LA VISIONE OSSIA CODA AL NASO
Più comparire in pubblico non posso
Senza che m'oda dir dovunque io giungo.
Cotesto è il naso? Eh lo credea più grosso!
Quello è il gran naso? Uh lo credea più lungo!
Questo è il naso che fe' tanto romore
Per tutta Italia? Oh naso traditore!
Ma Donne mie, siate un po' più discrete,
Ed il mio naso non abbiate a vile:
Un naso, in fondo, è un naso: o che volete
Che un naso abbia a parere un campanile?
Avete certe idee dentro al cervello
Da farmi dir qualche cosa di bello!
Esso non è la Torre di Bologna;
Ma nello specchio me lo son guardato,
E parmi un naso da non far vergogna;
Forse a voi sembrerà riconcentrato,
Perché, avvezzo alle lodi, ei senza boria
Stassene tutto umìle in tanta gloria.
O forse, chi lo sa! può darsi il caso
Che sia nato un equivoco, e che voi
Intendiate parlar dell'altro naso,
Cioè dello stampato: e allora poi
se la sua brevità non mi si loda,
C'è poco mal, ci aggiungerò la coda.
Come! aggiunger la coda ad un libretto?
Certo: aggiunger la coda al libro mio:
Bella! si fa la coda ad un sonetto?
Farla potrò dunque al mio naso anch'io;
Non son forse padron di dirò e fare;
E di metter la coda ove mi pare? -
Gemeano i torchi; all'odiato suono
Ergea l'Invidia la viperea fronte;
Ed in mezzo al rimbombo ed al frastuono,
Qual s'ode in Etna pel martel di Bronte,
I torcolieri, intenti al bel lavoro,
Convertivan per me la carta in oro.
Oh caro suon! come discendi in seno,
E all'umano desio tu se' conforme!
Tu cangi in dotto un animal da fieno,
E tu risvegli il Giudice che dorme;
E senza te, qualche Signor chi sa
Se saria tollerato in società!
Te prima cerca, e poi chiede la sposa
Il moderno amatòr; però se giace
Morta in brev'ora, e lasciagli ogni cosa,
Il vedovello presto si dà pace;
Ma se gli tocca a rendere la dote,
Bagna d'eterne lagrime le gote.
Vai però la tua forza esercitando
Anche nel cor di giovine donzella;
E infatti Danae cel dimostra, quando
Giove cangiossi in pioggia d'oro, ed ella
Benché rinchiusa, pure accorta e destra
A cotal suono aperse la finestra.
Da te rapito anch'io, torno di nuovo
A scriver carmi, e comparisco autore,
O autore almen di comparir mi provo;
Poiché nel mondo a voler farsi onore,
Ed esser reputato uom di calibro,
Eh! ci vuol altro che stampare un libro!
E poi che libro! stil da maccheroni;
Un sonetto da capo ed un da piede,
Con un rame, che costa due capponi,
Ch'era meglio infilzarli nello spiede,
E terminar più allegro il carnevale ...
Ma infine è fatta, e non c'è stato male.
E andrebbe la fortuna a quattro piedi;
Ma un tal ristampa senza mia licenza
Il Naso, e il ficca dietro al Carli e al Redi:
S'egli è spiantato come me, pazienza!
Ma s'è poi ricco, come credo, ei fe'
La bella chiappa a tòrre un giulio a me!!
E voi, di Redi e Carli ombre oltraggiate,
Gloria dell'Arno, e delle Muse onore,
Se il mio Naso di dietro vi trovate,
Potete ringraziar lo stampatore ...
E lo ringrazio anch'io, poiché a Bertoldo
Poteva unirmi, e darci per un soldo.
Ma facciam punto; ché di tai materie
Parlando a lungo, mi farei deridere,
Donne, a ragion; son cose troppo serie:
Rider volete, ed io vi farò ridere;
Ché passar per buffone importa poco;
Basta saperlo fare a tempo e loco. -
Conciosiacosaché quel, che sovente
Più da noi si desia, s'ode, o si vede,
Poi nella notte ci ritorni in mente;
Ancora in me spessissimo succede,
Che all'armonia de' grilli o de' cuculi,
M'addormento sognando applausi e giuli.
Ma l'altra notte (deh! Donne amorose,
Non ne parlate con persone dotte,
Perché i dotti non credono a tai cose);
Ebbi una visïone l'altra notte!
Ah sì! mentr'io dormiva nella grossa,
M'apparve un Elefante in carne e in ossa.
