LA SPELONCA
Notte già regna, in un sopor tranquillo
Giaccion le genti, e non avvien, che rompa
Il tacito silenzio aura fischiante,
Nè l'abbajar del vigile mastino;
Tutto riposa; ma riposo, o tregua
Tirsi non trova in sul notturno letto
Volgesi irrequieto, il pensier tetro
De le diurne cure, e de gli odiati
Aspri travagli, a cui tuttor si espose
Agitan l'alma, ed il turbato spirto
Pace trovar non sa; sorge, e dolente
Così la noja in meste voci esprime.
“Misero! e qual contento ora ti apporta
Il fulgid'oro, il lusinghiero argento,
Ch'avido ricercasti? e qual vantaggio
Aver tu puoi da l'alto onor, che invano
Trovar bramasti, se del cuor la pace,
Se la gioja perdesti? indarno ammassi
Con avido desìo ricchezze insane,
Contento, libertà, pace, riposo,
Fuggon lungi da te; che pensi?” e immerso
In profondo dolor la mesta fronte
Con la destra puntella, e tace; intanto
Scendeano innosservate a lievi stille
L'involontarie lacrime; le affrena
Tirsi doglioso, e a le pupille appressa
Il bianco lino; indi la mesta face
Spegne, e si stende su l'odiose piume,
E sospirando il chiaro giorno aspetta.
Quand'ecco ascolta a taciturni passi
Avvanzarsi qualcun, l'orecchio tende
Sorge, e la face estinta incerto avviva,
Gira il guardo dubbioso, e mira... un'Ombra...
Una Larva avvanzarsi... egli feroce
Stende al ferro la man, lo snuda, e “fuggi
Esclama, Ombra fatal, fuggi, che cerchi?
Perchè da le funeste, oscure tombe
De' viventi a turbar la pace uscisti?”
“Taci; l'Ombra gridò; taci una Larva
Non è quel, che tu vedi, un Nume è desso
De le foreste il Dio, riponi il brando,
O malcauto mortal; vieni, che speri?
Pace, e gioja trovar fra le superbe,
Infide mura, in cui l'invidia regna,
Da cui fugge il contento, e la bramata,
Aurea semplicità? folle! tra i boschi,
Sul verde suol, ne le campagne apriche
Quivi regna il contento, il cuor bramoso
Quivi d'altro non è, vieni” Confuso,
Attonito restò Tirsi atterrito:
“E chi ti spinse; palpitando esclama;
Silvestre Nume a confortar benigno
Un'alma afflitta, e ad un oppresso cuore
Pace e gioia donare?”... “orsù t'affretta;
Disse l'agreste Dio, cupa è la notte
Tace sopito il mondo, io ti son guida;
In tacita magione, a l'ombra amena
De gl'intricati boschi alberga, e regna
Il tranquillo riposo, ivi potrai
La pace ritrovar, vieni” s'appresta
Tirsi al cammino, in bianco lino involge
Il ricco scrigno, e seco il trae, sen parte
Il Dio silvestre egli giocondo il segue,
E la patria magion lieto abbandona;
S'innoltrano del pari, e le superbe,
Odiate mura già gli sono a tergo;
Il Dio s'avvanza, e le scoscese vie
Appiana, e toglie ogni molesto inciampo;
Movono il passo fra gli ombrosi rami
De le selve frondose; il nido ascosto
Abbandonan le fiere, e aperta via
Lasciano al Nume, egli s'innoltra, e il segue
Tirsi confuso; da l'opaco bosco
Sortiro alfine, e dirupato monte
Vidersi appresso di macigni, e scogli
Coperto intorno, fra i sassosi gioghi
Sorgean ramosi arbori alteri, e appiedi
De l'alpestre montagna un ampio prato
Il verde piano distendea, daccanto
Scendea da l'alto ampio torrente altero,
Romoreggiante, e col fragor de l'acque
A dolce sonno infra il notturno orrore
Chiamar sembrava le già stanche membra.
Quivi incavata ne l'alpestre sasso
Era un ampia spelonca, oscuro albergo
Di mandre, e greggi, che sdrajate, e stese
Sul duro suol da grave sonno oppresse,
Assopite giacean; v'entra il silvestre
Nume de' boschi, e “questa; dice; è questa
Tirsi la tua magion; quì tu potrai
Passar giocondo la tranquilla vita,
Quì la bramata pace, ed il riposo
Lieto godrai, del dolce suon talora
Di rusticale, ed inegual zampogna
Il cavo speco, e la spelonca oscura
Eccheggiar tu farai; talor con rozza,
Agreste canna di veloci penne,
E d'aspra punta, feritrice armata
Ucciderai le maculate tigri,
E i cervi alti–cornigeri, e le occhiute,
Timide Linci, e gli emuli talora
Potrai sfidare al paragon del canto.
Vivi tranquillo, il fulgid'or disprezza,
Sdegna i superbi onori, e amica pace
Trovar potrai di povertade in seno.”
Disse, e disparve. Uom, che dal sonno oppresso
Da Larve inquiete, e da funesti sogni
Fu nel sopor turbato, ed or gli parve
Gemer fra le catene in tetra, e nera
Carcere oscura, ed or su l'ampio dorso
De l'infido Ocean da l'onde acquose
Esser sommerso, e mentre un flutto orrendo
Già gli sta sopra, e di mirar gli sembra
Il ciel da l'alto con baleni, e lampi
Tuonare in suono spaventoso, e cupo;
Tosto il sonno sen fugge, ed ci che vede
Lungi il periglio minaccioso, e fiero
Così lieto non è, così confuso,
Come Tirsi restò; sogno fugace
Tutto gli sembra, e a gli occhi suoi non crede,
Gira lo sguardo palpitando intorno...
Incerto resta, e si confonde; alfine
Sul suol si stende, e breve sonno allora
Le membra opprime; il sol nascea, si desta
Tirsi, e l'antro abbandona, il verde prato
Contempla, e ammira l'ingegnosa pompa
De la saggia natura, erra, e Si aggira
Per le apriche colline, e per le amene
Vaste pianure, e per i boschi ombrosi.
Alfin sen torna a la spelonca oscura;
Quivi in profonda, angusta fossa asconde
L'oro lucente, e lusinghier, di pace
Fatal nemico, e di nojose cure
Funesto autor; semplicitade amica
Ora felice il rende, e lieto ci passa
In tranquillo riposo i lunghi giorni.