La vergogna
Or m'è venuta innanzi la vergogna,
mezza adirata e dice ch'io la canti,
se non che mi farà più che vergogna;
e contr'a sua natura ardita in tanti
pensier mi mette, ch'io non so in che lato
porla: al par del bisogno o indietro o avanti.
A questo dich'io ben ch'io son forzato,
o figliuole di Piero, e che s'io ci erro,
non m'aiutando voi, sarò scusato;
perché, se col pensiero al ver m'afferro,
or l'uno, or l'altra han combattuto e vinto
spesso l'un l'altra e 'nsanguinato il ferro.
Che cosa sia vergogna anche distinto
non si può diffinir, ch'elle son tante,
che non son tante vie 'n un laberinto.
E volendo trattar di tutte quante
sarebbe forza contradirsi spesso
da far vergogna a ogni vil pedante.
Ch'altra vergogna è quella ch'in te stesso
ti nasce e altra è quella che ti nota
o per tuo proprio o per altro interesso.
La prima alla ragion sempre è divota,
l'altra può farsi a torto e a ragione,
ma pur sempre d'onor ti scema o vota.
Ecci vergogna che teme lo sprone
del pentimento e un'altra restia,
che non la farebb'ire uno spuntone.
Ne pare ancor ch'una vergogna stia
bene in ogni persona e 'n ogni etade,
tutto che della buona e giusta sia.
Usasi una vergogna per le strade,
un'altra in chiesa e la tavola e 'l letto
ricercan tutti nuova qualitade.
Di melensaggin una e di rispetto
terrà un'altra e semplice e fagnona
se n'è trovata or nel viso, or nel petto.
Ma per non dir di tutte — ch'a persona
non piacerebbe — doverrà bastare
favellar d'una, poi che sì mi sprona.
Favellar, dico; io non la vo' lodare,
né biasimarla intendo, ma mostrarvi
ch'ella può molto e nel dire e nel fare.
E perché voi intendiate e per parlarvi
chiaro e far la quistion, la prima cosa,
che non abbiate poi meco adirarvi,
io non vo' dir di quella vergognosa,
che si dà per gastigo, ma di quella,
ch'è quasi sempre onesta e virtuosa.
Io dico quasi, perché spesso anch'ella
erra o pur no 'l facendo per malizia
col suo proprio fragel gastigherella.
Naturalmente ognun piglia tristizia
del biasimo e del danno o poco o molto,
secondo il più o 'l men di lor dovizia.
Ma quand'è per tua colpa o vile o stolto
esser ti pare e dentro un pentimento
senti, che par che t'abbia in fuoco volto.
Il cuor lo scaccia prima ch'e' sia spento,
va seco il sangue e fuggirebbe fuori,
se la pelle cedesse al suo sgomento.
Da questo vien quel caldo e que' rossori
ch'appariscon nel viso e qualche volta
poi, sfinimenti e ghiacciati sudori,
perché come quel sangue dà la volta
per ritornare al cuor, che n'era senza,
ogni vena a soccorrerlo si volta.
E questo è chiaro per esperienza,
che dopo la vergogna, più che prima,
si divien bianco e di minor potenza.
Ecci qualcun che nascondersi stima
volere il viso e, poi ch'e' non ha altro,
gli manda il cuor quel sangue in cima in cima.
Ma siane la cagion questo o quell'altro
o non sia l'altro o l'uno, altro mi tira,
sì ch'e' m'è forza di pensare ad altro.
Basta, ch'a questo assalto si ritira
la ragion seco e recasi in fortezza
e con chi n'è cagion grida e s'adira.
E se bene il bisogno la cavezza
le pone al collo e serrala e 'nportuna,
spesso lo vince e' suoi bisogni spezza;
a quando e' s'accord'anche la fortuna
col bisogno e lo stento e la paura
di qualche macchia disonesta e bruna,
talor s'arrende ed è ben sua sciagura,
ch'inbrattandosi un tratto, mai non torna,
come prima solea, libera e pura.
E talor anco ogni nimico scorna
e più tosto morir si vuol di fame,
che spogliarsi del regno che l'addorna.
Qualcun rinniega il mondo, ché le dame,
se non fusse costei, tutte le voglie
crederrian trarsi, ognor ch'altri le chiame.
E dicon che disagi e pianti e doglie
provon gl'amanti e che morir di rabbia
gli fa vergogna, del rispetto moglie.
