LATMO

By Melchiorre Cesarotti

Selma, Selma, che veggio? oscure e mute

Son le tue sale; alcun romor non s'ode,

Morven, ne' boschi tuoi: l'onda romita

Geme sul lido, il taciturno raggio

A' tuoi campi sovrasta: escono a schiere

Le verginelle tue, gaie, lucenti,

Come il vario-dipinto arco del cielo;

E ad or ad or verso l'erbosa Ullina

Volgono il guardo, onde scoprir le bianche

Vele del Re: quei di tornar promise

A' colli suoi, ma lo rattenne il vento,

L'aspro vento del nord. Chi vien? chi sbocca

Dal colle oriental, come torrente

D'oscuritade? ah lo ravviso: è questa

L'oste di Latmo. Sconsigliato! intese

L'assenza di Fingallo, e di baldanza

Il cor gli si gonfiò: posta ha nel vento

Tutta la speme sua. Perché ten vieni,

Latmo, perché? non sono in Selma i forti:

Con quell'asta che vuoi? di Morven teco

Pugneran le donzelle? Arresta, arresta,

Formidabil torrente: olà, non vedi

Coteste vele? ove svanisci, o Latmo,

Come nebbia? ove sei? svanisci in vano:

T'insegue il nembo; hai già Fingallo a tergo.

Lente moveano sul ceruleo piano

Le nostre navi, allor che il re di Selma

Dal suo sonno si scosse: egli alla lancia

Stese la destra; i suoi guerrier s'alzaro.

Ben conoscemmo noi, ch'egli i suoi padri

Veduti avea, che a lui scendean sovente

Ne' sogni suoi, quando nemica spada

Sopra le nostre terre osava alzarsi.

Lo conoscemmo; e tosto in ogni petto

Arse la pugna. Ove fuggisti, o vento?

Disse di Selma il Re: strepiti forse

Nei soggiorni del sud? forse la pioggia

Segui per altri campi? a che non vieni

Alle mie vele, alla cerulea faccia

De' mari miei? Nella morvenia terra

Stassi il nemico, e 'l suo signor n'è lungi.

Su, duci miei, vesta ciascun l'usbergo,

Ciascun lo scudo impugni, e sopra l'onde

Stendasi ogn'asta, ed ogni acciar si snudi.

Latmo già ci avanzò; Latmo che un giorno

Colà di Lona su la piaggia erbosa

Da Fingallo fuggì: ritorna adesso

Come ingrossato fiume, e 'l suo muggito

Erra su i nostri colli. Il Re sì disse;

Noi nella baia di Carmona entrammo,

Ossian salì sul colle, e 'l suo ricolmo

Scudo colpì tre volte: a quel rimbombo

Tutte echeggiaro le morvenie balze,

E tremando fuggir cervetti e damme.

L'oste nemica al mio cospetto innanzi

S'impallidì, si sbigottì, perch'io

Tutto festante mi volgea nell'armi

Della mia gioventude, e al monte in vetta

Nube parea fosco-lucente, il grembo

Grave di pioggia a traboccar vicina.

Sedea sotto una pianta il vecchio Morni

Lungo le strepitanti acque di Strumo,

Curvo sulla sua verga: eragli appresso

Il giovinetto Gaulo, a udire intento

Del padre suo le giovenili imprese.

Spesso ei si scuote, e in sé non cape, e balza

Fervido, impaziente. Il vecchio Eroe

Udì il suon del mio scudo, e riconobbe

Il segnal della zuffa: alzasi tosto

Dal seggio suo; la sua canuta chioma

Divisa in due su gli omeri discende.

Pensa a' prischi suoi fatti: o figliuol mio,

Diss'egli a Gaulo, un gran picchiar di scudo

Odo colà dal monte; il re di Selma

Certo tornò; questo è 'l segnal di guerra.

Va di Strumo alle sale, e a Morni arreca

L'arme lucenti, arrecami quell'arme

Che il padre mio nel dechinar degli anni

Usar solea: del mio braccio la possa

Già comincia a mancar. Tu prendi, o Gaulo,

L'arnese giovanil, corri alla prima

Delle battaglie tue; fa che il tuo braccio

Giunga alla fama de' tuoi padri: in campo

Pareggi il corso tuo d'aquila il volo.

