La Salmace

By Girolamo Preti

Là dove il bel Pattolo

Tra sponde di smeraldo

Di lucid'or fa biondeggiar l'arena,

E per lidie contrade

E per frigie campagne

Passeggia, umido il piè, lubrico il passo;

Quasi stanca la terra

Di riposar mai sempre

Stesa nel pian le smisurate membra,

Sotto forma d'un monte inalza il capo;

Monte che sembra appunto

Appo Caucaso, Pelio, Olimpo ed Ossa

Qual tra bassi virgulti alto cipresso.

Stanco talora il mauritano Atlante

Sotto il grave del ciel stellato incarco,

A lui diede la soma

De le rotanti sfere,

A lui, ch'a la pesante e vasta mole

Parve suppor viè più robusto il dorso.

Erge tanto le cime

Oltre il confin de le volanti nubi

Che non ebbe giammai

O di piogge o di nevi

Umido il crine o mascherato il volto.

Anzi, quasi sdegnando

Il suo basso elemento,

Par che voglia, superbo

Occupator de l'aria,

Nel gran regno di Giuno alzarsi un trono,

O che tenti poggiando

Ribellarsi a la terra e girne al cielo.

Sembra nuovo de' monti alto gigante,

O vasto Briareo

Di cento querce annose

Erger le braccia e minacciar le stelle.

Al montuoso tergo, al vasto fianco

Fanno un manto frondoso

Verdeggianti campagne, orride selve;

E cento fiumi e cento

Con tortuosi giri

Fanno a quel verde manto, al vago lembo,

Di cerulei ricami umide liste.

Appiè de l'alta rupe un antro siede,

Un antro opaco, ombroso,

Cui fu Natura e l'architetto e 'l fabro.

Sovra la cava bocca

La gran maestra antica

Curvo piegò di vivo sasso un arco,

Da cui tremula pende,

Quasi natia portiera

Intrecciata di foglie, edra tenace.

Scorre avanti la soglia

Di perle liquefatte un dolce rio,

Un rio di gran torrente umido figlio,

Che tra le verdi sponde

Col tremolar de l'onde

Sì dolce mormorio distingue e tempra,

Ch'orgogliosetto ardisce,

Rotto fra sassi e miniate pietre,

Sfidar gli augelli ed emular le cetre.

Entro a l'alta spelonca,

Che sembra aver tutto sul tergo il monte,

S'apre un'ampia finestra,

Che dà spiraglio a l'aure e varco al sole.

Per entro il cavo speco

D'ogn'intorno verdeggia

Adobbando le mura,

Quasi serico drappo, edra serpente.

La gran madre d'Amor, la dea più bella,

Cittadina selvaggia,

Abbandonò sovente

Per queste piagge amene

Amatunta e Citera e Pafo e Gnido.

Appiè di questo monte

Errò sovente Amore,

D'arcier fatto pastore,

E col dorato strale,

Quasi con rozza verga,

Fu veduto cacciar selvaggi armenti.

La dea del terzo giro

Tra quest'ombre, in quest'antro,

Al suo zoppo geloso

Celò sovente i suoi furtivi amori,

Più che madre d'Amor, serva d'Amore.

Quivi sovente a Marte,

Guerriero inerme e nudo,

Fece altr'armi trattar che clava o scudo,

E strettamente avvinta

Con braccia innamorate

Al forte collo, a le robuste membra

Tenacissima feo dolce catena;

E fra quest'ombre ascosa

Non paventò giammai

Del fabro suo l'insidiosa rete.

Fra queste piagge errando

Vide il frigio pastor le dive ignude

E diè la memorabile sentenza

Ond'ebbe in guiderdon la bella argiva,

E l'alma Citerea vinse fra loro

La lite di bellezza e 'l pomo d'oro.

Quivi Cillenio alfine,

Prole di Maia e messaggier di Giove,

Da la bella Ciprigna

Fu ne l'antro e nel seno,

S'ha fede il ver, teneramente accolto.

