Leandro a EroEpistola decimasettima

By Remigio Nannini

Dolce Ero mia, dolce mio ben, poi ch'io

Mercé del mar che minaccioso freme

Venir non posso, il tuo Leandro in vece

Di sé, che ben vorria varcar per l'acque,

Se cadesse il furor de l'onde e l'ire,

Questa t'invia: e così m'ami il cielo,

Così mi sien gli eterni Dii cortesi,

Come tu leggerai sdegnosa e mesta

Queste parole mie; ma che poss'io

Se contrarii mi son Nettunno e i venti,

E le speranze mie troncan nel mezzo?

Se la procella ria ritarda, ahi lasso,

I miei desiri, e mi contrastan l'onde

Che per l'usata via non passi a Sesto?

Tu scorgi per te stessa il cielo intorno

Cinto di nubi, e più che pece oscuro,

E quali agitin l'acque aversi Noti,

E quai scendin dal ciel fragori e lampi,

E come stridin l'onde, ove a gran pena

Senza sospetto andria spalmata nave.

E sol questo nocchier tra tanti audace,

Per cui questa ti vien, dal lido scioglie

La nave sua per trapassare a Sesto:

Dove entrato sarei, ma quando ei sciolse

Dal porto il legno, e tropp'ardito entrosse

Ne l'onde irate, era a vedere insieme

De l'audace nocchier la forza e 'l core

Abido tutta, e non potea celarmi,

Sì come fatto avea più volte inanzi,

Ai miei gelosi vecchi, e non sarebbe

Quel nostro amor, che noi bramiam che sempre

Altrui celato sia, nascoso altrui.

E d'amorosa invidia il cor compunto,

Mentr'io scriveva, e rimembrando quale

Di questa fia la contentezza estrema,

Vatten lieta, diss'io, beata carta,

Ch'ella ti porgerà la bella mano,

E forse ancor da sue vermiglie labra

Tocca sarai, mentre bramosa e presta

Troncar vorrà con quei suoi bianchi denti

Le fila che tu tieni avolte intorno.

E dentro al mio pensier tai cose dette,

Seguì la man di ragionar con teco

Quant'io ti scrivo: e ben vorrei più presto

Ch'ella notasse, e valorosa e destra

Per l'usato camin fendesse l'onde,

E mi portasse al mio bel sole in seno.

Ella via più che di vergar le carte

È disposta a solcar l'acque tranquille:

Ma pur al fin de' miei pensieri or fia

E del concetto mio ministra fida.

Già sette notti ha rivoltato il cielo,

Ch'è spazio al mio desio maggior d'un anno,

Ch'empio Borea e crudel bollir fa l'onde,

E mormorando le percuote al lido:

Ne le cui fosche e tenebrose notti

S'ho veduto già mai placido sonno,

Poss'io veder del tempestoso mare

Crescer l'orgoglio, e ritardar mia speme.

Anzi pien di desio doglioso attendo

Che 'l ciel rischiari, e si riposi il vento,

E sovra un sasso assido, e le tue rive,

Anzi il mio porto miro, e mia quiete;

E dove andar non può la carne stanca

Passa la vaga inamorata mente:

E talor veggio, o di veder mi sembra,

Arder la face in su l'eccelsa torre,

Ch'è stata al mio camin fidata scorta.

E ben tre volte in su la secca arena

Post'ho le spoglie, ed ho tentato ignudo

Tre volte incominciar l'audace nuoto,

E trapassare al periglioso varco:

Ma l'onde averse han contrastato al mio

Sì bel viaggio, e m'han tornato indietro.

Ma tu tra' venti immansueto e fero,

Borea crudel, perché mi muovi irato

Tuo furor contra, e guerreggiar vuoi meco

Con orgogliosa mente? ahi vento altero,

Tu non sei contra il mar spietato e crudo,

Ma contra me, se tu no 'l sai, feroce,

Contra un fedele, e desioso amante:

Che faresti tu quando, oimè, provato

Non avessi d'Amor la face e 'l dardo?