Perché temer la morte? i prodi, o figlio,

Cadon con gloria: il loro scudo immoto

Rattien la foga alla corrente oscura

D'aspri perigli, e ne travolve il corso,

E su i bianchi lor crin fama si posa.

Gaulo, non vedi tu come son cari,

Come per tutto venerati i passi

Della vecchiezza mia? Morni si move,

E i giovinetti rispettosi e pronti

Corrono ad incontrarlo, e i suoi vestigi

Seguon con occhio riverente e lieto.

Ma che? figlio, ma che? Morni non seppe

Che sia fuggir: ma lampeggiò il mio brando

Nel buio delle pugne, e a me dinnanzi

Svanir li estrani, e s'abbassaro i prodi.

Gaulo l'arme arrecò: l'Eroe canuto

Si coperse d'acciar: prese la lancia,

Cui spesso tinse de' possenti il sangue,

Avviossi a Fingal; seguelo il figlio

Con esultanti passi. Il Re di Selma

Tutto allegrossi in rimirando il duce

Dai crini dell'età. Signor di Strumo,

Disse Fingallo, e ti riveggio armato,

Da che pur dell'etade il grave incarco

Il tuo braccio snerbò? spesso rifulse

Morni in battaglia, a par del Sol nascente

Disperditor di nembi e di procelle,

Che rasserena i poggi, e i campi indora.

Ma perché non riposi in tua vecchiezza?

Che non cessi dall'arme? ah da gran tempo

Sei già nel canto; il popolo ti scorge,

E benedice i tremolanti passi

Del valoroso Morni: a che non posi

Nei senili anni tuoi? svanirà l'oste,

Svanirà, sì, sol che Fingal si mostri.

O figlio di Comal, riprese il Duce,

Langue il braccio di Morni: io già fei prova

D'estrar la spada giovenil, ma ella

Giace nella sua spoglia: io scaglio l'asta,

Cade lungi del segno; e del mio scudo

Sento l'incarco. Ah! noi struggiamci, amico,

Come l'inaridita erba del monte:

Secca la nostra possa, e non ritorna.

Ma, Fingallo, io son padre: il figlio mio

S'innamorò delle paterne imprese.

Pur non per anco la sua spada il sangue

Assaggiò dei nemici, e non per anco

La sua fama spuntò: con lui ne vengo

Alla battaglia ad addestrargli il braccio.

Sarà la gloria sua nascente Sole

Al paterno mio cor, nell'ora oscura

Della partenza mia. Possan le genti

Scordar di Morni il nome, e dir soltanto:

Vedi il padre di Gaulo. E Gaulo, a lui

Soggiunse il Re, nella sua prima zuffa

La spada inalzerà, ma inalzeralla

Sugli occhi di Fingallo: e la mia destra

Alla sua gioventù si farà scudo.

Morni non dubitarne. Or va', riposa

Nelle sale di Selma, e le novelle

Del valor nostro attendi. Arpe frattanto

S'apprestino, e cantori, onde i cadenti

Guerrieri miei della lor fama al suono

Prendan conforto, e l'anima di Morni

Si rinnovi di gioia. Ossian, mio figlio,

Tu pugnasti altre volte, e stà rappreso

Sulla tua lancia dei stranieri il sangue.

Sii di Gaulo compagno: ite, ma molto

Non vi scostate da Fingal, che soli

Non vi scontri il nemico, e non tramonti

Quasi nel suo mattin, la vostra fama.

Volsimi a Gaulo, e l'alma mia s'apprese

Tosto alla sua, che nel vivace sguardo

Foco di gloria e di battaglia ardea.

L'oste nemica egli scorrea con occhio

D'inquieto piacer: tra noi parlammo

Parole d'amistà; dei nostri acciari

Scapparo insieme i rapidi baleni;

Insiem si mescolar, che dietro il bosco

Noi li brandimmo, e delle nostre braccia

La vigoria nel vuoto aer provammo.

