L'ARTE POETICA DI ORAZIO TRAVESTITA ED ESPOSTA IN OTTAVA RIMA

By Giacomo Leopardi

Se ad un Pittore, a cui mancasse un poco

Di quel giudizio che nel mondo è raro,

Venisse nel cervel di unir per giuoco

Al capo d'uom la testa d'un Somaro,

O mostrar mezza donna, ed in tal loco

Un pesce insiem più sporco d'un caldaro:

Tener potreste, o amici, il varco chiuso

Al ridere, in mirar sì brutto muso?

Credetemi, o Pisoni, a tal pittura

Un'elegia somiglia ovvero un'oda,

Ed ogni altra poetica scrittura,

Che ad un pensier non dà capo nè coda,

In cui rassembra un mostro di natura,

Oppure a meglio dir sembra una broda

Qualunque miserabile concetto,

Eguale a' sogni miei quando sto in letto.

Ma vedo già che alcun con faccia fresca

Mi oppon che tutto il vate ed il pittore

Può sempre ardir, sebben non ci riesca.

Questa licenza io do di tutto cuore,

E la richieggo ancor; ma non v'incresca

Di dirmi, se vi par, che uno Scrittore

Possa a suo piacimento unire all'uopo

La mosca al ragno ed alla gatta il topo.

Gonfio come un pallone, opra ingegnosa

Talun comincia, e spesso avvien che appunti

Ad una tela lacerata e ròsa

Di porpora uno straccio; unti e bisunti

Gli alberi descrivendo, e la famosa

Di Cuccagna cittade, e insiem congiunti

Di latte e di butirro i sacri fonti,

Di cacio i boschi e di frittate i monti.

Forse un cipresso ancor coi bei colori

Tu dipinger saprai; ma ciò che vale,

Se qui non era il loco suo? Gli orrori

Se del mar tu ritraggi al naturale,

E fra questi colui che i suoi tesori

T'aprì perchè il pingessi, uno stivale

Non ti dirà vedendo egli sott'occhio

Nuotar l'immagin su come un ranocchio?

Un orciuol cominciò con presto giro

Veloce ruota; eh, che mai dir dovrei

Se mentre attento un tal lavor rimiro,

N'escisse un orinal? Tutto tu dei

Semplicemente espor: penso e sospiro

Onde scoprire il ben; se i versi miei

Brevemente talor scriver procuro,

Mi si fa notte, e batto il capo al muro.

Patisce poi di molta debolezza

Chi dietro corre a cosa vana e lieve,

E in terra casca come pera, mèzza

Chi tropp'alto vuo' gir. Mai non si deve

Un concetto variar per più vaghezza

In mille forme; e chi, per dirla in breve,

Ciò non cura, di un bosco in tra le fronde

Dipinge un pesce, ed un maial ne l'onde.

Se da Somaro un mettesi a fuggire

Nè la sua fuga copre attentamente,

Uno sciocco parrà, se il vogliam dire.

Con occhi neri e insiem senza alcun dente

Io piuttosto amerei di comparire

Che far ne' versi miei rider la gente,

Come colui che sol l'unghie e la chioma

Sa nel bronzo imitare o il bel di Roma.

Se a un peso sottopor si vuole il dorso,

Si veda in prima come stan le spalle,

E chi ciò ben farà, drizzare il corso

Potrà di poi per l'eliconio calle,

E da tutte le Muse avrà soccorso

Onde non caschi nella bassa valle,

E data al suol, meschino, una gran botta

Non torni a casa con la testa rotta.

Chi vuol l'ordin serbar, deve aver l'occhio

A por tutto al suo loco: un gran Dottore

Quegli sarà, che insiem pulce-pidocchio,

Verbigrazia, unirà. Non poco onore

Acquistar può chi non sarà capocchio

Una nuova parola in tirar fuore;

Poichè per qual ragion Plauto e Cecilio

Può far ciò che non può Vario e Virgilio?