Maravigliossi allora il gran Tonante,

Che risposte attendea,

De le lunghe dimore,

Ch'obliando le stelle,

Traeva in terra il volator messaggio;

E disse: "Or ch'ei non torna,

Ah, certo egli s'asconde

A qualche froda, a qualche furto intento;

O nel foco o ne l'onde

Arse ha le piume od ha tarpati i vanni".

Egli intanto giacea

Nel seno innamorato,

Intento a furti sì, furti d'amore;

Arse le piume avea,

Ma fu d'Amor la face,

Che di lascivo ardore

Acceso insieme avea le piume e 'l core.

Avea tarpati i vanni,

Non fra l'onda de' mari o de' torrenti,

Ma in un mar di dolcezze, ove da stelle

Di duo begli occhi scorto

Giunse d'amore e d'un bel seno al porto.

Già sette volte il sol ne l'oriente

La gran face del giorno accesa avea;

E sette volte ancor l'umida notte

Avea spiegata in cielo

La sua vaga di stelle occhiuta pompa:

E sempre vide il sol, vide la notte

Fra i duo celesti amanti

Baci iterati e rinovati amplessi.

Lasciò lo speco alfine

Il nipote d'Atlante,

E per l'alte del ciel campagne aperte

Sen gì battendo e ribattendo i vanni,

E de la bella amante

Lasciò vedovo il sen, fecondo il grembo.

Già nove volte in cielo avea la luna

Tinto d'argento ed inarcato il corno,

Ed altrettante era più bella apparsa,

Rotando emula al sol sferica lampa,

Quando alfin Citerea

Dal bel fianco leggiadro

Figliò maturo il parto:

E nascer vide un nuovo sole il sole,

Del facondo Cillenio unica prole.

Al bel nato fanciullo

Fer le Grazie vezzose

Con le braccia e col sen tepida culla.

Porse a lui la Bellezza

Con la bianca mammella il primo latte,

E nel tenero viso

Stampò d'alta beltà celeste idea.

Al gentil pargoletto

Fecero applausi intorno

Scherzante il Riso e vezzeggiante il Gioco.

Ed egli a l'aure uscito

Non fe' di grida risonar lo speco,

Ma suo compagno il Riso

Da la bocca di rose

I lamenti fugò, bandì le strida;

E dal purpureo labro

Senza strepito uscir vedeasi un lume,

Simile a quel del cielo

Quando talor senza tonar lampeggia.

Non furo i suoi begli occhi

Di fanciullesco pianto umidi fonti,

Ma sì soavemente

Aprì le dolci sue vaghe palpebre,

Che dal sereno e tenero oriente

D'un leggiadretto volto

Parve quasi spuntar gemino sole:

E ben predisse allor la madre altera

Che quel guardo gentile

Esser dovea d'amor esca e focile.

Egli intanto crescea

Col variar degli anni;

E la madre gentil, bramosa e vaga

D'effigiar se stessa

Nel sembiante del figlio,

Al bel guardo, al bel viso,

De l'istessa Bellezza assai più bello,

Ogni giorno giungea

Di crescente beltà raggio novello.

Ecco che, di fanciul fatto garzone,

Con l'armi del bel viso egli diviene

Espugnator, trionfator de' cori.

Qual ritratto spirante

Egualmente somiglia

Il genitor, la genitrice al nome,

Il genitor, la genitrice al volto.

Quanta bellezza insieme

Argo già vide un tempo, e Cipro e Delo,

Tutta insieme raccolse, e 'l fior ne trasse

Il cielo e la natura;

Indi in questa figura

Quel misto di bellezze infuse e strinse,

E fabricò di mille volti un volto.

Sovra l'eburnea fronte

Pende la chioma errante,

Che sottile e tremante,

E sferzata da l'aure,

Vezzosamente in fiocchi d'oro ondeggia;

E talor lascivetta,

Innamorata anch'essa,

Intorno a quel bel viso,

Quasi per abbracciarlo,

Stende teneramente aurate braccia;

E con crespe vezzose in giù serpendo,

De la bianca cervice

Fende con solchi d'or le nevi intatte.