Misericordia! tutto spaventato,
Fra me gridai: con que' due denti in fuori
S'è qualche giorno che non ha mangiato,
M'azzanna, e buona notte a lor signori!
Ma qui mi sento dir: non ti vergogni?
Un altro giulio, per udir de' sogni?
Monsignor della Casa, è ver, che taccia
Mi darà d'incivil, di malcreato;
Ma, siccome non so che mal si faccia
Narrando altrui quello che abbiam sognato;
Così, di Monsignor con buona pace,
vi conterò quel che mi pare e piace.
Dimenando ci venìa quel gran trombone,
Ed il furor già gli occhi torbi accennano;
Tremai: ma chi non entra in soggezione,
Trattandosi di bestie che tentennano
Minaccevoli innanzi a te la testa?
E poi che bestie! grosse come questa!
Alfin la bocca in tuon di basso aprìo,
Chi t'insegna, gridando, chi t'insegna
Cantar de' nasi, e tralasciare il mio?
T'abbi; perché non m'hai tu nominato,
Il tuo Naso morrà pria d'esser nato.
Come in Pisa nel terzo esperimento
Lo scolar, che, suonato il campanello,
Le fave attende e i baci e il complimento,
Ed in vece apparir vede il Bidello,
Che a capo basso, e in tortuosi giri,
Ad intuonar gli viene un si ritiri;
Tal io restai. Né mi sembrò già strano
Che potesse in tal guisa un elefante
Esser dotato dell'accento umano;
Eh le bestie che parlano son tante!
Ma perché noi sappiam per prova omai,
Che se parlan le bestie annunzian guai.
Deh! perdona, indïana alma cortese,
Poi risposi, tu prendi un qui pro quo:
Del naso uman sol di cantare intese
La mia musa modesta, e quel cantò;
Dunque il tuo naso non ci avea che fare.
Ed ei: che importa? ci doveva entrare.
È ver ch'ei non c'entrava, e sempre ho scorto
Che indizio è sol di testa piccinina
Voler esser lodati a dritto o a torto;
Ma l'amor proprio è una cotal calcina
Che tutto appicca, c alle colombe unisce,
A dispetto d'Orazio, anco le bisce.
Onde ripresi allor: cantar di te
Potea, ma non l'avrieno in caso tale
Gl'illustri pari tuoi presa con me?
E se il naso dovea d'ogni animale
Erger con lodi al cielo in stil bernesco,
Non passavo per vate animalesco? -
E qui credea d'averlo persuaso;
Quando una sapientissima Civetta
Dell'elefante si posò sul naso;
E dietro a lei battendo l'ali in fretta,
Come alla verga dell'egizio Arnufi,
Correano allocchi, barbagianni e gufi.
Così, se molto innanzi è la Signora,
Lo stuol de' cicisbei, de' cavalieri-
Serventi, per raggiungerla, talora
Corrono speditissimi e leggieri;
Leggieri sì ché non gli aggrava mai
Né gran cervello, né denaro assai.
Indi con quello stil vago e diserto,
Che usato già nel Peripàto avea,
Quale antica Sibilla del deserto,
Rivolgendosi a me, pazzo! dicea:
Dunque presumi coll'umor giocondo
Fare il poeta, e non conosci il mondo?
Apprendi almen, giacché in tal ballo entrasti,
Che in materia di lode, e più d'incenso,
Non se ne dà giammai tanto che basti:
Di chi nol merta e il vuol, lo stuolo è immenso
Poniam, che per le bestie abbi ragione:
Non lasciasti altre cose, altre persone?
Perché tacer che fiero nel sembiante
Scendea nel circo il Gladiatore armato,
E se il naso d'un dito avea mancante,
Col becchino era bello e accomodato?
Ché le Patrizie, con tanto di core,
Misuravan dal naso il lor favore.
Dicesti che le donne han piccol naso:
Ma il grande è relativo, già lo sai;
Onde anche in ciò tu favellasti a caso;
E di Catullo ti ricorderai
Il qual cantò, scrivendo alla sua bella,
Salve, naso nec minimo, puella.
Dicesti ancor, se ben mi torna in mente,
Che dal naso incominciasi ogni azione;
Ma non s'ode soffiar più facilmente
Allor che troppo lunga è una lezione?
E se i versi t'impanchi a recitare,
Povero te se l'udirai soffiare!