Perchè quella vecchiaccia scarmigliata,

Che dal popol roman vien detta Invidia,

Con quella bocca sua brutta e sdentata

Mi vieterà soltanto per perfidia

Di aggiunger quattro nomi alla bennata

Lingua, che senza aver timor d'insidia

Catone accrebbe ed Ennio? Io voglio fare

In questa occasion quel che mi pare.

Come ne' boschi al rotolar degli anni

Cadon le foglie, e mutano colore

Gli alberi tutti, o come i grossi panni

Io lascio allor che la stagion migliore

Ver noi rivolse i colorati vanni

E più freddo non ho; così l'onore

Perdono a poco a poco i nomi antichi,

E i pomi detti un dì si chiaman fichi.

Tutti morir dobbiamo, o venga in terra

Nettuno e scacci via co' calci il vento,

O un lago, che molt'acqua in sè rinserra,

Util divenga e secco in un momento,

E dall'aratro una molesta guerra

Si senta fare, e la sopporti a stento,

Nè scacciar possa quel seccante impiccio

Come scacciam le mosche da un pasticcio.

E nulla val che a forza di sassate

Venga il maestro al Tebro a dar lezione;

E, non giovando poi le bastonate,

Fra quattro pietre mettalo in prigione.

Tutto perir dovrà: se le adottatte

Parole un giorno nel civil sermone

Ora adoprar tu vuoi contro dell'uso,

Di tutto re, ti rideran sul muso.

Le battaglie de' sorci e delle rane

Come dobbiam cantar mostrocci Omero;

Con zoppi versi le miserie umane

Descritte furo un giorno; in modo fiero

S'accapiglia qualcun con liti strane,

L'autor dell'elegia reale e vero

Onde trovar, nè il dotto tribunale

Sciolse tal causa ancor nè ben nè male.

Archiloco arrabbiato scappò fuora

Con un giambo alla man come un bastone.

Scelse tal verso in sulle scene ancora

Lo stivaletto e insiem lo stivalone,

Poichè con lui parlar poteasi ognora

Nel teatro da tutte le persone.

Con i lirici poi sonanti e chiari

Lodansi i Dei, le pugne ed i Somari.

Per qual cagion dovrà chiamarsi Vate

Lui che fa versi da fugare i cani?

Con gravi carmi, e scelte e ricercate

Ampollose parole, e nomi strani

Non si ponno eccitar mai le risate;

Nè d'un maial la strage e l'empie mani

Tinte del sangue suo pianger faranno,

Se degni versi allor non si useranno.

Talora nondimen Creme sdegnoso

Parla, e si stizza con altera voce,

Ed il Tragico pur fa da vezzoso

Nel basso stil: quando Fortuna atroce

Pel ciuffo abbranca Telefo doglioso,

Non deve egli con bocca alta e feroce

Sue sventure narrar, se vuol commossi

Gli uditori veder con gli occhi rossi.

Come il candito, ognor dolci esser denno

I nobili Poemi, e allor, se ridi

Ancor io riderò; solo al tuo cenno

Lacrimar mi vedrai. Dai patri lidi

Lungi Peleo se il duol privo di senno

Esprime e piange, invan tu gemi o stridi,

Che una tal quiete m'occupa e sì grata,

Che non mi sveglierebbe una sassata.

Chi è mesto deve star con grugno basso,

Chi è lieto dee mostrar la faccia tosta;

Se no, l'illusione andrenne a spasso

E fuggirà dal palco per la posta,

E nel Teatro un suon farà fracasso,

Che a' Recitanti troppo non si accosta,

Ed è quel sibilar soave e grato,

Che proprio ad ogni attor rimette il fiato.

Dissimile esser dee sempre il discorso

Di umil Servitorello e d'un Sovrano,

Di chi una torre par che porti in dorso

E di quel che potria portarla in mano.

