LA SPELONCA

By Giacomo Leopardi

Notte già regna, in un sopor tranquillo

Giaccion le genti, e non avvien, che rompa

Il tacito silenzio aura fischiante,

Nè l'abbajar del vigile mastino;

Tutto riposa; ma riposo, o tregua

Tirsi non trova in sul notturno letto

Volgesi irrequieto, il pensier tetro

De le diurne cure, e de gli odiati

Aspri travagli, a cui tuttor si espose

Agitan l'alma, ed il turbato spirto

Pace trovar non sa; sorge, e dolente

Così la noja in meste voci esprime.

“Misero! e qual contento ora ti apporta

Il fulgid'oro, il lusinghiero argento,

Ch'avido ricercasti? e qual vantaggio

Aver tu puoi da l'alto onor, che invano

Trovar bramasti, se del cuor la pace,

Se la gioja perdesti? indarno ammassi

Con avido desìo ricchezze insane,

Contento, libertà, pace, riposo,

Fuggon lungi da te; che pensi?” e immerso

In profondo dolor la mesta fronte

Con la destra puntella, e tace; intanto

Scendeano innosservate a lievi stille

L'involontarie lacrime; le affrena

Tirsi doglioso, e a le pupille appressa

Il bianco lino; indi la mesta face

Spegne, e si stende su l'odiose piume,

E sospirando il chiaro giorno aspetta.

Quand'ecco ascolta a taciturni passi

Avvanzarsi qualcun, l'orecchio tende

Sorge, e la face estinta incerto avviva,

Gira il guardo dubbioso, e mira... un'Ombra...

Una Larva avvanzarsi... egli feroce

Stende al ferro la man, lo snuda, e “fuggi

Esclama, Ombra fatal, fuggi, che cerchi?

Perchè da le funeste, oscure tombe

De' viventi a turbar la pace uscisti?”

“Taci; l'Ombra gridò; taci una Larva

Non è quel, che tu vedi, un Nume è desso

De le foreste il Dio, riponi il brando,

O malcauto mortal; vieni, che speri?

Pace, e gioja trovar fra le superbe,

Infide mura, in cui l'invidia regna,

Da cui fugge il contento, e la bramata,

Aurea semplicità? folle! tra i boschi,

Sul verde suol, ne le campagne apriche

Quivi regna il contento, il cuor bramoso

Quivi d'altro non è, vieni” Confuso,

Attonito restò Tirsi atterrito:

“E chi ti spinse; palpitando esclama;

Silvestre Nume a confortar benigno

Un'alma afflitta, e ad un oppresso cuore

Pace e gioia donare?”... “orsù t'affretta;

Disse l'agreste Dio, cupa è la notte

Tace sopito il mondo, io ti son guida;

In tacita magione, a l'ombra amena

De gl'intricati boschi alberga, e regna

Il tranquillo riposo, ivi potrai

La pace ritrovar, vieni” s'appresta

Tirsi al cammino, in bianco lino involge

Il ricco scrigno, e seco il trae, sen parte

Il Dio silvestre egli giocondo il segue,

E la patria magion lieto abbandona;

S'innoltrano del pari, e le superbe,

Odiate mura già gli sono a tergo;

Il Dio s'avvanza, e le scoscese vie

Appiana, e toglie ogni molesto inciampo;

Movono il passo fra gli ombrosi rami

De le selve frondose; il nido ascosto

Abbandonan le fiere, e aperta via

Lasciano al Nume, egli s'innoltra, e il segue

Tirsi confuso; da l'opaco bosco

Sortiro alfine, e dirupato monte

Vidersi appresso di macigni, e scogli

Coperto intorno, fra i sassosi gioghi

Sorgean ramosi arbori alteri, e appiedi

De l'alpestre montagna un ampio prato

Il verde piano distendea, daccanto

Scendea da l'alto ampio torrente altero,

Romoreggiante, e col fragor de l'acque

A dolce sonno infra il notturno orrore

Chiamar sembrava le già stanche membra.

Quivi incavata ne l'alpestre sasso

Era un ampia spelonca, oscuro albergo

Di mandre, e greggi, che sdrajate, e stese

Sul duro suol da grave sonno oppresse,

Assopite giacean; v'entra il silvestre

Nume de' boschi, e “questa; dice; è questa

Tirsi la tua magion; quì tu potrai

Passar giocondo la tranquilla vita,

Quì la bramata pace, ed il riposo

Lieto godrai, del dolce suon talora

Di rusticale, ed inegual zampogna

Il cavo speco, e la spelonca oscura

Eccheggiar tu farai; talor con rozza,

Agreste canna di veloci penne,

E d'aspra punta, feritrice armata

Ucciderai le maculate tigri,

E i cervi alti–cornigeri, e le occhiute,

Timide Linci, e gli emuli talora

Potrai sfidare al paragon del canto.

Vivi tranquillo, il fulgid'or disprezza,

Sdegna i superbi onori, e amica pace

Trovar potrai di povertade in seno.”

Disse, e disparve. Uom, che dal sonno oppresso

Da Larve inquiete, e da funesti sogni

Fu nel sopor turbato, ed or gli parve

Gemer fra le catene in tetra, e nera

Carcere oscura, ed or su l'ampio dorso

De l'infido Ocean da l'onde acquose

Esser sommerso, e mentre un flutto orrendo

Già gli sta sopra, e di mirar gli sembra

Il ciel da l'alto con baleni, e lampi

Tuonare in suono spaventoso, e cupo;

Tosto il sonno sen fugge, ed ci che vede

Lungi il periglio minaccioso, e fiero

Così lieto non è, così confuso,

Come Tirsi restò; sogno fugace

Tutto gli sembra, e a gli occhi suoi non crede,

Gira lo sguardo palpitando intorno...

Incerto resta, e si confonde; alfine

Sul suol si stende, e breve sonno allora

Le membra opprime; il sol nascea, si desta

Tirsi, e l'antro abbandona, il verde prato

Contempla, e ammira l'ingegnosa pompa

De la saggia natura, erra, e Si aggira

Per le apriche colline, e per le amene

Vaste pianure, e per i boschi ombrosi.

Alfin sen torna a la spelonca oscura;

Quivi in profonda, angusta fossa asconde

L'oro lucente, e lusinghier, di pace

Fatal nemico, e di nojose cure

Funesto autor; semplicitade amica

Ora felice il rende, e lieto ci passa

In tranquillo riposo i lunghi giorni.