La prigione

By Agnolo Bronzino

Chi non si spoglia d'ogni passione

e non si piglia il tutto in burla e 'n gioco

non può saper che cosa è la prigione.

Costui ne taccia o ne favelli poco

e quanto al giudicar non ci si metta,

perch'io l'allego e corrotto e dappoco,

ma stia più tosto in man con la berretta

a sentir ragionarne a quei che sono

savi e alla lor sentenza si rimetta.

Pregione, eccovi un nome che di suono

non potrebbe agl'orecchi esser più grave,

più sentenzioso e penetrar nel buono.

Pregio, onore, onestà, grandezza o brave

sillabe, cateratte o elementi

chiude e non pur con una sola chiave.

Qui vorre' io un dì fare argomenti,

maestro, e silogismi contr'a certi,

che non par mai che 'l mondo gli contenti.

E se non han le campagne e' diserti

in libertà, par ch'e' muoin di tedio,

le cateratte alzate e gl'usci aperti.

Poi 'l più del tempo si pongan l'assedio

'n un canto di soffitta o di scrittoio

e a trarnegli mai non è rimedio.

E se non fusse ch'i' ho fatto il cuoio

altrove, io cercherei d'entrarvi or ora

e parmi averne una voglia ch'io muoio.

Ditemi un po' da star quivi a star fuora

che differenza ci vedete voi?

Anzi ci è grande e ve lo vo' dir ora.

Chi è in prigion da cavagli e da buoi

non toccherà mai calci o fia cozzato,

che non è poco a chi vi pensa poi.

E oltre a questo è pur da dire ingrato

un ch'à per mal che gli sia avuto cura

e come gioia riposto e serbato.

Non è cosa nel mondo più sicura

della prigion, che 'l diavolo e la morte

hanno, non ch'altro, a toccarla paura.

Quivi tu sei servito e sonti porte

le cose cotte e affettato il pane

— dico in certe prigion di queste sorte —.

Ma non parlo or di queste, che villane

sono, e, se bene han molte cose buone,

vi si patisce poi di quelle strane.

Voi sapete ch'il ben sempre si pone

nel mezzo degl'estremi e la segreta

allo star fuor per diretto s'oppone,

che per volere esser tanto discreta

d'altrui, par poi ch'ella ne voglia troppo

ed è troppo severa e troppo cheta.

Sta poi nel mezzo la prigion ch'il troppo

fugge e 'l niente, qual donna che vada

fra un che corra ed uno agiato e zoppo.

Ma io v'arò tenuto troppo a bada,

forse, a distinguer cose che, se bene

son necessarie, ognor non ci si bada.

Questa non ha manette, né catene,

ceppi, né ferri a' pié, ma per guardarti

tien l'uscio chiuso e 'l resto acconcia bene.

E tutto fa per poter conservarti

e che tu non ti perda e ch'uom non possa,

né per te, né per altri, rovinarti.

Dite mai che 'n un fiume o in una fossa

chi sta in prigione affoghi o d'un terrazzo,

d'un albergo o d'un tetto cader possa?

Abita sempre stanze di palazzo

e dell'esser servito ve l'ho detto,

se ben l'uom fusse manco ch'un ragazzo.

Riscaldare o pigliare un mal di petto

non vi si può, ch'il luogo no 'l comporta,

da vento e pioggia coperto e ristretto.

Né tornando di villa tardi, uom porta

pericol mai, correndo, scarmanarsi

o rimanere alfin fuor della porta.

Quivi può l'uomo a suo bell'agio starsi

e chi non sa far nulla o chi non vuole

può far, senza un pensiero al mondo darsi.

Il giel di verno o della state il sole,

poco t'offende, ché le stanze chiuse

fanno al contrario che 'l tempo non suole.

Quivi possano all'ombra me' le Muse

star, che d'un elce o d'un fronzuto alloro,

e a non ti trovar non vale scuse;

così sempre star con esso loro

si può, senza salir Parnasi e Pindi,

e ber dell'acqua buona al par di loro.

E chi vuol ir pensando a' Persi e agl'Indi,

può senza spesa, e le carte vergando

empiere il mondo di quinci e di quindi.

Ed anche, a dire il ver, ditemi, quando

un camminasse centomila miglia,

or acqua or terra or selve or monti errando,

che piacere o che spasso se ne piglia,

altro che spesa e disagio? Ch'un saggio

di cosa alcuna non si maraviglia.