Ognuno dell'azion nel lungo corso

Quello dee far briaco, e questo sano,

Feroce il Gatto sia, stizzoso il Gallo,

Destra la Scimia e sciocco il Pappagallo.

Se metter vuoi nuova persona in scena,

Bada che dal principio insino al fine

Sia tutto unito come una catena;

Ma ti ritroverai poi fra le spine

E sentirai gran peso in sulla schiena,

Se dir vuoi cose ignote e pellegrine;

E se imitar di troppo hai tu per uso,

Alla perfin dovrai battere il muso.

Nè in modo cominciar, che nulla vaglia,

Tu dei, come un Autor con gonfie labbia,

Cantar volendo una regal battaglia,

Cominciò da Somaro, e a mal non l'abbia:

"Canto lo stocco e il batticul di maglia".

Non vedi affè, che vengati la rabbia!

Quanto meglio costui colpisce il segno?

"Vorrei cantar quel memorando sdegno".

Nè comincia a narrar dell'aspra guerra

Fin dal principio, e al fin sempre s'avanza,

Nè il Leggitore scoraggisce e atterra

Con qualche favolosa stravaganza.

Se vuoi che quanto popolo rinserra

La romana città nella sua panza,

Accorra all'opre tue, sta' attento bene

Che ciascun viva come a lui conviene.

Un ragazzuol, che senza precettore

A parlar imparò, nè di cascare

E di batter la zocca ha più timore,

Con i suoi pari ognor vorria giocare,

Si sdegna, e piange, e sta di mal umore,

Se ciò che vuol non ha; torna ad amare

Chi adesso odiò; si cangia ogni momento

Come una banderuola esposta al vento.

Un giovinetto, poi che in sua malora

Partirsi vide il Precettor dal fianco,

Se da qualcun corretto vien talora,

Al suo consiglio è sordo come un banco,

Corre pei campi, e balla, e salta ognora,

E di spender giammai non sembra stanco;

Ma fatto poi viril diventa avaro,

Raspa, tien conto, e inchiava il suo denaro.

Un vecchio, al suo baston quando s'appoggia,

Ruga, s'inquieta, e nessun lascia in pace,

Volta per ogni parte e in ogni foggia

Le crocchie, e tutto vuol come a lui piace;

Di colpi spesso fa cader gran pioggia

Sopra un ragazzo inerme, e mai non tace.

Vedi dunque se può l'istesso aspetto

Darsi a un vecchio sciancato e a un giovinetto.

Benchè per fodrar gli occhi di prosciutto

Mostrar si debba ogni atto in sulla scena,

Far non si può che per più duolo e lutto

D'un reo si veda la dogliosa pena,

Poichè ciò si faria senza alcun frutto;

E se vuol Pantalone andare a cena,

Non deesi già pubblicamente il collo

Tirare a un gallinaccio oppure a un pollo.

Bastan cinqu'atti, se non fosse troppo;

Poichè, se tanto lunga è una Tragedia,

Fugge ognun dal Teatro di galoppo

Per quivi non morir di pura inedia;

Non comparisca un dio, se un qualche intoppo

Non vi è che senza lui non si rimedia;

Il coro poi dee favorire i buoni

E fuggir dai superbi e dai poltroni.

Non, come adesso, in pria s'udiva il suono

Di quella dolce armoniosa tromba,

Che simile scoppiando a un grosso tuono,

Per i vuoti sedili alto rimbomba,

Nè stabilito avea l'odioso trono

Sì gran licenza; e come una colomba

Bianca de' recitanti era la vesta,

Che per esser sì lunga or si calpesta.

Chi combattè per un Somaro in verso,

I Satiri introdusse nel Teatro

Con orecchie caprine e il piè diverso,

Orrida barba e il pelo sporco ed atro,

Che ballando per dritto e per traverso.

Parean villani tolti dall'aratro;

Eppur sempre facean rider le genti,

Ed ai lor moti stavan tutti attenti.

