse
Che tutto si vestì d'erbe e di fiori
E d'olezzanti arbusti e d'ardue selve
Onde la terra il sacro capo inchioma.
Penetrò la vital forza i recessi
Delle squallide rupi, e nelle fredde
Vene del masso imprigionò del foco
L'eterna e schietta elementar scintilla.
Poi, di vergine luce un grazioso
Raggio frangendo, colorò le gemme
Il rubino lo smeraldo lo zaffiro:
Le caverne vestì di cristallini
Ingemmamenti e stalagmiti, a cui
Diêr vaghezza e splendor con aurea polve
Il cinabro e l'azzurro. Anco il marino
Zoofite animossi, anco la pietra
Che volge l'ago al polo. Apparve in somma
In ogni lato la virtù dell'almo
Spirto che interno percorrea la terra,
E in tutte infuso le sue parti tutta
Agitava la mole, e col gran corpo
Si mescolando, in ciò che parla o nuota
O pasce o vola diffondea la vita.
Composte le feroci ire intestine
E all'orror tolta in che giacea sommersa,
La rinnovata terra al divo spiro
Vivificante da' suoi verdi altari
Porgea laudi e profumi, che l'aurette
Rapìan su l'ali sussurranti e, intorno
Spargendoli e di mille un odor solo
Temperando, alle nari una fragranza
Porgean che dentro ti scendea nel core;
Mentre di ramo in ramo saltellando
Lieti gli augelli di soave canto
Ricreavan le selve, e da per tutto
Candida e bella sorridea la pace.
Dal giocondo spettacolo rapita
La mia mente bevea tutta dolcezza;
Ma incerto errava l'intelletto ancora
Colla rosata man diemmi il secondo
Colpo la diva su la larga fronte;
E ratto, come tocca dallo strale
Del galvanico elettro, entro il cerèbro
Scintillò la fibrilla intuitiva.
La mia scorta sorrise, e vie più bella
Raggiando replicò: — Contempla e scrivi. —
Guardai: e tosto un ampio e popoloso
Mondo m'apparve, su le cui racchiuse
Da temperata zona alme contrade
Dolci versava della luce i fiumi
Un benefico sole, e de' suoi doni
Godea far pompa liberal natura.
Lo cingea da tre lati il circonfuso
Mare, e di mille peregrine merci
Tre altri mondi gli porgean tributo.
Di scienza superbe e d'ogni cara
Arte gentile, ma di cor divise
E di leggi e di brame e di costumi,
Di questa bella region le genti
In mutua guerra si struggean delire.
L'un coll'altro cozzanti e insanguinati
Ondeggiavano i troni, altri scommessi
Da perfidi consigli, altri da falsa
Arte di regno trabalzati, ed altri
Per destre inette o per funesta lega
O per ferocia femminil caduchi:
E intorno a lor s'udìa cupo levarsi
Suon di pianti e sospir, sospiri e pianti
Delle suggette nazion vendute.
Perocchè dall'atlantica marina
Circondato di nembi ergea la testa
Immenso formidabile nefando
Regal fantasma, che una man stendea
Su le porte del dì, l'altra su l'onda
Che i destrieri del Sol stanchi riceve,
E tutti di Nettuno i vasti regni
Di sua grand'ombra ricopriva. A lui
L'Orto edùca e l'Occaso i preziosi
Suoi calami e legumi e l'odorate
Selve e la scorza che all'infermo è vita.
Nudron le pinte a lui morbide pelli
Le belve peregrine, e l'afra madre,
Orrenda merce!, partorisce i figli.
A lui perenne di tre mondi oppressi
La ricchezza s'aduna. Ed egli, il cupo
Sen della terra co' rapaci artigli
Lacerando, dell'auro apre le fonti
E le inghiotte; dell'auro che natura
Ne' più cupi recessi avea nascoso,
Del suo parto fatal forse pentita.
Coll'incantato corruttor metallo
Compra il crudele e guerre e sangue e colpe
E lagrime di genti, e con catene
D'auro tessute avviluppando i troni
A cader li sospigne: indi maligno
Esulta, e cresce della lor caduta.
Io fremente il mirava, e con irata
Penna la fiera vision scrivea,
Che già sgombra di nebbie e luminosa
Mi lampeggiava nell'aperta mente:
Quando improvvisa un'altra luce emerse,
E in mezzo al mar di quella luce un trono
Adamantino, tutto dentro e fuori
Di sempre vigilanti occhi ripieno;
Che pari al trono in Patmo un dì veduto
Mettea fòlgori e lampi e tuoni e gridi.
Sedeavi eccelsa in mezzo una guerriera
Regal sembianza che spargea ne' petti
Riverenza e terror. Cinta di due
Folgoranti corone era la chioma;
L'una d'auro splendea, l'altra di ferro:
Ed altre il pugno ne tien strette, ed altre
Per sempre infrante ne calpesta il piede.
Ritti intorno al terribile guerriero
Co' forti ferri al fianco e gli elmi al crine
Stavansi molti bellicosi eroi
Aspettando il suo cenno. Innanzi a lui
Su vasta immensurabile pianura
Di diverso color l'aura agitava
Dieci mila bandiere, e con fracasso
Simigliante di molte acque al fragore
Altissime dicean voci infinite:
— Gloria d'Europa al servator supremo. —
E quel supremo servator su l'ali
De' quattro venti di procelle armato
Inviava il suo spirto, che de' regi
Visitava le colpe e ne sperdea
Come polve l'orgoglio e la possanza.
