LA STRADA DELLA GLORIA

By Pietro Metastasio

Già l'ombrosa del giorno atra nemica

Di silenzio copriva e di timore

L'immenso volto alla gran madre antica:

Febo agli oggetti il solito colore

Più non prestava, ed all'aratro appresso

Riposava lo stanco agricoltore:

Moveano i sogni il vol tacito e spesso,

Destando de' mortali entro il pensiere

L'immaginar dall'alta quiete oppresso.

Sol io veglio fra cure aspre e severe,

Com'egro suol che trae l'ore inquiete,

Né discerne ei medesmo il suo volere.

Al fin con l'ali placide e secrete

Sen venne il Sonno, e le mie luci accese

Dello squallido asperse umor di Lete.

Tosto l'occulto gelo al cor discese,

E quel poter, per cui si vede e sente,

Dall'uffizio del dì l'alma sospese.

Tacquero intorno all'agitata mente

L'acerbe cure, e inaspettato oggetto

Al sopito pensier si fe' presente.

Parmi in un verde prato esser ristretto,

Cui difendon le piante in largo giro

Dall'ingiuria del sol l'erboso letto

Picciol ruscel con torto piè rimiro,

Che desta nel cammin gigli e viole,

Pingendo il margo d'oriental zaffiro;

Chiaro così che, se furtivo suole

I rai Febo inviar su l'onda molle,

Tornan dal fondo illesi i rai del sole.

Dall'un de' lati al pian sovrasta un colle

Tutto scosceso e ruinoso al basso,

Ameno poi là dove il giogo estolle.

Di lucido piropo in cima al sasso

Sfavilla un tempio, che a mirarlo intento

Lo sguardo ne divien debile e lasso.

Veggonsi in varie parti a cento a cento

Quei che per l'alta disastrosa strada

Salir l'eccelso colle hanno talento.

La difficile impresa altri non bada,

Ma tratto dal desio s'inoltra e sale,

Onde avvien poi che vergognoso cada.

Altri con forza al desiderio uguale

Supera l'erta; e l'ampia turba imbelle

Gracchia, e si rode di livor mortale.

In me, che l'alme fortunate e belle

Tant'alte miro, la via scabra e strana

Desio s'accende a sormontar con quelle

Qual lioncin, che vede dalla tana

Pascere il fiero padre il suo furore

Nel fianco aperto d'empia tigre ircana,

Anch'ei dimostra il generoso core;

Esce ruggendo, e va lo sparso sangue

Su le fauci a lambir del genitore:

Tal io, sebbene a tanta impresa langue

L'infermo passo, per mirar non resto

Chi cada, o nel cader rimanga esangue.

E 'l giovanile ardor, che mi fa presto,

Oltre mi spinge, e a sceglier non dimoro

Se sia miglior cammin quello di questo.

Ma chi dirà l'ingiurie di coloro

Ch'empiono il basso giro? Alme invidiose!

Oh al bene oprar nemico infame coro!

In van speri quel premio che ripose

Alle fatiche il Ciel, s'altro non sei

Che impaccio alle grand'alme e generose.

Muovo per l'erta costa i passi miei:

Ma la turba crudel mi fu d'intorno,

Talché restarne oppresso io mi credei.

Altri ride sbuffando, e mi fa scorno;

Altri mi spinge acerbamente indietro;

E vuol che al basso suol faccia ritorno.

Altri con urli in spaventoso metro

L'orecchio offende e fa inarcar le ciglia,

O m'appesta col fiato infausto e tetro.

Co' denti altri e coll'unghie a me si appiglia;

Né pria rimuove la livida faccia,

Che la bocca e la man non sia vermiglia.

Altri, ch'altro non puote, i piè m'abbraccia,

E, se non giunge a darmi maggior duolo,

Il lembo almen delle mie vesti straccia.

Io, fra la rabbia del maligno stuolo

Contro di me senza ragione irato,

Che far poteva abbandonato e solo!

Già sono di sudor molle e bagnato,

Già mi palpita il core, anela il petto,

Laceri ho i panni, e sanguinoso il lato:

Già l'ardente desio cede al difetto

Del mio poter; ma venne a darmi aita

Del buon maestro il venerato aspetto.

Riconosco la guancia scolorita

Dal lungo studio, e 'l magistrale impero

Che l'ampia fronte gli adornava in vita.