Né so che dirmi a questo; anch'io di gabbia
l'arei voluta trar già d'una e credo
ch'omai, mentre che vive, a star seco abbia.
Quest'è, per quel ch'io dissi, ch'io concedo
ch'ell'erri anch'ella qualche volta e passi
nel troppo a tener sempre in man lo spiedo,
che, quando a crudeltà vergogna fassi
compagna, è forse vergogna maggiore
che s'ella stesse a passeggiar pe' chiassi.
Ed è pur bene a far qualche favore,
— né si scema vergogna qualche dotta —
a qualch'uomo da ben che per te muore.
Ma, poi ch'io v'ho la vergogna ridotta,
come virtù, nel mezzo degl'estremi,
di ragionar quant'ella possa è otta.
Né possibil sarà che non si scemi
di sua possanza con sì poca parte
ch'io son per dirne or oltre: mano a' remi!
Se non fusse vergogna ogn'opra, ogn'arte
sare' ladra e viziosa e disonesto
ogni costume in ogni luogo e parte;
non sarebb'uom che non fusse richiesto
ogni dì di danar da questo e quello,
se non fusse vergogna, in dono o in presto;
e spesso spesso la cappa e 'l cappello
ti sarien chiesti in mezzo della strada,
ben ch'e' piovesse, o i zoccoli o 'l mantello.
Chi avesse caval potre' di biada
poca fornirsi, ch'e' sare' in prestanza
sempre, ancor che così purtroppo accada.
E chi s'avesse acconcio una sua stanza
con buone masserizie, troverrebbe
chi ne farebbe con seco a fidanza.
Non so già se la moglie si sarebbe
prestata, la figliuola o la sirocchia,
ma so ben che qualcun le chiederebbe.
Quante volte ho io visto ch'uno aocchia
'n un orto un nesto, un cederno e la branca
vi stenderia, ma vergogna lo crocchia!
E 'l contadin senza vergogna a panca
vorrebbe a llato a te mangiare e bere
e mandarti di sotto e a man manca.
Che dirò io del cherico col sere?
E che del ser col popol, ch'a vicenda
vorrebbono scambiar grado e parere?
Ben veggo che fra man questa faccenda
mi cresce e, quanto più strignerla penso,
par ch'ella più s'allunghi e si distenda.
Non è ancor giunta la festa all'incenso,
non sono ancora i barberi alle mosse,
né 'l convito al cibreo, per quel ch'io penso.
None starebbon saldi alle percosse
i soldati alla guerra, vi rammento
— ciò è di molti — se costei non fosse.
Né molte donne alle busse e allo stento
de' lor mariti starebbon mai salde;
e' frati resterebbano un per cento.
Sentirebbonsi dir le più ribalde
cose del mondo e “'l tal fece” e “'l tal disse”
e 'nghiottirsi le genti calde calde.
Non metterebbe fuor di casa Ulisse
appena il pié, che Penelope a ddoppio
si fornirebbe e che può n'avvenisse.
Né forse s'udire' quel grande scoppio
dell'onor di Lucrezia, che rimbomba
tanto e di molte che con seco accoppio.
E tal ch'a molti pare una colomba,
se la vergogna non fussi, sovente,
disse Michel, non tornerebbe a bomba.
Quanti studianti che dal lor parente
son mandati a studiar fanno qualcosa,
per la vergogna pretta solamente!
Non può la gente dare a una sposa
loda maggior che quando se le dice
ch'ella sia di natura vergognosa.
Non si loda per altro Euridice,
che per vergogna fuggendo Aristeo,
fece assai credo, ma di più si dice.
E s'e' non fusse d'altro morto Ateo,
o Ateone, sarebbe forse vivo,
quand'e' vidde l'Aguglia e 'l Culiseo.
Quest'è un passo di quei ch'io vi scrivo,
che tocca la vergogna che Diana,
ch'ebbe per riguardarla, ogn'uomo a schivo;
are' potuto par nella fontana
accoccolarsi, senza trargli in faccia
quell'acqua, ond'ebbe morte così strana
o pur suo danno avesse visto a caccia
di non si menar drieto tanti cani,
poi star con la vergogna a faccia a faccia.
Che più? Venere stessa, ch'agli strani
n'è tal volte cortese, la nasconde
in Belveder con l'una delle mani.
S'e' non fusse vergogna, oibò, le immonde
cose sarien senza riguardo viste
e in minor pregio le pure e gioconde.
Quant'è, se bene una donna le viste
faccia di vergognarsi, quella grazia
accetta! E quanto amor par che s'acquiste!