Qui un Grifon l'interruppe, e sostenea
Che il tabacco pel naso era creato:
E che, lodando il naso, io non dovea
In niun modo il tabacco aver lasciato;
Ché cosa era lampante e manifesta
Che tiene svegli, e scarica la testa.
Chi, con mente serena in ogni attacco,
Fe' acquistar mezzo mondo a Bonaparte ?
Chi i piani gli dettò? non fu il tabacco?
E sai perché non prese l'altra parte?
Perché la sorte instabile e leggiera
Gli fe' a Mosca lasciar la tabacchiera.
E oltre il tabacco, dimmi un po' di grazia,
Gli odòr non obliasti ed i profumi?
Ah poeta da dodici alla crazia!
E proseguir volea; - ma santi numi!
Protestato io non ho, forte gridava,
Che per un giulio più non ce n'entrava?
E un Assiòl con un vocino arguto,
Fattosi a me d'appresso, e di soppiatto,
Aggiunse: e non lasciasti lo starnuto?
Né la finivan più, quando ad un tratto
Con frusta tra gli artigli entra un Pigargo,
E, fate largo, grida, fate largo!
Ond'io dissi fra me: chi passa? il Fava?
Ma costui proseguìa: da parte olà,
Olà da parte, quindi replicava,
Che a momenti a momenti arriverà.
Avea ciò detto; ed ecco un Pappagallo,
Che venìa sopra un Asino a cavallo.
E dietro si vedea lungo codazzo
Di bestie d'ogni pelo e d'ogni sorte,
Poiché bestie e da gala e da strapazzo
Ai pappagalli fan sempre la corte:
Così a colui che dà pranzi squisiti
Van dietro i mangiapani e i parasiti.
Cerchi in sua gioventù, ma in fretta scorsi,
Quel Pappagallo avea molti paesi;
Viste saltar le scimmie e ballar gli orsi,
Dagl'Illirici gioghi ai Calabresi;
E par che ciò, ne' suoi viaggi, sia
Quel che più gli ferì la fantasia.
Studiò nelle gazzette la politica;
Vedeasi al muso che imparava l'etica;
Dal Baccelli la logica e la critica,
E apprese dal Ruscelli la poetica;
Solo inciampava un po' nella grammatica,
Ché le lingue imparate avea per pratica.
Del resto, nella storia era un portento,
Ché leggea Senofonte e Bertoldino,
E nudriva il poetico talento
Di Pindaro, Lucan, Stazio e Stoppino;
Ma nel toscan poi non sfondava troppo,
Che fe' un sonetto con un verso zoppo.
Ma il suo forte fra tutti era la prosa,
Il gius-pubblico e la filosofia,
E con prosopopea meravigliosa
Sragionar sempre in ragionar s'udia;
Infine egli era un pappagallo istrutto:
Lo sapea mal, ma sapea un po' di tutto.
Tai cose zufolavami all'orecchio,
Quando vide a me volti i passi sui
Un Barbagianni simulato e vecchio,
Che forse invidïoso era di lui.
Ah! fra lor sempre, benché goffe e roche,
S'invidiano le gazze, i corvi e l'oche.
Bravo! comincia il Pappagallo ardito:
Bravo! tu ti siei fatto un bell'onore!
Cantar del naso! puf! soggetto trito,
E carmi scarsi di febèo furore!
Ah tu non sai come l'orecchio offenda
Scrivere in modo, che ciascun l'intenda!
Cantò già un Vate, e la ragion ci diè
Perché usava lo stil da maccheroni,
Quando un poema in riva all'Arno fe'
La Civetta lodando ed i Panioni.
Ma passaron quei tempi, anima imbelle!
Musica e Poesia nacquer gemelle.
Odi; il rimbombo? un gracidar di rane
È la musica antica alle persone;
Il tamburo ci han messo e le campane,
E or or ci ficcheranno anco il cannone;
E se il gusto si affina, il core in moto
Col folgore porrassi e col tremoto.
La Poesia così debbe all orecchie
Scender col grave rimbombar del tuono:
Le dolci melodìe son cose vecchie,
E caduto è il Petrarca in abbandono;
D'un bel che sempre è bel stanco è Parnasso,
Scolorito Virgilio, e vieto il Tasso.
Dunque perché t'ostini, ed una via
Segui calcata da sciancati e vecchi?
Che se piacque ad Ausonia altra armonia,
Crebbe il genio fra noi, crebber gli orecchi!
Provato è omai che falso ebbero il gusto
E Luigi e Leon, Pericle e Augusto.
