Laodamia a ProtesilaoEpistola decimaterza
Al dolce sposo suo pace e salute
Laodamia fedel manda, e desira
Ch'arrivin là dove il desio le mena.
Il comun grido è che contrario vento
Ne' porti di Beozia a forza tienti,
Ed al vostro camin ritarda il corso.
Ahimè, dov'era allor l'averso Noto
Che tu da me t'allontanasti? ahi lassa!
Ch'allora era opportuno alzarsi all'onde,
E sdegnose predarvi ancore e remi,
Allor doveva incrudelirsi il vento
E far contrasto a le superbe antenne:
Ch'io pure avrei del mio consorte amato
Ne la bocca e nel cor più baci affissi,
E prescritti gli avrei precetti e leggi,
Tutti a suo scampo, e sua salute buoni;
E più cose altre ancor dette gli avria.
Ma troppo fu la tua partita presta,
E troppo tosto mi ti tolse il vento,
Il vento, oimè, che l'annodate vele
E gli esperti nocchier chiamava al corso,
Il vento, oimè, che desiosi e lieti
Bramavano essi, e l'aspettar sovente;
Il vento, ch'era ai naviganti buono,
Non a me trista e sconsolata amante,
Che mi restava abbandonata in doglia,
Sciolta da le soavi, alte, e reali
Del pio consorte mio care accoglienze;
Onde la lingua mia finir non valse
Quei bei ricordi, anzi dogliosa e mesta
A gran pena potette esprimer fore
Quel doloroso e quell'afflitto, a Dio,
Che già gonfiato avea le vele e tese
Propizio Borea, e i naviganti accorti
Ingolfato avean già le prore altere,
E 'l mio Protesilao da lunge ito era.
Mentre io potei veder mio sposo amato,
Mi piaceva il mirare, e segui' sempre
Co' dolent'occhi miei le luci tue;
Ma poi che di vederti il mar mi tolse,
E scorger sol potea l'enfiate vele,
Gran pezza ebbi a tue vele i lumi intenti.
Ma tosto ch'io più non veder potea
Né te, né le tue vele, e 'ntorno intorno,
Lassa, non rimirava altro che l'onde,
Venneti dietro ancor con l'alma il lume
Degli occhi miei, e 'mpallidita in volto,
Chiuse le luci a guisa d'uom che pera,
Sul lido esangue, e tramortita caddi:
Ed a gran pena il vecchiarello Acasto
Mio genitore, ed il pietoso Ificlo
Suocero mio, e la mia cara madre
Tornaro in vita i tramortiti spirti
Con le fresch'acque, e ben piangendo fero
Officio pio: ma che giovommi? ahi lassa,
Quanto mi duol ch'io non finissi allora
Il dolore e la vita, e che non fosse,
Quel che parve morir, verace morte!
Ma come io mi rinvenni, e dentro al petto
Ritornò l'alma, ancor tornar con lei
I dolori e l'angoscie; e casto amore
E casta gelosia, qual sempre deve
Esser in donna al suo marito fida,
Mi punse il petto, e mi percosse il core.
Né più desio mi vien d'ornarmi il volto,
O far che le mie chiome, or crespe, or bionde,
Or intrecciate, or in bei nodi accolte,
Rendin vaghezza a le neglette guance,
Né più piacque vestir la seta, o l'oro;
Anzi men vo dove il dolor mi mena
Semplice, incolta, ed a me stessa vile,
Qual donna insana, o qual baccante suole
Or quinci, or quindi infuriar col corso.
Le donne di Filace umili e pie,
Per consolar tua sconsolata donna,
Vengan sovente a diportarse meco,
E mi dicano spesso: eh vesti omai,
Laodamia, i bei reali ammanti;
Ed io rispondo: io vestirommi mai
La porpora real fregiata d'oro,
Ed ei starassi a l'alte mura intorno
De la gran Troia? io m'ornerò le chiome
Di treccie e perle, et ei la fronte carca
Avrà de l'elmo? io le superbe e belle
Spoglie avrò in dosso, ed ei la notte e 'l giorno
L'aspro si vestirà gravoso ferro?
Anzi io mai sempre imiterò gl'affanni,
Quant'io mai possa, e tue fatiche gravi
Con star negletta ed a me stessa a schivo,
E tutto il tempo ancor che lunge fia
Mio ben da me per travagliarsi in guerra,
Non vedrà il sol di me donna più mesta.