E ben ch'or sia tutto gelato in vista,

Non negherai però che co' bei raggi

Degli occhi suoi non t'infiammasse il core

La bella ateniese: e s'alcun fosse

Stato cotanto audace, allor che dentro

Fermasti al tuo pensier rapire a forza

La vaga Orizia tua, ch'ardito avesse

Di serrarti il camin dell'aria, or come

E con qual cor già mai sofferto avresti

Sì grave oltraggio? eh fortunato vento,

Deh tranquillati omai, muovine l'onde

Con più dolce spirare, e il tuo gran rege

Lo ti comandi, e non t'avegna mai

Cosa ch'i tuoi piacer turbi o contristi.

Ma io favello invan, ch'egli a' miei preghi

Più freme irato, e non raffrena in parte

L'acque, ch'egli or con tanta rabbia muove.

Volesse il ciel che l'incerate piume

Dedalo almen mi concedesse, ond'io

Mi potessi levar leggiero a volo:

E ben che qui vicin sia 'l mar ch'in grembo

Icaro ardito e male accorto accolse,

Sì ch'io devrei temer successo tale,

Io nondimen non temerei la morte,

Pur ch'io potessi alzar per l'aria i vanni,

E trar meco pel ciel la grave salma,

Che tante volte, ancor che grave e stanca,

Entro a l'onde dubbiose a galla è stata.

Ma mentre il ciel mi niega, il mare, e i venti

Il poter trapassar notando al lito,

Io mi vo rimembrando i tempi andati,

E dentro al mio pensier rivolgo quegli

Anni felici in cui primiero accolsi

De' miei sudor la meritata messe:

E mi sovien che cominciato aveva

L'oscuro suo sentier l'oscura notte

(Oh che diletto è rimembrar sovente

Le passate dolcezze, e i tempi lieti!)

Quando io m'usciva fuor bramoso amante

De la mia casa, e 'n su l'arena insieme

Lasciati i panni e la paura, ignudo

Mi metteva a passar quest'onde a nuoto,

A cui dal cerchio suo la vaga luna

Sovra l'acque facea tremante lume;

Ed io volgendo a lei la voce e gli occhi,

Umil diceva: – o sacrosanta face,

O benigna del ciel notturna luce,

Siami benigna, et al mio nuoto aspira,

E del tuo bello Endimion talora

Torninti i monti, e gli alti sassi a mente:

Tu sai pur ch'ei non vol che dentro al tuo

Candido sen la crudeltà s'annidi.

Piega i tuoi raggi, o dea, piegagli, e scorgi

Al mio porto gentil sicuro il varco.

Tu dal tuo ciel, bench'immortale dea,

Scendevi spesso a riposarte in grembo

D'un uom mortal; ma s'a quest'onde in mezzo

Giurar mi lice il ver, colei ch'io seguo

È mortal dea: ché per tacer quei santi

Costumi onesti, e le maniere accorte,

Che degne son sol di celeste donna,

Quella beltà, quella beltà già mai

Dal ciel non cadde in mortal donna, e solo

È di donna celeste eccelso dono.

E fuor del vago e grazioso aspetto

De la madre d'Amor, lume benigno

Del terzo giro, e del tuo bianco volto,

Forma non è che s'assomigli a lei:

E non dar fede agli amorosi detti,

Guardala tu dal tuo bel cerchio, e scorgi

Che quanto cede entro a l'oscura notte,

Quando fiammeggian le minute stelle,

Ogni altro lume agli argentati raggi

Di te luce maggior, tant'ella avanza

Con sua somma beltade ogni altra bella:

E se di questo hai la tua mente in forse,

Cinzia, i begli occhi tuoi son senza luce –.

E tai cose dicendo, o a queste eguali,

Mi traportavan le bell'onde a riva,

E la chiara de l'ombra eterna fiamma

Sovra l'acque spargendo i rai d'argento,

E ritornando i rai quell'acque indietro,

Rendean sì pura e graziosa luce

Che la notte talor sembrava il giorno;

Né suono alcun fuor che de l'onde il suono,

Ch'io faceva sonar notando in fretta,

Mi veniva a l'orecchia, e l'alta voce

De l'alcione sole udiva intorno,

Che chiamando Ceice in sì bel canto,

Facean de l'amor mio presagio lieto.

