LATMO
Selma, Selma, che veggio? oscure e mute
Son le tue sale; alcun romor non s'ode,
Morven, ne' boschi tuoi: l'onda romita
Geme sul lido, il taciturno raggio
A' tuoi campi sovrasta: escono a schiere
Le verginelle tue, gaie, lucenti,
Come il vario-dipinto arco del cielo;
E ad or ad or verso l'erbosa Ullina
Volgono il guardo, onde scoprir le bianche
Vele del Re: quei di tornar promise
A' colli suoi, ma lo rattenne il vento,
L'aspro vento del nord. Chi vien? chi sbocca
Dal colle oriental, come torrente
D'oscuritade? ah lo ravviso: è questa
L'oste di Latmo. Sconsigliato! intese
L'assenza di Fingallo, e di baldanza
Il cor gli si gonfiò: posta ha nel vento
Tutta la speme sua. Perché ten vieni,
Latmo, perché? non sono in Selma i forti:
Con quell'asta che vuoi? di Morven teco
Pugneran le donzelle? Arresta, arresta,
Formidabil torrente: olà, non vedi
Coteste vele? ove svanisci, o Latmo,
Come nebbia? ove sei? svanisci in vano:
T'insegue il nembo; hai già Fingallo a tergo.
Lente moveano sul ceruleo piano
Le nostre navi, allor che il re di Selma
Dal suo sonno si scosse: egli alla lancia
Stese la destra; i suoi guerrier s'alzaro.
Ben conoscemmo noi, ch'egli i suoi padri
Veduti avea, che a lui scendean sovente
Ne' sogni suoi, quando nemica spada
Sopra le nostre terre osava alzarsi.
Lo conoscemmo; e tosto in ogni petto
Arse la pugna. Ove fuggisti, o vento?
Disse di Selma il Re: strepiti forse
Nei soggiorni del sud? forse la pioggia
Segui per altri campi? a che non vieni
Alle mie vele, alla cerulea faccia
De' mari miei? Nella morvenia terra
Stassi il nemico, e 'l suo signor n'è lungi.
Su, duci miei, vesta ciascun l'usbergo,
Ciascun lo scudo impugni, e sopra l'onde
Stendasi ogn'asta, ed ogni acciar si snudi.
Latmo già ci avanzò; Latmo che un giorno
Colà di Lona su la piaggia erbosa
Da Fingallo fuggì: ritorna adesso
Come ingrossato fiume, e 'l suo muggito
Erra su i nostri colli. Il Re sì disse;
Noi nella baia di Carmona entrammo,
Ossian salì sul colle, e 'l suo ricolmo
Scudo colpì tre volte: a quel rimbombo
Tutte echeggiaro le morvenie balze,
E tremando fuggir cervetti e damme.
L'oste nemica al mio cospetto innanzi
S'impallidì, si sbigottì, perch'io
Tutto festante mi volgea nell'armi
Della mia gioventude, e al monte in vetta
Nube parea fosco-lucente, il grembo
Grave di pioggia a traboccar vicina.
Sedea sotto una pianta il vecchio Morni
Lungo le strepitanti acque di Strumo,
Curvo sulla sua verga: eragli appresso
Il giovinetto Gaulo, a udire intento
Del padre suo le giovenili imprese.
Spesso ei si scuote, e in sé non cape, e balza
Fervido, impaziente. Il vecchio Eroe
Udì il suon del mio scudo, e riconobbe
Il segnal della zuffa: alzasi tosto
Dal seggio suo; la sua canuta chioma
Divisa in due su gli omeri discende.
Pensa a' prischi suoi fatti: o figliuol mio,
Diss'egli a Gaulo, un gran picchiar di scudo
Odo colà dal monte; il re di Selma
Certo tornò; questo è 'l segnal di guerra.
Va di Strumo alle sale, e a Morni arreca
L'arme lucenti, arrecami quell'arme
Che il padre mio nel dechinar degli anni
Usar solea: del mio braccio la possa
Già comincia a mancar. Tu prendi, o Gaulo,
L'arnese giovanil, corri alla prima
Delle battaglie tue; fa che il tuo braccio
Giunga alla fama de' tuoi padri: in campo
Pareggi il corso tuo d'aquila il volo.