Se tu miri la fronte,

Diresti, è un orizonte,

Ch'a lo spuntar d'una serena aurora

Di lucido candor s'adorna e splende;

E come sotto l'alba il sole spunta,

Così quivi tu vedi

In fronte l'alba, e ne' begli occhi il sole.

Vezzosetto rosseggia

L'animato corallo,

Fonte del favellar, seggio del riso,

E in ogni moto par ch'inviti al bacio;

Gentil varco, onde spira

Un zefiro odorato,

Che le fiamme d'amor spirando accende;

Bocca che lascia in forse

Altrui quand'ella sia più dolce e bella,

O se ride o se bacia o se favella.

Ne la tenera guancia,

Quasi in cespo fiorito,

Tu vedi altera e 'n maestà pomposa

Tra candidi ligustri

Insuperbir, porporeggiar la rosa:

O spettacol d'amore,

Veder che spunti infra le nevi il fiore!

Nel vago giovinetto

L'abito, il crine, il volto

Vezzosamente è incolto,

Più bel, quanto men bello esser procura;

E mostra ogni sua parte

Quanto vaglia in beltà l'arte senz'arte.

Contempli pure, imaginando, e miri

Avveduto pensier, cupido sguardo,

Che dal piè leggiadretto al crin dorato

Ogni membro, ogni moto,

Insidioso a l'alme,

Una fiamma saetta e scocca un dardo.

Ei mosse un tempo ambiziosa lite

Al suo germano arciero,

Però ch'esser volea,

Come di lui più bello,

Nume d'amor, saettator de' cori;

Ma la lor genitrice

De la bella tenzon giudice fatta,

In tribunale assisa,

Nel leggiadro garzon gli occhi fisando,

"Questa, disse, tra voi mai sempre sia

Eterna, irrevocabile sentenza:

Porti l'arco Cupido,

Tu porta l'arco, o figlio;

Egli il porti sul fianco, e tu nel ciglio.

Ferisca egli col dardo,

Impiaga tu col guardo.

Ciascun porti la face e fiamme scocchi:

Egli la porti in mano, e tu negli occhi".

Già il vezzoso garzon, seme del cielo,

Avea compiuto il terzo lustro appena,

Quando d'abbandonar prese consiglio

Lo speco e Frigia e le natie contrade,

Al generoso cor termini angusti;

E fuor del patrio nido alfin lo spinse

Desio di gloria e di vagar vaghezza.

Bramò d'aver sovente

I veloci talari,

Del suo gran genitor pennuto arnese,

Per vagheggiar peregrinando intorno

Qualunque clima il sol riscalda, e quanto

Porta in grembo la terra, e quanto chiude

Tra le spumose braccia il salso flutto.

Vide i regni di Licia, e in essa il monte

Ove già il mostro orrendo,

La triforme Chimera,

Animata fornace, Etna spirante,

Di fiamme aver solea gravido il seno

E da tre vaste bocche arsiccie e nere

Spirar incendio e vomitar faville.

Indi rivolse il piede

Ai confini di Caria, e vide in essa

Ben mille e mille intorno

Sorger villaggi e torreggiar cittadi.

A le rive di Caria,

Verso il gelido Polo

Dove alberga Aquilon, splende Boote,

Vide intorno vagante

Fra girevoli sponde il bel Meandro,

Che, quasi peregrin ch'errante e vago

Per ignote contrade abbia smarrito

Del suo primo sentier la scorta e l'orme,

Parte, gira, ritorna,

Indi, quasi pentito,

Parte di nuovo, e poi se stesso incontra,

E con ritorto corso

E con lubriche rote

Forma girando un labirinto ondoso.

Tra le piagge di Caria

Il giovinetto alfin gira le piante

A quel loco fatale,

Là, dove il guida il suo nemico Amore,

D'alma crudel vendicator possente.

