L'AMICIZIA.

By Giacomo Leopardi

Di Febo già lo sfolgorante cocchio

Fuoco spirando i celeri destrieri

Al pelago traean; d'un roseo lume

Tingeasi l'orizzonte, e già su l'alto

Cocchio ascendea la tenebrosa notte:

Quando Damon da la cappanna uscendo

Mesto, e dolente al verde, erboso prato

Rivolse il passo onde sfogar l'acerba

Doglia fatal, che l'opprimea. D'intorno

Al fecondo terren sorgean ramosi

Arbori verdeggianti; orme stampava,

Col tortuoso piè, di bianco argento

Il limpido ruscello, e tra le fronde

Mormorava tranquillo il zeffiretto,

La stridula cicala il rauco suono

Udir facea dal verde tronco annoso,

E i pinti augelli ognor di ramo in ramo

Canticchiando sen gian; flebile e mesto

Piangea nel bosco il musico usignuolo,

E risuonar facea del dolce canto

L'ameno campo, e l'alta selva opaca.

Al margine del rio, sul prato erboso,

Sotto un platano alter si stende afflitto

Il dolente Pastor; puntella il capo

Con la debole destra, e in meste voci

Così l'affanno, ed il dolore esprime.

“Giorno fatal!... terribil giorno!... è questo

Quel dì ferale, in cui profonda, e nera,

Oscura tomba... oh Dio!... l'ossa rinchiuse

Del fido Tirsi: omai di sette lune

Scorse il giro dacchè funesta notte

A lui gli occhi ingombrò; gelida salma

Ei giacque in preda a cruda morte acerba,

E il petto offrì de la tremenda falce

A l'impeto fatale al colpo orrendo...

Terribil colpo, che atterrò, trafisse

Un amico fedele, e seco al suolo

Barbaro stese la tranquilla pace

Di un misero Pastor; con lui sepolta

La mia gioja sen giace, e sol compagno

M'è ne l'acerbo duolo il lutto, e il pianto.

Misero amico! o più diletta parte

De l'afflitto mio cuor! Dunque per sempre

Giacer tu devi ne l'eterno sonno

Nè più potremo con verace affetto

Darci di fido amor pegni sinceri?...

Sventurato Damon!... Tirsi infelice!...

Barbara morte!” e in così dir da gli occhi

Sgorgano a rivi ad irrigar le gote

Lacrime di dolor: mesto, ed afflitto

Ei tace, e in petto affoga il crudo affanno.

Ma già la notte il tenebroso manto

D'ogn'intorno stendea, di già sul cielo

Fulgidi risplendean gli astri lucenti;

Al tremolante suo pallido lume

L'argenteo cocchio per l'eteree vie

Cintia guidava, e l'atro velo oscuro,

Che d'ogni parte ottenebrava il mondo

Rompea benigna, e la riflessa immago

Ne' chiari fonti contemplava, e tutta

Giacer mirava nel sopor la terra.

Lieti posavan su le verdi fronde

I taciti augelletti, il rugghio orrendo

Udir non si facea de l'aspre belve

Che fra gli opachi, ed intricati boschi

Amica tregua a le diurne cure

Davan col sonno, e a la custodia intento

Solo vegliava il fido can nei campi,

O del Pastore a la cappanna accanto.

Di già scuotendo la stillante verga

Il tacito sopore in cieco obblìo

Il dolente Damon sepolto avea;

Quando ad un tratto d'ingannosa imago

Adombra il sonno del Pastor la mente,

Che ancor fra l'alta obblivione avvolto

Solo a l'estinto, sventurato amico

Il doglioso pensier fisso, ed immoto

Ognor tenea; con le suonanti penne

Le luci a lui cuoprendo il sogno errante

L'afflitta mente d'atre Larve ingombra.

Nel cupo de la terra, orrido seno

Entrar gli sembra fra le tombe oscure

De gli estinti mortali: umile il volto,

Dimesso il portamento, e grave il passo

Egli s'avvanza al moribondo lume

Di sepolcrali lampade dubbiose

Pendenti innanzi ai tenebrosi avelli

De gli avi antichi. Le marmoree tombe

Mira de' regi, che orgogliosi un giorno

Steser lo scettro sopra i vasti imperi,

E su d'altero soglio un dì fur visti

Regnar superbi, e dettar leggi al mondo.

Tacite, e meste ai neri avelli accanto

Vede l'ombre seder non più di ricca,

Aurea corona cinto il nobil capo,

Ma solo di funebre, atro cipresso;

Mira a lor piedi l'impotente scettro

Spezzato, e infranto, quello scettro altero,

Che un dì soggetto al cenno suo già vide

E popoli, e città, regni, ed imperi.

Avanza il passo, e le funeree tombe

Mira di quei, che con fulmineo acciaro

Fecero un di tremar le avverse turme,

Al di cui lampo spaventate il tergo

Volsero un giorno le atterrite schiere;

Di quei, che carchi di vittrici palme

In trionfal, superbo cocchio assisi

Dei nemici insultaro al mesto pianto,

Ed ora appiè de' tenebrosi avelli

Miran giacer gli aridi allori, e il brando

Non più terror d'armate squadre ostili,

E il non più forte scudo, e l'elmo, e l'asta,

E le neglette, ed atterrate insegne.

Quindi le dotte, sapienti carte,

E i savj dogmi a i muti avelli accanto

Premere ci vede, e calpestar feroce

Il cieco obblìo con l'ingiurioso piede,

E d'ogn'intorno sovra il suol disperse

Spezzate cetre, che armoniose il suono

Udir già fero, ed ammirar la destra,

Che l'aurate trattò musiche corde.

Con ciglio attento, e rispettosa fronte

Nel sacrato ricetto alfin s'innoltra

De la polve dei giusti: intorno ci mira

Fra i vivi raggi di splendor lucente

Le felici seder gloriose Larve

Di trionfal corona il capo cinte,

In man reggendo la vittrice palma:

L'oro fulgente, e le preziose gemme

Premon col piè: l'inesorabil morte

Fissi gli occhi sul suolo immobil guata

Giacere infranta la negletta falce;

Stupida resta, e rimirar non osa

De' vincitori suoi l'ombre nemiche.

D'ogn'intorno volgea lo sguardo intanto

L'attonito Damon, quando ad un tratto

Mira nel mezzo a le vittrici Larve

Su d'alto soglio, fra le verdi fronde

Di trionfale allor, fra il mirto atero

Il fido Tirsi assiso; intorno ad esso

Cinta la chioma d'olezzanti fiori

Vede seder de le virtudi amiche

Il venerato stuol: tutto ad un tratto

Ammirato si arresta, indi rompendo

Il tacito silenzio “ah vieni; esclama;

Vieni al mio sen, diletto amico, alfine

Rimirarti poss'io; l'estremo amplesso

Da un compagno fedel ricevi” e tosto

Le braccia avidamente al collo stende:

Quando ad un tratto l'ingannoso sogno

Scosse le penne, e per l'eteree vie

Rivolse il volo. Stupefatto, immoto,

Resta a un punto il Pastor fra gioja, e duolo,

Rivolge dubitando intorno il guardo,

Si confonde si arresta, e incerto alfine

Fisso il pensier ne le sognate Larve

A la rural sen torna umil cappanna.