Perché temer la morte? i prodi, o figlio,
Cadon con gloria: il loro scudo immoto
Rattien la foga alla corrente oscura
D'aspri perigli, e ne travolve il corso,
E su i bianchi lor crin fama si posa.
Gaulo, non vedi tu come son cari,
Come per tutto venerati i passi
Della vecchiezza mia? Morni si move,
E i giovinetti rispettosi e pronti
Corrono ad incontrarlo, e i suoi vestigi
Seguon con occhio riverente e lieto.
Ma che? figlio, ma che? Morni non seppe
Che sia fuggir: ma lampeggiò il mio brando
Nel buio delle pugne, e a me dinnanzi
Svanir li estrani, e s'abbassaro i prodi.
Gaulo l'arme arrecò: l'Eroe canuto
Si coperse d'acciar: prese la lancia,
Cui spesso tinse de' possenti il sangue,
Avviossi a Fingal; seguelo il figlio
Con esultanti passi. Il Re di Selma
Tutto allegrossi in rimirando il duce
Dai crini dell'età. Signor di Strumo,
Disse Fingallo, e ti riveggio armato,
Da che pur dell'etade il grave incarco
Il tuo braccio snerbò? spesso rifulse
Morni in battaglia, a par del Sol nascente
Disperditor di nembi e di procelle,
Che rasserena i poggi, e i campi indora.
Ma perché non riposi in tua vecchiezza?
Che non cessi dall'arme? ah da gran tempo
Sei già nel canto; il popolo ti scorge,
E benedice i tremolanti passi
Del valoroso Morni: a che non posi
Nei senili anni tuoi? svanirà l'oste,
Svanirà, sì, sol che Fingal si mostri.
O figlio di Comal, riprese il Duce,
Langue il braccio di Morni: io già fei prova
D'estrar la spada giovenil, ma ella
Giace nella sua spoglia: io scaglio l'asta,
Cade lungi del segno; e del mio scudo
Sento l'incarco. Ah! noi struggiamci, amico,
Come l'inaridita erba del monte:
Secca la nostra possa, e non ritorna.
Ma, Fingallo, io son padre: il figlio mio
S'innamorò delle paterne imprese.
Pur non per anco la sua spada il sangue
Assaggiò dei nemici, e non per anco
La sua fama spuntò: con lui ne vengo
Alla battaglia ad addestrargli il braccio.
Sarà la gloria sua nascente Sole
Al paterno mio cor, nell'ora oscura
Della partenza mia. Possan le genti
Scordar di Morni il nome, e dir soltanto:
Vedi il padre di Gaulo. E Gaulo, a lui
Soggiunse il Re, nella sua prima zuffa
La spada inalzerà, ma inalzeralla
Sugli occhi di Fingallo: e la mia destra
Alla sua gioventù si farà scudo.
Morni non dubitarne. Or va', riposa
Nelle sale di Selma, e le novelle
Del valor nostro attendi. Arpe frattanto
S'apprestino, e cantori, onde i cadenti
Guerrieri miei della lor fama al suono
Prendan conforto, e l'anima di Morni
Si rinnovi di gioia. Ossian, mio figlio,
Tu pugnasti altre volte, e stà rappreso
Sulla tua lancia dei stranieri il sangue.
Sii di Gaulo compagno: ite, ma molto
Non vi scostate da Fingal, che soli
Non vi scontri il nemico, e non tramonti
Quasi nel suo mattin, la vostra fama.
Volsimi a Gaulo, e l'alma mia s'apprese
Tosto alla sua, che nel vivace sguardo
Foco di gloria e di battaglia ardea.
L'oste nemica egli scorrea con occhio
D'inquieto piacer: tra noi parlammo
Parole d'amistà; dei nostri acciari
Scapparo insieme i rapidi baleni;
Insiem si mescolar, che dietro il bosco
Noi li brandimmo, e delle nostre braccia
La vigoria nel vuoto aer provammo.