Puossi bene or per mare or per viaggio

di terra esser rubato o perder tutto

quant'hai e poi la vita da vantaggio.

Altro non truovi e cammina per tutto

il mondo quanto sai, che acqua e terra

e vedi qualche sasso e qualche frutto.

Or s'io mi posso star nella mia terra,

in un mio luogo rinchiuso e ch'io posso

veder, pensando, il ciel tutto e la terra,

che bisogn'ei che di qui mi sia mosso,

s'io ho veduto già il monte Morello,

pian di Legnaia e Arno scemo e grosso

e quercie, abeti e pini? Or col cervello

non poss'io far mill'atalanti e mille

selve e mill'oceani maggior di quello?

Possomi imaginar cittadi e ville

e laghi e bulicami e Mongibelli

e mille mostri e chimere e sibille

e veder la fortuna co' capelli

di dietro e 'l sol di fummo e che i corrieri

volin per l'aria e per terra gl'uccelli.

Non sia nessun che di vedere speri

cosa di nuovo, che, subito vista,

non la desse pel costo volentieri,

ché noi abbiam questa natura trista,

di saziarci in un tratto e ogni cosa

ci viene a nnoia e altro non s'acquista.

Non è ei meglio starsi in agio e 'n posa,

quand'un ben se ne penta, in una stanza

serrato, come gemma preziosa?

Oltr'a di questo, ogni spazio è a bastanza,

ch'è quanto noi siamo alti e larghi e lunghi;

e tutto il resto d'intorno ci avanza.

Che mi val dunque perch'io mi dilunghi

per tutto il mondo, s'io mai non ne tengo,

se non quant'io m'innalzi, allarghi e allunghi?

Può dire anch'un rinchiuso, quand'io vengo

pensando che quell'uscio ir non lo lascia:

“Anzi son io che d'andar fuor m'astengo”,

ch'il pensiero apre i chiavistelli e sfascia

le città, spiana i monti e secca il mare,

né per forza d'altrui s'arrende o accascia.

Così mi posso sempre immaginare

che la prigion sia aperta e spalancata

e ch'io ci sto perch'io ci voglio stare

e la necessitade aver mutata

in virtù: così fan gl'uomini egregi,

di gran cuore e natura segnalata.

Non paia a alcun ch'io biasimi o dispregi

per questo la prigion nelle mie carte,

anzi son questi a lei pendenti e fregi.

Quivi un poltron come s'e' fusse Marte

è rispettato e, 'n quanto a braverie,

ognun v'è, sia chi vuol, per la sua parte.

Monti di terra o sassi o porcherie

o broda o calcinacci o notte o giorno

non ti dan noia, come per le vie.

Quanti son quei che pe' lor fatti attorno

andando, da un putto con la scaglia

o senza, una sassata rilevorno!

Quivi non è pericol ch'e' t'assaglia

un tuo nimico o faccia una quadriglia

o, se tu l'hai ingiuriato, se ne vaglia.

Ognun quivi s'accetta, ognun si piglia

ed io ho visto tal che per entrarvi

è venuto discosto cento miglia.

Se voi volete ritirato starvi,

potete sempre ed anche a posta vostra,

come reliquia, a chi vi par mostrarvi.

Ben di cert'arti, come dir la vostra,

e di cert'altre, come dir la mia,

la prigione stranetta esser dimostra,

che, stando in casa in qualche fantasia,

facciàn dir di non v'esser, dove quivi

non si può creder che tu non vi sia.

Ma ben ch'un nostro pari però si privi

di questo, ella ti tiene anco più saldo

— cagion che più lavori e che più scrivi —.

Ma chi del mondo fusse un po' più caldo

potre' tenervi la vita a suo posta

del Moretto da Lucca o 'l mazzier Baldo.

Or col fiasco e 'l bicchiere, or con la rosta

or col Furioso, or con le carte in mano

puoi trattenerti e poco alfin ti costa.

Ma certe cose vo' che noi tocchiàno

di più inportanza, acciò che com'Orazio

dice, s'alzi lo stil di mano im mano.

Mossono un dubbio i legisti e 'n ispazio

di tempo, con ragion fondate e vere,

lo risolverno, ond'io ne gli ringrazio.

S'e' si poteva della prole avere

certezza e' nati fussin di que' padri,

che, come suoi, gl'usavon di tenere.

