LE API PANACRIDI IN ALVISOPOLI
Quest'auro miele etereo,
su 'l timo e le viole
dell'aprica Alvisopoli
còlto al levar del sole,
noi caste Api Panacridi
rechiamo al porporino
tuo labbro, augusto pargolo,
erede di Quirino;
noi del tonante Egioco
famose un dì nutrici,
quando vagìa fra i cembali
su le dittèe pendici.
Mercé di questo ei vivere
vita immortal ne diede,
e ovunque i fior più ridono
portar la cerea sede.
Volammo in Pilo; e a Nestore
fluir di miele i rivi,
ond'ei parlando l'anime
molcea de' regi achivi.
Ne vide Ilisso; e il nèttare
quivi per noi stillato
fuse de' Numi il liquido
sermon sul labbro a Plato.
N'ebbe l'Ismeno; e Pindaro
suonar di Dirce i versi
fe' per la polve olimpica
del nostro dolce aspersi.
E nostro è pur l'ambrosio
odor, che spira il canto
del caro all'Api e a Cesare
cigno gentil di Manto.
Inviolate e libere
di lido errando in lido,
del bel Lemène al margine
alfin ponemmo il nido.
E di novello popolo
al buon desìo pietose,
de' più bei fiori il calice
suggendo industriose,
quest'auro miele etereo
cogliemmo al porporino
tuo labbro, augusto pargolo,
erede di Quirino.
Celeste è il cibo; e, simbolo
d'alto regal consiglio,
con più felice auspizio
l'ape successe al giglio;
ché noi parlante immagine
siam di re prode e degno,
e mente abbiamo ed indole
guerriera e nata al regno.
Il favo, che sul vergine
tuo labbricciuol si spande,
in te sia dunque augurio
di sir prestante e grande.
E lo sarai; ché vivida
le fibre tue commove
l'aura di tal magnanimo
che su la terra è Giove.
Ma d'uguagliar del patrio
valor le prove e il volo
poni la speme: il massimo
che ti diè vita è solo.
L'imita; e basti. Oh fulgida
stella! oh sospir di cento
avventurosi popoli!
Del padre alto incremento!
Cresci, e t'avvezza impavido
con lui dell'orbe al pondo:
ei l'Atlante, tu l'Ercole;
ei primo, e tu secondo.
D'un guardo allor sorridere
degna al terren, che questo
ti manda ibleo munuscolo,
offeritor modesto.
Su quelle sponde industria
una città già crea
cara a Minerva; e sentono
già scossi i cuor la dea.
Natura ivi spontanea
i suoi tesor comparte
ed operosa e dedala
più che natura è l'arte.
Le preziose e candide
lane d'ibera agnella
pianta e rival dell'indaco
d'un vivo azzurro abbella.
La forosetta i morbidi
velli all'egizia noce
tragge; e ne storna l'opera
amor, che rio la cuoce;
amor del caro giovine,
che del paterno campo
i solchi lascia e intrepido
vola dell'armi al lampo,
e seguirà la folgore
che adulto fra le squadre
tu vibrerai, se a vincere
nulla ti lascia il padre.
Ma di Gradivo agl'impeti
l'alme virtù sien freno,
che all'adorata informano
tua genitrice il seno.
Germe divin, comincia
a ravvisarla al riso,
ai baci, ai vezzi, al giubilo
che le balena in viso.
La collocar benefici
sul maggior trono i numi.
Ridi alla madre, o tenero;
apri, o leggiadro, i lumi.
Ve' che festanti esultano
alla tua culla intorno
le cose tutte, e limpido
il sol n'addoppia il giorno.
Suonar d'allegri cantici
odi la valle e il monte,
susurrar freschi i zefiri,
dolce garrir la fonte.
Stille d'eletto balsamo
sudan le querce annose:
ogni sentier s'imporpora
di mammolette e rose.
Tale il sacro incunabolo
fiorìa di Giove in Ida:
ed ei, crescendo al sonito
di rauchi bronzi e grida,
rompea le fasce; e all'etere
spinto il viril pensiero,
già meditava il fulmine,
signor del mondo intero.