Scese in Morven la notte. Il Re s'assise

Al raggio della quercia: ha Morni accanto

Cogli ondeggianti suoi canuti crini.

Fatti d'eroi già spenti, avite imprese

Son lor subietti. Tre cantori in mezzo

L'arpa toccaro alternamente. Ullino

S'avanzò col suo canto: a cantar prese

Del possente Comallo. Annuvolossi

Di Morni il ciglio; rosseggiante il guardo

Torse sopra d'Ullin; cessonne il canto.

Vide l'atto Fingallo, e al vecchio Eroe

Dolcemente parlò: duce di Strumo,

Perché quel buio? ah! sempiterno oblio

Il passato ricopra, i nostri padri

Pugnaro, è ver; ma i figli lor congiunti

Son d'amistade, e a genial convito

S'accolgono festosi: i nostri acciari

Nemiche teste a minacciar son volti,

E la gloria è comun: ricopra, amico,

I dì dei nostri padri eterno oblio.

O re di Selma, io non aborro il nome

Del padre tuo, Morni riprese: ed anzi

Lo rimembro con gioia: era tremenda

La possanza del Duce, era mortale

Il suo furore: alla sua morte io piansi.

Cadon, Fingallo, i prodi; alfin su i colli

Non rimarran che i fiacchi. Oh quanti eroi

Quanti guerrieri se n'andar sotterra

Nei dì di Morni! io qui restai, ma certo

Non per mia colpa, ché né alcun cimento,

Né tenzon ricusai. La notte avanza,

Disse Fingal, su via, prendan riposo

Gli amici nostri, onde al tornar del giorno

Sorgano poderosi alla battaglia

Contro l'oste di Latmo: odi che freme,

Simile a tuon che brontola da lungi.

Ossian, e Gaulo da la bella chioma,

Voi siete levi al corso: e ben, da quella

Selvosa rupe ad osservar n'andate

I paterni nemici: a lor per altro

Non vi fate sì presso: i padri vostri

Non vi saranno ai fianchi a farvi scudo.

Non fate, o figli, che svanisca a un punto

La vostra fama: ardor cauto v'accenda.

Che a valor giovanile error va presso.

Lieti l'udimmo, e ci movemmo armati

Ver la selvosa balza: il cielo ardea

Di tutte quante sue rossicce stelle,

E qua e là volavano sul campo

Le meteore di morte: alfin l'orecchio

Giunse a ferirci il bisbigliar lontano

Della prostesa oste di Latmo: allora

Gaulo parlò nel suo valor, la spada

Spesso traendo e rimettendo. Oh, disse,

Tu figlio di Fingal, che vuol dir questo?

Perché tremo così? perché sì forte

Palpita il cor di Gaulo? i passi miei

Sono incerti, scomposti; avvampo e sudo

In mirar la nemica oste giacente.

Treman dunque così l'alme dei forti

In vista della pugna? Oh quanto, amico,

L'alma di Morni esulteria, se uniti

Piombassimo precipitosamente

Sopra i nemici! allor nel canto i nomi

Chiari n'andriano, e i nostri passi alteri

Trarriano dietro a sé l'occhio dei prodi.

Figlio di Morni, rispos'io, di pugne

Vaga è quest'alma, e di risplender solo

Amo, e di farmi dei cantor subietto.

Ma se Latmo preval, mirerò forse

Gli occhi del Re? terribili in suo sdegno

Son quai vampe di morte: io no, non voglio

Nel suo furor mirarli; Ossian di fermo

Vincer deve, o morir. Quando d'uom vinto

Sorse la fama? ei ne va via com'ombra.

Non io così: le gesta mie saranno

Degne della mia stirpe: all'arme, o figlio

Di Morni, andiam. Ma se tu torni, o Gaulo,

Alle di Selma maestose sale

Vattene, e all'amorosa Evirallina

Dì ch'io caddi con fama, e sì le arreca

Cotesta spada, che all'amato Oscarre

Porgala allor che al suo vigor sia giunta

La sua tenera etade. Ohimè! soggiunse

Gaulo con un sospiro: Ossian, che dici?