E per contràdio quanto s'odia e strazia,
se ben fuor non si mostra, una scorretta,
ch'alla vergogna è caduta in disgrazia.
Questa fa che, mangiando, l'uno aspetta
l'altro e che, riscontrando un personaggio,
se gli fa largo e trasi la berretta.
E s'egl'avvien ch'e' si dia vino a ssaggio,
l'uom si fa indietro e lascia ch'e' sia 'l primo
qualcun di grado o più vecchio o più saggio.
Ov'è vergogna esser rispetto stimo,
onestà, mente pura e gentilezza
e, partit'ella, se ne vanno al primo.
Questa fa ch'un signor ama e carezza
chi lo serve e ch'un sevo non te 'l pianta,
acquistato ch'ei n'ha grado e ricchezza.
E anche spesso affrena quella tanta
voglia ch'arebbon molti de' presenti
e sol vergogna di questo si vanta.
E che quand'uno ha già promesso venti
volte una cosa alfin ch'ei te l'attenga,
pria che tu muoia o non te ne rammenti.
E ch'a roderti l'ossa non ti venga
ogni dì quel parente o quel compagno,
cagion ch'in breve ogni tuo aver si spenga.
E dove onore o piacere o guadagno
altri aspettava d'un'opera sua,
non te la levi su qualche grifagno.
E che contento della roba tua
lasci star l'altra, o tu che non la rendi,
quando t'è chiesta o una volta o dua,
e che 'l tuo con quel d'altri e doni e spendi
e poi fallisci o fingi di fallire
e la vergogna in ischerzo ti prendi.
Sta la vergogna a vedere e udire
ciò che tu fai; e fa pur di nascosto
quanto tu puoi, ch'ella te 'l sa ridire!
Non è luogo sì chiuso o sì riposto
che ti scampi da lei; sempre l'hai teco,
più che la pelle o che la carne accosto.
Né ti val nulla lo scusarti seco,
quando tu fai la cosa e poi “Non volli”,
di', ché tu non hai mica a far con cieco.
Giunse il Petrarca fra l'erbette e i colli,
che per l'alloro al cammin non badava;
quand'ei si trovò in terra e co' pié molli,
e confessò che questo gli bastava,
ben che madonna Laura lo morse
di sorte spesso ch'ei si vergognava.
Quante cose lasciate e quante corse
n'ho io, per vergognarmi d'esser lungo
e di non saper dirle stando in forse!
O pur quest'altra — e sia che si vuole — aggiungo
che dimolti animali ho già veduto
aver vergogna e usarla a dilungo.
Chi non ha visto un can che ritenuto
s'è dalla carne, ch'in tavola scorge,
per la vergogna e darle solo un fiuto?
E s'un pezzo grandetto se gli porge
o di quella o di cacio, lo ricusa,
che cosa di vergogna esser s'accorge.
Aiutami or, ch'io te ne prego, Musa,
a cantare il valor d'un cagnolino,
ch'io tenni già come tal volte s'usa.
Quest'era di pel rosso e sì piccino
che per ridurlo a once non pesava
duo libbre e mezzo e lo chiamavo Cino.
Quest'era bravo sì che non lasciava
accostar gatte a tavola o al fuoco
e solamente a' bisogni abbaiava.
Erami entrato in quel tempo d'un giuco
di tavole un capriccio e solo solo
ogni sera giucavo assai o poco.
Chi crederebbe che questo cagnuolo,
s'io fussi stato, in sin a mezzanotte
vegliava? E non lo posso dir pel duolo!
Com'io finivo e sentiva le botte
del rassettar le tavole, abbaiando
alle mie serve, a me l'avea condotte.
E parea che dicesse: “Io vi comando
che voi mettiate a lletto il padron nostro,
ch'è stato in sì bell'opra tribolando”.
Morder gli vidi già tal can, ch'un mostro
parea, tant'era grande, e non pativa
ch'un bambin ch'era in casa fusse mostro;
solamente alla balia sofferiva
toccarlo, a me, all'avola e a una
serva; la madre o altri non s'ardiva.
Com'io tornavo a casa ad una ad una
strascicava le gatte per la gola,
fin ch'a venirmi incontro le raguna.
Pareva in casa un maestro di scuola;
comandava, ordinava e con un cenno
m'aveva inteso, non ch'una parola.
Deh, perché qui di sue virtuti e senno
parlo, dove sì breve esser conviemmi,
che di mill'una a mala pena accenno?