Far non si dee che chi carico d'oro

Fu già veduto, vada all'osteria

Senza punto curare il suo decoro;

O mentre in una lunga diceria

Strignere in pugno crede un gran tesoro,

L'apra e più mosche veda volar via;

Nè la Tragedia dee gir tanto abbasso,

Che batta il naso in un macigno o un sasso.

Non mai con versi comici e burleschi

Tesser si deve una dogliosa azione;

Diversamente, quattro fichi freschi

Non val neppur la tua composizione;

E invan per lode aver peschi e ripeschi,

Se un Fauno non sta a segno con le buone,

Che in tal caso ci pensan le fischiate,

E forse ad correctionem le sassate.

Nè vale già che quella brutta faccia,

Che l'insolenza in fronte porta scritta,

Venga approvata, e punto non dispiaccia

A un comprator di noci e fava fritta,

O a chi porta in ispalla la bisaccia,

Se poi da qualche ricco vien proscritta,

E se un nobil vorria tirargli i baffi

Ed afferma ch'ell'è muso da schiaffi.

Bella cosa il veder con un piè solo

Fuggire il Giambo e corrervi all'udito.

Più savio teme di cascare al suolo

Con la sua gamba e il piede indebolito

Il povero Spondeo: lo sciocco stuolo

Se i difetti non sa segnare a dito,

Scriver forse dovrò come un capocchio,

E far de' versi miei tutto un pastrocchio?

Trattar si debbon con assidua destra

Le greche muse, e mai nè dì nè notte

Può lasciarsi una loro opra maestra:

Le vigilie non mai sieno interrotte,

Si lasci in abbandon sin la minestra;

Ma con parole alcun ben poco dotte

Di Plauto il sal lodò, l'olio e l'aceto,

Ma in vero ei fatto avria meglio a star cheto.

Unto e annerito il rustico mustaccio,

Sulle scene cantarono i villani;

Come Tespi inventò, di un lungo straccio

Coprì de' Recitanti e piedi e mani

Eschilo il vate: a gran licenza in braccio

Cadde poi la Commedia in modi strani;

Il decreto a frenarla allor fu scritto,

E il coro torse il grugno e stette zitto.

Nulla lasciaro i comici Poeti,

E voltando le spalle ai greci esempi,

Cantarono con versi allegri e lieti

I domestici fatti e i gravi scempi

Di sozze pulci e cimici indiscreti.

Se meritar volete altari e tempi,

Nulla mettete al mondo, o Fratel caro,

Se nol limaste pria come un Ferraro.

Democrito non vuol che in Elicone

Abbia luogo chi curvo non ha il dorso;

E giovinotto essendo ad un bastone

Non si appoggia, e più lunga ancor di un orso

Porta la barba, e l'unghie da Leone;

Onde io, se a prezzo tal non sono accorso

A Pindo, dovrò far come una cote,

Che il ferro aguzza, eppur tagliar non puote.

Conoscer dee d'ognun l'opre e i costumi

Chi vuole a tutti dar ciò che conviene;

Se no, nel meglio vedrà spenti i lumi

E seguir non potrà nè mal nè bene.

Sappiate poi che d'eleganza i fiumi

Poco valgon talora, e spesso avviene

Che un rozzo fattarel piaccia alla gente

Più d'un sonoro e maestoso niente.

Solo i Greci dicean con bocca tonda,

In trappole s'impiega un uom romano,

Di neri inganni e di pasticci abbonda

Quel brutto muso del figliuol d'Albano.

Come si può fra tanto orror che inonda,

Far versi degni dell'onor sovrano?

Frattanto ognun ricordi ch'esser breve

E dilettare oppur giovar si deve.

Ogni favola sia prossima al vero,

Nè mai d'un gatto il ventre mandi fuore

Un vivo sorcio: il popolo severo

Spesso condanna un vate, e al sommo onore

Giunger fa sol chi sa con magistero

Piacere, e der consigli al suo Lettore;

Nel censurar però s'abbia giudizio

Per non venire a tutti in quel servizio.