Sì vago, ameno è il loco,

Che 'l grand'occhio del ciel pari non vede

Da la foce del Gange al piè di Calpe.

Quivi con ampio giro

Un brel prato si stende,

A cui cento ruscelli

Col fuggitivo lor mobile argento

Fan verdeggiar mai sempre il manto erboso.

Le cadenti rugiade,

I zefiri spiranti,

Irrigando e soffiando,

A la vaga de' fior lieta famiglia

Porgono eternamente umore e vita.

Ed essi in varie guise,

Quasi stelle odorate

O di vario color gemme minute,

Rappresentano altrui

Un bel fiorito ciel, stellante un prato.

Intorno al verde suolo

Fanno i pini e gli abeti alta corona,

E paion fabricar frondoso un muro

O verdeggiante un vallo,

Per mantener muniti

Da l'assedio del sole i fiori e l'erbe.

E 'n quella guisa appunto

Che talora spirante aura leggera

Va formando sul mar tremule crespe,

Così quivi soffiando un vento molle

Fa, con aura gentil, carca d'odori,

Ondeggiar, tremolar l'erbette e i fiori.

In mezzo al prato adorno,

Quasi gravida il sen, la terra aprica

Tumidetta si gonfia e forma un colle,

A cui ridente e molle

Primavera mai sempre

Smalta d'erbe il terren, l'erbe di fiori.

Sbocca di grembo al poggio

Di cristallino umor vena feconda,

Che, con dolce susurro

Lievemente cadendo

In conca di smeraldo,

Di ruscelletto si trasforma in lago.

Qui non canna palustre,

Non giunco od alga immonda

Turba il chiaro de l'acque umido letto,

Ma, come il sol per lucido cristallo,

Così 'l guardo per l'onde

Penetrando s'interna, e scorge in quelle

Di coloriti sassi

Dipinto il suolo e miniato il fondo,

E mirando distingue

I muti nuotatori a cento a cento,

Ch'hanno d'ebano il dorso, il sen d'argento.

I fiori in su le sponde,

Quai Narcisi novelli,

Per specchiarsi ne l'onde

Piegano il collo e l'odorato capo;

E sì vaga di lor viva sembianza

Con limpido pennel l'acqua ritragge,

Che distinguer non puossi,

O ne l'onda o su l'orlo,

Tra l'incerta de' fior gemina schiera

Qual sia di loro o simulata o vera.

Del bel poggetto a la sinistra falda

Siede opaca selvetta,

In cui frondeggia il mirto, ombreggia il lauro,

E l'ombra densa e fresca

Da la testa de' tronchi

Cade sul piede al colle, in grembo al lago.

Quivi l'ombra è sì densa,

Che tra le frondi il cielo

Non penetra col sole, e non appare.

Ma quasi un altro ciel vago e contesto

Di rami verdeggiar quivi si mira,

E se questo non gira,

Mostra ben egli almen, tremule e belle,

Le sua poma dorate, e paion stelle.

I più degni augelletti,

Musici semidei, pennuti eroi,

Lungi dagli altri augelli

Fan quivi il nido lor, quasi sdegnando

De la plebe volante il vil concerto,

Però che più degli altri

Di lievi gemme han variato il manto,

Più vago il rostro, e più canoro il canto.

Nel bel romito loco

Ben mostran d'ogn'intorno

I fior, l'erbe, le piante, e l'ombre e l'ora,

Che quivi Amor soggiorna, e Febo e Flora.

Stassi tra queste piante, in riva al lago,

Ninfa bella e leggiadra,

Più bionda il crin, più vezzosetta il guardo,

Più bianca il sen, più dilicata il volto,

Ch'altra fosse giammai

Veduta in selve o per campagne errante

Mover piè, coglier fiori o premer l'erbe.

Ella però non ebbe unqua vaghezza

O d'affrontar con l'asta orsa spumante

O col fiero molosso aspro cignale;

Né mai dietro la traccia

O di volante o di corrente preda

Lasciò rapace augel, rapido veltro;

Né con l'altre compagne unqua contese

Con l'arco al segno o con le piante al corso.