O mal pastore, o mal troiano amante,
La cui beltade al tuo bel regno arreca
Gli ultimi stridi, almen consenta Iddio
Che tanto vil tu sia guerriero, e tanto
Pigro nimico e difensor di Troia,
Quant'empio fosti abitatore strano
Al maggior greco, il cui cortese affetto
Gli nocque tanto, e gli turbò sua pace.
Lassa, io vorrei che tu trovato avessi
In quella greca onde biasmarle il viso,
O fosse meno a lei gradito il volto
E tua beltà, che nel suo cor s'impresse.
Tu Menelao ancor, che tanto versi
Oro e sudor per ricovrar tua donna,
A quante arrecherà tormento e doglia,
A quante apporterà lagrime, e morte
La tua vendetta? Ahi sacrosanti Numi,
Che scorgete di noi gli affetti e i cori,
Deh torcete da noi, benigni e pii,
Ogni presagio tristo, e salvo rieda
Il mio consorte, e l'altrui spoglie altero,
E le proprie armi sue consacri a Giove.
Ma qualor, lassa, e' mi ritorna a mente
La cruda guerra, e quante volte viene
A starmi nel pensier l'incerto fine
De' bellicosi e dispietati assalti,
Io mi spavento, e da' miei lumi l'onde
Caggian, qual neve suol, ch'in tetto o colle
Abbia co' raggi suoi scoperta il sole:
E qualor sento il Simoenta e 'l Xanto
Ed Ilio ricordar, Tenedo, et Ida,
Che formidabil son pel nome istesso,
Io tremo tutta, e di te sol pavento.
Né fatto avria lo scelerato furto
L'empio troiano, e peregrino amante,
S'ei non avesse poi valore avuto
Di contrastare a le nimiche squadre,
E difender da voi l'amata preda:
E ben sapea quanto podere avesse
L'alto imperio troiano, e ben mostrollo,
Quant'alcun dice, in se medesmo allora
Ch'ei venne di molt'oro adorno e carco:
E seco aveva e di pedoni, e d'armi,
Di navi, e di guerrier superba armata,
Per cui si fan le sanguinose guerre,
E la parte minore era con seco
De la sua gente, e del suo regno altero.
Io ben mi credo, o scelerata figlia
Di Leda, e suora a' due fratei che fanno
Nel torto cerchio in ciel bel segno al sole,
Che la grazia, e 'l valor, che l'oro e l'ostro
Vincesser te, tua pudicizia, e 'l nome;
E penso ancor che le medesme cose
Faranno forza ai valorosi Greci,
E temo un certo Ettor, di cui sovente
Narrava cose il peregrin di Troia
Ch'a' più franchi guerrier cambiava il volto,
E ch'ei solea con la robusta mano
Far crude guerre e sanguinosi assalti.
Fuggi quel gran troian, fuggi quel fiero
Ettore, oimè, s'io ti son cara, ed abbia
Fisso nel cor quel formidabil nome;
E sovengati ancor leggiero e presto
Fuggir dagli altri, e imaginar che mille
Abbian simili a lui l'averse schiere
Famosi Ettorri, e del tuo sangue ingordi;
E fa' che quando a la battaglia andrai
Tu dica dentro al tuo pensier, mia donna
E dolce mia Laodamia m'ha scritto
Ch'io m'abbia cura, e mi conservi a lei.
Ma se 'l voler de' Numi eterni e santi
È che l'antica e valorosa Troia
Caggia per le man vostre, eh caggia almeno
Senza che ferro alcun versar ti faccia
Per le ferite tue stilla di sangue.
Combatta Menelao, sforzisi in fuga
Voltar l'insegne de' nimici, e quella
Toglier per forza altrui ch'altrui già tolse
A lui per fraude, e quel nimico altero,
Ch'ei vince di ragion, vincalo d'armi:
Perch'al consorte sol convenne in mezzo
Entrar dell'armi e de' nimici, et indi
Trarne sua donna, o perdervi anco insieme
Con lei la vita; et è da lui difforme
La tua ragion, ch'a te non fece offesa
Il peregrin troiano, e debbi solo
Difender la tua vita, onde tu possa
Ritornar vivo entro al pietoso seno
Di tua pietosa donna. Eh pii Troiani,
Deh tra tanti nimici a questo solo
Tenete lunge i sanguinosi ferri,
Acciò che fuor de le sue membra belle
Non si versi il mio sangue e la mia vita.