E sentendo talor mancar la forza

A le mie braccia, affaticato alquanto,

Volti gli omeri in giù, mi stava a galla:

Ma come da lontan su l'alta torre

Io vedea fiammeggiar la bella face,

Diceva: ivi è 'l mio foco, e la mia luce;

E ritornato a l'affannate membra

Il valor primo, io cominciava il nuoto,

E mi parea a l'andar l'onda men grave.

E perch'io non sentissi il freddo e 'l gelo

Ch'esce talor da le marine rive,

Amor, che dentro a l'anima bolliva,

Facea sempre maggior la fiamma, e quanto

Più m'appressava al desiato lido,

Tanto cresceva più l'ardente voglia

Di star tra l'onde: e quando io t'era appresso

Sì che veder tu mi potessi, allora

Crescea la forza, e m'ingegnava usare

L'ingegno e l'arte, et or la fronte in giuso

Rivolta, me ne gìa gravoso al fondo;

Poscia risorto in altra parte, andava

Passeggiando per l'onde; or sopra l'onde

Ti faceva veder le spalle ignude,

E mi sforzava sol ch'ai lumi santi

Qualche gesto gradisse: ed a gran pena

La vecchiarella tua debile e inferma

Ti poteva tener ch'in gonna in mezzo

Non venissi dell'acque, e già ti vidi

(Né simulasti il bel desio del core)

Farti sì presso al mar ch'ella non valse,

Benché v'oprasse ogni sua forza estrema,

Far sì che liete, o fortunate loro,

Non ti baciasser le prime onde il piede.

Come io fui poscia in su l'arena sorto,

Tu dolcemente m'accogliesti in braccio;

E tai nel volto, e ne la fronte molle

Sospir mandasti, e v'affigesti baci,

Che ben degni sarien ch'i grandi Dii

Trapassassero il mar per trarne un solo;

E del bel collo tuo togliendo il velo,

M'asciugavi la chioma, e 'l petto, e 'l viso,

Che la pioggia del mar bagnato aveva.

Quel che poscia tra noi felici amanti

Seguì, sassel la notte, e 'l sappiam noi,

E la torre, e la face, il cui bel lume

Ne la notte e nel mar la via mi mostra.

E tante fur di sì beata notte

L'amorose accoglienze, e l'alme gioie,

Che via più tosto annoverar si puote,

Che quelle dir, dell'Ellesponto intorno

L'alga, l'arene, e l'onde; e quanto breve

Era più del gioir l'amato tempo,

Era tanto minor l'ocio, e ciascuno

Oprava sì che non passava indarno

De l'ore fuggitive un breve punto.

Già fiammeggiava l'amorosa stella

Che viene inanzi a l'alba; e l'alba uscita

Di grembo al freddo e vecchierello sposo

Per cacciar l'ombra era apparita in cielo,

E noi l'un l'altro insieme avinti e stretti

Ci baciavamo a gara, e ne doleva

Che fosser state, oimè, di gioia tale,

Di così lieta e fortunata notte,

Di così bel piacer, l'ore sì corte.

Poi forzato dal tempo, e da l'amaro

Garrir di tua nutrice, io me n'andai

Verso i gelati lidi, e mesti in volto

Quasi piangendo ognun di noi tornosse,

Tu ver la torre tua, io verso il mare,

Volgendo col pensier l'umide luci

Là 'v'è il mio sole, e la mia vita alberga.

E se credenza dar si deve al vero,

Credimi, vita mia, che quando io vegno

Esser mi par qual notator più lieve,

Ma quando io parto, io son sì stanco e greve

Ch'ogni onda par che mi traporti al fondo.

Credimi questo ancor, ch'agevol parmi

La via ch'a te mi guida, e quando io riedo

Mi si mostra il camin gravoso ed erto,

Qual di più duro e faticoso monte:

E a forza (oimè, ch'il crederia?) ritorno

Al patrio lido, et in mia patria a forza

Faccio soggiorno. Ahi lasso me, per quale

Cagion siam noi da breve rio divisi,

Se nostre alme si stan mai sempre insieme?

Perché non have una sol terra uniti

Due corpi, oimè, sì come ella ha due menti?

Tu volentieri abiteresti Abido,

Io volentier farei mia stanza in Sesto,

Che tanto Sesto mi diletta e piace,

Quanto a te piace il piccioletto Abido.

