L'AMOR PACIFICO
Gran disgrazia, mia cara, avere i nervi
troppo scoperti e sempre in convulsione,
e beati color, Dio li conservi,
che gli hanno, si può dire, in un coltrone,
in un coltrone di grasso coi fiocchi,
che ripara le nebbie e gli scirocchi.
Noi poveri barometri ambulanti
eccoci qui, con tutto il nostro amore,
piccosi, puntigliosi, stravaganti,
sempre e poi sempre in preda al malumore,
senza contare una carezza sola
che o presto o tardi non ci torni a gola.
Sentimi, cara mia, questa commedia
o dura poco, o non finisce bene;
e se d'accordo non ci si rimedia,
un di no' due ne porterà le pene.
Tu patisci, io non godo, e mi rincresce:
riformiamoci un po' se ci riesce.
In via di contrapposto e di specifico
al nostro amor che non si cheta mai,
ecco la storia dell'amor pacifico
di due fortunatissimi Ermolai,
femmina e maschio, che dal primo bacio
stanno tra loro come pane e cacio.
Essi là là come ragion comanda,
s'adorano da un mezzo giubileo:
l'amorosa si chiama Veneranda
e l'amoroso si chiama Taddeo,
nomi rotondi, larghi di battuta,
e da gente posata e ben pasciuta.
La dama infatti è un vero carnevale,
una meggiona di placido viso;
pare in tutto e per tutto tale e quale
una pollastra ingrassata col riso;
negli atti lenti ha scritto: Posa piano;
e spira flemma un miglio di lontano.
Grasso, bracato, a peso di carbone,
il suo caro Taddeo somiglia un B:
un vero corcontento, un mestolone
fatto, come suol dirsi, e messo lì:
sbuffa, cammina a pause, par di mota,
pare un tacchino quando fa la rota.
Del rimanente, vedi, tutti e due
oltre all'essere onesti a tutta prova,
levato il grasso e un briciolo di bue,
che per un grasso non è cosa nova,
son belli, freschi, netti come un dado,
cosa che in gente grassa avvien di rado.
Si veggono la sera e la mattina
comodamente all'ore stabilite;
parlan di consumè, di gelatina,
di cose nutrienti e saporite;
nell'inverno di stufe, e nell'estate
trattano, per lo più, di gramolate.
Quando arriva Taddeo, siede e domanda:
— Cara, che fai? come va l'appetito?
— Mi contento, — risponde Veneranda; —
e tu, anima mia, com'hai dormito?
— Undici ore, amor mio, tutte d'un fiato:
a mezzo giorno, o sbaglio, o t'ho sognato —.
E per dell'ore poi resta lì fermo,
duro, in panciolle, zitto come un olio;
o tirando sbadigli a cantofermo,
come se fosse zucchero o rosolio
si succhia in pace l'apatia serena
di quel caro faccione a luna piena.
Dal canto suo la tepida signora
quasi supina, colla calza in mano,
infilando una maglia ogni mezz'ora,
ride belando al caro pasticciano,
e torna a dimandar di tanto in tanto:
— Lo vuoi stamane un dito di vin santo? —
Perché questa signora, hai da sapere,
che invece di bijou, di portaspilli,
di rococò, di bocce e profumiere,
e di quei mille inutili gingilli,
di che, sciupando un monte di quattrini,
tu gremisci vetrine e tavolini;
come donna da casa e che sa bene
il gusto proprio e quello di chi l'ama,
in luogo di quei ninnoli, ci tiene
bottiglie, che so io, bocche di dama,
paste, sfogliate ripiene di frutta,
tanto per non amarsi a bocca asciutta.
La sera, quando s'avvicina l'ora
d'andare alla burletta o alla commedia,
Veneranda, che mastica e lavora,
senza scrollarsi punto dalla sedia,
sbadiglia e poi domanda: — Il tempo è buono?
— Stupendo. — Guarda un po', che ore sono?
— Son l'otto. — Proprio l'otto? Ora mi vesto.
— Brava. — Ma ti rincresce d'aspettarmi?
— No, no, vèstiti a comodo. — Eh, fo presto! —
(E lì piantati e duri come marmi).
— Taddeo, che ore sono? — Son le nove.
— Dunque scappo a vestirmi. — (E non si move).
— Taddeo, che dici, mi vesto di nero?
— Sì, vèstiti di nero. — O la mantiglia
l'abbia a prendere? — Prendila. — Davvero?
O se è caldo? — Allora non si piglia —.
Così restano in asso, e dopo un pezzo:
— Che ore sono? — Son le dieci e mezzo.
— Diamine! O dove sia la cameriera?...
Basta, oramai sarà l'ultima scena;
che diresti? — Anderemo un'altra sera.
— Sì, dici bene, è meglio andare a cena —.
E di questo galoppo, ognuno intende
che vanno avanti anco l'altre faccende.
Liti, capricci, chiacchiere, dispetti,
non turbano quel nodo arcibeato;
la Gelosia c'ingrassa di confetti,
il Sospetto ci casca addormentato:
Amor ci va, sbrigata ogni faccenda,
e credo che ci vada a far merenda.
La maldicenza (impara, o disgraziata,
tu che di ciarle fai sempre un gran caso),
la maldicenza a volte s'è provata
nelle loro faccende a dar di naso,
tentando forse di scoprir terreno,
o di farli dormir mezz'ora meno.
Ma per quanto le zanne abbia appuntate
come lesine e lunghe più di un passo,
questa volta, nel mordere, ha trovate
tante suola di muscoli e di grasso,
che per giungere al cor colla ferita,
l'ha fatta corta almen di quattro dita.
