L'amante occulto
Piansi lunga stagione, arsi, gelai,
Ma taciturno amante
Le mie pene amorose
Nel centro del mio cor chiusi e celai.
Arsi, ma fu il mio foco
Sì profondo ed occulto,
Che non fu noto a voi, che l'accendeste;
E fu de l'amor mio
Consapevole solo Amore, ed io.
Soffersi ogni tormento
Ch'anima tormentata ha ne l'inferno,
Ma fra i martir d'Amore,
Non poter dire oimè! parve il più fiero.
Anzi l'inferno ancora
èmen crudo e penoso,
Ché 'l silenzio laggiù non ha ricetto,
E fra l'alme dolenti
S'odono pur almen grida e lamenti.
Tacqui, ma nel mio volto
Un pallor si vedea,
Che nel color di morte
Era del mio morir nunzio facondo.
Quel non chieder aita,
Quella lingua tremante,
L'esser privo di voce, appunto quelle
Eran tutte d'amor voci e favelle.
Ma voi, bella cagion de' miei tormenti,
Come fredda in amor, sorda a l'amante,
Forse mai non udiste
Le tacite querele
D'innamorato cor, che muto parla.
Vidi ben io talora
Ch'a miei cupidi sguardi
Rispose anco di voi cortese un guardo;
Ma fra me dissi allora:
Non è sguardo amoroso,
Non è sguardo pietoso,
Ch'amor non può sentir, s'amor non vede,
E non merta pietà chi non la chiede.
Dunque poich'io mi sento,
Miseramente amando,
Condotto omai de la mia vita a riva;
Poiché l'incendio mio,
Che nel silenzio ascosi,
Omai sarà nel cener mio palese;
Poiché mentre io mi tacqui
(Questo è 'l duol che m'accora),
Poichè mentre io mi tacqui, altri non tacque,
E rese il mio silenzio altrui loquace,
Egli è ben tempo omai
Ch'afflitto e moribondo
Io dica a voi, mia vita, ecco ch'io moro.
Tempo è ben che, s'al pianto
Fu sempre aperto di questi occhi il varco,
Omai s'apra a la voce il varco ancora.
Dritto è ben che, s'io moro,
Il mio morir sia noto
A voi, dolce cagion del morir mio.
Non vedeste il mio foco,
Mentr'io non vidi in voi disdegno ed ira;
Or che 'l vostro bel seno,
Ch'arder dovea d'amore, arde di sdegno,
Anch'io mostro il mio ardore,
E mentre odio scoprite, io scopro amore.
Amor, deh tu m'impetra,
Impetra dal mio duol tanto di pace,
Ch'io possa dir morendo
Qual io fui, quanto fei, quanto soffersi.
So ben, so ben ch'io parlo
Ad una sorda pietra,
Cui rigor naturale e sdegno indura;
Ma da una pietra alpestre
Io trarrò forse ancora
Col focil de' lamenti
Faville di pietà, se non d'amore.
Ma co' suoi lacci Amore,
Come mi lega il cor, lega la lingua,
E posso appena proferire: Io moro.
Io bramo dunque, io cheggio,
Non già pace a l'ardor, ma tregua al duolo,
Perché quelle cadenti amare stille,
Che già sparsi di pianto, or sien d'inchiostro.
Sì, sì dunque, fia meglio
Che 'n questa carta almeno,
Con queste mute voci,
Il mio duolo, il mio amor tacendo io dica.
Ne' segreti d'amore
Taccia la lingua, e la mia man favelli;
E pur non m'oda il vento,
Ch'io temo che spirando
Egli ancor non ridica i miei sospiri.
Così su questa carta
Seguirò favellando
Pur del silenzio mio l'usato stile;
E questa carta a Voi
Messaggera d'amor tacita invio,
Segretaria fedel de l'amor mio.
Quel dì che gli occhi apersi
A quell'alta incredibile bellezza
Che nel vostro sembiante
Il Fattor di natura,
Quasi in compendio di beltà, rinchiuse,
Per far del suo poter mirabil prova,
Maravigliando io dissi:
Cosa pari o simile
Non ispero veder se non in Dio.
In cotal meraviglia
Fu il mio pensier sì fiso,
E fisa in quel pensier l'anima mia,
Ch'io vidi a poco a poco
Nascer da meraviglia il mio bel foco.
Da indi in qua bramai
Che chiudesse questi occhi Amore o Morte,
Per non veder più mai cosa men bella.
Da indi in qua non vidi
Quaggiù beltà mortale
Che di vostre bellezze avesse un raggio.
Ciò che 'l mondo ha di bel, ciò ch'ha di vago,
Tanto men bel parea,
Quanto del chiaro sol men bella è l'ombra.
Io vagheggiai talora
Il cielo, il sol, le stelle:
E tanto parean belle,
Sol quanto avean di voi qualche sembianza.
Un solo, un solo oggetto
Solea render talor l'anima paga,
Però che 'n sé raccolta
Vagheggiava talor la vostra imago,
L'imago che 'n lei stessa
Avea scolpita di sua mano Amore;
Quivi sol contemplava il vostro aspetto,
Ed ella era a se stessa unico oggetto.
Indi l'incendio mio,
Nudrito a poco a poco
Da l'esca del pensiero,
Dal vento de' sospiri,
Tanto s'accese e crebbe,
E tanto ancor s'avvanza,
Che sta in forse il pensier qual sia maggiore,
O la vostra bellezza, o 'l foco mio.
