La visione d'Ezechiello.

By Vincenzo Monti

Colà dove il real padre Eridàno

Dai campi ocnei scendendo urta con fiero

Corno la riva alla dritta mano,

A respirar d'un venticel leggiero

I molli fiati che venían dal monte

Mi trassi in compagnia del mio pensiero.

Del chiaro sole mi fería la fronte

Il raggio mattutin, tal che più schietto

Non comparve giammai su l'orizzonte.

Vista sì dolce all'affannato petto

Di mie cure togliea l'aspro tormento,

Insolito spirando almo diletto:

Quando mugghiar dall'aquilone io sento

E repente appressarsi un procelloso

Turbo, forier di notte e di spavento.

Celossi il dì sereno; e al minaccioso

Passar del nembo l'onda risospinta

Si sollevò dall'imo gorgo ascoso.

E quindi in giro strascinata e spinta

Dal vorticoso vento ecco scagliarsi

Nube di lampi incoronata e tinta,

E tutta a me dintorno avvilupparsi,

E in un baleno colle gravi some

Dell'oppresse mie membra alto levarsi.

A quel trabalzo per terror le chiome

Mi si arricciaro: ed io da tergo intanto

Voce sentii, che mi chiamò per nome.

— Scrivi, gridò, quel che tu vedi. — Al santo

Suon di queste parole un terso vetro

Si fe tosto la nube in ogni canto.

Guardai davanti, e mi rivolsi indietro:

E campo d'insepolte inaridite

Ossa m'apparve abbominoso e tetro.

O voi che sani d'intelletto udite

Gli alti portenti e il favellare arcano,

Quel ch'io già scrivo nel pensier scolpite.

Vidi. In aspetto spaventoso e strano

Di scheletri facea l'orrida massa

Funesto ingombro al desolato piano.

L'altere ciglia in riguardarli abbassa

Il fasto umano, e baldanzosa in atto

Morte col piede li calpesta e passa.

Io timido mi stava e stupefatto

All'oggetto feral: quando spiccossi

Un lampo, e corse per l'immenso tratto.

Tremò del ciel la porta, e spalancossi:

S'incurvâr rispettosi i firmamenti:

E dalle sfere un cherubin calossi.

Volò su le robuste ale de' venti.

Carche di foco e fumo avea le spalle

E un cerchio in fronte di carboni ardenti.

Venìa rotando per l'etereo calle

Di baleni una pioggia; e ritto alfine

Fermossi in mezzo alla tremenda valle.

Ne misurò col guardo ogni confine;

Fe poscia un cenno colla destra: e innante

Uom gli comparve di canuto crine.

Era placido e grave il suo sembiante;

E lunga a lui dagli omeri una vesta

Sacerdotal scendea fino alle piante.

Chinò la faccia riverente onesta

Quell'ignoto ministro. E il cherubino

La mano gli posò sopra la testa;

Poi staccossi dal capo aureo divino

Un acceso carbon diffonditore

Di spirito possente e pellegrino,

E i labbri gli toccò. L'igneo calore

Avvampò su le guance, e via discese

Più violento a ribollir nel core.

E dopo, il portentoso angelo prese

Di mele un favo; e su la bocca intero

Del buon servo lo sciolse e lo distese:

— Parla, quindi gli disse in tuon severo,

Parla a quest'ossa algenti: e riverito

Fia di tua voce il sacrosanto impero. —

Ed egli, ubbidiente alzando il dito,

Gridò: — Sorgete, aridi teschi, or ch'io

E membra e polpe a rivestir v'invito.

Tacque: e tosto un bisbiglio un brulichìo

Ed un cozzar di crani e di mascelle

E di logore tibie allor s'udìo.

Già tu le vedi frettolose e snelle

Ricercarsi a vicenda, e insiem legarne

Le congiunture, e vincolarsi in quelle.

Vedi su l'ossa risalir la carne,

Intumidirsi il ventre, e il corpo tutto

Di liscia pelle ricoperto andarne.

Ma giacea questo ancor vôto ed asciutto

Del vivo spirto, che dal colle eterno

Un dì si trasse a passeggiar sul flutto.

— Che fai, lento? esclamò l'angel superno.

Lo spirto eccitator d'aure viventi

Di queste salme omai chiama al governo. —

Le inspirate di Dio voci possenti

Sciolse l'altro dal labbro: e tosto venne

Quello spirto dai quattro opposti venti.

Sì dolcemente dibattea le penne,

Che soffiando nei corpi a poco a poco

Fe rizzarli su i piedi e li sostenne.

Svegliò nel petto della vita il foco,

Scosse le fibre, ed agitò le vene:

Ed ogni caldo umor corse al suo loco.

Dispensatrice di novella spene

Allor rifulse un'iride tranquilla

Su le vôlte del cielo ampie e serene.

La mia nube d'incontro arde e sfavilla

Di pacifica luce, e mi percuote

D'ineffabili raggi la pupilla.

Più forte intanto s'infiammar le gote

Di lui, che fu dal cherubin prescritto

Operator di sì bell'opre ignote:

E a quelli che, ascoltando il santo editto

Della divina inimitabil voce,

Fatto da morte a vita avean tragitto,

Piantò in faccia un feral tronco di croce;

E nel sembiante scintillò di zelo

Divorator che l'alma investe e cuoce.

Piegossi allor per riverenza il cielo

All'arbore adorato, e curvo agli occhi

Si fe coll'ale il cherubino un velo.

Al grand'esempio inteneriti e tocchi

Di penitenza i figli umilemente

Abbassaro la fronte ed i ginocchi:

E un cupo pianto udissi ed un frequente

Picchiar di petti e un sospirar, che ai numi

Come fumo ascendea d'incenso ardente.

Quindi alzò l'uom di Dio tre volte i lumi,

E favellò. Dal labbro amico e dolce

Gli uscìan soavi d'eloquenza i fiumi;

Qual mattutino venticel che molce

La fresca erbetta, e in margine al ruscello

Lambisce i fiori, li lusinga e folce.

Egli parlò d'un mansueto agnello:

E fu sì mite il suo parlar, che il core

Mi sentii tutto innamorar per quello.

Parlò della pietà del mio signore:

E fu sì caro il suo parlar, che in viso

Spirommi il fiato dell'eterno amore.

Parlò della bontà del paradiso:

E fu sì vago il suo parlar, che attenti

L'udiro i cieli e lampeggiar d'un riso.

D'una madre narrò gli aspri tormenti:

E fu sì mesto il suo narrar, che i monti

Squarciaro il fianco ai dolorosi accenti.

Poscia degli empi a sgomentar le fronti

Le parole vibrò qual furibondo

Torrente che rovescia argini e ponti.

Tuonò sul fuoco del tartareo fondo:

E fu sì forte quel tuonar, che spinto

Mi credetti all'abisso imo e profondo.

D'ira nel volto e di squallor dipinto

Tuonò nunzio di stragi e di procelle:

E Libano si scosse e Terebinto.

Tuonò sul giorno in cui verran le agnelle

Dai capretti divise, e al suon di tromba

Vedransi in cielo vacillar le stelle:

E parve un fiero turbine che romba

Tempestoso per l'aria, e alfin su i campi

Impauriti si trabalza e piomba.

Ma in questo mezzo per gli eccelsi ed ampi

Spazi d'olimpo il cherubino un nembo

Sciolse di tanti e sì focosi lampi,

Che smorto io caddi e abbarbagliato in grembo

Della mia nube che al di sotto aprissi:

E sprigionato da quel denso lembo,

Giacqui su l'erba; e quel che vidi io scrissi.