Or vegnamo a quel dì, che 'l colpo diemmi
vergogna e mi levò quanto trastullo,
per un tal animal levar potemmi.
Era ancor, si potea dire, un fanciullo,
non aveva ancor l'anno, allor che volle
crudo il suo fato alla morte condullo.
Aveva a fuoco una mia fante — ahi folle! —
posto in un pentolin due curatelle
e senza guardia nessuna lasciolle;
e partendosi quindi, le scodelle
andò a rigovernare, ond'una gatta
graffiò quel pentolino e versar felle
e arebbele tolte, ma sì fatta
urtata le dié Cino e sì la spinse
ch'ella fuggì, che le valse esser atta.
Or son le curatelle in terra e vinse
tre volte la ragion la voglia, tanto
che poi nel fine il senso gliela cinse
e mangionne una insomma e poi nel canto
si pose a guardar l'altra, sbigottito
per la vergogna e non potrei dir quanto.
Io, che questo romore avea sentito
e la gatta fuggir vidi, là corsi
e vidil vergognoso e avvilito.
Subito agl'atti suoi di fuor m'accorsi
che quella curatella avea mangiata,
ond'a gridarlo, ahi, che purtroppo scorsi.
Uscì dal canto e 'n viso mi guata
per la vergogna e 'n camera avviossi
facendogl'io pur dietro la fischiata.
A ficcar poverin 'n un letto andossi
e la vergogna lo strinse per modo,
che la mattina poi morto trovossi.
Questo ho io detto per fermarvi il chiodo,
ch'ell'ha possanza nelle bestie ancora,
né pel mio danno la biasimo o lodo.
Un dipintor che senz'essa lavora,
abborraccia in un tratto, ove, con essa,
l'opere studia e vergogna l'onora.
Se vergogna non ha chi si confessa,
non aspettate mai ch'e' si rimuti
e non ricaggia in quella colpa stessa.
Il fuoco il fuoco par che cresca e aiuti,
la pioggia l'acqua e par che l'uno apprezzi
l'altro simile e 'l contrario rifiuti.
Sol la vergogna in questo muta vezzi,
ch'a chi l'apprezza l'onore augumenta
e par senz'ella ch'e' si fiacchi e spezzi.
Udir dire un soldato mi rammenta
ch'era già stato col signor Giovanni
tra mille morti mille volte trenta,
che, trovandosi addosso cinquant'anni,
si vergognava esser vivo; or s'impari
qui se vergogna all'onor presta i vanni.
Pensato ho spesso per quel, ch'un mio pari
ha sempre aver la cassetta e la tasca
che si vergognin di tener danari.
Ma or son certo che questo m'accasca:
e' me ne tocca pochi, acciò che sempre
mi cresca onor, che da vergogna nasca.
Ma la penna è già stanca e ch'io la tempre
non vuol vergogna e gl'ordin naturali
non dantur, che quaggiù nulla s'insempre.
Potrevi dir della vera i segnali
vergogna e della falsa, s'io volessi,
e dove la sta bene e quando e 'n quali.
Ma se, per sorte, io manco gli sapessi
di voi, non arei io datovi un vano
fastidio, onde vergogna m'arrogessi?
Pur v'avvertisco a star sempre lontano
da chi non è mai uso a vergognarsi,
ch'e' vi potrebbe alfin parere strano.
Né anche meno, anzi è più da guardarsi
da chi nel troppo vergognarsi pecchi,
ch'ella potrebbe usanza e vizio farsi.
Voglion costor ch'il vergognarsi ai vecchi
sia cosa vana, come se per uso
fusse e paia con lor che 'l vizio invecchi.
Io se più si vergognan più gli scuso,
sendo gl'errori in lor più biasimati;
e chi può non errar mentre è quaggiuso?
Guardatevi da' visi invetriati,
che non mutan color, massime quando
in error manifesti son trovati.
E da quegl'anco che vanno mostrando
di fuor vergogna e, cambiandosi in viso,
di rifar nuovo mal vengon pensando.
Conoscerete questi che, diviso
da lor chi gli riprende, abito o vita
non mutan per consiglio o buono avviso.
Buona è quella vergogna ch'apparita
tosto si vede e, dopo il fuoco, smorta
lascia la faccia e confusa e smarrita.
Questa d'ogni vergogna il vanto porta
ed è gran segno d'animo gentile,
che 'l vizio offende e la virtù conforta,
massimamente in età giovenile.