Scese in Morven la notte. Il Re s'assise
Al raggio della quercia: ha Morni accanto
Cogli ondeggianti suoi canuti crini.
Fatti d'eroi già spenti, avite imprese
Son lor subietti. Tre cantori in mezzo
L'arpa toccaro alternamente. Ullino
S'avanzò col suo canto: a cantar prese
Del possente Comallo. Annuvolossi
Di Morni il ciglio; rosseggiante il guardo
Torse sopra d'Ullin; cessonne il canto.
Vide l'atto Fingallo, e al vecchio Eroe
Dolcemente parlò: duce di Strumo,
Perché quel buio? ah! sempiterno oblio
Il passato ricopra, i nostri padri
Pugnaro, è ver; ma i figli lor congiunti
Son d'amistade, e a genial convito
S'accolgono festosi: i nostri acciari
Nemiche teste a minacciar son volti,
E la gloria è comun: ricopra, amico,
I dì dei nostri padri eterno oblio.
O re di Selma, io non aborro il nome
Del padre tuo, Morni riprese: ed anzi
Lo rimembro con gioia: era tremenda
La possanza del Duce, era mortale
Il suo furore: alla sua morte io piansi.
Cadon, Fingallo, i prodi; alfin su i colli
Non rimarran che i fiacchi. Oh quanti eroi
Quanti guerrieri se n'andar sotterra
Nei dì di Morni! io qui restai, ma certo
Non per mia colpa, ché né alcun cimento,
Né tenzon ricusai. La notte avanza,
Disse Fingal, su via, prendan riposo
Gli amici nostri, onde al tornar del giorno
Sorgano poderosi alla battaglia
Contro l'oste di Latmo: odi che freme,
Simile a tuon che brontola da lungi.
Ossian, e Gaulo da la bella chioma,
Voi siete levi al corso: e ben, da quella
Selvosa rupe ad osservar n'andate
I paterni nemici: a lor per altro
Non vi fate sì presso: i padri vostri
Non vi saranno ai fianchi a farvi scudo.
Non fate, o figli, che svanisca a un punto
La vostra fama: ardor cauto v'accenda.
Che a valor giovanile error va presso.
Lieti l'udimmo, e ci movemmo armati
Ver la selvosa balza: il cielo ardea
Di tutte quante sue rossicce stelle,
E qua e là volavano sul campo
Le meteore di morte: alfin l'orecchio
Giunse a ferirci il bisbigliar lontano
Della prostesa oste di Latmo: allora
Gaulo parlò nel suo valor, la spada
Spesso traendo e rimettendo. Oh, disse,
Tu figlio di Fingal, che vuol dir questo?
Perché tremo così? perché sì forte
Palpita il cor di Gaulo? i passi miei
Sono incerti, scomposti; avvampo e sudo
In mirar la nemica oste giacente.
Treman dunque così l'alme dei forti
In vista della pugna? Oh quanto, amico,
L'alma di Morni esulteria, se uniti
Piombassimo precipitosamente
Sopra i nemici! allor nel canto i nomi
Chiari n'andriano, e i nostri passi alteri
Trarriano dietro a sé l'occhio dei prodi.
Figlio di Morni, rispos'io, di pugne
Vaga è quest'alma, e di risplender solo
Amo, e di farmi dei cantor subietto.
Ma se Latmo preval, mirerò forse
Gli occhi del Re? terribili in suo sdegno
Son quai vampe di morte: io no, non voglio
Nel suo furor mirarli; Ossian di fermo
Vincer deve, o morir. Quando d'uom vinto
Sorse la fama? ei ne va via com'ombra.
Non io così: le gesta mie saranno
Degne della mia stirpe: all'arme, o figlio
Di Morni, andiam. Ma se tu torni, o Gaulo,
Alle di Selma maestose sale
Vattene, e all'amorosa Evirallina
Dì ch'io caddi con fama, e sì le arreca
Cotesta spada, che all'amato Oscarre
Porgala allor che al suo vigor sia giunta
La sua tenera etade. Ohimè! soggiunse
Gaulo con un sospiro: Ossian, che dici?