Io dovrei dunque ritornar, te spento?

Ah! che direbbe il padre? e che Fingallo

Re de' mortali? ad altra parte i fiacchi

Volgeriano gli sguardi, e dirien: vedi

Il valoroso Gaulo, egli ha lasciato

L'amico suo nel proprio sangue immerso.

No, fiacchi, no, non mi vedrete in terra,

Fuorché nella mia fama. Ossian, dal padre

Spesso ascoltai de' valorosi i fatti,

Quando soli pugnaro, e so che l'alma

Nei perigli s'addoppia. E ben, si vada,

Precedendol diss'io; daranno i padri

Lode al nostro valor, mentre alla morte

Daranno il pianto; e di letizia un raggio

Scintillerà nei lagrimosi sguardi.

No non cadder, diranno, i figli nostri

Com'erba in campo; dalle man dei prodi

Piovve la morte. E che dich'io? che penso

All'angusta magion? difesa è 'l brando

Dei valorosi, ma la morte insegue

La fuga de' codardi, e li raggiunge.

Movemmo per le tenebre notturne,

Finché giungemmo al mormorio d'un rivo,

Ch'a una frondosa sibilante pianta

L'azzurro corso e garrulo frangea.

Colà giungemmo, e ravvisammo l'oste

Addormita di Latmo: erano spenti

Sulla piaggia i lor fochi, e assai da lungi

De' lor notturni scorridori i passi.

Sollevai l'asta, onde su quella inchino

Io mi slanciassi oltre il torrente: allora

Gaulo per man mi prese, e dell'eroe

Le parole parlò: Che? vorrà dunque

Il figlio di Fingal spingersi sopra

A nemico che dorme? e sarà come

Nembo notturno che ne vien furtivo

A sbarbicar le giovinette piante?

Ah non così la gloria sua Fingallo

Già riceveo, né per sì fatte imprese

Del padre mio su la canuta chioma

Scese fama a posarsi. Ossian, colpisci

Lo scudo della guerra, alzinsi pure

Alzinsi i loro mille, incontrin Gaulo

Nella prima sua zuffa, ond'ei far prova

Possa della sua destra. A cotai detti

Brillommi il cor, mi scesero dagli occhi

Lagrime di piacer; sì, Gaulo, io dissi,

T'incontrerà il nemico; ah sì la fama

Sfavillerà del valoroso e degno

Figlio di Morni: o giovinetto eroe,

Sol non lasciarti trasportar tropp'oltre

Dal tuo nobile ardire: a me dappresso

Splendea l'acciaro tuo, scendan congiunte

Le nostre destre: quella rupe, o Gaulo,

Non la ravvisi tu? gli ermi suoi fianchi

Di fosca luce splendono alle stelle.

Se il nemico soverchia, a quella balza

Noi fermerem le spalle: allor chi fia

Che d'appressarsi ardisca a queste lance

Dalla punta di morte? Io ben tre volte

Il mio scudo picchiai. L'oste smarrita

Scossesi: si scompigliano, s'affoltano

I passi lor; che 'l gran Fingallo a tergo

D'aver credeano: oblian difese ed armi;

E fuggendo stridean, come talvolta

Stride ad arido bosco appresa fiamma.

Allor fu che volò la prima volta

L'asta di Gaulo, allor s'alzò la spada;

Né invan s'alzò: cade Cremor, trabocca

Calto, Leto boccheggia, entro il suo sangue

Duntorno si divincola: alla lancia

Croto s'attien per rilevarsi, il ferro

Giunge di Gaulo, e lo conficca al suolo.

Spiccia dal fianco il nero sangue, e stride

Sull'abbrostita quercia. Adocchia i passi

Catmin del Duce che 'l seguia; l'adocchia,

E s'aggrappa, e s'arrampica tremando

Sopra un'arida pianta: invan; ché l'asta

Gli trapassa le terga, ed ei giù toma,

Palpitando, ululando, e musco, e secchi

Rami dietro si tragge, e del suo sangue

Spruzza e brutta di Gaulo il volto e l'arme.

