LA SUPERSTIZIONE

By Vincenzo Monti

Alla furia più ria che trionfale

su l'altar segga e regni, aonia diva,

la punta or vibra del secondo strale.

Questa è colei che d'Aulide la riva,

e Tauride macchiò di sangue umano,

famoso pianto della scena argiva;

e con rito ulular crudele e strano

fe' per Teuta le selve di Marsiglia,

e Perside per Mitra ed Arimano.

Di timor, d'ignoranza orribil figlia,

vaga figlia nomarsi osa del cielo

e del mondo conforto e maraviglia:

denso la copre impenetrabil velo

di misteri di cifre e di figure,

quante mai ne conobbe Osiri e Belo:

e dalle sedi rilucenti e pure

dell'olimpo cacciata, il trono pose

tra fantasmi chimere ombre e paure.

Ivi tiranna un suo cotal compose

maraviglioso ordigno, a cui di leva

diè nome; e agli occhi de' mortai l'ascose:

al ciel n'appoggia il mobil centro; aggreva

la man sull'una delle parti estreme;

sottopon l'altra al mondo, e lo solleva.

Allor crolla la terra, e alle supreme

occulte scosse il cor prostrando e i lumi

a senno di costei sospira e geme:

e in mille fogge fabbricando i numi,

secondo che la tema in lei s'accampa,

sparge l'are di pianti e di profumi:

e l'immagine sua cieco l'uom stampa

di Dio sul volto, e degli affetti il veste

di che ciascuno delirando avvampa.

Quindi vario il voler varie le teste

gli tribuisce, ed or crudeli in seno,

or maligne le brame e disoneste;

or del fulmine ei l'arma e del baleno,

or perfido lo pinge ora tiranno,

d'odio di sdegno e d'incostanza pieno.

Delitto la ragion, virtù si fanno

per lui le stragi i tradimenti e santo

nel suo nome il furor santo l'inganno.

Né val di madri e di fanciulli il pianto:

e tu, Roma, lo sai; tu che di pio

sangue lordasti, per piacergli, il manto.

Al crudo che ti festi ingiusto Dio,

un dio d'amor lasciando e di perdono

da cui sì dolce la parola uscìo,

ben si convenne alzar fra vizi il trono,

e far sgabello al suo superbo soglio

l'ira il terrore la vendetta il tuono:

ben si convenne quel cotanto orgoglio

de' tuoi pastor, che fero in Vaticano

i trionfi perir del Campidoglio:

ben l'ozio si convenne e il fasto insano

di quel collegio, che le vene ingrossa

del sangue tolto al popolo cristiano;

e l'avara, crudele e d'onor cassa

chiercata turba, che l'ignava plebe

di fole assonna, e tutti ingegni abbassa,

e peggio che di pecore e di zebe

ne fa trastullo, rinnovando il rito

ch'Ati in Frigia ulular fe' per Cibebe.

Oh falsa fede, oh vero Iddio tradito!

Dio di sommo poter, che si palesa

sol per fatti d'amor sommo infinito;

Dio, che del mondo ad un sol dito appesa

la gran catena per amor sol reggi,

onde tutta d'amor natura accesa

riamando risponde alle tue leggi;

Dio, che Soli infiniti entro il gran vuoto

per immensa bontà movi e correggi:

con ammirando incomprensibil moto

a te dan laude mille mondi e mille,

che van pei mari della luce a nuoto;

e l'eterna armonìa delle tranquille

sideree rote a tua virtù non costa

che un sereno girar di tue pupille:

e l'uom, sostanza di ragion composta,

non ti conosce ancora e si confonde,

l'uomo in che tanta intelligenza è posta?

Ti conoscono i fior l'erbe le fronde,

ti saluta l'augello in su l' aurora,

ti benedicon le tempeste e l'onde:

l'uom solo, ahi folle, orrendi mostri adora,

sé medesmo oltraggiando; e il tuo gran nume

sol per deliri e per misfatti onora.

Né già di patria zelo o pio costume

di caritade universal, né cuore

che del vero si scaldi al santo lume,

ma oggetto ei dice del tuo giusto amore

sol chi la voce ha di ragion sprezzata,

sol chi più di natura è traditore;

stolti padri che portano spietata

la man su i figli, e figli ancor più stolti

ch'han la destra ne' padri insanguinata;

crudeli spirti nell'error sepolti;

infingardi devoti in bianche e bige

e nere cappe stranamente avvolti.

Quale dai tetti la notturna strige

doloroso sull'alme il canto invia,

quando pallide l'ombre escon di Stige;

tal di questi è la trista psalmodia,

che fa de' claustri risonar gli orrori,

e il sonno dai gravati occhi disvia

mentre serpe dolcissimo, e i sonori

bronzi lugùbri avvisano in suon lento

gl'intempestivi mattutini albori.

Questi d'ira pensieri e di spavento

meditava la musa al Tebro in riva,

ma vestirli temea del suo concento;

quando per gli occhi di Maria s'udiva

Roma di sacri gemiti feroci

sonar gridando orribilmente evviva;

e brune per le strade orrende croci

procedean fra il pallore e il fragor mesto

di meste faci e di tartaree voci;

tal ch'Argo e Tebe non mirar di questo

più rio portento, quando la vendetta

del parricidio accadde e dell'incesto.

Come colui cui fredda in sen si getta

la febbre, si rannicchia entro le piume,

ed il calor, battendo i denti, aspetta;

tal io d'Evandro sull'augusto fiume

palpitando tremava; e del pensiero

spingea sull'Alpi e del desìo l'acume,

te invocando, famoso alto guerriero,

che, superate alfin le cozie porte,

tremar le chiavi in man facevi a Piero.