Io dovrei dunque ritornar, te spento?
Ah! che direbbe il padre? e che Fingallo
Re de' mortali? ad altra parte i fiacchi
Volgeriano gli sguardi, e dirien: vedi
Il valoroso Gaulo, egli ha lasciato
L'amico suo nel proprio sangue immerso.
No, fiacchi, no, non mi vedrete in terra,
Fuorché nella mia fama. Ossian, dal padre
Spesso ascoltai de' valorosi i fatti,
Quando soli pugnaro, e so che l'alma
Nei perigli s'addoppia. E ben, si vada,
Precedendol diss'io; daranno i padri
Lode al nostro valor, mentre alla morte
Daranno il pianto; e di letizia un raggio
Scintillerà nei lagrimosi sguardi.
No non cadder, diranno, i figli nostri
Com'erba in campo; dalle man dei prodi
Piovve la morte. E che dich'io? che penso
All'angusta magion? difesa è 'l brando
Dei valorosi, ma la morte insegue
La fuga de' codardi, e li raggiunge.
Movemmo per le tenebre notturne,
Finché giungemmo al mormorio d'un rivo,
Ch'a una frondosa sibilante pianta
L'azzurro corso e garrulo frangea.
Colà giungemmo, e ravvisammo l'oste
Addormita di Latmo: erano spenti
Sulla piaggia i lor fochi, e assai da lungi
De' lor notturni scorridori i passi.
Sollevai l'asta, onde su quella inchino
Io mi slanciassi oltre il torrente: allora
Gaulo per man mi prese, e dell'eroe
Le parole parlò: Che? vorrà dunque
Il figlio di Fingal spingersi sopra
A nemico che dorme? e sarà come
Nembo notturno che ne vien furtivo
A sbarbicar le giovinette piante?
Ah non così la gloria sua Fingallo
Già riceveo, né per sì fatte imprese
Del padre mio su la canuta chioma
Scese fama a posarsi. Ossian, colpisci
Lo scudo della guerra, alzinsi pure
Alzinsi i loro mille, incontrin Gaulo
Nella prima sua zuffa, ond'ei far prova
Possa della sua destra. A cotai detti
Brillommi il cor, mi scesero dagli occhi
Lagrime di piacer; sì, Gaulo, io dissi,
T'incontrerà il nemico; ah sì la fama
Sfavillerà del valoroso e degno
Figlio di Morni: o giovinetto eroe,
Sol non lasciarti trasportar tropp'oltre
Dal tuo nobile ardire: a me dappresso
Splendea l'acciaro tuo, scendan congiunte
Le nostre destre: quella rupe, o Gaulo,
Non la ravvisi tu? gli ermi suoi fianchi
Di fosca luce splendono alle stelle.
Se il nemico soverchia, a quella balza
Noi fermerem le spalle: allor chi fia
Che d'appressarsi ardisca a queste lance
Dalla punta di morte? Io ben tre volte
Il mio scudo picchiai. L'oste smarrita
Scossesi: si scompigliano, s'affoltano
I passi lor; che 'l gran Fingallo a tergo
D'aver credeano: oblian difese ed armi;
E fuggendo stridean, come talvolta
Stride ad arido bosco appresa fiamma.
Allor fu che volò la prima volta
L'asta di Gaulo, allor s'alzò la spada;
Né invan s'alzò: cade Cremor, trabocca
Calto, Leto boccheggia, entro il suo sangue
Duntorno si divincola: alla lancia
Croto s'attien per rilevarsi, il ferro
Giunge di Gaulo, e lo conficca al suolo.
Spiccia dal fianco il nero sangue, e stride
Sull'abbrostita quercia. Adocchia i passi
Catmin del Duce che 'l seguia; l'adocchia,
E s'aggrappa, e s'arrampica tremando
Sopra un'arida pianta: invan; ché l'asta
Gli trapassa le terga, ed ei giù toma,
Palpitando, ululando, e musco, e secchi
Rami dietro si tragge, e del suo sangue
Spruzza e brutta di Gaulo il volto e l'arme.