Le Naiadi sorelle

Dissero a lei sovente:

"Segui, o Salmace bella,

De la bella Diana e l'arti e l'orme;

Prendi una volta, prendi

O 'l dardo in mano o la faretra al fianco".

Ma la ninfa gentile,

D'altri studi seguace,

Del bel fiorito loco altera Donna,

Fuor del romito suo noto confine

Sdegna con l'orme sue stampar l'arena.

Quivi a le belle membra

Porge il lago vicino

Di tepido licor dolce lavacro,

Il bel lago vicin, che crebbe ai pianti

Di ben mille da lei sprezzati amanti.

Vaga sol di se stessa,

Or con la man di neve

Tratta eburneo stromento,

Quasi di mille denti aratro acuto,

Con cui, per seminar l'esca d'amore,

Ara del biondo crine il campo aurato.

Adornando le chiome,

Or le distingue in tortuose trecce,

Or con bel nastro d'or l'aggira e strigne:

E sempre, o strette o sciolte,

Han pur mill'alme in mille lacci involte.

Or com'adorni il seno, infiori il crine,

Al fonte lusinghier chiede consiglio,

Or corcandosi in grembo al verde suolo

Si fa d'erbe e di fior morbido letto.

Or va succinta in bianca veste e pura,

Or agli omeri adatta

Di celeste color serica gonna,

Ch'è ricamata a stelle e d'or trappunta.

Or copre il piè leggiadro

D'argentato coturno,

Cui fan ricco le gemme e l'oro e l'opra;

Or per la bella piaggia

Sen va, disciolta il crin, nuda le piante;

E raccogliendo i fiori,

Non di tutti egualmente il grembo colma,

Ma sol di quei fa scelta,

Che di candido latte

Han dipinte le foglie, o di cinabro,

Per farne un paragone al seno, al labro.

E se raccoglie un fiore,

Per baciarle il bel piede un altro spunta,

E veder non si può quai sien maggiori,

I doni o pur le prede,

Mentre fura la mano, e dona il piede.

Allor fiori cogliea, quand'ecco apparve

Il figlio di Cillenio e di Ciprigna.

Vibra la ninfa in lui cupido il guardo,

E del guardo il pensier segue la traccia;

E l'uno e l'altro in quel celeste oggetto,

Di beltà, di piacer si nutre e pasce,

Ma d'amor, di desio sugge veleno.

Indi il guardo e 'l pensier, quasi canale

D'un torrente di foco,

Per la foce degli occhi

Sgorga sul petto incendioso un fiume,

E 'n diluvio di fiamme il cor sommerge.

Muove la ninfa il piede

Ver l'amate bellezze,

Per iscoprir la fiamma a chi l'accende,

Ma in que' begli occhi vede

Una lascivia onesta,

Che, se l'alme innamora,

Le fa timide ancora;

Onde s'amor la sprona,

Il timor la raffrena,

E se 'l core ha veloce, il piede ha lento.

Pur vede in quel bel volto

Un non so che di maestà non schifa,

Che, se l'alme sgomenta, ancor l'affida.

Onde fra dubbio e speme,

Timidamente ardita,

A lui s'appressa, e manda

Fin dal centro del core

Un sospiro, un oimè, nunzi d'amore.

Alfin tanto di spirto

Dal suo cordoglio impetra,

Ch'alcune può formar voci, ma tronche,

E nel suo favellar chiaro risuona

Un non so che d'affettuoso e mesto,

Che par che dica ogni sua voce: Io moro.

"O garzon peregrino,

Deh, s'hai, com'il sembiante, anima bella,

Ferma il bel piè tra queste selve, ferma:

Venner ben talor anco

Numi del cielo ad abitar le selve.

Deh posa o su quest'erbe o 'n questo seno

L'affaticato fianco!

