Lamento di Francesco da Battifolle Conte di Poppi

By Pellegrino da Castiglion Fiorentino

O me, o me, o me, o me dolente,

o mille volte, o me, o cento milia

o dolente vigilia

di mala festa! o mal pensiero e folle!

oimè, sangue gentil da Battifolle,

com'ho condotto me e mia familia

a sì trista quisquilia,

che fui signore sì alto e possente!

O Perugin fallace e frodolente,

non Piccinin ma grande in mia ruina!

O velenosa spina,

che m'hai trafitto il core ond'e' mi scoppia

e più di giorno in giorno si raddoppia

angoscioso dolor che 'l cor mi preme,

pensando il gentil seme

c'ha maculato mia dura cervice.

Io era alto e felice

, e ora son cacciato

per mia follia di sì felice stato.

Quell'alta signoria ch'è tanto prona

e generosa a perdonar l'offese

mi fu tanto cortese

ch'avea indulto a mia vecchia follia,

datomi onore e possente balìa

di commessione in quel vago paese,

ove prima discese

quel cristallin ruscel di Falterona.

Ivi si riposava mia persona

con sì bella famiglia e tanto onore

dell'antico valore

del generoso sangue ond'io son nato.

Ma io, solo da me mal consigliato,

non curando d'onor, ruppi la fede

a quel bel fior che vede

il presente e 'l futuro; ond'io rimango,

o lasso a me, nel fango,

cacciato con vergogna e con disagio,

abbandonando il mio alto palagio.

Sotto l'ombra possente di Marzocco

e sotto l'ale del fiero artiglione,

che trafigge il dragone,

giocondo stava e dormiva sicuro:

Firenze bella m'era scudo e muro,

come agli Ebrei il possente Sansone;

sì che nulla offensione

temea di cavalier, pedone o rocco.

Ma io, dolente o me, deliro e sciocco,

ostar credetti a quel possente giglio

a cui non manca mai vivace umore,

né mai cangia colore

per ispirar di venti o di tempesta.

Ma la mia dura testa

cacciato m'ha del mio albergo antico.

O Carlo mio, o Ruberto, o Luchino,

o Anna, o Lodovica, o tu Gualdrada,

qual fia la nostra strada,

misero a me, o qual fia nostr'ostello?

Ove ritroveremo il bel castello,

lasso dolente, e la bella contrada?

O aspra, o cruda spada

trafiggi il core a me lasso tapino!

O sale imperiali, o bel giardino,

o camere leggiadre e compassate

di fino oro adornate,

o scale trionfali a beccatelli!

O bei corsieri, o bracchetti, o uccelli!

O tanta riverenza di vassalli,

che per monti e per valli

tenevo scettro e bella signoria!

Ma mia trista follia

m'ha traboccato d'alto in basso loco,

onde ho perduto festa e riso e gioco.

«O folle padre di noi tristi figli,

che ci avie fatti sì leggiadri e belli

or ci hai fatti ribelli

senza nostro peccato, e fatti tristi!

Maledetto sia il dì che tu assentisti

al folle tradimento, e' tuo drappelli

drizzasti e i pensieri felli

a osteggiar con quei possenti artigli

del gran leone, e dei possenti gigli,

ch'abbatte ogni animal che gli fa guerra;

ognun batte e atterra

che contro al suo voler alza la testa.

Egli ha la brama sì possente e presta

che non teme l'assalto d'altra belva

o di monte o di selva,

sì che costar gli fa il folle ardire.

Ma chi gli vuol servire

con lieto volto e con serena fronte

il fa star franco per piano e per monte»,

— O dolci nati del mio gentil sangue,

i' vel confesso

Il cor dolente mio si duole e langue

ch'io son cagion del mio e vostro male.

Ch'io non aveva eguale

nel mio dolce paese né pareggio:

ora, dolente, misero, mi avveggio

ch'io ho disfatto voi e me in un punto,

onde il mio cuore è munto

e sentomi mancare ogni valore.

Io son pien di dolore,

o dolci nati miei, e tanto lasso

ch'io vo gridando morte a passo a passo.

— O gentil fior, che 'n tutto il mondo spiri

tanto del tuo odor ch'ognun ne sente,

glorioso e possente,

contro del quale io ho tanto fallato,

mercé, mercé, mercé del mio peccato!

Mercé dimando a tua pietosa gente

con lagrime sovente,

con doglia, con angoscia e con sospiri;

e priego il tuo valor che non rimiri

al mio fallir, ma li miei dolci nati

ti sien raccomandati,

che innocenti sono e senza colpe.

Io diedi loro, oimè, l'ossa e le polpe;

e del mio fallo lor dispiacque tanto

che con sospiri e pianto

contradiceano e con pietosa voce.

Ma il mio cor feroce,

non speculando il fin, fece il gran fallo,

che car mi costa, e tutto il mondo sallo.

— Canzon dolente, mettiti in viaggio,

e narra a quei signori il mio lamento,

che hanno il reggimento

di quell'alma città ch'è sì pietosa.

Con umil voce e non con orgogliosa

fa' manifesto il mio gran pentimento,

e ch'io son malcontento

se inver di lei cercai alcun oltraggio:

di' ch'un poco di raggio

della lor gran pietade in me rifulga;

se non a me, a' miei figliuoli indulga.