Tai fur l'imprese tue, figlio di Morni,

Nella prima tua zuffa; e già sul fianco

Non ti dormì la spada, o dell'eccelsa

Progenie di Fingallo ultimo avanzo.

Ossian col brando s'inoltrò; la gente

Cadde dinanzi all'acciar suo, qual erba

Cui con la verga fanciullin percote;

Quella cade recisa, egli fischiando

Segue il cammin, né a riguardar si volge.

Ci soprese il mattin: il serpeggiante

Rio per la piaggia luccicar si scorge.

Si raccolse il nemico, e in rimirarci,

Sorse l'ira di Latmo: abbassa il guardo

Che di furor rosseggia; e stassi muto

Il suo rancor nascente; il cavo scudo

Or colpisce, or s'arresta; i passi suoi

Sono incerti, ineguali: io ravvisai

La disdegnosa oscurità del Duce,

E così dissi a Gaulo: o nato al carro

Signor di Strumo, già i nemici, osserva,

Vansi sul monte raccogliendo: è tempo

Di ritirarsi: al Re torniamo; armato

Ei scenderà, svanirà Latmo: omai

Ne circonda la fama, allegreransi

Gli occhi dei padri in rimirarci: andiamo,

Figlio di Morni, ritiriamci; Latmo

Scende dal monte. E ritiriamci, adunque,

Gaulo rispose, ma sian lenti i passi

Della nostra partenza, onde il nemico

Sorridendo non dica: oh, rimirate

I guerrier della notte; essi son ombre;

Fan nel buio rumor, fuggono al Sole.

Ossian tu prendi di Gorman lo scudo,

Che cadeo per tua mano, ond'abbian gioia

Gli antichi Duci, i testimon mirando

Del valor de' lor figli. Eran sì fatte

Le nostre voci, allor che a Latmo innanzi

Venne Sulmato, il reggitor di Duta,

Che avea sul rivo di Duvranna albergo.

Figlio di Nua, che non t'avanzi, ei disse,

Con mille de' tuoi prodi? o che non scendi

Con l'oste tua dal colle, anzi che i duci

Si sottraggan da noi? sotto i tuoi sguardi

Ne van sicuri, e alla nascente luce

Scotono l'arme baldanzosi. O fiacca

Mano, man senza cor, Latmo riprese,

Scenderà l'oste mia? Figlio di Duta,

Due son essi, e non più: vuoi tu che mille

Scendano contro due? piangeria mesto

Il vecchio Nua la sua perduta fama,

E ad altra parte volgeria gli sguardi,

Quando appressarsi il calpestio sentisse

Dei piè del figlio suo: vanne piuttosto,

Va', Sulmato, agli eroi: d'Ossian i passi

Di maestà son pieni: è del mio brando

Degno il suo nome, io vo pugnar con lui.

Venne Sulmato: io m'allegrai sentendo

Le voci sue, presi lo scudo, e Gaulo

Diemmi il brando di Morni: ambi tornammo

Al mormorante rio. Latmo discese

D'arme lucente, e lo seguia dappresso

L'oste sua tenebrosa a par d'un nembo.

O figlio di Fingallo, in cotal guisa

Ei cominciò, su la caduta nostra

Sorse la tua grandezza. Oh quanti! oh quanti

Giaccion colà del popol mio prostesi

Per la tua man, re dei mortali! Or alza

L'acciar tuo contro Latmo, alzalo, abbatti

Anche il figlio di Nua, fa' sì ch'ei segua

Il suo popolo estinto, o tu, tu stesso

Pensa a cader. Non si dirà giammai

Che alla presenza mia caddero inulti

I duci miei; ch'io di mirar soffersi

I miei duci cader, mentre la spada

Inoperosa mi giaceva al fianco.