Morditi l'ugne, e grattati la testa
Per trovar metri dagli altrui diversi;
Sii oscuro, ma sii nuovo; poiché in questa
Età niun bada all'armonia de' versi:
Novità, gridan tutti: e in verità
Le ciance d'oggidì son novità.
Ardisci, ardisci: e del pensier sull'ali
Entra fra i nembi, e pel vuot'äer poggia,
Ed al raggio del Sol tempra gli strali
Che saettino il ver; - di' che la pioggia
Troia distrusse, e non le Achee faville,
Fa' Tersite eloquente, e vile Achille.
Chiama gli usignoletti alati Orfei,
E i grilli noma pur voce dei prati,
E le querci selvaggi Briarèi,
E flagel delle borse gli Avvocati;
Che genio! ognun dirà, che bell'ardire!
E i giuli allor si cangeranno in lire. -
Agli atti, ai gesti, ai detti, ed al profondo
Pappagallesco ingegno sovrumano,
I più strani facean versi del mondo
L'altre bestie, plaudendo a mano a mano;
Sicch'egli non capia più nella pelle,
E, grazie, rispondea, son bagattelle.
E quantunque insensibil per natura,
E stoico al par del Cizico Zenone,
Del pappagallo la cavalcatura
Intuonava la solita canzone
Con tal voce, tal grazia e tal contento,
Che mi destò. Vedete in che momento!
Donne gentili, che ad udir mi state,
Se dell'augel dai color verdi e gialli
Vi siete al panegirico seccate,
Che ci volete far? son pappagalli;
Ed anzi questo fra le bestie basse
Per un dotto s'avea di prima classe!
So che pazzo è colui, che ai sogni crede;
Ma, Donne mie, sarei più pazzo assai
Se a questo sogno non prestassi fede,
Che, nunzio de' pöetici miei guai,
Al contrario di quel che canta Omero,
Un sogno fu che mi predisse il vero.
Anzi, per far più divertente il gioco,
V'ha chi ci pone un centellin di giunta;
Pazienza! queste per chi stampa è poco:
Bastami sol d'empir la borsa smunta:
Scemasi il mal umor, cresce la vena,
I critici ascoltando a borsa piena.
Oh come rido, quando sento dire
Che a più sodo e più nobile argomento
E più grande io dovea volger le mire,
Queste inezie lasciando al Cinquecento!
E argomento trovar si può, in tal caso,
Più grande e sodo e nobile del naso?
E poi, chi compra? Oh come il cor si serra
All'idea di sudar, per far lunari4!
Siam forse in Francia, forse in Inghilterra,
Ove gli autor diventan millionari?
Qui se un libro stampiam di più d'un foglio,
Grida ognun: costa troppo! non lo voglio.
V'è ancor chi mi commenta ostico e rio,
E giù la tira sulla mia persona;
Altri dà l'ostracismo al naso mio ...
Ma il ciel però me l'ha mandala buona,
Perché a certe buon'anime ha ispirato
Ch'io non sia letto, ma ch'io sia pagato.
Altri, meno pietoso, in gravi detti
Sentenzia (già senz'ascoltar le scuse)
Che i versi miei non van comprali, o letti,
Perché faccio arrossir le caste Muse;
E vuol ch'io dica, e pensi quel, che mai
Nel mio libro non dissi, e non pensai.
Né manca infin chi in pubblico ha spacciato,
Che tutto il vanto della musa mia
È, che qualunque goffo e scioperato
Ha un giulio in tasca da buttarlo via;
E in ciò dice benon, ché guai a me,
Donne mie care, se valeva tre!
Apollo, tua mercé, tua mercé santo
Collegio delle Muse, il Ferrarese
Non avea tanto da comprarsi un manto:
Goffredo al Tasso non facea le spese;
E se Fernando non lo sovvenìa,
De' Bergamaschi all'ospedal morìa.
Per evitar questi malanni, io tento
Di far nel mondo quel che si può fare;
Faccio l'Ajo, il Legal, scrivo, commento,
La cena mi guadagno e il desinare;
Stampo versi; alla meglio me la cavo;
E godo un po' se dir mi sento: bravo! -
Grazie dunque vi porgo, Amici miei,
Cui dolce gratitudine m'annoda;
E a voi, Donne? Ah per voi che non farei?
Sol per voi feci al Naso mio la coda;
Ed a voi sole giudicar conviene
Se la mia coda ci sta male, o bene. -