E di tua spada al lampeggiar, che forte

all'avara sua donna le pupille

ferìa da lunge e fea le guance smorte,

i monili cascavano e le armille

all'impudica; e si smarrìa l'ingegno

de' suoi proci al fragor delle tue squille.

Deh! t'affretta, io dicea: volgi lo sdegno

contro costei, che nata in servitude

tutto del mondo avea sognato il regno.

Mena il brando fatal; spezza l'incude

che le celesti folgori temprava;

rendi Roma alla gloria alla virtude;

la fonte chiudi dell'error, che prava

gl'intelletti avvelena: e questa druda,

qual venne al mondo, umil ritorni e schiava.

Togli allo scalzo pescator di Giuda

dei re lo scettro; e lui, qual pria, consiglia

a trattar l'amo sull'arena ignuda.

A te dal muto avello alza le ciglia

la grand'ombra di Bruto, e par che dica:

- Ti raccomando di Quirin la figlia. -

E pei silenzi della notte amica

- La raccomando - gridano mill'alme

che amor tormenta della patria antica.

Quindi un bisbiglio, un battere di palme;

e per entro le tombe un brulichìo

d'ossa agitate e d'esultanti salme.

Ascoltalo, o di guerra inclito dio;

ché un dio se' certo, o Franco eroe lodato;

l'ascolti, e il giusto non tradir desìo.

Frangi il pugnale in Vatican temprato

alla fucina del superbo Lama,

che cader fe' Bassville insanguinato:

ma la cetra risparmia, onde la fama

del misfatto sonò; ché del cantore

la lingua e il cor contraria avean la brama.

Peccò la lingua, ma fu casto il core;

e fu il peccar necessità; ché chiusa

ogni via di salute avea terrore.

Oh cara dell'amico ombra delusa!

Oh cener sacro di Bassvil trafitto!

Fate, voi fate dell'error la scusa.

Se lagrimai, se il corpo derelitto

del mio pianto bagnai, non v'è nascoso:

ma cheto piansi: il pianto era delitto:

e cheto sospirai; ché pauroso

mi rendea di me stesso anco il sospiro,

del mio segreto accusator pietoso.

L'ombre sole il sapean: sole m'udiro

chiamar l'estinto, e in lacrime disciolto

sol con esse parlar del mio martiro.

Era nell'ora che stendea sul volto

della terra il suo velo umido e scuro

la notte, in tregua ogni animal sepolto:

per li campi del cielo il pigro Arturo

volgea l'aratro; e me pur tocco avea

la verga che diè morte a Palinuro:

quand'ecco dell'amico, e mi parea

veramente vederla, a me d'innante

star la mest'ombra: ahi vista cara e rea!

Ahi quant'era mutato il suo sembiante!

Squallido il volto avea, le chiome impresse

di polve e sangue e rovesciate avante;

e dalla bocca usciva e dalle fesse

nari la tabe (orribile a vederse!)

giù per lo mento in larghe righe e spesse.

Tenea senza far motto in me converse

le cavità degli occhi; e in questo dire

alfin la bocca sospirando aperse:

- Tu non badi? e tu puoi pigro dormire

in cotanto periglio? e dei crudeli,

che m'han spento, non sai quante son l'ire?

Fuggi, fuggi; ché barbare e infedeli

son queste terre, e d'uman sangue intrise

l'are di Cristo, e chiusi gli evangeli.

Di là mosse la turba, che commise

feroce in me la man comprata e schiava:

vedi la piaga che il tuo fido uccise. -

Disse: e il fianco scoperse; e riguardava

la ferita mortal, che rispondendo

allo sdegno del cor sangue grumava.

Si fe' più truce allora; ed un orrendo

gemito messo, calpestò la terra,

che in due s'aperse e l'inghiottì muggendo.

Una fredda paura il cor mi serra,

e mi risveglio a quell'orribil vista

con tutte l'onde degli affetti in guerra.

Ma la pia moglie del mio stato avvista

m'abbracciava gridando: - O mio consorte,

consorte mio, che hai? che ti contrista?

- Il furor, rispos'io, mi cerca a morte

de' sacerdoti: a via fuggir m'invita

il Cielo, e l'ore per fuggir son corte.

E sarà senza me la tua partita,

barbaro? soggiungea: così ti cale

della tua sposa, ahi lassa, e di sua vita?

Se le lagrime mie, se coniugale

tenerezza il pensier non ti consiglia,

e nulla questo mio volto più vale;

vaglia almen la pietà della tua figlia.

Ove, ohimè, l'abbandoni? - E in questa il pianto

due ruscelli facea delle sue ciglia.

Desta in suo queto letticciuol frattanto

la meschinella pargoletta intese

il materno singulto e il pio compianto;

e gridando e plorando ambe protese

dalla sponda le mani; infin che stretto

la madre il caro pegno alfin si prese,

e del padre l'oppose al nudo petto,

che infiammossi e spetrossi. Allor veloce

la ragion surse del paterno affetto.

Scorrean dirotte e m'impedian la voce

le lagrime: ma forte il cor parlava,

che angusta a tanta piena avea la foce.

E fervido io baciava ed abbracciava

l'amato peso; e non più di paura,

ma di pietade il cor mi palpitava.

Così di padre e di marito cura

costrinsemi mentir volto e favella,

e reo mi feci per udir natura:

ma non merta rossor colpa sì bella.