LA SPADA DI FEDERICO II re di Prussia.

By Vincenzo Monti

Sul muto degli eroi sepolto frale

Eterna splende di virtù la face.

Passa il tempo, e la sventola coll'ale,

E più bella la rende e più vivace.

Corre a inchinarla la virtù rivale;

Alessandro alla tomba entro cui tace

L'ira d'Achille, e maggior d'ogni antico

Bonaparte all'avel di Federico.

Del sudore di Iena ancor bagnato

Al sacro marmo ei giunse, e la man stese

Al brando che in Rosbacco insanguinato

Tarpò le penne del valor francese;

Famoso brando dal martel temprato

Della sventura; e che per dure imprese

Nomar fe grande chi lo cinse, e dritto

Diede e splendor sovente anco al delitto.

La man vi stese, e disse: — Entra nel mio

Pugno, o fatal tremenda spada. Il trono

Ch'alto levasti, e i lauri onde coprìo

Un dì la fronte il tuo signor, miei sono.

Dal gorgo intatta dell'umano obblío

Sua gloria volerà; ma tale un suono

Di Iena i campi manderan, che fiacco

Quel n'andrà di Torgavia e di Rosbacco. —

Così dicendo, con un fier sorriso

L'impugna; e il ferro alle contente ciglia

Dalla vagina già splendea diviso.

Mise l'arme una luce atro–vermiglia;

Mise, forte tremando, un improvviso

Gemito il sasso: ed ecco maraviglia,

Ecco una man che scarna e spaventosa

Sul nudo taglio dell'acciar si posa.

Era del guanto marzial vestita

La terribile mano, e si vedea

Sangue uscirne a gran gocce; e tosto udita

Fu roca orrenda voce che dicea:

— Chi sei che al brando mio porti l'ardita

Destra? — E il brando di forza a sè traea;

E un fremer si sentía di rotte e cupe

Voci, qual vento in cavernosa rupe.

Rise il franco guerriero alla superba

Sdegnosa inchiesta per lui solo intesa

(Chè sol delle grand'alme al senso serba

I suoi portenti il cielo e li palesa);

Il magnanimo rise; indi in acerba

Sembianza d'ire generose accesa,

— È mia, gridò, cotesta spada; e invano

La contende Averno a questa mano.

Se di Cocito su la morta foce

Non vien dei fatti di quassù la fama,

Se laggiù del mio nome ancor la voce

Non ti percosse e di saperlo hai brama;

Chiedilo a quel tuo trono, ombra feroce,

Che là giace atterrato, e invan ti chiama.

Tu ben sette, a fondarlo, anni pugnasti,

Io sette giorni a riversarlo: e basti. —

Non tutto ancora il suo parlar finiva,

Che un doloroso altissimo lamento

Suonò per l'aria, e alla virtù visiva

Del favellante eroe sparve il portento.

Ma non già sparve agli occhi della diva

Che animando su l'arpa il mio concento

Presta al pensiero la pupilla e il move

Per le vie de' baleni in grembo a Giove.

Ivi si spazia, e con intatte piume

Tra gli accesi del dio strali s'avvolve;

A suo senno de' fati apre il volume;

Tocca il sigillo del futuro, e il solve;

E fragoroso passar vede il fiume

Dell'umane vicende, e sciolti in polve

Sparir là dentro i troni e su la bruna

Onda regina passeggiar fortuna.

Poichè l'emersa dall'eterna notte

Larva scettrata infranto vide il soglio

Di Brandeburgo e violate e rotte

L'auguste bende del borusso orgoglio,

Cesse il ferro conteso; ed interrotte

Di furor mormorando e di cordoglio

Fiere parole, all'aura alto si spinge,

E lunga lunga il ciel col capo attinge.

Perchè nessuna al suo veder si rubi

Di tante alla gran lite armi commosse,

Squarcia d'intorno colla man le nubi;

E sì truce fra nembi appresentosse,

Ch'un de' negri parea vasti cherubi

Che un dì la spada di Michel percosse.

Bieca allor la grand'ombra il guardo gira

Sul pugnato suo regno: ed ahi! che mira?

Di prusso sangue dilagate e nere

Mira di Iena le funeste valli,

E le sue sì temute armi e bandiere

E i vantati non mai vinti cavalli

Fulminati o dispersi, e prigioniere

Gir le falangi, e i bellici metalli

Su meste rote con le bocche mute

Cigolando seguirle in servitute.

Mira il nipote successor pentito

Morto alla fama ed al rossor sol vivo

Voltar le spalle e maledir l'invito

Dell'Anglo insultator del santo olivo.

Mira i prenci congiunti, altri ferito,

Altri spento in battaglia, altri captivo.

E cagion fugge delle ree disfide

La regal donna. Amor la segue, e ride.

Del valor, che di Praga e di Friedbergo

Cinse un giorno gli allori alle sue chiome,

Cerca i duci: e qual cade, e qual dà il tergo,

Qual l'armi abbassa trepidanti e dome.

Della prisca virtù sciolto è l'usbergo

Da tutti i petti: si spalanca al nome

Del vincitor qual rôcca è più sicura

E ne volge le chiavi la paura.

Spinge l'Elba atterrite e rubiconde

Al mar le spume; e il mar le incalza al lido

Anglo muggendo, e su le torbid'onde

Gl'invía del sangue sì mal compro il grido.