E dicien ch'a fidarsi delle madri

era poco sicuro, esperti omai

le cose aperte far nascere i ladri.

Pensaron sopra questo modi assai;

alfin della prigion sovvenne loro

come persone pratiche e dassai;

perché, quasi serrati in concistoro

soli il padre e la madre, chi nasceva

quivi, acquistato era in ver di costoro

e ch'altro modo mai non si poteva

trovar per accertarsi de' figliuoli

e che sol la prigion tal vanto aveva.

Or dich'io ben che se di lei ti duoli,

tu che v'abiti dentro, tu hai 'l torto

e di lei non t'allegri e ti consoli.

Tal volte avvien che e' sarà stato morto

qualcun di notte e ch'e' sarà rubato

qualche bottega o scalato qualch'orto

e verbigrazia qualche sciagurato

te 'l potre' apporre, ove s' tu sei rinchiuso

in prigion, non può dir che tu sia stato.

Sarà qualcun che non è mai stat'uso

a pensare a' suo fatti e la suo vita

arà passata, stupido e confuso;

ponlo in prigion: subito a mutar vita

pensa e discorre il suo stato e disegna

ch'ella non vada più com'ell'è ita.

E quanto può per l'avvenir s'ingegna,

poi che e' si vede a questo grado assunto,

mostrar quant'ella sa, quant'ella insegna.

E s'un volesse pigliarsi l'assunto

di far vita da sé, senza peccati,

quest'è un luogo a proposito appunto,

ch'e' ci è nel mondo più di mille frati,

che fanno buona vita e claustrale,

e none stanno alla metà serrati.

Gl'occhi non fanno quivi troppo male,

ch'e' non si vede cosa che t'inciti

a pompa, a roba o a vizio carnale.

Stomachi guasti, appetiti smarriti

s'acconciano e ritruovono alla prima,

mi dicon certi che ne sono usciti.

D'ogni prigion fo conto, ma per cima

ho poi le Stinche, che le genti sue

sciorina a' tempi e molto l'ama e stima.

Quest'è un luogo ch'à tutte le sue

appartenenzie e vi s'entra per grazia

delle tre volte per lo men le due.

Queste son visitate e non si sazia

il popol di vederle e vi si spende

quasi sempre il quattrin per una crazia.

Subito un forestier vedere intende

le Stinche e poi la cupola e' lioni,

quand'egl'avesse ben mille faccende.

Tutti onor sono e tutti segni buoni

delle Stinche e degl'altri tutti quanti,

ch'elle v'hanno accettati per prigioni.

Fanno le Pasque e fanno gl'Ognissanti

e carnovali allegri e berlingacci

senza risparmio in suoni e 'n balli e 'n canti.

Va, di' che ti sien date brighe o impacci,

s' tu vuoi far una veglia o un ritruovo,

da certi fastidiosi giovanacci?

Insomma, questo parmi un mondo nuovo,

che l'unione, il debito e la pace

in altro luogo, quant'in lui, non trovo.

Ed a chi starvi ed abitarvi piace

ha un buon gusto e può farsi di questo

beffe e tenerlo sgarbato e fallace.

Ma perch'io vo' partirmi e finir presto

questa ragion, s'io ho nulla a credenza,

vo' che noi faccian conto e darvi il resto.

Ha la prigione un'altra priminenza,

ch'obligo che tu faccia dentro a lei,

nulla non val, com'ella ti licenza,

acciò che e' si conosca che tu sei

suo tutto quanto o ch'ella pur lo faccia,

perché tu stia quel più con esso lei.

Basta, ch'ella non vuol che tanta faccia

abbia un, che, dentro a llei, t'oblighi e serri

a cosa, che col tempo ti dispiaccia

e che, partito, il muro e l'uscio e' ferri

della finestra a torto maladica

e contro alla prigion com'ingrato erri.

Ma perch'io non vo' darvi più fatica

solo una cosa vo' che per suo amore,

che molto importa, aspettiate ch'io dica.

Natura non potendo aver l'onore

di finir l'uomo, ancor ch'ella adoprasse

in ciò tutto 'l suo studio e 'l suo favore,

bisognò ch'alla fin si rivoltasse

alla prigion, che gli desse la mano

estrema e tutto glielo ritoccasse.

Or voi, ch'avete l'intelletto sano

considerate la sua perfezzione,

che per proverbio, omai, trito l'abbiàno,

che non è uom chi none sta in prigione.