A me rivolse il ciglio suo severo

Da cui pur dianzi io regolar solea

Delle mie labbra i moti, e del pensiero.

E in mezzo a quella turba invida e rea

Discese alquanto, e la sua man mi porse:

‘Deh! sorgi, o figlio, e non temer’, dicea.

Alla voce, alla vista un gel mi scorse

Dal capo al piè le più riposte vene,

Talché Bion del mio timor s'accorse,

E turbato soggiunse: ‘Ah! non conviene

Così di tema vil pingere il volto,

Se la mia man ti guida e ti sostiene.’

Quel gel che intorno al core era raccolto,

Poiché scaldò vergogna i sensi miei,

Venne su gli occhi in lagrime disciolto;

E dissi: ‘Ah padre, che ben tal mi sei

Se, poiché mi lasciasti in abbandono,

Sostegno e guida, ahi lasso! in te perdei:

E se quanto conosco e quanto lo sono,

Fuorché la prima rozza informe spoglia,

Di tua man, di tua mente è tutto dono;

Ah lascia almen che in pianto si discioglia

L'acerbo affanno, e in lagrime diffuso

Esca a far fede dell'interna doglia! ’

Ed ei: ‘Teneri sensi io non ricuso

Del grato cor: ma quest'imbelle pianto

Deh serba, o figlio, pur, serba ad altr'uso:

E, se degno esser vuoi di starmi accanto,

Giustamente adornar tue membra cerca

Di quel ch'io cingo luminoso ammanto.

Quello è il tempio di Gloria, che ricerca

Ogni alma e non rinviene; e quella sede

Col sangue solo e col sudor si merca.

Tu porta colassù l'accorto piede;

Ma sappi pria che 'l Senno ed il Valore

Della soglia felice in guardia siede:

E che quegli il bel tempio entra d'Onore,

Che col senno e coll'opre un dì poteo

Render d'invidia il nome suo maggiore.

Ivi è il buon Greco che sì chiari feo

I nomi di color per cui si rese

Specchio del frigio incendio il flutto egeo.

Ivi è colui ch'alto cantò le imprese

Del Troiano, e da cui sua nobil arte

Il fortunato agricoltore apprese.

V'è Demostene, Tullio, e a parte a parte

Qualunque lunga età da voi divide

Che latine vergasse o greche carte:

Ivi è colui che vincitor si vide

Scorrer la Grecia prima, e pianger poi

Per invidia sul cener di Pelide.

Tomiri v'è fra' bellicosi eroi,

Che fece il tronco capo al re persiano

Saziar nel sangue de' seguaci suoi.

Ivi è il feroce condottier tebano

Che ruppe nella Leutrica campagna

L'audace corso del furor spartano.

V'è Scipio che, scorrendo Africa e Spagna,

Vinse Annibàl, per cui paventa ancora

Roma il terror di Canne e se ne lagna.

Cesar, Marcello, Fabio ivi dimora,

E mille e mille, che narrare appieno

Di brieve ragionar opra non fora.

Tu intanto, s'entro te non venne meno

Il bel desio d'onor, questa fedele

Norma ch'io ti prescrivo accogli in seno.

Guarda che, per fuggir l'onda crudele,

Non urti in scoglio; ed al propizio vento

Libere non lasciar tutte le vele.

Ma la tema in tuo core e l'ardimento

Componga un misto che prudenza sia:

E seco ti consiglia ogni momento.

Dell'onesto e del ver quello ch'io pria

Seme in te sparsi, serba, e scorgerai

Quai felici germogli un giorno dia.

Di tutto quello che comprendi e sai,

Pompa non far; ché un bel tacer tal volta

Ogni dotto parlar vince d'assai.

Muto de' saggi il ragionare ascolta;

Né molto ti doler s'unqua ti fura

Dovuto premio ignara turba e stolta.

Noto prima a te stesso esser proccura.

Preceda ogni opra tua saggio consiglio,

E poi lascia del resto al Ciel la cura.’

Diss'egli; e, mentre a replicare io piglio,

Sen fugge il sogno, e nel medesmo istante

Umido apersi e sbigottito il ciglio:

E, dalle piume al suol poste le piante,

Vidi del dì la face omai vicina,

Ché la compagna del canuto amante

Rosseggiava su l'indica marina.