Perché conviemmi, oimè, qualor turbato

Veggio da' venti il mar, turbar me stesso,

E per leve cagion fermare il nuoto?

Già mi cred'io che i nostri amor non sieno

Nascosi a' curvi e bei delfini, e credo

Esser già noto ai più minuti pesci,

E già ne l'onde appar la stampa e l'orma

Del mio camin, sì come in terra suole

Il vestigio apparir di carro o ruota

Che per molto girar la via ritriti.

Già mi solea doler che d'uopo fosse

Per venirti a trovar notar mai sempre:

Or mi lamento, e mi querelo meco

Che 'l vento strida sì, sì s'alzi il mare,

Ch'io non possa varcar notando a riva,

Ch'ei sì biancheggia, et orgoglioso freme

Ch'a gran pena si sta sicura in porto

Ben salda nave; e mi cred'io ch'allora

Ch'ei sommerse Elle, e le furò sdegnoso

La vita e 'l nome, ei fosse irato quale

Sonante si mostra or, crucciato, e torvo,

E per la morte fia mai sempre infame

Questo picciolo stretto, ancor ch'egli aggia

Fin qui salvato al tuo fedel la vita.

Oh quanta invidia al fortunato Friso,

Lasso, port'io, che per quest'onde irate

Portato fu dal bel monton dell'oro!

Ma io non chieggio al mio passar soccorso

Di nave, o di monton, sol bramo l'acque

Al felice notar tranquille e piane:

Ché non m'è d'uopo usar timone o remo,

Che s'avrò l'acque al mio notare amiche,

Nave sarò, nocchier, timone, e merce;

Né la testa alzerò guardando in cielo

A la grand'Orsa, od al gelato Arturo,

Che di Fenicia il navigante accorto

Nel tempestoso mar per segno osserva,

Ché le communi stelle amor non cura.

Miri altri pure Andromeda, o la chiara

Corona d'Arianna, o la minore

Orsa, che splende entro al gelato polo,

Ch'io non mi curo aver per guida e lume

Nel mio dubbio camin colei che piacque

Al giovine Perseo, o al padre Bacco,

Ch'io scorgo sempre una più chiara stella,

Una più pura, e più serena luce,

Per cui non vedrà mai mio amor la notte;

Cui mentre mirerò, sicuro andrommi

Ne' perigli maggior del mare, e dove

Sicura trapassò l'armata greca,

Quando l'onde solcò per irne in Colco;

E potrò superar notando a prova

Melicerta, e colui ch'in dio del mare

Grand'e bella virtù d'erba converse.

Le braccia giovenil debili e frali

Si fan talor dal passeggiar per l'acque,

E trar le posso a gran fatica fuore;

Ma come io dico: oh che bel premio fia

De la vostra fatica, allor che voi

Vi poserete in su l'amato collo

Di vostra donna; allor, ripreso ardire

E nuova forza, al bel riposo amato

S'affrettan girne, e mi traportan come

Destro corsier che da le mosse parta.

Io dunque sempre mai quegli occhi santi

Rimirerò, che m'hanno acceso il core,

E più che fiammeggiar di bel pianeta

Seguirò te, che d'abitare in cielo

Più degna sei che qui tra noi mortali:

Degna certo del ciel, ma pur dimori

Ancora in terra, e se levar ti vuoi

Al tuo bel nido, ed onorato albergo,

Mostrami il bel sentier d'alzarmi teco

Al bel sommo di Giove eterno seggio.

Questo, lasso, è cagion perché sì raro

Seder ti possa io miserello in grembo,

E che qualor l'innamorata mente

Veggia turbarse il mar, si turbi anch'essa.

E che mi giova, oimè, che 'l maggior seno

Dell'Ocean non mi divida e parta

Da te mio sol, da te mia vita e bene,

Se sì stretto canal m'oltraggia, e priva

Di quanta aver mai possa estrema gioia?

Né so s'io mi vorrei da lunge avere

Te, mio bel nume, e doloroso e mesto

Sotto a l'estremo ciel guidar mia vita;

Perché quanto men lunge ho, lasso, il foco,

Tanto più m'ardo, e dentr'a l'alma ho sempre

Il bel desio, ma non ho sempre in braccio

Quella che sospirando ognora attendo.