Ei non è tal che vestir piastra e maglia
Abbia in costume, o con l'ignudo ferro,
Di rabbia e crudeltade armato il petto,
Irsene contra a' suoi nimici altero.
Molto più fero, e più crudel nimico
V'è Menelao, che da soverchio amore,
E da soverchio ardor sferzato e spinto
Brama veder di voi spietato scempio:
Combatta altrui, Protesilao sol ami.
Io volsi bene, e 'l desiai sovente,
Impedirti il camin, ma pietà e tema
Di non turbar con infelice segno
La mente tua mi raffrenò la lingua:
E vidi ben che nell'uscir di fuore
Del dolce albergo tuo per irne a Troia
Tu percotesti in su la soglia il piede,
Che presagio mi fu forse non buono,
Ond'in me stessa, e sospirando dissi:
Oh piaccia al ciel che tal presagio sia
Del suo ritorno a noi nunzio felice!
E dicoti or questi accidenti occorsi,
Perché tu sia men animoso in guerra,
Ond'ogni mio timor se 'l porti il vento.
E l'oracolo ancor destina a morte
Quel greco, oimè, che sarà 'l primo a Troia
A porre il piè su la troiana arena.
Infelice colei che di suo sposo,
O di suo frate, o di suo padre, o figlio
Sarà la prima a lagrimar la morte!
Oh faccia Dio che tra la turba immensa
Esser non voglia il mio marito il primo!
Deh fa' ch'in tra mill'altre armate navi
La tua l'ultima sia, l'ultima rompa
L'onde da l'altre affaticate e rotte;
Fa' che di nave ancor l'ultimo smonti,
Perché 'l terren dove l'invitto piede
Moverà i passi è l'inimica arena,
Non di tua patria il desiato lido.
Ma quando tornerai, veloce spingi
Con le vele e co' remi il legno indietro,
E de' tuoi piedi in su l'arena stampa
Veloce l'orma, e più veloce i passi
Verso tua donna, e dolce albergo muovi.
Io, quando il sol ne l'ocean s'asconde,
O quando a mezzo giorno in ciel risplende,
Ne la luce e ne l'ombra, afflitta e mesta
Il mio dolore a travagliar mi viene.
Ma più che 'l giorno assai piango la notte,
La notte, oimè, ch'a le fanciulle suole
Esser sì grata, allor che liete stansi
Senza sospetto ai lor mariti in braccio:
E mentre io dormo, a la mia mente intorno
Volano i sogni, e le notturne larve,
E sì mi piaccion le sembianze vane,
Che mancandomi il vero, abbraccio il falso.
Ma perch'apparmi ognor pallida e smorta
L'imagin tua? e perché par che meco
Con singulti et omèi s'affligga e doglia,
E sì svegliar mi fai turbata e trista?
Io nondimeno i simulacri, e l'ombre
Notturne adoro, ed ogni altare e tempio
Fuma degli arsi miei voti et odori,
E porgo incensi, e con gl'incensi i pianti,
Da cui bagnati e molli, ardendo fanno
Vago splendor, sì come fiamma suole
Sorger più bella e più lucente allora
Che vin soave e puro in lei s'infonde.
Quando fia mai ch'io mi ti torni in braccio,
E che di gioia io tramortisca e caggia?
Quando fia mai ch'in un medesmo letto
Mi narri l'opre illustri, e i gesti alteri
Fatti in battaglia, e ch'io t'ascolti intenta?
I quai mentre udirò, benché mi fia
L'udirgli grato, io nondimen talora
Ti romperò lo ragionar cortese
Con dolci baci, e per tardanza tale
Sarà tua lingua a ragionar più pronta.
Ma, lassa me! che quando il mare e i venti,
Quando mi vien inanzi il Xanto e Troia,
Ogni conforto, ogni speranza cade
Da soverchio timor percossa e vinta.
Questo mi turba ancor, ch'averso vento
Vi tarda il corso, e voi superbi e stolti,
Di fortuna al dispetto, alzar volete
Le greche insegne, e dirizzar le prore,
E mal grado de l'onde irvene a Troia.
Chi vorrebbe già mai de' venti a forza
Tornarsi al dolce suo paterno lido?
E voi contra il voler de l'onde irate,
Contra il voler de' minacciosi venti
Dal bel natio terren v'andate lunge.