Volgerebbonsi in lagrime gli azzurri

Occhi di Cuta, e per Dunlatmo errando

N'andria romita. E neppur questo mai,

Rispos'io, si dirà, che di Fingallo

Fuggisse il figlio: ne accerchiasse i passi

Abisso di caligine, pur egli

Non fuggiria: l'alma sua propria, l'alma

Verragli incontro, e gli direbbe: oh teme

Il figlio di Fingal, teme il nemico?

No non teme, alma mia, l'affronta, e ride.

Latmo mosse con l'asta; il ferreo scudo

Ad Ossian trapassò; sentiimi al fianco

Il gelo dell'acciar: trassi la spada

Di Morni, in due l'asta spezzaigli; al suolo

Ne luccica la punta: avvampa e freme

Latmo; lo scudo alto solleva, e sopra

Gli orli ricurvi erto volgea la rossa

Oscurità de' gonfi occhi protesi.

Io gli passai lo scudo, e ad una pianta

Vicina il conficcai: stettesi quello

Su la mia lancia tremolante appeso.

Ma Latmo oltre ne vien: Gaulo previde

La caduta del Duce, e 'l proprio scudo

Frappose al brando mio, mentr'ei già dritto

Tendea dentro una lucida corrente

Contro il petto di Latmo. Ei vide Gaulo,

Lagrimò di trasporto: a terra ei getta

La spada de' suoi padri, e le parole

Parla del prode: Io pugnerò con voi,

Coppia d'eroi la più sublime in terra?

Son due raggi del ciel l'anime vostre,

Son due fiamme di morte i vostri acciari.

Chi mai potrebbe pareggiar l'adulta

Fama di tai guerrier, di cui l'imprese

In così fresca età sono sì grandi?

Oh foste or voi nel mio soggiorno! oh foste

Nelle sale di Nua! vedrebbe il padre

Ch'io non cessi ad indegni. E quale è questo,

Che vien qual formidabile torrente

Per la sonante piaggia? ah come posso

Non ravvisar l'eroe di Selma? a torme

Fra i rai del brando suo tralucon l'ombre,

L'ombre di quei che provocar sien osi

L'invincibil suo braccio. Alto Fingallo,

Fingallo avventurato! i figli tuoi

Pugnan le tue battaglie; a' tuoi davanti

Vanno i lor passi, e ai passi lor la fama.

Giunse nella sua nobile dolcezza

Fingallo, e s'allegrò tacitamente

Dell'imprese del figlio: al vecchio Morni

Spianò letizia la rugosa fronte,

E gli antichi occhi suoi guardavan fioco

Per le sorgenti lagrime di gioia.

Entrammo in Selma, e all'ospital convito

Sedemmo: innanzi a noi venner le vaghe

Verginelle del canto, e innanzi all'altre

Evirallina dal rossor gentile.

La nera chioma sul collo di neve

Vagamente spargeasi; ella di furto

Volse ad Ossian gli sguardi, e toccò l'arpa

Io benedissi quella man vezzosa.

Sorse Fingallo, e di Dunlatmo al sire

Posatamente favellò: sul fianco

Gli tremolava di Tremmor la spada,

Al sollevar del poderoso braccio.

Figlio di Nua, diss'egli, a che ten vieni

Nelle Morvenie terre a cercar fama?

Non siam stirpe di vili, e i nostri acciari

Non sceser mai sopra gl'imbelli capi.

Dimmi, a Dunlatmo con fragor di guerra

Venni io forse giammai? non è Fingallo

Vago di pugne, ancor che il braccio ha forte.

Solo nell'abbassar cervici altere

La mia fama trionfa, e 'l brando mio

Gode ai superbi balenar sul ciglio.

Vien la guerra talor; s'alzan le tombe

Dei prodi e dei stranieri: ah padri miei

Che prò? s'a un tempo sol s'alzan pur anco

Le tombe al popol mio! Solo una volta

Di rimaner senza i miei fidi io temo.

Ma rimarrò famoso, ed a seconda

Entro un rio limpidissimo di luce

Scorrerà l'alma mia placida e leve.

Latmo, vattene omai, rivolgi altrove

Il suon dell'armi tue; famosa in terra

È la stirpe di Selma, e i suoi nemici

Figli non son d'avventurati padri.