l'Ariadna
Era nel tempo quando
Con ruggiadoso, e liquefatto argento
Lor vicino morir piangean le stelle,
E l'inimico sole
Contra quelle mandava
Sue prime schiere i matutini albori:
Questi spiegato al mondo
Già de la luce avean bianco stendardo,
E al ventilar de la nemica insegna
S'empia di freddo e di pauroso gelo
L'umida notte, e lo stellato cielo.
Già mandavano in terra
Le moribonde, e fuggitive stelle
I lievi sogni erranti,
Snelli ministri lor a chiuder pronti
Sotto chiave letea l'umane luci:
Poiché quell'ampia, e rilucente schiera
D'ardenti faci in sul celeste campo,
Quasi in pubblico agon vinti guerrieri,
Abborrian vergognando
Di spettator mortale il volto e 'l guardo.
Onde, battendo i vanni,
Quai vezzosi Amoretti, a l'aria algente
Là su dal ciel la soporosa turba
Dolce scendea de la gran madre in seno.
Già sentonsi i mortali
Tra nettaree catene i sensi avvolti,
Che, tolte de le cure omai le spine,
De la vita mortal godean la rosa:
E muto il tutto par, ed Eco è muta,
Di moto privo, e d'ogni senso è il tutto:
E saper non si puote,
In quel commune oblio grave e profondo,
S'ha suoi cultori, o s'è deserto il mondo.
Sola tra sonno tanto in molli piume
Ariadna destossi, e in mezzo il petto
Sola tra 'l gel notturno un rogo avea.
Ella, il padre fugendo,
Da l'isola di Giove a l'erma Nasso
Con l'infido amator lieta gionta era,
Infelice donzella:
E qui sotto auree tende e reggia pompa,
Che fu de l'amor suo pompa funebre,
Misera con lui giacque, ed a questa ora
(Poiché non dorme Amor s'ha chiusi i lumi)
Destavasi meschina,
E tra 'l sonno e 'l vegliar divisa e incerta,
La man distese al petto
Del creduto, ma invan, Teseo vicino,
D'averne il tolto cor forse bramosa:
Stese, ma stese invano,
Indi con l'altra tenta, e tenta indarno,
E se questo e quel piede in cerchio mena,
E su quel letto sembra
Natatrice d'Amor bella e dolente,
Nulla tocca, null'ode, e nulla sente.
Ma il timor, fatto in lei
Di pauroso guerrier guerriero audace,
Vince il nemico sonno, e 'l fuga a un punto,
Onde sciolta il bel crine,
E furiosa e ignuda
Lascia a un salto le piume, e fuor ne corre,
Ma quieto il tutto, e solo il tutto vede:
Lassa, ch'altro non scorge
Che tra virgulti e fior l'aura pietosa
Pianger suo scempio, e sospirar spirando,
E le deserte tende,
E 'l solitario lido
Pieno d'infideltà, vuoto di genti,
E l'ombre dense e nere
Mostrar d'atri colori
La negra fé del mentitor malvaggio
Col pennel tenebroso in lor ritratta.
Certa al fin del suo male immota agghiaccia,
E le candide membra
Del regno di beltà sembran cittadi
Ove il nemico giel fiero trascorre,
E dei sensi i castelli altiero abbatte.
Onde gelida stassi,
Immobil fatta, ed insensibil mole;
Bella selce animata,
Che foco ha tra le vene, e gela fuori.
Ma in profondo pensiero,
Quasi in ampio Ocean di torbid'onde,
Sua conquassata mente ondeggia e nuota;
Lassa, che certa mira
La fé rotta, il suo danno, e l'altrui fraude:
Spesso larve le stima;
Ma che? se pur è forza
Che quel ch'è vero creda; onde dal duolo,
Qual da turbo crudel rapita nave,
D'invendicabil ira
Altamente avampando,
Lungo incerto sentier rabbiosa calca
De l'inferno d'Amor furia aggitata,
Che, se in man non ha face, al cor la porta;
Anzi una face tutta, ed una fiamma
La misera rassembra, accesa, ahi doglia,
Nel Fleghetonte d'amorosi abissi,
E qual bruciante face,
Da mille furie scossa, e mille destre,
Mille giri formava, e mille vie;
E commossa mandava
Faville di sospir, fiamme di strida.