Qui l'aura è dolce e fresca,

Fresca, se non l'infiamma

L'ardor de' miei sospir, de' tuoi begli occhi,

Di que' begli occhi, ahi lassa,

Ch'ebber sì pronta a' danni miei l'offesa,

Ch'io fui da lor, pria che veduta, accesa.

O mille volte e mille

Salmace avventurosa,

Se com'amante, così amata o sposa,

Te nel suo letto e ne le braccia accoglie!

Ma s'altra è pur tua sposa,

Non isdegnar, ti priego,

Che pochi baci occulti

Da la tua bocca a la rivale io furi.

O s'altra ninfa o dea

Nutre nel tuo bel seno un più bel foco,

Deh concedi pietoso,

Concedi a chi si muore

Baci almen di pietà, se non d'amore.

E s'ancor la pietade

Ti par sovverchia al mio languir mercede,

Non mi negar almeno

Ch'io prenda, anzi ch'io mora,

Baci, se non d'amante, almen di suora".

Qui tace, e già s'accinge

Ad abbracciarlo, ad unir bocca a bocca.

Ma niega egli, e s'arretra

Altero e non curante,

Come freddo in amor, sordo a l'amante,

E vergognando tinge

Di novello rossor l'ostro natio:

"Che lingua innamorata

"A chi d'amore è sciolto,

"Quando il cor non accende, accende il volto.

Poi schivo ed orgoglioso:

"O ninfa, egli risponde,

Se tu non parti, io parto,

Ché pasce altro pensier la mente mia,

Che di lascivo ardor, che di follia".

Ed ella ubidiente

Non può soffrir che parta

(Perché non vuol morir) l'anima sua,

Onde, timida e mesta,

Ne l'ombrosa selvetta il piè rivolge,

Per poter vagheggiar non vagheggiata,

Infra le piante ascosa,

Del bel garzon vergognosetto il volto.

Era ne la stagion che 'l gran pianeta

De la fera nemea preme la terga

E su l'alto meriggio

Dal suo bell'arco acceso

Del più cocente ardor gli strali avventa.

Stanco, anelante, il peregrin vezzoso

Quivi frena le piante, e 'n braccio a l'erbe,

Dove stende un abete opaca ombrella,

Vago di riposar si corca e giace.

Fur vedute l'erbette

Alzarsi a lui d'intorno,

Per dare a quel bel viso

Col verde labro avidamente un bacio.

Il candido ligustro

E 'l vermiglio amaranto

Videro in quel sembiante

E biancheggiar la fronte

E rosseggiar la guancia

Di più puro candor, d'ostro più bello.

L'abete innamorato

Piegò la fronte ombrosa,

Stese le verdi sue ramose braccia,

Per dargli un bacio, un amoroso amplesso.

Egli intanto piovea

Da la fronte e dal crine

Di stillante sudor lucide perle,

E dagli occhi piovea

Sovra il cor de la ninfa,

Che da lungi il vedea, nembi di foco.

Quindi volge le piante

Colà dove l'invita

Dolce il susurro e 'l zampillar de l'onde,

E per la verde riva,

Trattosi il bel coturno,

Se ne va spaziando e bagna il piede.

Sente destarsi il lago

Nel suo gelido sen fiamme d'amore;

Né di baciar contento

Con le liquide labra il bianco piede,

Per meglio avvicinarsi

Brama d'aver, lascivo,

Maggior copia d'umor, più cupe sponde:

E ben, quanto può, l'onde alzar rassembra,

Per bagnar, per baciar tutte le membra.

Sovra il limpido specchio

Il leggiadro garzon piega la fronte,

E nel finto sembiante

Che tra l'acque vagheggia

Per immensa beltà se stesso ammira;

E di se stesso vago

Arderebbe d'amore,

Se non che gli sovviene il folle esempio

Del semplice Narciso,

Dal fonte acceso e da se stesso ucciso.

Talor le mani stende,

E d'ambe insieme unite,

Incurvando le palme,

Fa di vivo alabastro angusta coppa;

Poi la sommerge ed empie

Di soave licore, indi ne porge

E bevanda e lavacro al labro, al volto.