Non v'accorgete voi, miseri e folli,
Che 'l gran Nettunno il navigar vi toglie
A sua cittade? o temerarii Greci,
Ove ne gite infuriati e pazzi?
Eh, tornatevi indietro: ove vi spinge,
O Greci, empio furore? udite, udite
Come stride Aquilon, come enfia il mare,
Come risuona il cielo, e come freme
Sopra l'onde fortuna: ahimè! che questo
Vostro tardar non è per caso occorso,
Né per volger di cielo o di pianeta,
Ma per voler di riverendo nume.
Che cosa poi, con tant'armata, e tanta
Guerra crudel di racquistar si cerca,
Salvo ch'infida meretrice e trista,
Empia adultera e vile? eh, mentre e' lice,
Volgete, o Greci, al bel paese vostro
Le vostre vele, e ritornate indietro.
Ma perch'adietro vi richiamo? ahi lassa!
Non sia nel richiamarvi alcuno averso
Presagio, o tristo: anzi poi ch'ir v'è forza,
Poi che il destin vi guida, itene omai,
Itene lieti, e per le placid'onde
Aura vi muova al bel viaggio amica.
Oh quanta invidia a le troiane donne,
Lassa, port'io: che se non lunge avranno
Il greco campo, e si vedranno inanzi
Talora i padri insanguinati e morti,
Almen potrà la nuova sposa al suo
Caro consorte or la corazza, or l'elmo
Cinger pietosa, e tra paura e speme
Porgergli il brando, e l'onorato scudo,
E quelle altre armi use a portarsi in guerra;
E mentre ch'ella al bel servigio intenta
Armerà di sua man l'amato sposo,
Daransi insieme affettuosi baci,
Ch'ad ambidue sarà cortese pegno,
A lei d'amor, di pudicizia a lui.
E seco andrà fuor del comune albergo
Verso le porte, e l'inimico campo,
E gli dirà: fa' di tornarmi salvo,
E d'arrecar quest'armadure indietro;
Ond'ei de' figli e di sua donna amata
Portando impressi entro al suo petto i saggi
Amorosi consigli, avrà le luci,
Bench'ei combatta, a sua magion rivolte:
Ed ella, poi che ritornato ei fia
Da la battaglia, o fortunata donna!
Non men nel cor che nel sembiante allegra,
Gli trarrà l'elmo, e gli sciorrà lo scudo,
E del suo grembo a l'affannate e stanche
Membra farà tutta pietosa letto.
Ma noi dubbiose, e da voi lunge, abbiamo
Di gelata paura il cor costretto,
La qual ne stringe a dubitar mai sempre
Esservi occorso in questa assenza amara
Tutto quel mal ch'avenir suole ognora
A chi la vita sua travaglia in guerra.
Io nondimen, mentre in diversa e strana
Parte del cielo, al bel servigio intento
De' nostri regi, or la minuta maglia,
Or la piastra ti vesti, afflitta e mesta
E sola, ad una imagine m'attegno,
A cui racconto i miei martiri, e quelle
Care accoglienze ed amorosi affetti
Che proprii son d'affettuosa amante,
E che far deve al suo marito pio
Pudica moglie, e giovanetta sposa,
A quella imagin mostro; e sappi ch'ella
Ti somiglia sì ben, che se 'l cortese,
Accorto, e saggio, e diligente mastro
Avesse dato a l'opera gentile,
Con la figura, voce ed intelletto,
Ella saria Protesilao: sì ch'io
Spesso la miro, e lei sovente abbraccio
Quasi mio sposo vero, e come s'ella
Potesse favellar, con lei ragiono,
E con lei passo il travagliato tempo.
E ti giuro per quel bramato e caro
Ritorno tuo, e per tue membra belle,
Che quasi numi miei graditi adoro,
E per le fiamme ancor, che dolcemente
Arsero intorno a le pudiche nozze,
Ed ora ad ambiduoi ne infiamman l'alme,
E per la fronte tua, ch'io veggia un giorno
Di bianco crin ne la matura etate
Ornata e carca, e ti prometto ch'io,
O morto, il che pavento, o vivo, come
Sempre desio, ti seguirò pietosa
Dove a te piaccia; e questo aviso breve
Si chiuda in somma in questi brevi accenti:
Di me ti prenda, e di te stesso cura.