Tai fur l'imprese tue, figlio di Morni,
Nella prima tua zuffa; e già sul fianco
Non ti dormì la spada, o dell'eccelsa
Progenie di Fingallo ultimo avanzo.
Ossian col brando s'inoltrò; la gente
Cadde dinanzi all'acciar suo, qual erba
Cui con la verga fanciullin percote;
Quella cade recisa, egli fischiando
Segue il cammin, né a riguardar si volge.
Ci soprese il mattin: il serpeggiante
Rio per la piaggia luccicar si scorge.
Si raccolse il nemico, e in rimirarci,
Sorse l'ira di Latmo: abbassa il guardo
Che di furor rosseggia; e stassi muto
Il suo rancor nascente; il cavo scudo
Or colpisce, or s'arresta; i passi suoi
Sono incerti, ineguali: io ravvisai
La disdegnosa oscurità del Duce,
E così dissi a Gaulo: o nato al carro
Signor di Strumo, già i nemici, osserva,
Vansi sul monte raccogliendo: è tempo
Di ritirarsi: al Re torniamo; armato
Ei scenderà, svanirà Latmo: omai
Ne circonda la fama, allegreransi
Gli occhi dei padri in rimirarci: andiamo,
Figlio di Morni, ritiriamci; Latmo
Scende dal monte. E ritiriamci, adunque,
Gaulo rispose, ma sian lenti i passi
Della nostra partenza, onde il nemico
Sorridendo non dica: oh, rimirate
I guerrier della notte; essi son ombre;
Fan nel buio rumor, fuggono al Sole.
Ossian tu prendi di Gorman lo scudo,
Che cadeo per tua mano, ond'abbian gioia
Gli antichi Duci, i testimon mirando
Del valor de' lor figli. Eran sì fatte
Le nostre voci, allor che a Latmo innanzi
Venne Sulmato, il reggitor di Duta,
Che avea sul rivo di Duvranna albergo.
Figlio di Nua, che non t'avanzi, ei disse,
Con mille de' tuoi prodi? o che non scendi
Con l'oste tua dal colle, anzi che i duci
Si sottraggan da noi? sotto i tuoi sguardi
Ne van sicuri, e alla nascente luce
Scotono l'arme baldanzosi. O fiacca
Mano, man senza cor, Latmo riprese,
Scenderà l'oste mia? Figlio di Duta,
Due son essi, e non più: vuoi tu che mille
Scendano contro due? piangeria mesto
Il vecchio Nua la sua perduta fama,
E ad altra parte volgeria gli sguardi,
Quando appressarsi il calpestio sentisse
Dei piè del figlio suo: vanne piuttosto,
Va', Sulmato, agli eroi: d'Ossian i passi
Di maestà son pieni: è del mio brando
Degno il suo nome, io vo pugnar con lui.
Venne Sulmato: io m'allegrai sentendo
Le voci sue, presi lo scudo, e Gaulo
Diemmi il brando di Morni: ambi tornammo
Al mormorante rio. Latmo discese
D'arme lucente, e lo seguia dappresso
L'oste sua tenebrosa a par d'un nembo.
O figlio di Fingallo, in cotal guisa
Ei cominciò, su la caduta nostra
Sorse la tua grandezza. Oh quanti! oh quanti
Giaccion colà del popol mio prostesi
Per la tua man, re dei mortali! Or alza
L'acciar tuo contro Latmo, alzalo, abbatti
Anche il figlio di Nua, fa' sì ch'ei segua
Il suo popolo estinto, o tu, tu stesso
Pensa a cader. Non si dirà giammai
Che alla presenza mia caddero inulti
I duci miei; ch'io di mirar soffersi
I miei duci cader, mentre la spada
Inoperosa mi giaceva al fianco.