Una tal volta, immagina, fu detto
a Veneranda da una sua vicina,
che Taddeo le celava un amoretto
di fresco intavolato alla sordina,
e ciarlando arrivò la chiacchierona
fino a dirle la casa e la persona.
Rispose Veneranda: — O che volete,
caspiteretta, che non si diverta?
Lo compatisco; è giovane, sapete!
Solamente rimango a bocca aperta
che la vada a cercar tanto lontana,
a rischio di pigliare una scalmana! —
Un'altra volta dissero a Taddeo
che Veneranda, povera innocente,
teneva di straforo un cicisbeo,
e che questo briccone era un Tenente
che gli faceva l'amico sul muso
e dietro il Giuda, come corre l'uso.
— Come! — disse Taddeo — Carlo? davvero?
Povero Carlo, è tanto amico mio!
Per me ci vada pur senza mistero,
e tanto meglio se ci sono anch'io.
Ma eh? che capo ameno che è Carlo!
Fa bene Veneranda a carezzarlo — .
Così di mese in mese e d'anno in anno
amandosi e vivendo lemme lemme,
è certa, cara mia, che camperanno
a dieci doppî di Matusalemme.
E noi col nostro amore agro e indigesto
invecchieremo, creperemo, e presto.
O pace santa! o nodo benedetto!
Viva la Veneranda e il suo tesoro!
Ma in somma delle somme, io non t'ho detto
come andò che s'intesero tra loro:
se non l'ho detto, te lo dico adesso:
dirtelo o prima o poi, tanto è lo stesso.
Erano tutti e due del vicinato,
piccioni della stessa colombaia;
e ciascuno nel mondo avrà notato
che Dio fa le persone e poi l'appaia;
che l'amore e la tosse non si cela,
che vicinanza è mezza parentela.
Veneranda era vedova di poco;
Taddeo scapolo, ricco e ben veduto:
e una volta a proposito d'un cuoco
v'era corso un viglietto ed un saluto:
ma fino a lì, da buoni conoscenti,
la cosa era passata in complimenti.
Un giorno, da un amico, a desinare
trovandosi invitati e messi accanto,
si vennero per caso a combaciare
colle spalle, co' gomiti, con quanto
sempre (quando la seggiola non basta)
s'arroteranno due di quella pasta.
L'indole, la scambievole pinguedine,
la scintillaccia che madre Natura
pianta perfino in corpo alla torpedine,
il cibo, il caldo, e quell'arrotatura,
fece sentire alle nostre balene
d'esser due così da volersi bene.
L'affetto stuzzicato ad ogni costo
volea provarsi a dire una parola;
ma scontrato dal fritto e dall'arrosto
restava lì strizzato a mezza gola:
intanto il desinare era finito,
combattendo l'amore e l'appetito.
S'alzaron gli altri, ed ove si mesceva
il caffè tutti quanti erano andati;
quando gli amanti, dandosi di leva
co' pugni sulla mensa appuntellati,
in tre tempi, su su, venner ponzando,
soffiando, mugolando e tentennando.
Quando d'essere in piè fu ben sicuro,
Taddeo porse alla bella un braccio grave;
all'uscio si puntò, si strinse al muro;
e lì deposto il carico soave
nelle stanze di là la mandò sciolta,
ché bisognò passare uno alla volta.
Di qua, di là, per casa e nel giardino
tutta si sparpagliò la compagnia:
ma fiacchi dal disagio del cammino
di due salotti e d'una galleria,
provvidero gli amanti alla persona,
e fecer alto alla prima poltrona.
Nel primo abbocco degli innamorati
si sa che non v'è mai senso comune;
ma quando tutti e due sono impaniati,
ognun dal canto suo slenta la fune;
ognuno sa ciò che l'altro vuol dire
ognun capisce perché vuol capire.
Dopo mezz'ora e più di pausa muta,
Taddeo si fece franco e ruppe il ghiaccio,
e cominciò: — Signora, l'è piaciuta
la crema? — Eccome! — Sì? me ne compiaccio:
e quei tordi? — Squisiti! — E lo zampone?
— Eccellente! — E quel dentice? — Bonone!
— Per verità, si stava un po' pigiati...
Era un bene per me l'averla accosta;
ma se per caso ci siamo inciampati,
creda, Signora, non l'ho fatto a posta.
— O, le pare! anzi lei ci stava stretto;
scusi, vede, son grassa... — È un bel difetto!
— Lo crede? — In verità! codesto viso
è una Pasqua, che il Ciel glielo mantenga.
— Son sana. — Altro che sana! è un paradiso!
— Ma via, sono un po' grossa... — Eh, se ne tenga!
Per me... vorrei... se mi fosse concesso...
— Che cosa? — Rivederla un po' più spesso...
— S'annoierebbe. — Oibò m'annoierei?
Anzi sarebbe il mio divertimento.
— Oh, troppo bono! allora... faccia lei...
— Vede, Signora, il suo temperamento
mi pare che col mio possa confarsi:
che ne direbbe? — Eh, gua', potrebbe darsi.
— Via, faremo così: ci penseremo,
ci proveremo, e poi, se si combina,
quand'è contenta lei, seguiteremo:
la strada è pari, la casa è vicina,
tutto, secondo me, va per la piana...
Comincerò quest'altra settimana —
E così, tra volere e non volere,
fu sentito, scoperto, ventilato,
e poi con tutto il comodo a sedere,
senza malinconie continuato,
per tanti e tanti e tanti anni di filo,
questo tenero amor nato di chilo.