O qual era il vedere
Far ne la bella ignuda
La beltà col dolor gara e contesa,
E con fiamma d'amor, fiamma di sdegno:
Sparso il crin biondo errava,
E verso il mar rivolto,
Parea correr volesse
A l'infido amator per annodarlo;
Ma quelle amate luci,
D'Amor vaghe fucine,
Ov'affinava, ov'agguzzava i dardi,
Eran fonti di fiamme, e fonti d'acque;
Sì ch'alor si vedeano
Con ammirabil tempra
Sotto il placido ciel de l'alma fronte
Duo nemici elementi
Ne la sfera d'Amor in lega uniti;
Ma in sì leggiadre guise
La maestra beltade
Ne la forma de l'un l'altro converse,
Che l'acqua arder parea, stillar il foco;
E ne le guancie essangui
Eran smarriti i bei vermigli fiori,
E mesti in lor s'impallidian gli Amori.
Ma talor si vedea, sendo fugato
Da lo sdegno guerrier l'essangue duolo,
Di feroce rossor, ma dolce e vago,
Porporeggiar le tenerette gote:
Alor ne l'animate
Porpore orientali
Con le liquide perle in lor cadenti,
E col fin or de le disciolte chiome,
Tesser pareva Amore
Di conteste beltà dolce ricamo.
Ahi quante volte, ahi quante,
Con unghie empie radenti,
Animati cortelli che l'offerse
Del tiranno dolor l'ira ministra,
Tempestò d'aspre piaghe,
Carnefice crudel, l'essangui gote:
Quelle opponean talora,
Per far qualche difesa,
Pur come aurato scudo,
Il crin errante e vago;
Ma quei ripari sciolti, ella meschiava
Ferite di rubini,
Stragge di lucid'oro,
E in giù cader vedeansi
Di liquidi coralli amari rivi.
Squarcia il viso, le guancie,
Il vago petto offende,
Per offendere insieme
De l'infido amator l'empio ritratto.
Teseo, Teseo chiamava
Tra' singhiozzi la bocca,
Teseo, Teseo gridava
Eco fatta per lei dolente e mesta,
Ma risposta non ha quella né questa.
A la beltà schernita,
A la beltà tradita,
Pianger parean pietosi
Il cielo e gli elementi,
E vestirsi per lei d'oscure bende
Lungi i caliginosi orridi monti;
Languian le molli erbette,
Radoppiar le viole
Il leggiadro pallore:
Parea la gentil rosa,
La regina dei fiori,
Il rubino de' prati,
Contra l'infido amante,
Sdegnosa rosseggiando, avampar d'ira,
E contra lui le spine,
Sua pungente famiglia, aguzzar tutte;
Anzi è fama che l'ape,
Ingegnoso augelletto,
Mezzo il volante stuol d'Amore imago,
Al pargoletto corpo, al mele, a l'ago,
Venne al purpureo labro,
Ché rosa la stimò, perché ne tragga
Aurei celesti umori,
E ben tolti gli avria,
Ma de' sospir la disdegnosa schiera,
De l'esalante cor fiamme sorgenti,
La sospinsero in fuga:
Ond'ella, che conobbe
I suoi leggiadri inganni,
E de la bella e mesta il pianto e 'l duolo,
Con susurrante lutto,
E girevol gridar, pietosa il pianse.
Corre al mar, ma ritarda
Le delicate piante,
Per poterle baciar, l'arena amante:
Appiattarsi fur viste, ov'ella andava,
Riverenti le spine,
Di non offender vaghe
De' teneretti piè gli avorii ignudi;
Ma più de l'altre ardite,
Invaghite ben molte
Per baciarla stendean l'acuta bocca,
Baciatrici pungenti, e crude amanti.
Ma d'amor, d'ira, e duolo
Come d'acuti sproni
E stimolata e punta,
Ogni divieto rompe, e al lido arriva.
Quivi unita al terren ruvida mole,
Non so se scoglio o monte, a l'onde sporge,
De' liquidi confini
Del regno ondoso usurpator superbo,
Che tra scagliose roccie,
E schegge, e aperte rupi,
E precipizii orrendi,
Mostra piene d'orror le membra ignude.
Sol poche parti ammanta
Del suo petroso tergo
La verde de l'April feconda veste,
Ma la sua steril cima
D'ogni fregio spogliata alta biancheggia,
Ed egli a punto sembra
Calvo e canuto il capo
De la minuta arena annoso padre,
Anzi, di scogli cinto,
Par orgoglioso in vista
De la sassosa turba antico duce;
O pur alto castello,
Che di quel picciol regno in sul confine
Contra il nemico mar la terra eresse.
Qua la donzella ascese,
E qui s'offerse, ahi lassa, al mondo, e al cielo,
Di mal gradito amore,
Di fida fé tradita,
Miserando spettacolo e infelice.
Essa il torbido sguardo,
Che da lagrime spesse era impedito,
Drizza a l'onde lontane, e lungi vede,
Vede, o parle vedere,
L'infami infide vele
Sul liquido sentier fuggir a volo,
Ed al suo pianto mira
Via più del sordo mar sordi quei legni.
