L'AMICIZIA.
Di Febo già lo sfolgorante cocchio
Fuoco spirando i celeri destrieri
Al pelago traean; d'un roseo lume
Tingeasi l'orizzonte, e già su l'alto
Cocchio ascendea la tenebrosa notte:
Quando Damon da la cappanna uscendo
Mesto, e dolente al verde, erboso prato
Rivolse il passo onde sfogar l'acerba
Doglia fatal, che l'opprimea. D'intorno
Al fecondo terren sorgean ramosi
Arbori verdeggianti; orme stampava,
Col tortuoso piè, di bianco argento
Il limpido ruscello, e tra le fronde
Mormorava tranquillo il zeffiretto,
La stridula cicala il rauco suono
Udir facea dal verde tronco annoso,
E i pinti augelli ognor di ramo in ramo
Canticchiando sen gian; flebile e mesto
Piangea nel bosco il musico usignuolo,
E risuonar facea del dolce canto
L'ameno campo, e l'alta selva opaca.
Al margine del rio, sul prato erboso,
Sotto un platano alter si stende afflitto
Il dolente Pastor; puntella il capo
Con la debole destra, e in meste voci
Così l'affanno, ed il dolore esprime.
“Giorno fatal!... terribil giorno!... è questo
Quel dì ferale, in cui profonda, e nera,
Oscura tomba... oh Dio!... l'ossa rinchiuse
Del fido Tirsi: omai di sette lune
Scorse il giro dacchè funesta notte
A lui gli occhi ingombrò; gelida salma
Ei giacque in preda a cruda morte acerba,
E il petto offrì de la tremenda falce
A l'impeto fatale al colpo orrendo...
Terribil colpo, che atterrò, trafisse
Un amico fedele, e seco al suolo
Barbaro stese la tranquilla pace
Di un misero Pastor; con lui sepolta
La mia gioja sen giace, e sol compagno
M'è ne l'acerbo duolo il lutto, e il pianto.
Misero amico! o più diletta parte
De l'afflitto mio cuor! Dunque per sempre
Giacer tu devi ne l'eterno sonno
Nè più potremo con verace affetto
Darci di fido amor pegni sinceri?...
Sventurato Damon!... Tirsi infelice!...
Barbara morte!” e in così dir da gli occhi
Sgorgano a rivi ad irrigar le gote
Lacrime di dolor: mesto, ed afflitto
Ei tace, e in petto affoga il crudo affanno.
Ma già la notte il tenebroso manto
D'ogn'intorno stendea, di già sul cielo
Fulgidi risplendean gli astri lucenti;
Al tremolante suo pallido lume
L'argenteo cocchio per l'eteree vie
Cintia guidava, e l'atro velo oscuro,
Che d'ogni parte ottenebrava il mondo
Rompea benigna, e la riflessa immago
Ne' chiari fonti contemplava, e tutta
Giacer mirava nel sopor la terra.
Lieti posavan su le verdi fronde
I taciti augelletti, il rugghio orrendo
Udir non si facea de l'aspre belve
Che fra gli opachi, ed intricati boschi
Amica tregua a le diurne cure
Davan col sonno, e a la custodia intento
Solo vegliava il fido can nei campi,
O del Pastore a la cappanna accanto.
Di già scuotendo la stillante verga
Il tacito sopore in cieco obblìo
Il dolente Damon sepolto avea;
Quando ad un tratto d'ingannosa imago
Adombra il sonno del Pastor la mente,
Che ancor fra l'alta obblivione avvolto
Solo a l'estinto, sventurato amico
Il doglioso pensier fisso, ed immoto
Ognor tenea; con le suonanti penne
Le luci a lui cuoprendo il sogno errante
L'afflitta mente d'atre Larve ingombra.
Nel cupo de la terra, orrido seno
Entrar gli sembra fra le tombe oscure
De gli estinti mortali: umile il volto,
Dimesso il portamento, e grave il passo
Egli s'avvanza al moribondo lume
Di sepolcrali lampade dubbiose
Pendenti innanzi ai tenebrosi avelli
De gli avi antichi. Le marmoree tombe
Mira de' regi, che orgogliosi un giorno
Steser lo scettro sopra i vasti imperi,
E su d'altero soglio un dì fur visti
Regnar superbi, e dettar leggi al mondo.
Tacite, e meste ai neri avelli accanto
Vede l'ombre seder non più di ricca,
Aurea corona cinto il nobil capo,
Ma solo di funebre, atro cipresso;
Mira a lor piedi l'impotente scettro
Spezzato, e infranto, quello scettro altero,
Che un dì soggetto al cenno suo già vide
E popoli, e città, regni, ed imperi.
Avanza il passo, e le funeree tombe
Mira di quei, che con fulmineo acciaro
Fecero un di tremar le avverse turme,
Al di cui lampo spaventate il tergo
Volsero un giorno le atterrite schiere;
Di quei, che carchi di vittrici palme
In trionfal, superbo cocchio assisi
Dei nemici insultaro al mesto pianto,
Ed ora appiè de' tenebrosi avelli
Miran giacer gli aridi allori, e il brando
Non più terror d'armate squadre ostili,
E il non più forte scudo, e l'elmo, e l'asta,
E le neglette, ed atterrate insegne.
Quindi le dotte, sapienti carte,
E i savj dogmi a i muti avelli accanto
Premere ci vede, e calpestar feroce
Il cieco obblìo con l'ingiurioso piede,
E d'ogn'intorno sovra il suol disperse
Spezzate cetre, che armoniose il suono
Udir già fero, ed ammirar la destra,
Che l'aurate trattò musiche corde.
Con ciglio attento, e rispettosa fronte
Nel sacrato ricetto alfin s'innoltra
De la polve dei giusti: intorno ci mira
Fra i vivi raggi di splendor lucente
Le felici seder gloriose Larve
Di trionfal corona il capo cinte,
In man reggendo la vittrice palma:
L'oro fulgente, e le preziose gemme
Premon col piè: l'inesorabil morte
Fissi gli occhi sul suolo immobil guata
Giacere infranta la negletta falce;
Stupida resta, e rimirar non osa
De' vincitori suoi l'ombre nemiche.
D'ogn'intorno volgea lo sguardo intanto
L'attonito Damon, quando ad un tratto
Mira nel mezzo a le vittrici Larve
Su d'alto soglio, fra le verdi fronde
Di trionfale allor, fra il mirto atero
Il fido Tirsi assiso; intorno ad esso
Cinta la chioma d'olezzanti fiori
Vede seder de le virtudi amiche
Il venerato stuol: tutto ad un tratto
Ammirato si arresta, indi rompendo
Il tacito silenzio “ah vieni; esclama;
Vieni al mio sen, diletto amico, alfine
Rimirarti poss'io; l'estremo amplesso
Da un compagno fedel ricevi” e tosto
Le braccia avidamente al collo stende:
Quando ad un tratto l'ingannoso sogno
Scosse le penne, e per l'eteree vie
Rivolse il volo. Stupefatto, immoto,
Resta a un punto il Pastor fra gioja, e duolo,
Rivolge dubitando intorno il guardo,
Si confonde si arresta, e incerto alfine
Fisso il pensier ne le sognate Larve
A la rural sen torna umil cappanna.