E se non fosse il pianto,
Che sfogando il mio duol, tempra il mio foco,
Poiché spegner nol posso, io sarei spento.
Onde il tormento istesso
È più di voi pietoso:
Che ne lo stesso pianto io trovo aita,
E bench'egli mi strugga, ei mi dà vita.
Crebber poi le mie pene
Allor ch'invida stella
A me, lasso, vi tolse, altrui vi diede,
E cercando altro clima,
Lungi n'andaste a far beato altrui.
Conobbi allor, conobbi
D'esser tanto vicino a la mia morte,
Quanto lungi da voi, mia morte, io fui.
Io dissi allora, io dissi:
Non ha vita, non anima il mio core,
Poiché l'anima sua parte, e non muore.
Ma morir non potea,
Però che 'n lui vivea la vostra imago,
Da cui fuggia la morte,
Ch'offender non può mai cosa celeste.
Ond'io talor fuggendo
Da le natie contrade e da me stesso,
A voi ratto ne venni
Per pascere il digiun del viver mio,
Che sol dagli occhi vostri ha cibo e vita.
A voi talor men venni,
Perché a voi mi traea,
Com'a sua propria sfera, il foco mio.
Talor venni fingendo
Ch'altra necessità là mi traesse:
Ma mi traean le stelle
De' be' vostr'occhi, in cui
Alta necessità prescrive Amore,
Due stelle onde deriva or vita or morte,
Da cui pende il mio fato e la mia sorte.
Tornaste poi qua, dove
L'onda del picciol Reno
Si turba a' miei sospir, cresce al mio pianto,
Per veder le tenzoni
Che 'n teatro di Marte altri fingea.
Quivi io fui spettatore
Sol d'un bel volto, ed ebbi
Per ispettacol mio voi spettatrice.
Quivi, mentre vedeste
Le simulate guerre e i finti assalti,
Allor provò il cor mio
Di guerriera d'Amor colpi veraci:
Pugnava altri con l'arme,
E voi col bel sembiante,
Feriva altri il nemico, e voi l'amante.
Veniste alfin, veniste
A far co' bei vostr'occhi
Questo ciel, queste mura adorne e liete;
Ma, lasso, ancor veniste
A far col vostro sdegno
Questo cor e quest'alma un vivo inferno,
Però che lingua immonda,
Lingua profana ed empia,
Ispirando e spargendo
Da viperino cor d'invidia il tosco,
Con sacrilega voce
Tanto osò, scelerata e menzognera,
Ch'accusò la mia fé di poca fede.
Disse (ah, lingua d'inferno!)
Ch'io dissi quel che mai non dissi, e volle
Che 'l mio silenzio ancor fosse loquace.
Quindi ver me sdegnosa
Armaste il cor d'orgoglio, il ciglio d'ira,
Maggior fede prestando
A l'altrui falsità ch'a la mia fede.
Allor forse credeste
Che col gel d'uno sdegno estinto fosse,
Com'in voi la pietate, in me l'ardore;
Ma per virtù d'Amore
Crebbe nel vostro gelo il foco mio,
Com'appunto lassuso,
Dove l'aria è più fredda, avvien ch'avvampi
Viè più l'ardor de' fulmini e de' lampi.
S'io 'l dissi, io priego Amore, io priego Morte,
Che congiurati entrambi
Privin voi di pietate, e me di vita,
E sia la morte mia
Di vostra crudeltà pompa e trofeo.
S'io 'l dissi mai, questi occhi
Sien sempre aperti ai pianti,
E sien chiusi mai sempre a voi davanti.
S'io 'l dissi mai, s'io 'l dissi,
Cresca in voi la fierezza, in me il martire,
Non sia più mai questa mia lingua udita,
Né chieder possa al maggior uopo aita.
Nol dissi no, nol dissi,
Però che mai non puote
Mia lingua dir quel che non detta il core.
Bench'or siate sdegnosa,
Contra voi pur non s'ode
Un singulto giammai, non ch'una voce:
Pensate or se s'udia
Quando foste ver me cortese e pia.
Così tacito fui
Che querela non fei
Né di voi, né di me, né del mio duolo.
Anzi ne' miei martiri,
Quando almen dire oimè forse potei,
La mia fede e 'l timore
Troncò la voce, o la rispinse al core.
Vibrò l'invido mostro
Contra me, contra voi livida lingua,
Per turbar con lo sdegno
Il seren de' vostr'occhi,
Forse per far vostra beltà men bella.
Turbò con fosca nube
Di sdegno e d'ira il sol degli occhi vostri,
Ché soffrir non potea
Invido augel notturno
Ch'io là fisassi il guardo,
Quasi nuova d'Amore aquila altera.
Tu dunque, Amor, tu dunque,
D'alma fedel vendicator possente,
Chiudi quell'empia bocca,
Bocca non so se d'uomo o pur d'Averno:
Che s'ella dir poteo quel ch'i' non dissi,
Menzogna così rea vien dagli abissi.
Ceda in voi dunque, ceda
Sdegno a pietate, e la menzogna al vero;
O pure a me volgete,
Se non dolce e pietoso,
Almen fero e sdegnoso
Quel dolcissimo sguardo anzi ch'io mora:
Poiché in luci sì belle ancor diviene
Bella la crudeltà, dolce lo sdegno.
E se mi furo un tempo
Que' begli occhi amorosi
Care stelle benigne, ond'io sperai
Dolci influssi di vita,
Or con diversa sorte
Sieno infauste comete a la mia morte.