Ferma ella stassi, e immota,
Che lo stupor, e 'l gielo
Ripresso al cor profondo aveano il duolo;
Poi disse: "Ahi Teseo, ahi Teseo,
Tu con le vele in un la fede hai sciolta,
Perché l'aura ne porti e fede e vele:
Vattene però crudo
D'ogni pietate ignudo,
Teco fida verrà quest'alma amante;
Vattene, passa il mare,
E la tua infedeltà nel mar vedrai;
Vattene, ch'alzerà per mio tormento
Le vele tue de' miei sospiri il vento".
Così diceva, ed al parlare il varco
Chiuse il dolor, ed ai sospir l'aperse;
Sol parlavan per lei
I dolorosi omèi,
Sol parlava per lei dolente il mare,
Ch'a l'arene spargendo,
Quasi canuto crin, l'argentea spuma,
Alto ululando accompagnolla al pianto;
Pianser la fé delusa
Tra l'amoroso nido in riva al mare
Ceice ed Alcione, amanti e sposi,
E dolorosa risonar s'udio
La piscosa sampogna al gran Nereo;
E voi ninfe cortesi
Del ceruleo spumante,
Sciolto l'umido crin, seco piangeste;
Tu del fanciullo amato,
Galatea, rammentasti il fiero scempio,
E per esso, e per lei pianto versasti.
Qua v'adunaste allora,
O conche, per raccor le vive perle
Che le cadean dagli occhi in grembo a l'onde.
E tu del mar signor, umido Dio,
Credesti ancor ch'un'altra Dea d'Amore
Da le lagrime belle uscir dovesse,
Qual da le salse spume un tempo sorse.
Ma sparite le vele erano intanto,
E sparita sua spene:
Sol agli afflitti lumi orrida s'offre
La vastità vorace
Degli ondosi del mar aperti campi;
Sol deserti paesi,
Sol incolte campagne,
Sol di belve e di mostri
Empie caverne e spaventosi alberghi
Scorge ne l'ora ombrosa
La leggiadra fanciulla ignuda e sola.
Che farà? che dirà?
Chi fia ch'a l'infelice
Porga aita o conforto?
Duolsi, piange, e s'adira,
Ma nessun è, che intenda
Suo duol, suo pianto, ed ira:
Sul sasso al fin s'asside,
Che con le dure schegge
Avria ben forse offeso
Quei candidi alabastri ignudi e molli,
Ma quel pianto gentil tenero il rese;
Poscia a la bella, e ruggiadosa guancia
Fa con la bianca man sostegno e posa,
E 'l sospiroso guardo in giù dechina:
E ben mille pensieri,
E ben mille disegni,
E ben mill'onte ed ire
Forma, guasta, rinova, e in lor s'avvolge,
E delira con lor, con lor si strugge,
Quasi gelida neve ai caldi rai.
A la pietosa e bella
Dolorosa sembianza,
Al simulacro amaro
D'un'estrema beltà, d'un duolo estremo,
Già liquefatti in pianto
Sarian la terra e 'l cielo,
Ma quegl'affanni acerbi
In gran parte celaro
L'ombre non anco spente;
E tu, sciolto aureo crin, forse temendo
Che non ruini in questa guisa il mondo,
Il bel viso umidetto anco ascondevi.
Fu veduto in quell'ora
Il cieco alato Iddio
Dispettoso e dolente
L'aurata sua faretra, e l'arco, e i dardi
Rompere e fracassare,
E sovente asciugar a la donzella
Con la benda degli occhi il dolce pianto,
Ed or con le gentili umide stille
Mesto ammorzar la face:
Vedeansi a schiera a schiera
I pargoletti Amori
Con querulo susurro intorno a lei
I suoi dogliosi affanni
Pianger cortesi, e spennacchiarsi i vanni.
Non così bella, e dolorosa un tempo
Là tra gli idalii boschi
Pianse la Dea d'Amor l'estinto Adone,
Né mai sì dolce in vista
Amorosetto cigno
La sua morte gentil cantando piange,
Com'essa, che in un punto
Ne' melati lamenti al petto altrui
E dolcezza e pietà desta e rinova.
"Partisti, ella dicea,
Partisti infido, ahi lassa,
E mi partisti il petto;
Ma, se non ti trattenne
Il mio semplice amore,
O la promessa fede,
O la mia certa morte,
Trattener ti dovea, perfido, almeno
Quel fil onde tua vita
A le tue membra è unita,
Quel fil, onde varcasti
De l'intricate vie
Gl'insidiosi passi
Del laberinto incerto:
Ma, se d'un laberinto
Poco dianzi io ti trassi, or perché, crudo,
Laberinto maggior provar mi fai?