A quel muggir l'Odéra alto risponde,

E — Rispetta il lion, bada al tuo nido,

Grida allo Sveco dalla riva estrema;

Bada al tuo nido, re pusillo, e trema. —

Di fanciulli e di padri orbi cadenti

Il coronato spettro ode frattanto

Le pietose querele, ode i lamenti

Delle vedove donne in negro ammanto;

Ode urli e suono di feroci accenti;

E vede all'onda del pubblico pianto

La discesa di Dio giusta vendetta

Folgorando temprar la sua saetta.

E temprata e guizzante la ponea

Nel forte pungo del guerrier sovrano:

Nè cangiata il divin dardo parea

Sentir del primo vibrator la mano.

L'ira allor delle franche armi sorgea

Superante il furor dell'oceáno,

Simile all'ira del signor del tuono

Che guarda bieco i regni, e più non sono.

Pur, siccome talor, rotta la scura

Nube, furor porge la serena testa

Il ministro maggior della natura,

E i campi allegra in mezzo alla tempesta;

Bella del par clemenza fra la dura

Ragion dell'armi al cor si manifesta,

E di mano all'eroe tenera diva

Fa lo strale cader che già partiva.

Qua vedi al pianto di fedel consorte

Rimesso di sleal sposo il delitto,

E di malizia gravido e di morte

Pietose fiamme consumar lo scritto;

Là del sedotto Sàssone le torte

Vie d'error perdonate, e allo sconfitto

Ricomposte sul crin le regie bende,

Che or fatto amico un maggior dio difende.

Ecco poscia un diadema in tre spezzato

(Se non inganna dello sguardo il volo)

Saldarsi, e ratto del gran sire al fiato

Que' tre brani animarsi e farne un solo.

Rompe al nuovo prodigio il vendicato

Polono i ceppi, e dell'artico polo

Alle barbare torme oppon più saggio

Saldi schermi di ferro e di coraggio.

Allor, siccome è di quel forte il senno,

Prender nuova sembianza e depor l'ire

D'Agenore la figlia; e quei che fenno

Tante piaghe al suo fianco impallidire;

E dell'invitto che la salva al cenno

Altri balzar dal solio, altri salire;

E il rio mercato ir chiuso ove al mal frutto

Compra il Britanno dell'Europa il lutto.

Al grande audace mutamente in viso

Guardansi i regi paventosi e muti,

E tremar nelle destre all'improvviso

Senton gli scettri in Albion venduti.

Cade ne' petti attoniti preciso

Ogni ardimento; e in fronte agli sparuti

Correttor delle genti in solchi orrendi

Scrive il dito di Dio: — Piega, o discendi. —

Dell'odiosa scritta non sofferse

L'ombra superba la veduta; e, fatto

Di nembi un gruppo, in quello si sommerse;

Nè più la vidi. Ma per lungo tratto

Nube vidi tremenda che coperse

Il germanico cielo esterrefatto;

E questo tuono mi feriva: — Avara

Regal semenza, a vender sangue impara. —

D'Europa intanto alla città reina

Viaggia della Spree la trionfata

Spada, e la segue con la fronte china

La borussa superbia incatenata.

Densa al passar dell'arme pellegrina

Corre la gente stupefatta, e guata:

E già la fama con veloce penna

Ne prenuncia la giunta in su la Senna.

Fuor dell'onda levarsi infino al petto

L'altero fiume regnator fu visto,

E nel vivo raggiar del glauco aspetto

Splendea la gioia di cotanto acquisto.

Ma un segreto del cor grave rispetto

Del trionfo al piacer sorgea commisto

All'apparir del brando che si spinse

Sol contro cinque in sette campi e vinse.

Luogo è in Parigi alla Vittoria sacro,

Ove i Genii di Marte alle severe

Ninfe compagni dell'ascreo lavacro

Cantan de' Franchi le virtù guerriere.

Della diva d'intorno al simulacro

Penson l'arme de' vinti e le bandiere;

E n'è pieno il tempio, che alle nuove

Nimiche spoglie omai vien manco il dove.

Ivi di cento ferrei nodi avvolto

Freme l'orgoglio delle genti dome,

Ivi l'atre congiure, ivi lo stolto

De' regnanti furor raso le chiome.

Lordo di bava i mostri alzano il volto

Alle perdute appese insegne, e, come

Rabbia li rode, colle gonfie vene

Fanno il dente suonar su le catene.

Prodi di bianco pelo, a cui caduta

Del corpo è la virtù, ma non del core,

Custodiscono il loco; e la canuta

Fronte ancor spira militar terrore.

A questo tempio fra la turba, muta

Di riverenza insieme e di stupore,

In guardia dato al buon guerriero antico

Passa il brando immortal di Federico.

— Questo è dunque, dicean le generose

Tremole teste de' vegliardi eroi,

Questo è il ferro a cui tutta un dì s'oppose

L'ira d'Europa e si pentì dappoi?

Questa l'arme fatal che fea spumose

Del nostro sangue le campagne? E noi,

Illustri avanzi del tuo sdegno, or scinta

Te qui vediamo e la tua luce estinta?

Ma, se trofeo cadesti, o forte spada,

D'una spada maggior che aprir ferita

Sa più profonda, non verrà che cada

Mai la fama al tuo lampo partorita.

In questa di valor sacra contrada

Alti onori t'avrai: chè riverita

Pur de' nemici è qui la gloria, e schietti

Della tua faran fede i nostri petti. —

Sì dicendo, scoprir le rilucenti

Colte in Rosbacco cicatrici antiche;

E vivo scintillò negli occhi ardenti

Il pensier delle belliche fatiche.

Parve l'inclita spada a quegli accenti

Agitarsi e sentir che fra nemiche

Destre non cadde; parve di più pura

Luce ornarsi e obbliar la sua sventura.