Degli alti federati e degli amici
Visitava la fede, e la copría
Delle larghe sue penne o di regale
Serto dotata la rendea più salda.
Di nazion cadute o in sonno avvinte
Visitava le piaghe; e, come dolce
Raggio di sole che ridesta i fiori
Dal turbine battuti, ei di novella
Vita le genti rintegrava e a ferme
Destre efficaci commetteane il freno.
Ed una ne vid'io che giovinetta,
Ma d'alto senno e d'alto cor ministra,
Tratta lo scettro già secura, e giusto
Così l'estolle sul commesso regno
Che null'altro è più bello e più felice.
Tutte d'Europa quel possente spirto
Visitava le prode; e della truce
Larva del mar tiranna apparso a fronte
Scintillò s'ingrandì spinse fra gli astri
L'eccelso capo, e trasmutossi in sole
Che tutta quanta illuminò la terra.
Si converse a quel Sol l'Indo che beve
Il sacro Gange, e di Saibbo assiso
Su la tomba agitò le sue catene:
Lo vide il Perso e salutollo, e al raggio
Di quella luce riforbendo il ferro
Verso Bengala balenar lo fece.
Lo mirar del gangetico Neréo
Le Cicladi infinite, e d'ogni parte
Sclamavano concordi immense voci:
— Gloria de' mari al vindice supremo. —
— Gloria — rispose l'Occidente; e armata
Di consiglio d'onore e di vendetta
— Gloria — iterava colla man sul brando
L'americana Libertade. Un solo
Era del mondo il grido, ed una sola
Contro il fiero de' mari empio tiranno
La giusta e santa e salutar congiura.
Io guardava ed udiva; e, nel segreto
Del mio pensier de' due veduti abissi
E de' due spirti animator le vie
Paragonando, nel crear del primo
Vedea l'immago del secondo, e tutta
D'ardite fantasìe d'alte parole
E d'alti affetti la vestìa. Quand'ecco
Frettolosa avanzarsi e sbigottita
Bellissima una dea che terra e cielo
Di sue care sembianze innamorava.
Candido come neve allor caduta
Vestimento l'avvolge. Ha nella destra
Di verde oliva un ramuscel; su gli occhi
Due lagrime pietose. In questa forma
Si trasse innanzi al gran sedente, e disse:
— Questo ramo è tuo dono. Ed io pur dianzi
Da te protetta, nel regal giardino
Il piantai dell'Europa, e con attenta
Solerte cura l'educava. Ahi lassa!
Su l'Istro, che ancor fresche ed alte serba
L'orme che l'ugna vi stampò de' tuoi
Procellosi destrieri, un negro sorge
Turbo improvviso che l'amata fronda
Schiantar minaccia e fecondar di largo
Sangue novello le tedesche glebe.
Alza lo scettro, vindice possente
Del tradito mio nume, e mi difendi. —
Tacque, e piangendo si coprì d'un velo.
A quei detti, a quel pianto, ad offuscarsi
Di nubi incominciò l'adamantino
Trono e a volver di fumo immense rote,
D'ira svegliata orrendo segno; e dentro
Alla densa caligine da spessi
Lampi divisa si sentían profondi
Correre i tuoni e strepitar le folgori
Di partir desíose. I circostanti
Eroi dal fianco trassero fremendo
Le generose spade. In un momento
Si spiegâr s'agitaro le diverse
Dieci mila bandiere e le veloci
Selve di ferri che dal Sol percossi
Mettean barbaglio agli occhi e téma al petto.
Nelle spade securi e più nel core
Taciturni procedono e terribili
Gli ordinati squadroni. In lunga riga
Scudo a scudo elmo ad elmo e fianco a fianco
Si strigne; e al moto delle teste vedi
L'un coll'altro toccarsi i rilucenti
Cimieri e l'onda dell'eccelse piume.
Sotto il piè de' guerrieri e de' cavalli
Trema la terra e nubi alza di polve,
Che da lunge veduta al ciel rotarsi
Fa delle madri impallidir la gota
E il coraggio brillar de' giovinetti,
Che d'illustre sudor bagnarsi anelano
Nelle fervide mischie e il dorso premere
Di focoso destrier fra tube e timpani.
Tutto m'offría d'intorno una tremenda
Faccia di guerra: ma l'eccelso sire,
Che d'auro e ferro si ghirlanda e siede
Sul trono di veglianti occhi stellato
Fuor della nube non mandava ancora
La voce che de' re cangia i destini:
Voce al turbo simìl che sul cespuglio
Passa innocente e l'arduo cedro atterra.
Meste intorno al caduto e paventose
Stan le piante minori; ed egli in grande
Spazio prosteso imputridisce, e il piede
Dell'armento l'insulta e del pastore.
Di novità bramoso io nell'udire
Tutta inviava e nel veder la mente,
Quando lieve scotendomi l'accorta
Pieride dicea: — Vate, in quel buio
Bolle il vaso dell'ira, e le negre ali
Spiega già l'ora del final castigo.
Se non le tarpa un dio, fiera di canto
Avrai materia. Or tu le viste cose,
Severo ingegno, nelle carte scrivi
Destinate a color che questo tempo
Diranno antico e menzogner. — Disparve,
Così detto, la diva; e dileguossi
La portentosa vision. Raccolsi
Tosto i pensieri; e ciò che vidi io scrissi.