A le città paterne
N'andrai, spietato, ed ivi
Tra glorie, vanti, e feste
Orgoglioso dirai l'ottenuta vittoria
Del mostruoso parto
D'un mostruoso amore,
E le prove, e i perigli
Altiero accrescerai.
Ahi fiero! in mezzo questi
Vanta, vanta spietato
La vittoria più degna,
La vittoria più illustre,
D'aver in erma arena,
In solitario lido,
Mezzo i notturni orrori,
E schernita, e delusa, e abbandonata
Giovanetta donzella,
Semplice amante, e sola;
Ma, se di me malvaggio
Questa vittoria avesti,
Perché la vinta, ohimè, teco non porti?
Me tra l'alte tue pompe
Miri schernita Atene,
E col mostruoso teschio
Del Minotauro anciso
In un condur si veda
Questo mostro di doglia,
Questo mostro d'affanni,
Questo mostro d'Amor, mostro di sorte;
Ed ivi forse alcuno
Qualche stilla di pianto,
Il mio amor condolendo, e la mia fede,
Mi verserà cortese.
Ma che vaneggi, ahi lassa,
Infelice Ariadna?
Svellasi omai dal core
La traditrice imago,
Arda fiamma di sdegno il vil ritratto.
Deh venite, venite
Fere selvaggie, e voi
Or con unghie, or con morsi
Cancellate cortesi
Da questo infetto core
De l'empio mentitor l'iniquo aspetto:
E di fere esser preda
Non ti doler, mio core,
Se da fera maggior ancisa è l'alma.
Alor veloce e snella,
Io n'andrò spirto ignudo,
E indivisibilmente,
Or al tergo or ai fianchi,
Quasi arrabiato veltro, contra l'empio,
Che per lo mar sen fugge,
Latrerò, morderò, sì che in quest'onde
Novamente si veda
Altra Scilla d'Amor, anzi di sdegno:
Prenderò, cangerò contra il crudele,
Com'è vario il mio mal, varie le forme.
Frangerò l'empie vele,
Romperò remi e legni,
Farò che col mio pianto
Sorga larga procella,
E con miei fieri gridi,
E con gl'irati sguardi,
Formerò tuoni e lampi;
De' miei sospiri il vento
Gonfiarà l'ampio mare,
Sgorgherà dagli abissi
La caligine eterna,
E l'aria impura ed empia
Cingeran atre nebbie,
Ed usciranno a gara,
E voleran veloci
Mezzo i tartarei orrori i mostri ardenti:
E Sfingi, ed Idre, e Draghi,
E Briarei superbi,
Ed altri (se di loro
Ha il regno di Pluton forme più atroci)
Girinsi intorno il guardo
Del fugitivo iniquo,
E minacciosi e fieri
Gli appresentin vicina
Irreparabil morte,
E tra lor lagrimoso
Il mesto spirto mio voli e s'aggiri,
E dica: Ahi troppo indegna,
Ed iniqua mercede
Diede un infido amante a fida fede.
Ma che penso? che parlo?
Dove, dove infelice,
Di pensier in pensier trascorro e piango?
Io pur qui neghittosa
Lacrimando m'assido,
E con vane parole,
E con folli disegni il duolo avvivo.
Ahi delusa, ahi dolente,
Forse quest'aria ombrosa
Che coprì tue sventure,
E quest'onde nemiche
Che rapiro il tuo ben daranti aita?
Dove afflitta m'avvolgo?
Invocherò le stelle,
Che dolorose anch'esse,
Mentre or io mi querelo,
Per non veder mio duol fuggon dal cielo?
Ardisci, o core, ardisci,
Ecco l'onde vicine, ardisci, ardisci,
E se 'l foco provasti, or prova l'acque:
Questo mar del mio duolo
Fatto forse pietoso,
Dentro il liquido sen grato accogliendo
Queste cadenti membra,
A l'amata cagion del mio dolore
Mi renderà cortese;
O pur col freddo umore
Estinguerammi il foco,
E col foco la vita".
Così diceva, ed ecco
Tramortita sen giace,
E pallidi, ed essangui,
Smaltati, ohimè, per tutto
Fur di gelate perle i vivi argenti:
Chiude i lumi la vista omai smarrita,
E un'imago di morte a lei dà vita,
E 'l corpo infermo e lasso
Sopra un sasso parea gelido sasso.
Così presso a Peloro
Cantando Opico un giorno,
Al gran Lanza rivolto,
Ch'ei qual nume d'onore ammira e cole,
Disse: Già sola e mesta
Al partir di Teseo pianse Ariadna,
Ed or pianger si sente
Più mesta al tuo partir Zancla dolente.