E tanto m'è vicin mio sommo bene

Che con la propria man lo prendo, e stringo,

Ma l'averlo sì presso assai sovente

A sospirare, e lagrimar invita:

E ch'altro far desio che seguir sempre,

Qual Tantalo al supplicio eterno dato,

I fuggitivi pomi, e bever l'acque,

Che tanto fuggan più quanto più bramo

Far l'assetate labbra a l'acque appresso?

Io dunque mai non sederotti in grembo,

Se non quando vorranno i venti e l'onde?

Né mi vedrà già mai tempesta o pioggia

Starmi felice a la mia donna in braccio?

Né trovandosi qui tra noi mortali

E de' venti e del mar cosa men fida,

Tra venti e l'onde avrà mai sempre albergo

Mia speme e mio desio? ahi tristo amante!

Intanto il mar d'infuriar non resta.

Ma come sarà ei torbido in vista

Quando Boote, e le piovose stelle,

E 'l gregge sacro apporterangli insieme

Nembi, pioggie, furor, tempesta, e tuoni?

Io sarò tanto allor d'animo audace,

Che 'l poco accorto Amor trarrammi in mezzo

De l'acque insane, o non sapend'io stesso

Il mio folle desio temprar, de l'onde

Al dispetto verrò notando a riva.

Né ti pensar, perché sia lunge il tempo,

Con tanto ardir ch'io ti prometta questo,

Ché tu n'avrai tra poche notti il pegno:

Che se 'l gonfiar de' minacciosi flutti

Durasse ancor per qualche notte, e l'ira,

Io son fermato di provar s'io possa,

Contra il voler del tempestoso mare,

Contra il voler degli orgogliosi venti,

Nudo varcare a le tue belle arene:

Che l'ardir mio o mi trarrà sicuro

Al desiato lido, o morte in quelle

Acque, a mia gioia ed al mio ben nimiche,

Amorzerà l'amor, la vita, e 'l foco.

Io nondimen di spirto ignudo e casso

Avrò desio, e ne prego ora il cielo,

Ch'inanzi agli occhi tuoi mi gettin l'onde,

E nel bel lido tuo umide e morte

Giaccin mie membra ed insepolte e nude:

Ch'io so ch'almen tutta pietosa in vista

Non sdegnerai toccarmi, e dir piangendo:

Io son cagion de la sua trista morte.

So ben che ti spaventa, e ti contrista

Il mal presagio, e l'infelice nunzio

Del mio morire, e in questa parte sola

Odiosa ti sarà la carta, e i versi:

Deh non ti lamentar, ma prega meco

Che 'l mar, che 'l ciel, che l'adirato vento

Omai s'acqueti, e rassereni, e posi.

Né d'uopo abbiam che lungamente in pace

Si stian Nettunno e 'l vento: io sol desio

Che tanto sia tra lor riposo e tregua

Quanto mi basti a trapassare in Sesto.

Come io son giunto al desiato lito,

Cresca l'impeto e 'l suon, la rabbia, e l'ira

Degli Aquiloni, e del marino gregge

Odasi risonar l'orribil grido,

Ch'entro al bel grembo tuo tranquillo il porto

Trovo al mio legno, e non ritrovo arena

Ove la nave mia più lieta posi.

Chiudami quivi, ove lo star m'è dolce,

Adra tempesta, o procelloso tempo,

Ch'allor pigro sarò, timido, e saggio

De l'Ellesponto a navigar lo stretto;

Né mi dorrò che l'implacabil vento

Posar non lasci entro al suo letto il mare,

Né che 'l sordo Nettunno i caldi preghi

Si sdegni udir, né mi conceda il varco.

Tenghinmi pur le torbid'onde indietro,

E mi stringhin tue braccia, e dal mio sole

Doppia cagione il dipartir mi vieti.

Dolce Ero mia, dolce mio ben, mia vita,

Tosto che cangi in più benigno aspetto

La faccia il cielo, e si tranquilli il mare,

Io farò remi de le braccia al corpo,

E vela del desio: tu sempre accesa

Abbia la stella in su l'eccelsa torre,

E questa intanto aventurata carta

Entro al tuo sen per me s'adagi e dorma;

Cui prego di seguir, tosto che caggia

L'orgoglio al mar, il che bramoso attendo.