Volgerebbonsi in lagrime gli azzurri
Occhi di Cuta, e per Dunlatmo errando
N'andria romita. E neppur questo mai,
Rispos'io, si dirà, che di Fingallo
Fuggisse il figlio: ne accerchiasse i passi
Abisso di caligine, pur egli
Non fuggiria: l'alma sua propria, l'alma
Verragli incontro, e gli direbbe: oh teme
Il figlio di Fingal, teme il nemico?
No non teme, alma mia, l'affronta, e ride.
Latmo mosse con l'asta; il ferreo scudo
Ad Ossian trapassò; sentiimi al fianco
Il gelo dell'acciar: trassi la spada
Di Morni, in due l'asta spezzaigli; al suolo
Ne luccica la punta: avvampa e freme
Latmo; lo scudo alto solleva, e sopra
Gli orli ricurvi erto volgea la rossa
Oscurità de' gonfi occhi protesi.
Io gli passai lo scudo, e ad una pianta
Vicina il conficcai: stettesi quello
Su la mia lancia tremolante appeso.
Ma Latmo oltre ne vien: Gaulo previde
La caduta del Duce, e 'l proprio scudo
Frappose al brando mio, mentr'ei già dritto
Tendea dentro una lucida corrente
Contro il petto di Latmo. Ei vide Gaulo,
Lagrimò di trasporto: a terra ei getta
La spada de' suoi padri, e le parole
Parla del prode: Io pugnerò con voi,
Coppia d'eroi la più sublime in terra?
Son due raggi del ciel l'anime vostre,
Son due fiamme di morte i vostri acciari.
Chi mai potrebbe pareggiar l'adulta
Fama di tai guerrier, di cui l'imprese
In così fresca età sono sì grandi?
Oh foste or voi nel mio soggiorno! oh foste
Nelle sale di Nua! vedrebbe il padre
Ch'io non cessi ad indegni. E quale è questo,
Che vien qual formidabile torrente
Per la sonante piaggia? ah come posso
Non ravvisar l'eroe di Selma? a torme
Fra i rai del brando suo tralucon l'ombre,
L'ombre di quei che provocar sien osi
L'invincibil suo braccio. Alto Fingallo,
Fingallo avventurato! i figli tuoi
Pugnan le tue battaglie; a' tuoi davanti
Vanno i lor passi, e ai passi lor la fama.
Giunse nella sua nobile dolcezza
Fingallo, e s'allegrò tacitamente
Dell'imprese del figlio: al vecchio Morni
Spianò letizia la rugosa fronte,
E gli antichi occhi suoi guardavan fioco
Per le sorgenti lagrime di gioia.
Entrammo in Selma, e all'ospital convito
Sedemmo: innanzi a noi venner le vaghe
Verginelle del canto, e innanzi all'altre
Evirallina dal rossor gentile.
La nera chioma sul collo di neve
Vagamente spargeasi; ella di furto
Volse ad Ossian gli sguardi, e toccò l'arpa
Io benedissi quella man vezzosa.
Sorse Fingallo, e di Dunlatmo al sire
Posatamente favellò: sul fianco
Gli tremolava di Tremmor la spada,
Al sollevar del poderoso braccio.
Figlio di Nua, diss'egli, a che ten vieni
Nelle Morvenie terre a cercar fama?
Non siam stirpe di vili, e i nostri acciari
Non sceser mai sopra gl'imbelli capi.
Dimmi, a Dunlatmo con fragor di guerra
Venni io forse giammai? non è Fingallo
Vago di pugne, ancor che il braccio ha forte.
Solo nell'abbassar cervici altere
La mia fama trionfa, e 'l brando mio
Gode ai superbi balenar sul ciglio.
Vien la guerra talor; s'alzan le tombe
Dei prodi e dei stranieri: ah padri miei
Che prò? s'a un tempo sol s'alzan pur anco
Le tombe al popol mio! Solo una volta
Di rimaner senza i miei fidi io temo.
Ma rimarrò famoso, ed a seconda
Entro un rio limpidissimo di luce
Scorrerà l'alma mia placida e leve.
Latmo, vattene omai, rivolgi altrove
Il suon dell'armi tue; famosa in terra
È la stirpe di Selma, e i suoi nemici
Figli non son d'avventurati padri.