Mira la ninfa intanto

I begli atti lascivi,

E mentre egli pur beve, anch'ella beve:

Beve ella sì, ma in variata foggia,

Ch'egli beve nel fonte,

Ed ella in duo begli occhi;

Egli sugge de l'onde il fresco umore,

Ella beve da quei foco d'amore.

Ecco invitato alfine

Da la cocente arsura,

Da lo spirar de l'aure,

Da le tepide linfe,

Trasse dal bianco sen le spoglie aurate,

Indi tutte mostrò le membra ignude:

E qual novello sol, deposto il manto,

Quasi d'oscure nubi un fosco velo,

Innamorò di sue bellezze il cielo.

La bella ninfa allora

Di stupor e d'amore agghiaccia, avvampa,

E dice: "Oimè, che veggio?

Qual deità celeste

Oggi lasciò per queste piagge il cielo?

Agli atti, a le sembianze,

A le piaghe, a le fiamme,

Onde l'alma traffige e m'arde il core,

Egli pur sembra Amore;

E se l'ali non porta,

L'ha prestate al mio cor, ch'a lui sen vola.

Ahi bella, ahi dolce vista,

Mongibello animato,

Ch'è coperto di neve, e fiamme avventa.

Ahi feritor crudele,

Che, per far nel mio core

I colpi e le ferite

Più mortali e più crude,

Tutte de la bellezza ha l'arme ignude".

Ei da la verde sponda

Con un salto leggero alfin spiccossi

E guizzando ne l'onda

Inargentò di bianca spuma il lago.

Quivi si pone audacemente a nuoto,

Le belle braccia inarca,

E mentre or le ristrigne, or le distende,

Con quell'arco d'avorio

De la ninfa, che 'l mira, il cor saetta.

Disfà poscia quell'arco,

E cangia forma al nuoto,

E con uffizio alterno

Or questa, or quella man l'onda percote.

Il piè leggiadro ancora

De la candida man s'accorda al moto,

Si distende con lei, con lei si stringe:

Quand'ella fende l'acque, egli le spinge.

Parean le belle membra

Fra liquido cristal nevi guizzanti,

O tra lucido vetro

Candidissimi avori o gigli ascosi;

E l'umidetto crine

Sovra l'acque parea

Quel vello d'or, cui già portò per l'onde

Da le rive de' Colchi il legno argivo.

La ninfa arde e si strugge,

Stupida il ciglio e palpitante il core,

E non è la sua vita altro ch'un guardo.

Scioglie la lingua alfine

A lamenti interrotti,

Ch'escono a mille a mille,

Quasi del chiuso ardor fumi e faville:

"Deh perché non poss'io,

Quasi un'altra Aretusa, Aci novello,

Stillarmi in acqua e liquefarmi in fonte?

Che così forse, ahi lassa,

Potrebbe il mio bel sol, l'idolo mio,

Nel mio grembo guizzar, nuotarmi in seno".

Volea più dir, ma il traboccante amore

Chiude il varco a la voce e l'apre al pianto,

E un intenso dolor tanto l'accora,

Che diresti, o non vive, o par che mora;

E non dà segno altrui che viva o spiri,

Se non col pianto suo, co' suoi sospiri.

Tace, ma infra se stessa,

Come prima a le selve, al cor ragiona:

"Che fai mio cor, che temi?

Salmace neghittosa,

Ardisci e spera e tenta,

E 'l tuo nemico, or ch'egli è nudo, assali.

Ecco al varco la fera,

Che crudeltà ti tolse, or t'offre Amore,

Fatto de' tuoi martir forse pietoso.

Se vuoi, se tanto ardisci,

Chi del tuo cor fe' preda, or fia tua preda;

Tu la incontra e la prendi,

Ché ben degno il tuo furto è di perdono:

Facciasi il furto a chi contende il dono".

