La tipografia abbandonata

By Sergio Corazzini

Quale mano pietosa,

quale mano operosa,

lo spiraglio breve oprì?

Non lo so. Entrò il sole:

una festa di pulviscoli

d'oro, e i caratteri morti,

che composero parole

e che fecero piangere

i deboli ed i forti,

e che fecero ridere

tante bocche di rosa,

i caratteri tutti illuminò

de la sua luce meravigliosa.

Le lettere fremettero

alla improvvisa gioia,

e nel silenzio della lunga camera

ove i placidi ragni,

artefici sottili di sottili

trame, ogni dì morivano di noia;

ove era nata,

su tanti oggetti umili,

polvere immensa, come se il suggello

suo ci volesse all'opra abbandonata

da umani che fatica rese vili;

nel silenzio le lettere si unirono,

composero parole, versi, canti

interi, per quel sole tanto bello

e tanto buono, per quel sol che i pianti

d'una lunga tristezza, avea asciugato

col suo raggio divino

col suo raggio infuocato.

E le trame di seta infransero

e si sperse nell'aria la polvere...

O sole!

dicevano le parole,

i versi e i canti: O pio sole,

anche noi siamo amate da te.

Tu ci vieni a trovare

vieni ad illuminare

con la tua dolce luce

noi povere sorelle...

Oh quante volte, nelle

mani degli uomini vivi

abbiamo composta la morte!

E i pianti, e le angoscie, e il dolore

che infrange il cuore,

e le lagrime a rivi,

e il riso folle dei felici...

Noi, così fredde, abbiamo

composto più di un bacio appassionato;

così piccine abbiamo

più d'un immenso amore rovinato

quando ci dividevamo

poi che l'ultimo bacio era stampato...

Oh, ma tu fuggi, o sole!

Ritornerai domani?

O ci abbandoni come già gli umani

ci abbandonarono?...

Dicon le cose: è sera!

Dicon le stelle: è notte!

E solitaria e nera

torna la stanza, a frotte

tornano i ragni nelle tele loro,

torna a regnar la polvere

là dove un giorno vi regnò il lavoro.