Dunque meriterà compassione

Chi casca in fosso quando n'è avvertito?

No, ma qualche licenza in lunga azione

Può prendersi, ed Omero anche ha dormito.

Fra la cetra e il pennel comparazione

Può farsi: un piace agli occhi, una all'udito.

Tu, o maggior de' Pisoni, a questo attendi,

E quindi l'arte del sapere apprendi.

Si tollera il mediocre in qualche cosa;

Non nella poesia: così nel mele

Non piace ad una bocca schizzignosa

Una mandorla amara come il fiele.

Quanto meglio saria scrivere in prosa

Per chi ne' versi è proprio un uom crudele,

Come il pallon lasciar suole e le palle

E il disco abbandonar chi non ha spalle.

Ma perchè mai di libertà chi gode,

Voi dite non può far quel che gli pare?

Tu, se Minerva e il biondo dio non t'ode

Nè ti presta soccorso, hai tempo a fare;

Ma se mai per averne onore e lode

Talor voleste voi scarabocchiare

Quattro versi, o Pisoni, al Genitore

Mostrateli o ad un savio e buon Censore.

Per molto tempo poi stieno rinchiusi;

Chè se un nome una volta scappò fuora,

Più scassarsi non può. Gli umani abusi

Orfeo corresse, e l'aspre belve ancora

Ammansò col suo canto: insiem confusi

Fur savi e vati un giorno, e in trono allora

Ragion si assise e ognun resse a bacchetta,

E a Pindo tutti corsero a staffetta.

Omero e il Gran Tirteo l'armi guerriere

A battaglia eccitàr. Ciascun volea

Poeta divenir; l'arti severe

Eran pei cani allora. Alcun dicea

Che fa natura il vate, e nulla avere

Dallo studio si puote; altri facea

Contro questo parer le parti sue:

Ma necessari son certo ambedue.

Al Parnaso non già vassi in carretto,

Ma a piedi e con gran stento e con fatica,

E il dire: di far versi io mi diletto

Ed amo il poetar, non basta mica,

Nè applausi aver da chi t'è bene affetto

E da gente che a te rendesti amica

Con quattro bezzi dati di nascosto;

Chè ciò non val neppure un uovo tosto.

Con qualche bicchierin pieno di vino

Provano i Re se alcun tiene il secreto.

Se mostri i versi tuoi, prima un tantino

Provar rammenta in modo assai discreto

Se di volpe o colomba è quel bocchino

Che loda i versi tuoi. Più dell'aceto

Quintilio fu nel censurar mordace,

Ma pur ei ben facea; così mi piace.

Un uom dabben più spesso che per dritto

Usar deve la penna per traverso,

E, in modo tal, ciò ch'è un pasticcio fritto

A lui non sembrerà pulito e terso.

Chi di mal poetare ha per delitto

Esser fuggito suol per ogni verso

Dai savi, come un uom rognoso e pieno

Di un mal, che visto sol fa venir meno.

Se un Vate, mentre al ciel tien fisso il guardo,

Cade in un fosso, e vuol soccorso e aiuto,

Lasciate pur che in modo alto e gagliardo

Urli da cane, e che d'aver perduto

La libertà si dolga, e qual Leopardo

Frema, e s'arrabbi: eh! come hai tu saputo

Che in precipizio ei non buttossi a posta,

Andando a morte incontro per la posta?

E poi, ma dimmi un po', chi t'assicura

Che ciò non sia de' suoi peccati in pena,

Quand'ei violò le leggi di natura

E il patrio corpo? Oh pazza da catena!

Ma pongo fine a questa seccatura

Per non sembrar mignatta, che non piena

Di nero sangue le sue fauci ghiotte

Altrui non lascia in pace, e buona notte.