Così dicendo infiamma

D'ardore il volto e d'ardimento il core,

E si muove e s'avvanza,

E corre già rapidamente al lago.

Poi si pente e si ferma,

E 'l piè sospeso in aria,

Resta in forse o se vada o pur se torni;

Or s'arretra, or s'inoltra,

Or sembra audace, e pur d'osar non osa;

Or avvampa, or agghiaccia, e in un momento

Cangia speme, pensier, voglia e spavento.

Da le furie d'amor sospinta alfine,

Bella d'amor baccante,

Squarcia al seno la gonna, al crine il velo,

E, qual fera selvaggia

Da la fame agitata,

Esce fuor de la selva e, giunta al lago,

Famelica d'amor guizza ne l'onde.

Quivi al bel nuotator s'avventa e strigne,

E con tenaci braccia

Unisce petto a petto e bocca a bocca.

Egli, ch'amor non sente,

D'improviso timore agghiaccia e trema;

Volea gridar, ed ella disse: "Ah taci!"

E la bocca gentil chiuse co' baci.

Ma ritrosetto e schivo,

Pugna, resiste e niega,

E di fuggir pur tenta

De la bella nemica i nodi e l'arti.

Ella viè più tenacemente il cinge,

E 'l preme e 'l bacia e lo si strigne al seno.

Ei sembra irata serpe,

Cui rapisce talor l'augel di Giove,

Che, quanto più sublime

Per lo campo de l'aria egli la porta,

Ella con torti giri

E con lubrica coda al fiero artiglio

Tenacissimi ceppi avvolge e strigne,

E di frenar si sforza

Del rostro i colpi, e l'agitar de l'ale;

E giudicar non lice

Qual sia di lor più strettamente avvinto,

E sta quasi il pensier dubbio qual creda

Che sia di loro o predatore o preda.

Teme, ahi, teme la ninfa

Non l'involato bene a lei s'involi,

E mesta e sospirosa

Volge le luci al cielo, e piagne e prega:

"Non avrò dunque, ahi lassa,

Per la vittoria mia dolce trofeo

Ne la lutta d'amore altro che baci?

Deh, grande e sommo Giove,

S'egli è pur ver ch'un tempo

S'accese nel tuo cor fiamma d'amore,

E 'n sembianza di tauro

Da le sidonie sponde

Traesti già per l'onde

Di bel furto amoroso onusto il tergo,

Fa che tra l'onde anch'io

Vinca il crudele, il non amante amato,

E 'l mio furto d'amor non mi si tolga.

Strigni, tu strigni, o Giove,

Seno a seno, alma ad alma, e core a core

Con nodi indissolubili e tenaci,

Sien catene le braccia, e nodi i baci.

O se vuoi pure (ahi sfortunata amante!)

Che costui dal mio sen disciolto sia,

Sciolgasi anco dal cor l'anima mia".

Sì disse, e Giove udilla:

Quand'ecco, o meraviglia,

L'una a l'altro s'unisce,

L'un ne l'altra si cangia;

Egli in lei si trasforma, ed essa in lui,

E un invisibil nodo

Fa di gemino corpo un corpo solo.

Entro il femineo corpo

Maschio vigor si chiude,

E nel corpo virile

Si mischia e si confonde il sesso imbelle.

L'uno e l'altra pur anco

E spira e parla e sente,

Vive pur egli ancora, e vive anch'ella,

Né più dir si potrebbe: è questi, è quella.

Su la sinistra sponda

De l'italico Reno,

A la sua bella Iole

Così dicea favoleggiando Aminta.

Indi soggiunse: "O ninfa,

Tu più bella di lui, di lui più cruda,

A me, di lei più fieramente acceso,

T'unirai forse ancora

Per vendetta del cielo,

Ch'egli può ben unir col foco il gelo".

Così detto, il pastore

Al ragionar con un sospir fe' punto:

Ella di lui si rise, ed egli pianse.

Allor l'eterno auriga in occidente

Sciolse i destrier dal suo bel carro adorno,

E fine impose al favellare, al giorno.